Ma un presentimento confuso che quello dovesse essere il
loro ultimo incontro, e che ci fosse per aria qualche cosa di più grave di quella
nuova violenza fatta a lei, la distolsero anche questa volta dal fare qualunque
passo. Non solo, ma al momento di presentarsi alla scuola, ella si ritrovò
assai più coraggio che non avesse sperato, forse per effetto appunto di quel
presentimento, che le annunziava una fine, qualunque fosse, dei suoi affanni.
Nel corridoio, mentre gli alunni entravano, il cantoniere la fermò, e le disse
con la faccia inquieta: «Si riguardi, signora maestra, perché… ho sentito certi
discorsi: ha da essere una serataccia». Entrò: la classe era completa,
nonostante il freddo e la nebbia fittissima che copriva la campagna come
un'immensa nuvola di fumo. Ella sentì un tanfo più forte del solito di pipa, di
grasso di macchina e di liquori. Quando salì sul palco e si voltò verso la
scolaresca, si fece un silenzio inusitato, e tutti la guardarono con
un'espressione nuova di curiosità. E in fatti, il turbamento di tutta quella
giornata, il pianto di poco prima, la stanchezza che da vari giorni l'opprimeva
avevano affinato e ingentilito ancora il suo bel viso di grande bambina, del
quale faceva apparir più pura la bianchezza delicatissima un vestito di lana
nera; e v'era nella sua persona alta ed esile come una grazia languida di
malata, che la rendeva più bella delle altre sere. Girando uno sguardo rapido
sulla scolaresca, vide che non mancava nessuno dei suoi tormentatori, compreso
il Muroni.
Era appena seduta quando s'aperse l'uscio e si presentò il maestro Garallo.
La maestra, che disperava già ch'ei mantenesse la sua promessa, si rallegrò.
Al modo com'egli entrò scotendo la grossa testa chiomata, pestando i piedi e
fulminando occhiate sui banchi, c'era da prevedere che avrebbe fatto alla
scolaresca un'ammonizione terribile. Salito sul palco, infatti, parve per
qualche momento quasi soffocato dallo sdegno e dal peso delle parole solenni
che doveva dire. Poi disse col tono della più affabile familiarità: «Cosa ho
inteso dire, figliuoli, che ci sono dei malumori fra voialtri? Questo mi
dispiace… e non dev'essere. Che diavolo! Chi ha da esser d'accordo a questo
mondo, se non sono d'accordo gli operai? E poi, pare che non vi portiate
abbastanza bene. Non capisco perché. Nella mia classe stanno che è un incanto.
(In quel momento si sentiva il baccano dei suoi scolari.) Tanto meglio vi dovreste
portar voi per rispetto e per riguardo alla signora maestra. Andiamo dunque,
state buoni e non ci date dei dispiaceri… se non ne volete avere anche
voialtri. E ricordatevi bene» concluse con uno sguardo molto espressivo «che
soltanto con la concordia e con l'istruzione la classe operaia potrà maturare i
suoi destini».
Lanciata questa frase che nessuno capì, egli se n'andò con quattro salti.
Qualcuno dei ragazzi rise; i grandi rimasero muti e indifferenti. La maestra,
un po' delusa, incominciò la lezione.
Con suo stupore, la classe stette in un silenzio insolito e da principio
essa ne fu contenta. Ma poco dopo s'inquietò appunto di quel silenzio. Vide su
molti visi come un'aspettazione meditabonda di qualche cosa che dovesse
accadere tra poco, e che fosse immancabile, il pensiero fisso d'un'azione
concertata da un certo numero di alunni; fra i quali e il Muroni, più stravolto
dell'usato, s'incrociavano continui sguardi indagatori. Perfino quel bruto di
zio Maggia, così cocciutamente attento alla lezione tutte le altre sere, le
pareva divagato e inquieto. Pur troppo, dunque, i suoi presentimenti non
l'avevano ingannata. Ma quello che le dava più pensiero era la faccia di bronzo
del piccolo Maggia, sulla quale appariva un'aria di sfida, il riso spavaldo e
tristo del discolo senza coscienza e senza cuore, che si sente spalleggiato e
aizzato a commettere una cattiva azione, e che ne pregusta la gioia velenosa e
la gloria infame. Per la prima volta egli scansava il suo sguardo, abbassando
gli occhi diabolici quando ella lo fissava, e nascondendo il sorriso malvagio
dietro la mano sporca, con cui si tormentava la lanugine del labbro di sopra.
Passò per la mente alla maestra che la combriccola avesse incaricato lui di
farle a un certo momento un'offesa grave, per provocare Saltafinestra.
