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A TRAVERSO I SECOLI.
I Trecentisti.
A questo
punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che
s’hanno da leggere per imparare la lingua.
Prima di
tutti....
Qui vedo
sorridere i miei lettori, che in questo momento suppongo siano tre, un
giovinetto, una signorina e un cittadino originale, a cui è saltato il ticchio,
fra i trenta e i quarant’anni, di mettersi a studiare la lingua del suo paese:
li vedo sorridere con certa malizia, e mi par di sentirli dire tutti e tre
insieme: – Già, ci aspettavamo il consiglio prammatico –, e poi in cadenza di
canto: – i Tre-cen-ti-sti!
Eh, Dio
buono, non è una novità, lo so bene. E so anche, giovinetto mio, quello che tu
e gli altri due lettori mi vorreste rispondere: che a leggere quei nostri
antichi scrittori vi provaste, ma che vi riuscirono ostici, non tanto per la
materia quanto per la forma; voglio dir per la lingua e per lo stile troppo
diversi da quelli delle scritture moderne; per cagion di che vi [325] sentiste,
leggendoli, come spaesati, sconcertati nelle consuetudini del vostro pensiero e
del vostro gusto, e quasi in compagnia di gente con cui non fosse possibile,
per la differenza dell’indole, pigliar famigliarità; e fra la quale e voi
s’interponesse un velo di nebbia, che v’impedisse di vederli bene in viso, e
quindi di mettervi in comunicazione immediata con l’animo loro.
Ma io
vorrei principalmente persuader te, giovinetto, che, vincendo quel primo senso
ostico, e persistendo nella lettura di quegli scrittori, finiresti col
prendervi amore, con tuo vantaggio grandissimo, per quelle medesime ragioni per
le quali ti pare ora che quella lettura non t’abbia mai ad attirare. Pròvatici
un’altra volta, te ne prego, e persisti, tenendo sempre presente che quelle
parole e frasi, nelle quali consiste la maggior differenza fra quegli scrittori
e i moderni, erano allora in Toscana, e in specie a Firenze, d’uso comune, e
quindi naturalissime a coloro che scrivevano; i quali, eccetto pochissimi, non
facevano distinzione fra lingua parlata e lingua scritta; di che deriva appunto
la ricchezza, la schiettezza, l’efficacia delle loro scritture. Dopo che avrai
preso con essi qualche famigliarità, non sentirai più la novità di quei modi,
che ora ti paiono affettazioni e stranezze; parranno anche a te naturali come
parevano agli scrittori a cui venivano spontanei; e allora, non più arrestato
da quegl’intoppi, ti lascerai andare all’onda di quella prosa viva, fresca,
giovanile, sentirai, come dice il nostro primo poeta vivente, quello che c’è di
più vivido e più frizzante, più zampillante e più mosso nell’elocuzione di quei
prosatori che in quella dei moderni che tu [326]
preferisci; nei quali l’arte è più raffinata,
ma tanto meno ricca e meno schietta la vena. Ti parrà di sentirli parlare di
viva voce in quei loro periodi, simili appunto al linguaggio parlato, d’una
orditura così semplice e debole, con poca o nessuna legatura rettorica di
pensieri, e affollati di determinazioni accessorie; i quali alle volte piglian
la fuga, alle volte s’arrestano a un tratto, e fanno mille brusche svoltate,
come seguendo tutti i balzi del pensiero nascente e riproducendo il disordine
del discorso vivo; ammirerai, come dice il Capponi, quella naturalezza delle
armonie, in cui non sono mai cercate combinazioni di suoni, e “hanno più
rilievo quelle parole che avevano avuto prima nella voce più vivo l’accento„;
ti delizierai in quella loro proprietà di vocaboli, non studiata, perchè essi
eran propri per necessità, in quelle loro locuzioni “della nitidezza che si
vede nelle monete novellamente coniate„, in quella fresca verginità d’una
lingua, che cominciava appena a diventar letteraria, e in cui si sente come la
fragranza della sbocciatura. E sempre più, continuando a leggere, t’innamorerai
di quello che così giustamente si chiama candore di tali scrittori, di
quell’aria amabile d’ingenuità che dà alla loro prosa la frequenza della congiunzione
semplice, come l’usano i bambini e la gente del popolo, e la profusione dei
superlativi, in cui si manifesta la fanciullesca vivacità dell’ammirazione, e
quel martellamento, che fanno così spesso, sopra un’idea semplicissima, come
per farla entrare in capo a un lettore ignorante; ciò che pure è proprio della
gente ingenua. Vedrai che singolari effetti d’arte escono dalla schietta
ispirazione [327] non corretta dall’arte, dal calore del sentimento libero,
dalle negligenze, dalle rozzezze medesime, dagli stessi difetti non mascherati
d’alcun artifizio, ma lasciati scoperti come nudità innocenti. Come si respira
in quelle pagine! Ecco gente che parla davvero alla buona e alla libera, che ci
dice quello che ha da dire senza l’interprete letterario! Ci par quasi un
miracolo. E quanta naturalezza nel modo di raccontare, quanta vivezza in quei
dialoghi a botte e risposte, e quanta evidenza in quello stesso disordine
affannoso con cui ci rappresentano le scene animate, e che graziosa semplicità
