III
Egli tenne nascosto con gran
cura il suo nuovo stato d'animo. Ma non poté fare che sua moglie, che osservava
con inquietudine il suo mutamento con lei dopo l'ultimo diverbio con il
suocero, non s'accorgesse di qualche cosa; poiché egli non faceva più neppure
un'allusione all'argomento solito, aveva levato di sul tavolino il manoscritto
del suo libro e tutti i libri socialisti, lasciava intatti qua e là i giornali
del partito e non riceveva più visite d'operai. Di tutto questo ella non intuì
la causa vera: pensò invece che non fosse altro che un modo di rinfacciarle col
fatto la violenza ch'ella faceva alla sua libertà e la durezza del sacrifizio
che costava a lui la pace domestica. Tutti gli altri, però, quando riseppero la
cosa, le diedero l'interpretazione più ovvia: Alberto aveva riflettuto meglio e
s'era ricreduto. Sua madre ne menò vanto come d'una vittoria propria, e anche
il cavalier Bianchini, a dir la verità, ne sentì un grande sollievo: la fregola
socialistica, che lo rendeva molesto da un po' di tempo ai suoi vecchi amici
del caffè Londra, gli cessò tutt'a un tratto. Ed era ben naturale. Che dopo aver
sostenuto quella dottrina con tanto calore, e dopo averne fatto, com'egli
credeva, uno studio così profondo, un uomo della levatura di Alberto l'avesse
respinta, era una prova luminosa, irrefragabile che era una dottrina senza
costrutto. E non osò di rallegrarsene con lui, vedendolo chiuso in una
tristezza muta, ch'egli attribuiva alla vergogna d'esser caduto in errore; ma
non si tenne in egual riserbo con gli amici di casa, ai quali diede
allegramente la buona notizia. Il Luzzi non se ne stupì, e gli citò una frase
di Dante: un uomo di buon senso non poteva per lungo tempo «trattar l'ombre
come cosa salda»: il socialismo non era che l'ombra che gettava la civiltà
dietro se stessa. — E il Bianchini fece sua questa sentenza, che gli parve un
lampo di genio. Il Cambiasi si rallegrò del fatto, dicendogli: — Tanto
meglio... se è vero. Il socialismo è come una rosolia intellettuale che, più o
meno forte, s'attacca a tutti gli uomini del nostro tempo, e dopo che è
passata, si sta meglio. — E il Bianchini ripeté un po' per tutto il paragone
della rosolia. Il buon Moretti si vantò d'aver predisposto lui il bravo Alberto
a quel savio ravvedimento, esponendogli l'idea di certe riforme, le sole atte a
rifare la società, sulle quali, certissimamente, egli doveva aver meditato; e
aveva da comunicargliene dell'altre, una serie di piccole riforme, da attuarsi
una per giorno, di lievissima importanza apparente, ma tutte concatenate fra
loro, e d'un effetto lento, ma certo; — Perché, — disse, — il corpo sociale non
si può guarire che con la cura omeopatica. Si ricordò di dirglielo: — La cura
omeopatica! — E il Bianchini s'appropriò questo concetto, che gli piacque
infinitamente. No, il suo figliuolo, non aveva rinunziato all'idea d'un grande
miglioramento sociale; soltanto, aveva pensato meglio, e s'era dichiarato per
la cura omeopatica. Anche il dottor Geri si mostrò soddisfatto della notizia, e
gli disse: — Finirà a venire con noi, a inchinarsi al solo uomo che abbia
proposto il solo rimedio possibile! E capirà che non c'è nulla di più funesto
che far sperare un prossimo benessere al popolo, perché ne abusa subito per
moltiplicarsi bestialmente e accrescere la sua miseria. — E s'era già scostato,
quando tornò indietro per soggiungere: — Gli citi questo fatto, che dice tutto:
che non solo in Francia, ma nell'Inghilterra, e anche nel Belgio, nel 1848, ci
fu uno straordinario aumento di concepimenti per solo effetto dell'aspettazione
d'un miglioramento economico, destata nelle classi inferiori dalla rivoluzione
di quell'anno. Veda che animali! Gli dica questo e nient'altro. — Tutto
contento, infine, il buon Bianchini diede la grande nuova al suocero; ma, con
suo stupore e rammarico, non gli vide spianar la fronte. Egli non ci credeva.