Nondimeno, una gran parte della lezione passò senza disordini. Avevan forse
fissato di fare il colpo verso la fine, perché il conflitto inevitabile potesse
seguire quasi immediatamente la provocazione. Non ci fu che un incidente
notevole, una breve discussione letteraria fra la maestra e il Lamagna, a
proposito d'una parola che quei aveva usato nel componimento. Aveva scritto:
«"Entrò in quel momento un altro sfruttato".» Alla maestra,
digiuna del linguaggio socialistico, quel participio buttato là come
sostantivo, per esprimere il concetto di «operaio salariato, sfruttato dal
padrone» non riusciva intelligibile; e alla spiegazione che il Lamagna le
diede, ella fece qualche obbiezione, puramente grammaticale, che quegli accolse
con un sorriso di compatimento rispettoso. Infine, quando non mancava più che
un quarto d'ora all'uscita, visto che da vari banchi si facevano dei cenni
d'incitamento al piccolo Maggia, presa da timore, ebbe l'idea di prevenire quel
che doveva succedere, scendendo coraggiosamente tra i banchi e avvicinandosi in
aria benevola al ragazzo, per guardare il suo quaderno. Pensava che quell'atto
cortese l'avrebbe forse distolto dal suo proposito. Riuscì infatti a impedire
quello che era stato disegnato, ch'era di gettare un oggetto indecente sul suo
tavolino; ma avvenne di peggio. Mentre essa stava china sul banco, toccando
quasi col capo il capo di lui, questi le passò un braccio intorno alla vita.
Sonò una gran risata su vari banchi.
Ella si svincolò, mettendo un leggiero grido; il Muroni balzò ritto sul
banco per avventarsi sul ragazzo.
«Muroni!» gridò la maestra con tutta la forza che poté raccogliere. «Stia al
suo posto!»
Il Muroni si rimise a sedere, addentandosi un pugno. La maestra ordinò al
ragazzo d'uscir dalla scuola. Questi prese i suoi libri, e se n'andò dimenando
le spalle: ma si voltò ancora sull'uscio a lanciare uno sguardo di scherno al
Muroni che, digrignando i denti, gli fece un cenno con la mano tesa: «Aspetta».
La maestra tornò al suo posto, senza sangue nelle vene, e presa da un
violento tremito, non tanto per l'affronto ricevuto, quanto per le conseguenze
immediate che ne prevedeva. Un silenzio profondo, che la impaurì, succedette
nella classe. Tutti i visi s'eran fatti seri. Il Muroni aveva un'espressione
d'odio e di risoluzione, da cui si capiva che nessuna parola umana l'avrebbe
potuto rimuovere. Il rimanente della lezione passò per lei come un sogno
angoscioso. Sentì sul viale lo zufolìo canzonatorio del piccolo Maggia, che
doveva esser poco lontano dall'uscio. Avrebbe voluto mandare il cantoniere a
chiamare i carabinieri, avrebbe voluto mandare a chiamare il maestro, avrebbe
voluto ordinare al Muroni di rimanere nella scuola; ma non poté far nessuna di
queste cose: il suo male organico, quella terribile debolezza della spina che
le toglieva la volontà, il movimento, la voce, l'aveva presa dalla nuca alle
reni e la paralizzava e la istupidiva e le dava il senso d'un'agonia. Il
tintinnio della campanella che annunciò la fine le fece l'effetto d'una squilla
che annunciasse il momento della sua morte. Si lasciò cader sulla seggiola e
appoggiò il capo sopra una mano.
Il Muroni fu il primo ad uscire o piuttosto a sparire, attraversando la
scuola come un fulmine. Tutti gli altri si precipitarono fuori in gran
disordine, gli uni per andar a difendere il Maggia, gli altri per andar a
vedere, i più prudenti per non trovarsi sul terreno della lotta. La maestra
vide passar fra questi, come un'ombra, il Perotti e il suo figliuolo, ed ebbe
la forza di chiamarlo: «Perotti!» per raccomandargli che s'intromettesse; ma
quegli scappò senza rispondere, tirandosi dietro il ragazzo spaventato.
In quel punto sentì delle grida acute sul viale, e un momento dopo vide
entrare nella scuola già vuota il cantoniere, col viso bianco, forse per
rifugiarsi.
«Cos'è stato?» domandò la maestra.
«Saltafinestra ha rotto la faccia al piccolo Maggia» rispose lui, e scappò
via per non ricevere l'ordine d'accorrere fuori.