negli esordi e nelle considerazioni sugli uomini e sugli avvenimenti! Ti
diletterai pure a osservare quante cose si potevano dir bene allora senza una
quantità di parole e di frasi che a noi, per dir quelle cose stesse, paiono ora
di necessità assoluta; ti maraviglierai di trovare interi periodi che si
potrebbero riscrivere al presente, dopo sei secoli, senza mutarvi un vocabolo;
ti divertirai a notare qua e là i francesismi curiosissimi, le parole che
mutarono significato, e quelle cadute in disuso, che ora farebbero sorridere,
le diversità singolarissime, fra quel tempo e il nostro, del senso e del
linguaggio comico, del frasario cerimonioso, delle forme del ragionamento,
dell’espressione della gioia e dell’amore. E arrivato a un certo punto, vivrai
con l’immaginazione in quel tempo, ti parrà d’aggirarti fra quella gente e di
respirare l’aria che essi respiravano. Avendo cominciato a leggere per imparar
la lingua, sarai preso a poco a poco dalla sostanza, attratto dalla curiosità
di quel modo di sentire e di pensare, dalla descrizione delle costumanze, degli
usi [328] pubblici, della vita domestica, dell’arte della guerra e
dei viaggi, da tutte le manifestazioni dello spirito di quel popolo “giovane,
forte, adoprante, pieno d’immaginazione, più inventore che ora non sia„, e
compreso d’una fede religiosa semplice e ardente. E ammirerai di più quegli
scrittori se proverai qualche volta a staccarti all’improvviso da loro per
leggere uno qualsiasi dei prosatori del tuo tempo. Come ti parranno compassati,
troppo ligi alla fredda ragione, pieni d’artifici e di civetterie e ricercati
nell’orditura e nell’armonia dello stile anche quelli che per questi rispetti
peccano meno! E più avvertirai il vantaggio di quelle letture quando, avendone
ancor piena la mente, ti metterai a scrivere, chè ti sentirai tanto più
sciolto, più libero, meglio inclinato a esprimere i tuoi pensieri
semplicemente, fresco e leggiero dello spirito come si sente del corpo chi esce
dall’acque d’un fiume. E ti do un consiglio: di leggere prima i più semplici,
dai quali quando passerai a Dante, rimarrai maravigliato, come d’un prodigio,
del passo gigantesco che fa con lui la prosa italiana, senza perdere la sua
freschezza giovanile, pure prendendo a norma la sintassi latina; maravigliato
profondamente della elaborazione sapiente che egli vi porta insieme coi “soavi
numeri„ e i “sottili legamenti„ della poesia, dell’arte magistrale con cui egli
disegna l’idea, plasma l’immagine, illumina tutti i particolari dei fatti in
quell’architettura mirabilmente varia dei periodi, in quella prosa “ora solenne
ora gentile, profonda e limpida„ che è il primo vero e grande esempio di prosa
artistica nella nostra letteratura. E studia con amore anche l’altro grande [329] maestro.
Vinci la noia che ti daranno da prima i lunghi periodi, nei quali, per
accarezzare l’orecchio, sovrabbonda di parole, e per raggruppare intorno a un
concetto principale troppi concetti accessori, addossa incisi ad incisi, e per
imitare la prosa latina intreccia e traspone forzatamente frasi e vocaboli.
Vinci quella prima noia, e dello sforzo sarai compensato ad usura. Dov’egli
esprime un sentimento vivo o tratta un argomento che s’accorda con le sue
facoltà naturali, i suoi difetti spariscono o s’attenuano; dove ai suoi
personaggi fa parlare il linguaggio della passione, ha tratti d’eloquenza
calda, logica e impetuosa che t’avvolge e ti trascina; nella pittura della
realtà comica, nella descrizione delle scene e dei personaggi lepidi, nel
dialogo, nella satira, egli si serve con ardimento e con arte impareggiabile di
tutti i più efficaci costrutti del parlar fiorentino, dell’idiotismo, del
proverbio, di tutto quanto v’è di più vivo nella lingua viva, come se in lui
fossero raccolti e saltassero fuori l’un dopo l’altro dieci scrittori. Ti parrà
uniforme da principio: poi vi troverai mille forme, mille armonie, mille
colori. E non possiamo imitarlo, non forzare il nostro pensiero moderno alle
sue forme, a cui non si piegherebbe che snaturandosi, nè dipingere e scolpire
con l’arte sua, nè ripeter la sua musica; ma egli resta pur sempre un
architetto sovrano, un pittore insigne, uno scultore stupendo, un artefice di
suoni maraviglioso, uno scrittore unico, che fece nella prosa italiana il
lavoro d’una generazione, che ogni volta che ci riprende, ci domina, e al quale
è bene ritornare ogni tanto, perchè se n’esce sempre con un raggio nella mente
e dell’oro nelle mani.
[330]
Dal Boccaccio a Leonardo.
Vuoi ora
qualche consiglio, non da maestro, ma da vecchio amico, per proseguire dopo il
Trecento? Fatto che avrai il gusto al Boccaccio, non ti svoglierà dalla lettura
l’imitazione che troverai di lui in una serie di scrittori del secolo seguente;
i quali, sotto l’influsso del culto risorgente dell’antichità, seguirono
l’esempio del grande novelliere, dislogando le ossa, come dice il Leopardi, e
le giunture della nostra lingua, per imporle violentemente le forme latine.
