I
Quando al principio d'ottobre,
dopo due mesi di solitudine in val di Susa, Alberto ritornò in città con la
famiglia, il suo piccolo libro sulla fanciullezza sfruttata, uscito da pochi
giorni, correva già per mille mani e otteneva un effetto maggiore d'ogni
speranza. L'esame e il raffronto accurato delle varie legislazioni protettrici
del lavoro dei fanciulli e la copia e la disposizione sagace dei dati
statistici davano un'efficacia grande alla parte descrittiva, nella quale erano
presentati tutti gli effetti miserandi del lavoro precoce coi tocchi sobri e
potenti d'uno scrittore pervenuto alla maturità dell'ingegno, senz'aver perduto
una scintilla della sua giovinezza. Per entro a un'atmosfera tetra, velata dal
fumo delle officine, dai vapori delle cave e dai miasmi delle risaie, passava
la processione sciagurata, in cui nessuna forma di martirio mancava: dai
fanciulli sepolti nelle miniere carbonifere della Francia e del Belgio,
trascinantisi carponi nel fango col sacco attaccato alla gola, fino ai carusi nudi
delle zolfatare di Sicilia, barcollanti sotto il carico su per le scale
orribili dei pozzi, con lo stomaco gravato del pane nauseabondo intinto
nell'olio delle lampade, e passavano tutti i piccoli oppressi, avvizziti ed
anemici, con le faccie smunte e gli occhi spenti, coi ventri enfiati e le ossa
scontorte, coi piedi e le mani piagate, con le braccia scoriate e livide dalle
percosse, cadenti dal sonno o piangenti in silenzio; passavano gli avvelenati
dal piombo e dal fosforo, gl'intisichiti dalla malaria, gl'imbecilliti dalla
pellagra, i mutilati dalle macchine, gli accecati dalle fornaci, gli arsi vivi
dal grisù, i consunti dal digiuno e dalle angoscie, confondendo i rantoli della
fatica, gli schianti delle tossi secche e gli urli del dolore nel lamentio
disperato d'una cerchia dell'inferno. Dal lavoro il lettore li accompagnava ai
loro covi notturni, alle capanne, alle grotte, alle stamberghe cieche delle
città grandi, nella promiscuità immonda delle famiglie ammucchiate, e di qui
seguiva gli uni fino ai camposanti, dove migliaia d'altri figliuoli d'operai,
nati cadaveri, o uccisi dai narcotici, o morti d'inanizione sui seni materni
inariditi, li aspettavano; e poi teneva dietro ai superstiti sulla via del
carcere e dell'ospedale, riconoscendoli vittime quasi sempre dell'oppressione
patita nei primi anni, rifuggenti dal lavoro nella gioventù per averlo odiato
come un castigo atroce nella fanciullezza, destituiti del senso della simpatia
per indebolimento del sistema nervoso e per inesperienza assoluta d'ogni
affetto benevolo, mancanti di senso morale perché chiusi alla simpatia e alla
benevolenza, duri e crudeli coi propri figliuoli perché i loro parenti,
cresciuti com'essi, erano stati con essi duri e crudeli: ed eran denunziate le
inique violazioni delle leggi sul lavoro, che si commettono sfrontatamente e di
continuo in Italia ed altrove, le indulgenze scellerate delle autorità, la
trascuranza e la complicità degli ispettori, e l'indifferenza di tutti;
flagellata l'ingiustizia e l'orgoglio della società che urla contro i vizi e i
delitti che essa semina, e si vanta di rialzare da terra una su cento delle
creature che stramazza e calpesta; e trafitta con sarcasmo sanguinoso, infine,
questa grande impostura o aberrazione della pietà, che va a cercare i piccoli
negri a migliaia di miglia di lontananza, che si profonde sui bruti e che si
stempera sulle sventure create dai poeti, e non vede o non vuol vedere o
giustifica lo strazio infame che si fa della carne e dell'anima di millioni di
fanciulli sotto i suoi occhi. Ma allo scoppio dello sdegno succedeva in ultimo
un'ardente invocazione al cuore delle donne e dei giovani perché da loro
venisse un impulso poderoso all'azione della carità e della legge, un volo
d'eloquenza ispirata, in cui salivano insieme a un'altezza non mai raggiunta da
lui la forza dell'idea e la potenza dell'affetto, uno di quei raggi ardenti
dell'anima, in cui fugge una parte della vita di chi li gitta, e che passano i
petti e le fronti, e fanno anche i più tristi e i più leggieri buoni e pensierosi
per un giorno.