Si sentiva intanto sul viale un frastuono confuso di grida e di passi
concitati. La maestra uscì dalla scuola, tenendosi ai muri, e salì nella sua
camera, dove udì le voci di spavento della Baroffi e della Latti dalla camera
vicina. Le grida e i passi di fuori pareva che s'allontanassero. Riprendendo
animo, corse ad aprir la finestra e s'affacciò. La nebbia fittissima nascondeva
ogni cosa. Essa vide per terra, davanti alla scuola, al chiarore del lampione,
dei cappelli sparsi e un randello. Più in là era un'oscurità densa e
misteriosa, da cui uscivano delle grida come spente, che ora parevan lontane
ora vicine, come di gente che s'inseguisse girando «Di qui!» «Piglia di là!»
«Addosso!» «Boia!» «Avanti!» «Bucatelo!» Tre o quattro ombre passarono correndo
davanti alla scuola e disparvero dietro la chiesa. La maestra sentì dei colpi
secchi e sinistri come di randellate sopra un cranio; poi un grido altissimo,
lamentoso, furibondo come il ruggito d'una belva trafitta: «Assassini!» poi
altre grida affannose: «Via!» «Alla larga!» e vide altre ombre passar di volo
nella nebbia, sotto la sua finestra, ed altre un momento dopo, in cui le parve
di distinguere i cappelli dei carabinieri. Poi non vide più nulla, e seguì un
silenzio di morte. Allora si spiccò dal davanzale, senza pensare a chiudere i
vetri, e barcollando e premendosi una mano sul cuore, corse al suo letto e vi
si lasciò cadere, sfinita.
Un momento dopo sentì entrare la Baroffi, affannata, che le fece con accento
drammatico molte domande, a cui essa non rispose. Quella l'aiutò ad alzarsi, e
andarono insieme all'altra finestra, che dava sul cortile, dove suonavano varie
voci: apersero: udirono il maestro Garallo che incoraggiava il cantoniere ad
andar a prender notizie, ripetendogli che tutto era finito. Ma quegli
ricalcitrava, rispondendo: «Eh sì, mi possono ancora prendere… come
testimonio.» Il maestro bestemmiava, dandogli ogni specie di titoli, ma non il
buon esempio.
Tornarono all'altra finestra. Sul viale, nella nebbia, si vedeva un andare e
venire di lumi, si sentiva il mormorio di molta gente. A un tratto scoppiarono
le grida e i singhiozzi disperati d'una donna. La Varetti riconobbe quella voce
e s'abbandonò fra le braccia della sua amica che la portò quasi sul letto.
Di lì a pochi minuti si rifece un gran silenzio.
La maestra Baroffi tornò alle sue domande: dovevano aver ferito o ammazzato
qualcuno. «È accaduto qualche cosa nella scuola? Come è cominciata la lite? Chi
è stato?…»
«Non so nulla» rispose la Varetti tremando; «non posso parlare, non mi dir
nulla!»
La sua amica tornò ad affacciarsi alla finestra del viale ed esclamò: «Oh
Dio mio!… Hanno mandato a chiamare il parroco!».
La Varetti si mise a piangere.
In quel punto picchiarono all'uscio. Erano il maestro e la maestra Garallo
che domandavano il permesso d'entrare per dare e chieder notizie. La Baroffi li
avvertì che tacessero, accennando la sua amica curva sul letto. Ma il maestro
disse con la sua voce di basso: «Hanno ferito Saltafinestra. Ci son vari
feriti».
Però, udendo pianger la Varetti, si ritirarono tutti e due per andare ad
assister la Latti che s'era messa in letto, dicendo che era venuta la sua ora.
Le due maestre rimasero un po' di tempo in silenzio. Tre colpi vigorosi
battuti sull'uscio del cortile le riscossero tutte e due. Sentirono la voce del
cantoniere che parlamentava di dentro prima di decidersi ad aprire. «Presto!»
gridò una voce di donna impaziente. «Una missione del signor parroco!»
La Varetti sentì per istinto che la commissione era per lei, e indovinò
quale fosse, e per uno di quei rivolgimenti istantanei che seguono nelle anime
buone e nobili alla voce d'un grande dovere, si sentì fuggire tutt'a un tratto
debolezza, paura, ribrezzo, e con uno slancio generoso gridò: «Vado!» e
afferrato il suo cappuccio, discese correndo, seguita a fatica dalla sua
compagna.
Era quello che aveva pensato. La donna veniva da parte del parroco e della
madre del Muroni a supplicarla d'andare al letto del ferito.
«Son qui!» rispose la ragazza, e lasciando il cantoniere stupito del suo
coraggio, senza rispondere alla Baroffi che le raccomandava di dir qualche bella
parola, si slanciò sul viale, con la donna.
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