Leggerai Leon Battista Alberti che della gravezza della sintassi boccaccesca ti
compenserà con molte pagine di stile elegante e agile, sparse di parole vive e
frasi schiette del suo volgare nativo. Leggerai con piacere la lettera di
Lorenzo il Magnifico a Federico d’Aragona, che si può dire la prima esposizione
critica della nostra più antica letteratura poetica, oltre che un esempio di
bella prosa, foggiata alla latina, d’una eloquenza nobile e calda. Per formarti
un concetto della prosa classicheggiante di quel secolo, qual è nel più alto
grado del suo svolgimento, leggerai, con un po’ di pazienza, l’Arcadia del
Sannazzaro. Altri scrittori leggerai, che con più o meno garbo innestarono la
latinità nel volgare, temperando la gravità dello stile forzato con quella
parte della lingua viva, che irresistibilmente veniva loro dalla bocca alla
penna. E farai una cosa: alternerai con la lettura di questi, che prolungata ti
stancherebbe, quella degli scrittori semplici e spontanei, che anche nel
Quattrocento fiorirono. Leggi le lettere di Alessandra Macinghi, [331] dove, col
candore dei Trecentisti, troverai la ricchezza e la vivacità del parlar
fiorentino del tempo suo, e come in uno specchio limpidissimo riflessa la vita
d’una famiglia di quel secolo, e in questa un’anima schietta, buona, amorosa,
di cui ti resterà l’immagine impressa nel cuore. Leggi le prediche di Fra Bernardino
da Siena, tutte fiorite di bei modi dell’antico parlar senese, tutte apologhi,
novellette, arguzie, quadretti pieni di freschezza e di vita. Leggi, come
esempio di spontaneità e di forza, belle nonostante le ruvidezze dello stile,
efficacissime nelle forme piane e spezzate del parlare popolaresco, le prediche
del Savonarola, piene di lampi e di tuoni, qualche volta grandi e terribili.
Leggi sopra tutto il Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci, per
vedere a che grado d’efficacia possa pervenire nello scrivere un homo senza
lettere quando tratta una materia in cui è maestro, a qual segno di
gagliardia, di densità, di concisione, di limpidezza possa arrivar nella prosa,
pur senza lettere, chi ha osservazioni profonde e grandi pensieri da
esprimere, che quadri stupendi di colorito e d’evidenza riesca a dipinger con
la penna chi ha delle cose la visione fisica netta, luminosa, immensa ch’egli
aveva.
Da Leonardo al Machiavelli.
La stessa
norma, d’alternar le letture di scrittori d’indole opposta o diversa, ti
consiglio di seguire per gli scrittori del secolo decimosesto, il più ricco di
grandi maestri, il più vario nelle opere, il più ammirabile per ricchezza di
lingua e perfezione di forma, di tutta la letteratura [332] italiana. Nel
Bembo, primo legislatore della lingua volgare, che giovò più di tutti in Italia
alla formazione d’un idioma letterario comune, e in molti dei suoi imitatori,
che tutta l’arte dello scrivere ridussero nella scelta e nella collocazione
delle parole, ti spiaceranno la mancanza di spontaneità, l’asservimento del
pensiero alla frase, l’imitazione pedissequa del Boccaccio, e più che altro
quel pavoneggiarsi perpetuo, come se a ogni periodo dicessero ai lettori: –
Vedete come scrivo bene! – Ma leggili con attenzione, non fosse che per la
lingua purissima, chè ne ricaverai un grande vantaggio. Quanti felici costrutti
e garbati giri di sintassi vi troverai, che fine arte nel concatenare i periodi
e nel rendere ogni sfumatura del pensiero, che ricchezza di modi e che belle e
flessuose forme di eleganza e di cortesia signorile! E non soltanto lo stile
dignitoso e semplice ti attirerà nel Cortegiano del Castiglione; ma la
rara potenza dell’osservar dal vero e sul vivo, e la forte pittura di caratteri
storici, e la rappresentazione evidente della vita delle Corti italiane del
Cinquecento, e la magistrale arte dialogica. E nel Galateo del Della
Casa, oltre la grazia, la fiorentinità schietta, il sapore trecentistico, la
ricchezza delle espressioni proprie e calzanti, ammirerai le osservazioni
argute e finissime sull’animo umano, sui costumi e sulla vita; e nel Gelli la
forma semplice, tersa, spontanea, ricca del più bel volgare fiorentino e in
molti tratti quasi moderna, con la quale egli rende intelligibile e gradevole a
ogni lettore anche la materia ardua della filosofia; e nel Firenzuola
l’amenità, la leggiadria, la lingua candidissima, snella, vivace, tutta grazie
e [333] bei
modi del parlar famigliare. Che salti maravigliosi farai da un prosatore
all’altro! E come sentirai meglio l’originalità e i pregi di ciascuno
raffrontandolo col precedente! Dopo la prosa rapida, nervosa, scolpita del
traduttore stringatissimo del più stringato degli storici, dal quale imparerai
a serrare nel più breve cerchio possibile di parole l’espressione del tuo
pensiero, ti parrà più mirabilmente fluida e musicale l’eloquenza dei dialoghi
e delle lettere del Tasso. Dopo esserti dilettato nell’arte squisita delle
Lettere del Caro, di stile disinvolto e brillante, ma correttissimo, e piene di