L'idea socialista balenava in
ogni pagina, in modo da non lasciar dubbio agli iniziati sul suo ritorno
risoluto alla prima fede; ma non essendo espressa formalmente in alcun punto,
anche la stampa conservatrice, per necessità, fece accoglienza favorevole al
libro; il quale ebbe nelle classi inferiori un'eco clamorosa. Alberto godé per
vari giorni delle soddisfazioni dolcissime. La prima fu una visita del Barra,
che venne da lui con le mani tese e col buon sorriso d'una volta, a congratularsi
con le più calde lodi e con certi commenti fisiologici, sulla «mancanza di
simpatia» dei ragazzi logori, che lo lasciaron maravigliato dei nuovi passi che
aveva fatti negli studi. Poi comparve il Calotti, agitando per aria il libro,
che aveva postillato, e in cui trovava dei significati profondi sotto alle
frasi più semplici, tutto gongolante che l'Autorità si rodesse, com'egli
pensava, di non poterlo sequestrare, sapendo che egli ed altri se ne servivano
per la propaganda, con effetti maravigliosi. Altri operai gli vennero a chieder
delle copie; altri gli scrissero su dei fogli di carta rozza congratulazioni
sgrammaticate ed ingenue, con indirizzi stranissimi; gli arrivarono saluti e
parole amichevoli d'uomini autorevoli del partito, rallegramenti d'amici
lontani, non più visti da anni, di cui lo stupì il cambiamento radicale di
idee, lettere di ragazzi d'officina, una di una vecchia operaia, madre di
piccoli operai, piena di affetto e di gratitudine. Ebbe infine quello che gli
stava a cuore più di tutto: l'accettazione del suo ravvedimento da parte della Quistione
sociale e del Rateri, poche parole d'elogio misurato e quasi rude,
contenenti, come sempre, un pensiero originale e profondo sull'argomento, e
improntate di quella superiorità degnevole dell'uomo di scienza per l'uomo di
sentimento, con cui egli usava stimolare l'amor proprio e a un tempo contenere
l'orgoglio dei neofiti che voleva legare al suo carro. Gli mancava ancora una
soddisfazione, ch'egli non avrebbe osato dire a nessuno quanto desiderasse; ma
gli venne anche questa: due parole di Maria Zara sopra una carta di visita,
ch'ei ricevette in presenza di sua moglie e nascose in furia, arrossendo
insieme dal piacere e dalla vergogna del sotterfugio.