Alberto, frattanto, mentre
manteneva, ma rallentata, la relazione con la signora Luzzi, cercò di distrarsi
dai suoi pensieri ripigliando le antiche abitudini, e per prima cosa ritornò
fra i suoi amici. Ma riconobbe a molti segni che, in qualche modo ch'ei non
sapeva spiegarsi, essi avevano avuto notizia o sentore del suo mutamento; gli
amici del Nuovo Circolo in specie; ai quali il Geri figlio aveva spiattellato
le confidenze fattegli dal vecchio Bianchini, con accompagnatura di commenti
feroci. Nessuno di loro fece allusione alla cosa, per la stessa ragione per cui
non si parla ad un pazzo guarito della sua uscita dal manicomio; ma nella
accoglienza che quasi tutti gli fecero, esageratamente festosa, egli sentì un
intento di congratulazione così tra seria e faceta, che urtò la sua dignità e
lo allontanò un'altra volta da loro. No, i legami delle antiche amicizie non si
potevano più riannodare, egli doveva ridursi a vivere da sé, tutto raccolto nei
suoi studi letterari, relegato in una specie di esilio volontario, non
chiedendo più nulla alla società che l'aveva preso in diffidenza, fin che tutti
non avessero dimenticato quel periodo della sua vita, indimenticabile per lui.
E fermato questo proposito, si ricacciò a capo fitto nelle sue letture
predilette d'un giorno... Ma, ahimè! Trovò anche qui un disinganno, poiché il
suo nuovo ideale, cadendo, aveva rovesciato l'antico. Dopo quella grande
aspirazione che gli era passata nell'anima, la semplice letteratura gli parve
arida e fredda, l'arte per l'arte una cosa vuota e puerile, un gioco
d'immaginazione e di parole, indegno d'un uomo. Anche nei libri che gli eran
parsi altre volte più schiettamente popolari, egli sentì un certo disprezzo
larvato, e quasi incosciente, del popolo; delle note false, che tradivano
l'amor proprio dell'autore offeso dalla ignoranza e dall'indifferenza della
grande moltitudine per gli scrittori, e la coscienza di non dire ad essa tutta
la verità. Sì, aveva ragione Leone Clavel dicendo che anche quelli che
mostravan più affetto per le classi inferiori, non avevan visto in queste che
un terreno propizio per seminarvi i fiori del loro cervello, un campo di
miserie e di dolori da sfruttare con la penna. Persino le pagine più eloquenti
di Vittor Hugo, che aveva tanto amato, lo irritavano: egli vi sentiva l'uomo
che parla al popolo come all'infanzia, facendosi piccolo e dolce, con la
bonarietà voluta del ricco che s'intrattiene col povero. Tutti gli parevan
fuori della grande e formidabile realtà, reticenti interessati o paurosi
davanti alle conclusioni necessarie delle loro premesse, inceppati da idee e da
sentimenti ereditati e non discussi, segnati tutti d'una comune impronta di
famiglia, fabbricanti d'oggetti di lusso per una classe sola. Anche dopo
svampata la fede, il sentimento della grandezza terribile della quistione
sociale gli era rimasto, e questo gli rendeva intollerabile la manifestazione
meditata e pomposa delle minuscole commozioni, dei ritagli di pensiero, di
tutti i sogni e i capricci più futili della fantasia, di cui tanti libri
ammirati eran pieni. Li sfogliava e li chiudeva con un senso d'ira e di nausea,
ricordando l'invettiva del Proudhon ai poeti della luna e della rosa: — Vili
parassiti! Io dovrei vivere in eterno perché potesse corrisponder la durata
alla profondità del disprezzo che sento per voi! — Quant'era vero che quattro
quinti della produzione letteraria si sarebbero potuti spazzar dal mercato
senza che la società ne risentisse ombra di danno! E anche lui, lui più d'ogni
altro, aveva scritto per la scopa. E con quest'ultimo pensiero, dopo alcuni
giorni di letture svogliate e interrotte, lasciò la letteratura in un canto,
risoluto a non pensare più a nulla.