gaio lepore, leggerai con doppio piacere il più eloquente e più incantevole
sgrammaticatore di tutte letterature, quel libro unico, riboccante di vita, di
forza, di baldanza, d’ingegno, viva immagine d’un uomo e d’un secolo
straordinario, quella specie d’Orlando Furioso in prosa,
quell’indiavolato e sfolgorante capolavoro, che è la Vita di Benvenuto
Cellini. Quando t’avranno un po’ stancato le descrizioni e le orazioni
sfoggiate della storia del Giambullari “artista finissimo della parola e della
sintassi„ ma impettito e freddo nella sua “dignità impeccabile„, leggerai e
rileggerai con sempre più calda ammirazione l’Apologia di Lorenzino dei Medici,
una folata d’eloquenza italianissima, lucidissima, ardente di passione, bella e
spaventevole come un torrente in piena, che travolge ogni cosa. E senti: studia
il Guicciardini. Non ti sgomentare di quello stile involuto e austero, talvolta
un po’ rude, sovente oscuro, che dà sulle prime al lettore un senso
d’oppressione, e gli confonde la mente. Continua a leggere. Tu riconoscerai a
poco a poco che quel [334] modo di scrivere non è tanto sforzo e artifizio quanto
effetto naturale della maniera di sentire e di pensare propria dell’autore, del
procedimento con cui si svolgono e s’intrecciano le idee nel suo intelletto
profondo e complesso, “uno dei più chiaroveggenti che siano stati al mondo.„ E
dai periodi lunghi e farragginosi, di cui si stenta a cogliere il senso,
distinguerai quelli lunghi del pari, ma architettati con maestria mirabile,
periodi da gran signore della lingua e dello stile, in cui dagli accessori
emerge l’idea principale, dominante, come una torre sopra un villaggio. E da
questi imparerai a legare con ordine e con armonia in un periodo solo, intorno
a un solo concetto, una famiglia di concetti minori; e dai magistrali ritratti
dei personaggi e dalle considerazioni acute e profonde sugli avvenimenti, a
studiare l’animo umano e i casi della vita; e di quella lettura ti rimarrà
nella mente un suono grave e solenne, che risentirai come un’eco ispiratrice
ogni volta che, scrivendo, cercherai una forma degna a un ordine di alti
pensieri.
Ma sopra
tutti ammirerai e studierai il Machiavelli, che “segna il punto d’arrivo della
sincera prosa antica e il punto di partenza della moderna„, prosatore che dal
latinismo e dall’uso volgare trae insieme una forza che nessun altro raggiunse,
il più schietto, il più sicuro, il più sintetico, il più logico scrittore del
tempo suo, il più sdegnoso disprezzatore della rettorica, il più strettamente
legato alla realtà delle cose, il più potentemente drammatico, il più
superbamente eloquente; grande nell’arte che va innanzi al suo secolo, grande [335] nell’ardimento
e nella carità di patria che gli fiammeggia nell’anima, grande nel pensiero
folgorante, che illumina il presente e legge nell’avvenire.
Da Galileo all’Alfieri.
Un altro
grande maestro. Di dove arriva il Machiavelli, il più moderno dei prosatori
antichi, muove Galileo, che infondendo nella prosa il soffio di quella nuova
filosofia, la quale “fa più ricche, più chiare e più dritte le teste„, le dà
sulla via della libertà e della verità l’impulso poderoso, per cui ella procede
fino al tempo nostro. La sodezza e la concisione che viene dalla densità del
pensiero e dalla profondità della dottrina, la lucidità pura che deriva dalla
chiarezza perfetta e dallo stretto e sottile concatenamento delle idee,
l’eleganza, la dignità, la sprezzatura signorile che è effetto del pieno
possesso e del sentimento profondo della lingua letteraria e della famigliare,
tutto questo è in quella nobile prosa che scorre come un largo fiume pacato e
limpido, e in cui si sente la forza d’un intelletto sovrano e d’un’anima
grande. Rimani un pezzo alla scuola di Galileo, e ritornavi ogni tanto per
imparare, non soltanto a scrivere, ma a meditare e a ragionare; senza di che si
mena la penna, ma non si scrive. Poi leggerai i suoi discepoli e continuatori,
e ti piacerà nel Redi la grazia prettamente paesana, nel Magalotti la scioltezza
tutta moderna, nel Boccalini la vivacità e la gagliardìa. In altra forma ti
persuaderà eloquentemente dell’obbligo di ben parlare la propria lingua il
Dati, nella cui prosa ritroverai il miglior Cinquecento; e nel Sarpi ammirerai
la [336] sobrietà vigorosa e lucida, retta da una coscienza fortissima e da un
alto intento civile. Ti parrà di ritornare indietro col Bartoli, adoratore
della forma, studioso di vezzi e di grazie, servitore, non dominatore della
lingua; ma di lingua vi troverai una miniera enorme, e v’imparerai l’arte
difficile di “condurre come in ordinanza stretta i pensieri e trarre dalla
destrissima collocazione delle parole chiarezza lucidissima e nobile e
grato temperamento di suoni„. E artificio rettorico troverai pure nelle
prediche del Segneri, concitate talvolta per proposito più che per passione; ma
anche spontaneità nell’esuberanza, e puro eloquio e varietà d’armonie nella