In famiglia, il suo trionfo ebbe
effetti diversi. Sua moglie ne fu contenta. Il suocero, che s'aspettava un
libro di propaganda apertamente socialista, trovandolo meno temerario che non
s'aspettasse, masticò il fiele in silenzio; e non lo sputò che in parte con la
signora Bianchini madre, la quale fu la sola della casa a deplorare a voce alta
che il buon successo letterario del figliuolo fosse dovuto a un soggetto
simile. Oltreché l'indispettiva la ragazza, a cui la coscienza d'aver cooperato
in qualche modo al lavoro, dava un'alterezza nuova, un sentimento lieto di sé,
che le traluceva dagli occhi e pareva a lei un principio di ribellione, e quel
fanciullone sciocco di suo padre, che non toccava più terra dall'entusiasmo, e
veniva fuori da capo con certe matte idee rivoluzionarie, causa fra loro di
dispute quotidiane interminabili; nelle quali, peraltro, ella aveva su di lui
la superiorità d'esser stata sempre dello stesso pensiero. Per lei il libro di
Alberto non era che un bel romanzo, una difesa ingegnosa d'una cattiva causa;
quella processione delle piccole vittime del lavoro, sopra tutto, le pareva una
pura e pretta fantasticheria. Suo marito s'indignava: diceva che era la
schietta verità: citava un suo vecchio collega di carriera che, in un viaggio
in Inghilterra, aveva visto nei mulini da cotone dei ragazzi di otto anni
lavorar per quattordici ore nell'aria pregna di peluzzi microscopici, che
penetravano negli «organi respiratori» e li facevan morire di consunzione. In
Inghilterra, in quella Inghilterra dove in un anno morivan per miseria o per
mali trattamenti diecimila settecento bambini, dove, nella sola Londra,
quarantamila ragazzi delle scuole pubbliche andavano ogni giorno alla scuola
senz'aver mangiato! — Cose che gridano vendetta davanti a Dio!
Ma la signora negava
ostinatamente la credibilità di quelle cifre. Demagoghi, fabbricanti di
statistiche, igienisti, eran tutti d'accordo, Dio sa con che fini, a
incoraggiare il vagabondaggio, l'ozio e la petulanza della ragazzaglia del
basso popolo, scioperata e trista per istinto.
— No, è la verità! — ribatteva
il Bianchini, eccitato dal Barolo vecchio; — è un mercato infame! — e declamava
come sue delle frasi del libro del figliuolo, citava, tendendo il pugno, dei
nomi noti di sfruttatori spietati dei ragazzi, arricchiti e decorati. E dando un
picchio sulla tavola gridava: — È tempo di finirla!
E allora sua moglie gli
assestava un colpo terribile con la sua solita conclusione: — La settimana
ventura dirai tutto il contrario.
Anche dagli amici di casa
Alberto ebbe giudizi assai differenti. Il Moretti, benché fosse in quei giorni
tutto infatuato d'un bello studio del Garelli sulla «coltivazione delle patate
di gran reddito» in cui vedeva quasi la soluzione della quistione sociale, gli
parlò del libro con entusiasmo; e congratulazioni cordiali gli fece pure il
Cambiasi, ma con un viso pensieroso, come se presentisse che la soddisfazione
del buon successo gli sarebbe stata attossicata assai presto. Aveva letto il
libro anche il vecchio Geri; ma non lo giudicò: gli disse soltanto,
incontrandolo per la scala: — Senta: l'unico modo d'impedire che i ragazzi
siano sfruttati e maltrattati è quello di non farne; fin che se ne getteranno
dei mucchi sul mercato, avverrà quel che avviene, e di peggio: la soluzione del
problema è una sola! —; ma si rallegrò quando Alberto gli rispose che il
socialismo si sarebbe dovuto occupare anche di quella quistione, considerando
il malthusianismo, fino a un certo punto, come un alleato; e che nella società
futura, in cui sarebbe stata regolata la produzione e controllata la quantità
del prodotto dal popolo, questo avrebbe potuto facilmente moderare su quella i
propri accrescimenti, per conservare inalterata la sua condizione economica.