Ma una cosa lo turbò. Un
giornale della città, fra letterario e mondano, in un articoletto brillante
intorno alle pubblicazioni imminenti, dopo aver ricordato quella del Bianchini
col titolo L'infanzia sfruttata, accennò, con parole molto argute, allo
sbollimento del suo entusiasmo, dandogli in fondo una lezione amorevole;
avvertendolo, cioè, che «la verità, quando si rivela, sorge nello spirito
lenta, come una dolce luce intima, che si rispande poi gradualmente e
prudentemente di fuori: diffidino coloro che essa colpisce tutto a un tratto
come un fulmine: in questo caso è il bagliore d'una meteora, non la luce del
vero». E terminava facendo comprendere con uno scherzo: L'infanzia sfruttata
e rientrata, che il libro non sarebbe stato più pubblicato. Di questa
stoccata che doveva venire indirettamente da qualche amico del Circolo, se pure
non dal Geri medesimo, egli s'inquietò, non tanto per risentimento d'orgoglio,
quanto per il timore che potesse attirar l'attenzione del Rateri e di Maria
Zara, che gli stavan nella mente come dei giudici terribili, a cui prima o poi
non avrebbe potuto sfuggire. E non si rassicurò che quando non vide nessun
cenno nella Quistione sociale della settimana appresso, che egli aperse
con le mani agitate. Confidando che l'articolo fosse passato inavvertito, non
ci pensò più, e si sforzò di rimettere il suo spirito in uno stato di vago
assopimento.
Ma non poté. Una persona, ch'egli vedeva ogni giorno,
ridestava continuamente la sua coscienza, e gli dava pena: sua sorella, che
cercava il suo sguardo con una espressione interrogativa, amorevole e grave ad
un punto. Egli s'era ben accorto da un po' di tempo che dalla sua biblioteca
socialistica spariva ora un libro ora un altro, e che ella li doveva leggere di
nascosto per fare un po' di luce nel movimento confuso di idee e d'affetti
nuovi suscitato da lui nella sua anima solitaria e disconosciuta. E aveva
saputo da suo padre d'un dolore sofferto da lei per sua cagione: una derisione
crudele della mamma, la quale, trovatole in mano un discorso di Annie Besant
intorno alla donna e al socialismo, le aveva dato una risata in viso, e detto
bruscamente, in presenza della nuora, strappandole il libro: — Non ti manca più
altro per renderti ridicola! —, parole che le erano entrate in cuore come una
pugnalata. Egli era turbato da un rimorso, come se l'avesse scientemente
ingannata. E, infatti, le aveva dato la sveglia al cuore e alla mente, e fatto
sperare una dolce corrispondenza d'affetto e di pensiero con lui, che le
avrebbe rialzato la dignità e abbellito la vita; e poi l'aveva lasciata sola, e
più oppressa di prima. Certo, ella era ancora, e per la coscienza della sua
inferiorità e per antica abitudine, così timida al suo cospetto, che non
avrebbe mai osato, non che di fargli un rimprovero, neppure di interrogarlo
riguardo al suo cambiamento: le avrebbe bruciato le guance il rossore. Ma come
traspariva bene questo rimprovero nei suoi occhi umili e affettuosi, e nel
silenzio triste, e nella carezza leggera, che con dolcezza quasi più d'amante
che di sorella faceva ai suoi capelli biondi, passandogli accanto, quando era
seduto davanti al suo tavolino sgombro di ogni libro e d'ogni carta! Oh, se
avesse avuto ancora l'animo di prima, con che piacere egli l'avrebbe fatta
discorrere, per scoprire in che forme e con che colori si svolgesse la nuova
idea nello spirito d'una ragazza della sua età e del suo stato, e che nuove
sorgenti vi schiudesse di sentimento e di pensiero! Ma egli non poteva più
farlo se non ripetendo un inganno di cui s'era pentito, ed essa lo capiva, e
pareva che cercasse di rimutarlo col linguaggio muto del viso. — Ma è possibile
—, gli diceva senz'aprir bocca — che tu t'ingannassi quando dicevi quelle cose
belle e generose che mi facevano battere il cuore? Hai proprio riconosciuto che
era un sogno quella santa idea della redenzione del lavoro, della rigenerazione
delle moltitudini, della inaugurazione della giustizia e della pace nel mondo?
Debbo non pensarci più neppur io e tornarmi a rinchiudere nella mia vita
umiliata ed inutile di ragazza senz'amore e senza avvenire? — E quando le
leggeva sul volto queste parole, preso da una tenerezza improvvisa, egli era
sul punto di afferrarle il capo con tutt'e due le mani e di coprirle la fronte
di baci, come quel giorno. Ma non poteva farlo senza aprirle l'animo proprio, e
questo gli era impossibile: lo tratteneva un senso invincibile di vergogna.
Soltanto, quando riceveva una carezza, gliela rendeva, senza fissare gli occhi
nei suoi, col fare impacciato d'un colpevole.
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