stretta argomentazione e negl’impeti non rari d’eloquenza vera; e calda, viva,
irruente eloquenza nelle Filippiche del Tassoni, frementi d’ira contro
la dominazione straniera e tutte palpitanti di generose speranze italiane. C’è
bisogno di raccomandarti Gaspare Gozzi, maestro di eleganza e di grazia, pieno
di buon gusto e di buon senso, e osservatore arguto e finissimo, che in pieno
Settecento oppone all’invadente gusto straniero la sua bella prosa castigata,
ancora atteggiata della dignità antica? Occorre accennarti la prosa agile,
spigliata, scintillante, con la quale Giuseppe Baretti allarga i confini della
critica e tratta a ferro e a fuoco le frivolezze e le pastorellerie
dell’Arcadia? Ma a lui non t’arresterai per studiare gli effetti prodotti nella
prosa italiana dal nuovo mescolarsi della cultura nazionale con la cultura
europea contemporanea. Leggerai del Cesarotti, benchè francesizzante, le pagine
dove si prefigge di liberar la lingua dal dispotismo dell’autorità e dai
capricci della moda [337] e dell’uso per sommetterla al governo legittimo della
ragione e del gusto; e non trascurerai il Bettinelli, se vorrai un esempio
singolare di prosa battagliera, ribelle alle tradizioni pedantesche,
inforestierata, ma viva; nè l’Algarotti, che nello stile foggiato alla francese
ha l’arte di render piane con facilità e vivezza quasi di conversazione le
verità più difficili della scienza; nè Alessandro Verri, non puro di lingua nè
di stile, ma uno dei primi nostri scrittori riusciti efficacissimi nella
mozione degli affetti. E arriverai così a Vittorio Alfieri, che con la sua Vita
eresse il primo monumento di prosa veramente moderna: e s’intende di quella
prosa personale, non calcata su alcun esemplare da tutti imitabile, la quale
prende forma e colore dall’indole dell’autore, ed è opera d’arte, ma d’un’arte
sua propria, uscita dall’intimo dell’animo suo, e che non si può confondere con
quella di nessun altro, come l’espressione del viso e il suono della voce.
Dal Foscolo al Carducci.
E ora una
schiera di maestri, mirabilmente vari, nei quali, come nell’Alfieri, parla il
nuovo spirito destato dalla rivoluzione e la coscienza nazionale risuscitata
dalla dominazione francese; e primo fra questi Ugo Foscolo con quell’Epistolario
impareggiabile, in cui egli trasfuse e svelò tutta l’anima sua con un
calore, con una sincerità, con una franchezza e vigoria di stile che ti
soggiogheranno. Ma non trascurerai però la prosa fluida, chiarissima,
sonoramente faconda del suo rivale poetico, Vincenzo Monti, battagliante col
diavolo in corpo contro la Crusca [338]
e i propri critici. Nè ti spiacerà il ritorno
all’imitazione dell’antico in quegli scrittori che tentarono per tal via di
salvare le nostre lettere dalla corruzione straniera; chè anzi essi ti
gioveranno per questo. Declamazione, ridondanza d’ornamenti, affettazione
anticheggiante; ma anche vigor maschio di stile, pagine scultorie e
magniloquenti troverai nel Botta. Ammirerai il gusto squisito e “la
strettissima fabbrica dei periodi„ nel Giordani, benchè per il soverchio studio
appunto di legare strettamente le idee e di serbar la lingua purissima, egli
abbia qualche cosa di rattenuto, come dice il Capponi, e “non scorra nella sua
prosa libera e franca l’onda della parola„. E benchè la parola idoleggi, e sia
schiavo del suo principio di restringere la lingua al Trecento, ti gioverà il
Padre Cesari, prosator gioielliere, tutto eleganze classiche, che fu al tempo
suo contro il forestierume linguistico un “antidoto potente„ non inutile
affatto ai giorni nostri. E lascerai dire chi vuole: leggerai il Colletta, non
impeccabile nella lingua e non sempre chiarissimo, ma fiero e gagliardo in
quella sua prosa da uomo di guerra, che porta lo stampo profondo dell’animo
suo. E non leggerai soltanto, studierai con amore i due prosatori ammirabili
che sono nel Leopardi: quello libero, vivo, tutto moderno dei Pensieri
inediti, dove s’abbandona all’ispirazione subitanea, quasi parlando più che
scrivendo, e quello meno agile, meno colorito, ma di disegno più puro e più
fermo, delle Operette morali: prosa originalissima, mista di modernità e
di classicismo, magistralmente ordita, d’una “serenità marmorea„, d’un’armonia
sommessa e delicatissima, e d’una [339]
chiarezza “a traverso la quale si vedono i
pensieri come per un’acqua limpida le rene e i sassolini del fondo„. Quello che
il Leopardi non fece, di rinfrescare la lingua alla sorgente dell’uso vivo,
troverai nel Tommaseo, che alla propria prosa “diede moto e vita e copia
ritraendo giudiziosamente dall’uso fiorentino„, poeta e scienziato della
parola, qualche volta troppo forzatamente conciso, ma ricco, robusto, proprio,
e pittore e scultore e cesellatore, che dice mirabilmente e in modo tutto suo
ogni cosa più difficile a dire. C’è bisogno di rammentarti Giuseppe Giusti? Non
è a imitarsi la soverchia ripetizione dei modi prediletti, nè l’abuso delle
forme vernacole, nè l’affettazione della sprezzatura, in cui cade troppo spesso