Quanto al Geri giovane, non gli occorse d'averne il parere per via diretta:
egli lo vide riflesso sulla faccia del figliuolo, che incontrò al Liceo, la
quale gli disse tutta la pietà e lo sdegno e la nausea che doveva aver destato
nel padre l'opera sua. Degli altri suoi conoscenti e colleghi non vide in quei
primi giorni che pochissimi, alcuni dei quali lo salutarono in fretta, per non
avergli da fare dei complimenti, altri non gli parlarono del libro che sotto
l'aspetto letterario; ed era evidente che ci sospettavano un'insidia, un modo
subdolo di rientrare nel socialismo sotto la coperta d'un sentimento di pietà,
che nessuno poteva biasimare, e ch'eran tutti maravigliati della sua audacia; e
più di tutti il suo vecchio Preside, un buon uomo grasso e pacifico, da cui
s'accorse d'esser guardato furtivamente, con l'occhio di chi guardi una cassa di
nitro-glicerina. Ma il più strano dei giudizi fu quello dato dalla signora
Cambiasi, e riferitogli da sua moglie. Essa non aveva letto il libro che a metà
e n'era rimasta molto stupita. Ma come! Ma lei andava tre volte la settimana a
prender il suo figliuolo più piccolo alla scuola municipale, dove c'erano
cinquecento ragazzi di tutte le condizioni: ebbene, i più robusti, i più
floridi eran quelli della povera gente: si vedevan dei faccioni! E avevan dei
denti bellissimi, appunto perché non mangiavan tanti dolciumi. Dove mai il
signor Alberto aveva visto tutte quelle cere da ospedale? — Del resto, cara
Giulia, il libro è bello; ma è un peccato che non sia in versi.
Dopo una settimana dal loro
ritorno a Torino, Alberto e sua moglie ebbero la visita della coppia Luzzi.
Rottura fra gli amanti non c'era stata: la partenza per la campagna aveva
naturalmente interrotto la relazione, che poteva esser ripresa; e la signora,
infatti, presentò ad Alberto un viso amichevole, in cui, sotto al sorriso
cordiale del saluto, egli vide un punto interrogativo. Ma non vide che ci fosse
in questo né una sollecitazione né un desiderio, come se dicesse semplicemente:
— Se ti pare... Se no, a piacer tuo. — E avendole risposto nello stesso modo la
stessa cosa, ma col «no» più accentuato, notò in lei una certa rassegnazione
serena, che gli destò il sospetto d'esser già sostituito. E sospettò più forte
quando intese che essa aveva lasciato la campagna ai primi di settembre per
venire ad assistere il marito incomodato dalla gotta, e non s'era più mossa da
Torino; che gli parve troppa bontà da parte sua. E a quel sospetto gli prese
una stizza, un rodimento di gelosia sensuale, attizzata da mille ricordi
improvvisi, che gli diedero una tentazione rabbiosa di ricominciare e insieme
una voglia impaziente di esser solo con lei per scrutarla e, quando si fosse
accertato della verità, sferzarla in viso con quattro parole spietate. Ma dopo
avergli fatto le più calde congratulazioni per il suo libro, essa andò nella
stanza accanto con sua moglie, e invece del piacere acre che sperava con la
moglie, egli dovette trangugiarsi una mezza impertinenza del marito. Senza
guardarlo in viso, com'era suo uso, e lisciando i minuscoli baffetti neri sulla
sua faccia di scolaretto infrollito, costui gli disse «francamente» che non
aveva né avrebbe letto il suo libro. — Perdoni, signor professore, la mia
franchezza. Io ho il miglior concetto possibile del suo ingegno e delle sue
intenzioni; ma, per deliberato proposito, non leggo alcun libro che abbia
attinenza, stretta o lontana, con la così detta quistione sociale. Siccome per
me la quistione sociale non esiste, così considero tutta la letteratura che vi
si riferisce come pura opera di fantasia, e le letture di fantasia, oltre che
disdicono a un uomo della mia professione, non convengono più alla mia età. Non
si ha mica per male di questo? Come lo dico a lei, lo dico a tutti. — Il
Bianchini sentì un tal dispetto che fu tentato di dirgli in faccia quello ch'ei
non doveva sapere. — Perché me ne dovrei aver per male? — gli rispose. — Non si
può pretendere il giudizio d'un quadro da chi ha avuto la disgrazia di perder
la vista — Ah! è mordace, è mordace! — esclamò l'altro, e con l'aria di
compassione con cui si storna un malato dal discorso della sua malattia, parlò di
punto in bianco d'un'altra cosa, mentre Alberto fermava risolutamente
nell'animo di scoprire il suo successore.