nell’Epistolario; ma quanta ricchezza di modi famigliari e popolari, che
pieghevolezza, che amabile baldanza, che briosa disinvoltura di stile! Non t’avrei
neppure da rammentare il Guerrazzi, non scevro di vecchia rettorica, nè
d’enfasi romantica, e spesso forzato nello stile; ma ricchissimo di lingua
pura, di frasi scultorie e d’immagini ardite, potente nell’espressione dell’ira
e del sarcasmo e negl’impeti d’eloquenza patriottica, scrittore originale e
grande nelle sue pagine migliori, venate d’oro e scintillanti di gemme, irte di
rilievi di bronzo e di punte d’acciaio. Leggi dopo questa, per amor del
contrasto, la prosa nobilmente famigliare di Gino Capponi, bella d’una
proporzione, d’una discrezione, d’una compostezza patrizia, nella quale, come
dice il Carducci, l’anima del lettore si riposa e si contenta come l’occhio
dello spettatore nelle linee degli edifizi fiorentini. E non soltanto per dovere
di cittadino, ma per interesse di studioso, [340]
leggerai la prosa del Mazzini, “lievemente
colorita di classicismo„, misurata, ma viva, armoniosa, ma senza ridondanza,
ora profeticamente solenne, ora squillante come una musica guerriera, e sempre
chiara come cristallo. E per prender coraggio da un esempio insigne del come
anche un italiano nato ai piedi delle Alpi possa con lo studio riuscire uno
scrittore facondo, nobile e ricco, leggi Vincenzo Gioberti: un maestro, benchè
vesta troppo ampiamente il pensiero e “faccia sciupìo di metafore e di
splendori„. Col quale terminerei, non essendo necessario l’accennare i viventi,
se d’uno di questi non si potesse in nessun modo tacere, perchè è incominciato
per lui il giudizio della posterità. Voglio dire Giosue Carducci, prosatore
potentissimo, che dice tutto quello che vuole e come vuole, solennemente e
famigliarmente, con un’arte che sgomenta chi studia l’arte; nel quale la
conoscenza profonda della lingua letteraria e il possesso perfetto dell’uso vivo,
non abusati mai ad alcun proposito, si fondono e si contemperano in un
linguaggio di forza straordinaria e d’armonia svariatissima, egualmente bello e
potente nella descrizione e nella polemica, nel discorso dottrinale e nel volo
lirico, nell’orazione politica e nella fantasia scherzosa, sempre segnato
d’un’impronta in cui lo riconosci e lo ammiri.
– Ma, e
Alessandro Manzoni? – domanderai a questo punto.
L’ho
lasciato ultimo per finire con lui, e volevo finir con lui perchè è lo
scrittore che devo raccomandarti con maggior insistenza di studiare, parendomi
la prosa dei Promessi Sposi la più vicina a quello che è per tutti
oramai [341] il tipo ideale della prosa moderna: moderna e perfettamente
italiana. È semplice, in fatti, conforme al linguaggio parlato, e pare
spontanea; ma non cade mai nella volgarità, e neppure nell’affettazione della
naturalezza. È chiara, limpida come l’aria, ma non per effetto d’una semplicità
elementare: ha la chiarezza che deriva dalla precisione e dall’ordine dei pensieri,
e dall’arte finissima di ridurre ogni idea, per quanto profonda e complessa, a
un’espressione semplice, che la fa parere un portato del senso comune. È sempre
stretta al pensiero, ma senza impacciarlo mai; logica, ma senza mostrar lo
sforzo delle connessioni e dei legamenti; omogenea, ma pieghevole a tutti gli
atteggiamenti del pensiero e alla natura propria d’ogni oggetto o argomento;
originale, ma non ribelle alla tradizione, e scevra a un tempo d’ogni
imitazione o reminiscenza di stili altrui. È ricca di lingua, e dove il
soggetto lo vuole, elegante, ma senza che la forma si faccia mai sentire per sè
stessa, senza che alcuna parola o frase distolga mai l’attenzione dal pensiero;
ed è variamente colorita, ma senza vistosità, e con una fusione perfetta di
tinte; ed è mirabilmente armoniosa, ma senza ricerca evidente del numero,
d’un’armonia riposta e delicatissima, che par non venga dalle parole, ma dal
pensiero, e nasce infatti dall’equilibrio perfetto delle idee, e suona nella
mente quasi senza che l’orecchio la senta. Leggila e studiala con attenzione e
con amore. Studiala confrontando le due Edizioni del Romanzo, quella del primo
testo, del 1825, e quella corretta, del 1840, e ne intenderai meglio la
ragione, l’arte e la bellezza al vedere come del primo testo l’autore [342] ha appianato
le scabrosità, addolcito le durezze, sostituito al latinismo o al modo
vernacolo la locuzione italiana, all’arcaismo la parola viva, alla pedanteria
grammaticale l’anacoluto efficace; per che via, con che norma lucida e costante
egli ha rifatto in parte e avvicinato l’opera sua alla forma ideale che gli
splendeva nella mente. Studiala, e t’affinerai il criterio e il gusto, e
prenderai in avversione per sempre il manierato e il falso, il troppo e il
vano, la trivialità e la stranezza, l’orpello e la ciancia. Studiala, e
imparerai a fare e a correggere, a condensare e a semplificare, a esser chiaro
e sincero, dignitoso e discreto, logico e giusto. Studia il Manzoni e amalo per
tutta la vita.
Ma non lo
adorare; ti sia maestro, non idolo.
Conclusione.
Voglio
dire: non te lo prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto,
comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; ai quali il
maestro unico raffina il gusto, ma lo circoscrive; poichè il Manzoni mostrò ciò
che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della
letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi
possibili neppure nel campo suo. E non lo imitare, per la ragione principalissima,
ch’egli non ha imitato nessuno. Ma la semplicità – domanderai – la naturalezza,
tutte le qualità mirabili che riconosciamo nella sua prosa, perchè non s’hanno
da imitare? – E io ti rispondo che quelle qualità non te le darà l’imitazione,
con la quale troppo facilmente la semplicità degenera [343] in
sciatteria, la grazia in sguaiataggine e in superficialità la chiarezza. Quelle
qualità devono essere in te, come furono nel Manzoni, il frutto maturo
d’infiniti studi e letture, e disse stupendamente il più sensato dei
manzoniani: che è illusione il credere di potergliele rubare, leggendo lui
soltanto, senza rifare in qualche modo il cammino ch’egli fece. Leggi
dunque, e studia tutti gli scrittori. Leggi e confronta fra di loro quelli che
si rassomigliano e quelli che più si dissomigliano, arrestandoti in special
modo a considerare gli effetti simili ottenuti con mezzi diversi. In ciascuno
troverai certi ordini di pensieri e di sentimenti ch’essi esprimono con maggior
efficacia d’ogni altro; troverai nei più artificiosi espressioni e forme
semplici; nei meno eleganti forme elegantissime; nei meno ricchi di lingua
locuzioni e costrutti preziosi, da altri non usati, frasi e parole, dalle quali
essi soli traggono certi effetti vivi, per il punto e il modo con cui le
adoperano, come se quelle forme acquistassero dalla loro penna, incastonate nei
loro periodi, un valore particolare. Cerca in tutti, quando sei arrestato da
una frase o da una parola che suona falso, o da un’oscurità, o da una slegatura
che ti dà il senso d’un vuoto, o da un giro di parole che ti dà un principio di
noia, cerca in qual maniera si potrebbe correggere l’errore, chiarire
l’oscurità, annodare i pensieri sconnessi, recidere la frase oziosa. Arrèstati
in special modo ogni volta che trovi espressi con facilità e proprietà certi
sentimenti e pensieri, dei quali a te suol riuscire difficile l’espressione, o
perchè corrispondono a lati deboli delle tue facoltà, o perchè sono remoti
dalla tua indole, o perchè si [344] riferiscono a cose sulle quali non hai mai fermato a lungo
l’attenzione. E ritorna sulle pagine belle: non ti contentare di quella prima
commozione viva e piacevole ch’esse ti destano, nella quale, come dice il
Leopardi, la mente tumultua e si confonde; ma esamina, com’egli faceva, e
rivolgi in mente quelle bellezze fin che esse vi piglino un posto, dove
rimangano. Locuzioni, armonie, inflessioni di stile, particolarità sintattiche
degli scrittori più diversi si mescoleranno nella tua memoria, si combineranno
coi tuoi pensieri, e ti verranno fuori in certi momenti, senza che tu ne
riconosca l’origine, come dall’intimo del tuo spirito, come nate nel tuo capo,
e tutte tue; chè saranno tue veramente. Ti verranno, nello scrivere,
reminiscenze inconsapevoli di tutte le scuole, di tutti i generi e di tutti i
secoli della letteratura, soccorsi inaspettati, echi lontani e vicini e soffi
animatori e baleni; scriverai con la cooperazione misteriosa di tutti i grandi
scrittori; e ti parrà nondimeno di non ricever nulla da nessuno, perchè quello
che n’avrai tolto sarà diventato tua eredità legittima, ti sarà penetrato “nei
più profondi strati del pensabile„, sarà diventato sostanza del tuo cervello e
del tuo sangue, il tuo ingegno, la tua italianità, la parola spontanea e
necessaria del tuo sentimento e del tuo pensiero.
[345]
UN PARLATORE IDEALE.
È uno dei
più cari ricordi della mia gioventù questo toscano illustre, al quale, per
riuscire un grande scrittore, non mancò nè l’ingegno, nè la dottrina, nè il
sentimento, nè l’arte; ma solamente la voglia di scrivere. Già dissi di lui in
altri libri; ma l’impressione ch’egli mi lasciò di sè nell’animo e nella mente
è così profonda, e ancor così viva, che, riparlandone, non ho coscienza di
ripetere cose già dette; e se ripeto le cose, mi vien sempre fatto di dirle in
modo diverso, poichè mi pare di non averle mai dette prima con bastante
efficacia.