Ma questo ed altri suoi pensieri
furono portati via da un nuovo concetto, nato e fecondato nell'animo suo dalla
calda gioia della vittoria: il concetto d'un libro diretto a comporre nella
comprensione chiara e nel sentimento vivo dell'idea socialista, i dissensi
stupidi e miseri che dividevan la classe lavoratrice, ed eran la sua debolezza
e la sua vergogna; al qual fine non gli bastava più di studiar gli operai ad
uno ad uno, in casa propria, come originali psicologici; ma doveva osservarli
riuniti, imparar le relazioni che corron tra di essi, studiare le
manifestazioni pubbliche e spontanee dell'animo loro. E questo studio gli
agevolavan molto il Barra e il Calotti, amici e conoscenti di centinaia di
lavoratori. Egli cominciò ad assistere, rincantucciato nell'ombra, a riunioni
di Società, ad intervenire ad adunanze in cui si discuteva l'istituzione d'una
Camera di lavoro, a frequentar sedi di Cooperative, a recarsi alle conferenze
che tenevano operai colti intorno a quistioni strettamente confinate nei loro
interessi materiali. Conosciuto da alcuni, attirò a sé ben presto molti altri,
si trovò in mezzo a gruppi all'uscita, strinse nuove relazioni, ebbe in poco
tempo delle schiere di conoscenti quasi in ogni corpo d'arte o di mestiere. E
tutto gli riuscì più facile e più gradevole per l'alito vivo di simpatia che si
sentì spirare dintorno. E, infatti, la sua gioventù, la sua bontà naturale, a
cui la contentezza dava come un'irradiazione esteriore, una certa sua maniera
ritrovata senza sforzo, che mostrava quasi incoscienza assoluta della propria
condizione sociale, e la sincerità trasparente, limpidissima d'ogni sua
manifestazione dell'animo, in cui neanche l'occhio più sospettoso poteva
scorgere un'ombra d'ambizione non generosa, esercitavano un influsso benevolo
su quasi tutti. Lo sguardo dei più rozzi prendeva un'espressione sorridente
posandosi sulla sua bella e altera testa bionda, che aveva qualcosa di paterno
per i più giovani, di fraterno per i coetanei, di filiale pei vecchi; gli animi
gli si aprivano spontaneamente; e le confidenze, le notizie, i fatti che
cercava gli venivano da ogni parte in tal copia, ch'egli non ne avrebbe potuto
raccogliere di più di quel che fece in un tempo brevissimo, se fosse andato
come il pastor Gohere e la signora Wettstein a lavorar per molti mesi nelle
fabbriche sotto finti panni e finto nome. Non aveva vissuto ancora, da che era
uomo, una vita così intensa, così feconda per il cuore e per la mente, e di
così lieta e sicura coscienza, come quella che viveva in quei giorni.