È il più
ammirabile maestro di lingua parlata ch’io abbia inteso mai, quello che mi
mostrò meglio d’ogni altro più eletto parlatore ciò che può la lingua italiana
nel campo della conversazione agile e varia, irto di tante difficoltà per la
maggior parte degl’italiani anche colti.
Si
sentiva ch’era toscano; ma non negl’idiotismi di pronunzia che ai toscani si
rimproverano, chè non n’aveva nessuno, non aspirando neppur leggermente la c:
si sentiva nella pronunzia [346] perfetta che, fuor di Toscana, nessun italiano o pochissimi
possedono, anche di coloro che hanno reputazione meritata di parlar
perfettamente. Ma la pronunzia era il pregio minore del suo parlare. Il pregio
massimo era d’esprimere ogni pensiero, anche più difficile, intorno a qualunque
argomento, o più ovvio o più astruso, con una facilità e con un garbo
impareggiabile, senza uscir mai dal tono della conversazione famigliare; di
dire ogni cosa con proprietà, con finezza e con eleganza, senza che apparisse
mai nel suo discorso neppure un’ombra di ricercatezza e d’ostentazione
letteraria. Parlava con facilità, ma non in furia, e se qualche volta
s’arrestava un momento a cercare una parola o una frase, nessuno dei suoi
ascoltatori s’impazientiva; non solo, ma l’aspettazione era piacevole, perchè
sapevan tutti che l’espressione aspettata veniva poi quasi sempre più felice,
più calzante al pensiero di quella che alla mente loro s’affacciava. E v’erano
nel suo linguaggio gradazioni finissime secondo ch’egli parlava con persone con
le quali non avesse dimestichezza, o con amici stretti, o in un crocchio dove
non fossero signore, o con signore. Non c’era caso che con queste gli sfuggisse
mai uno di quei tanti modi volgari, comunemente usati, dello stampo di tirar
su le calze o romper le tasche o mandare a far friggere, che
molti credono leciti in ogni compagnia perchè li hanno letti nei libri: egli
non aveva neppur da fare un atto di riflessione per iscansarli: il suo senso
squisito della dignità e della grazia li escludeva. E così, quando gli
occorreva di spiegare ad uno qualche cosa che questi non comprendesse alla
prima, o quando faceva una [347] citazione, o ribatteva un’opinione altrui, erano ammirabili
le sfumature, le industrie gentili della frase e dell’accento, ch’egli usava,
non lasciandole quasi avvertire, perchè non ci fosse nel suo linguaggio
nessun’apparenza d’insegnamento, nè colore di saccenteria, nè asprezza di
contraddizione. Ne seguiva mai ch’egli mostrasse, come fanno molti bei
parlatori, di star a sentire sè stesso, o di cercar negli occhi degli uditori
l’ammirazione della propria eloquenza: non si vedeva mai sul suo viso, non si
sentiva mai nel suo accento altra espressione da quella del pensiero o del
sentimento ch’egli esponeva. Alla semplicità signorile e amabile del linguaggio
corrispondeva perfettamente il suo modo di gestire: vivo, ma sobrio, e sempre
spontaneo, e pieno d’efficacia, sia che facesse l’atto di disegnar nell’aria
un’immagine, o d’incidere col cesello una frase, o di modellare una forma nella
creta, o di scacciare con la mano un velo di nebbia che ondeggiasse fra il suo
pensiero e la sua parola. Maravigliosa era poi la varietà del suo vocabolario,
ricchissimo, secondo gli argomenti della conversazione, di locuzioni letterarie
e di modi popolari, senza che nessun modo insolito usato da lui paresse mai
strano o nuovo affatto a chi l’udiva per la prima volta, tanto egli l’usava a
proposito, e in maniera che da tutto il discorso n’era chiarito il senso e
l’opportunità dimostrata. Persino quei vocaboli stranieri, che s’usano di
necessità per designar nuove cose, ma che suonano sgradevolmente all’orecchio
non ancora assuefatto a sentirli, riuscivano meno esotici, pigliavan quasi
suono e apparenza italiani in quel suo linguaggio di sostanza e di forma tutta [348] italiana,
come se questo comunicasse loro un poco del suo colorito e della sua armonia.
Con che agilità di parola raccontava, con che evidenza di disegno e securità di
tocco descriveva, con che vivezza faceva scattare e scintillare l’arguzia, e
con che stretta concatenazione d’argomenti e lucida semplicità di dizione
ragionava, smorzando il tono, allentando la stretta della dialettica,
raffinando la cortesia dell’espressione man mano che sentiva vacillare
l’avversario, non più ostinato a resistere che per salvare l’orgoglio! Si
diceva ogni momento, ascoltandolo: – Senti, come si può dire semplicemente la
tal cosa che io dico sempre con una frase solenne! – Oppure: – Guarda, e io
sostenni sempre che la tal frase francese non si poteva tradurre in buon
italiano! – A sentirlo, desideravo sempre che fosse lì qualche dotto straniero,
di quelli che intendono l’italiano e lo gustano, perchè ammirasse in quel
parlare un saggio della ricchezza e della potenza della nostra lingua |