Di queste sue escursioni nella
classe operaia non fece parola, da principio, a nessuno della sua famiglia; ne
parlò soltanto al Cambiasi, il quale, dopo averlo ascoltato in silenzio, parve
che gli volesse dare un avvertimento; ma non lo diede, stimandolo forse inutile
per allora, e riserbandosi ad arrestar l'amico a un punto più basso della
china, dove teneva per certo che sarebbe ruzzolato. E di questo suo silenzio
Alberto s'adontò, più che d'un'aperta disapprovazione, credendolo un segno di
amicizia intiepidita; ma per poco, poiché l'ardore dei suoi nuovi studi non gli
lasciava fermare il pensiero in altra cura. Tra le prime cose, con viva curiosità,
egli cercò di conoscere a che punto di maturità si trovasse nella maggioranza
degli operai l'idea socialista. E le sue prime scoperte, in verità, furono
scoraggianti. Pochissimi eran quelli che avessero un concetto della dottrina,
non è da dir largo e netto, ma tale soltanto, da poterlo spiegare ad altri,
comunque fosse; non ne avevano i più che un barlume d'idea, e trasformata per
modo, da non poterla più riconoscere, confondendo tutti in una strana maniera
le verità dimostrate con le più ardite ipotesi, e illudendosi che il ritenere a
mente una formula e il comprenderla fosse tutt'uno. La critica stessa, pur così
logica e chiara, dell'attuale modo di produzione e di ripartizione dei beni,
perno del socialismo scientifico, riconobbe che in gran parte l'ignoravano; che
ne ripetevano soltanto, e neppure esatte, le conclusioni più elementari; e che
sarebbero stati a due doppi più malcontenti e irritati, se avessero conosciuto
i mali dello stato presente, quali dai nemici stessi delle loro aspirazioni erano
confessati e descritti. Ma un sentimento vivo trovò in quasi tutti, che li
volgeva al socialismo con altrettanta forza, se non maggiore, che il desiderio
d'un miglioramento nella vita fisica: una coscienza amara della inferiorità
sociale del loro stato, della loro condizione di strumenti, sottoposti alla
volontà o al capriccio di privati; un bisogno di maggior dignità e libertà di
spirito; un'aspirazione alla cultura, all'educazione, a tutto ciò che li
separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori. E questo
sentimento, più forte negli operai socialisti che negli altri, egli notò che
faceva di loro una specie d'aristocrazia dei lavoratori, sdegnosa, in gran
parte, dei piaceri grossolani e delle maniere volgari dei più, come della cagion
prima del disprezzo in cui si lagnavano d'esser tenuti tutti dalla borghesia.
Ma anche nel solo giro dei
socialisti, egli trovò una grande varietà di sentimenti e di idee. Di fronte ai
diffidenti inconciliabili, che per essere stati delusi da troppi politicanti in
soprabito, volevan respingere dal loro partito, come infetti di tabe borghese,
anche i più poveri impiegati, e odiavano fin l'ombra del cappello a staio,
v'erano quelli profondamente persuasi della necessità d'aver dalla loro degli
uomini colti delle classi superiori, e facili perciò ad esagerar l'importanza
d'ogni più piccolo atto o manifestazione che facesse un di essi in favore
dell'idea socialista, e a pagarlo di gratitudine sproporzionata. Agli ingenui,
della natura del Calotti, fiduciosi in una prossima o lontana rivoluzione o
trasformazione sociale spontanea, che avrebbe stabilito davvero la prosperità,
l'eguaglianza e la concordia fra gli uomini, eran frammisti molti altri, i
quali, benché socialisti, credendo che un tal mutamento fosse impossibile, che
ci sarebbero stati sempre poveri e ricchi e servi e padroni, si restringevano a
volere e a sperare un miglior ordinamento del lavoro e una più equa
distribuzione della ricchezza, in modi e forme che non determinavano; ed altri
ancora, d'animo più risentito e impaziente, che volevano una rivoluzione, non
per gran fede che avessero in un miglioramento durevole del proprio stato, ma
per semplice spirito di rappresaglia, per rifarsi nella licenza sfrenata della
vittoria, fosse pure momentanea, delle privazioni e dell'avvilimento patiti per
tanti anni. V'erano i socialisti in stato d'entusiasmo continuo, che vivevano
quasi unicamente di quell'idea, che non mancavano a una riunione, che
dedicavano alla propaganda, da anni, tutti i loro ritagli di tempo, con uno
zelo che nessun disinganno o contrarietà intiepidiva, e i socialisti
intermittenti che disertavano ogni tanto le file, e stavan dei mesi senza farsi
vedere, dimentichi o svogliati d'ogni cosa, e poi vi tornavano più ardenti di
prima, per disertarle da capo, spinti alla diserzione e al ritorno dalle più
futili cause. C'erano quelli che, per sentimento di dovere, s'adoperavano
ancora per il partito, ma che, in fondo, scoraggiati dalle discordie della loro
classe e dall'enormità degli ostacoli, non avevan più fede; e quelli che,
sebbene trascurati ed inerti, serbavano una profonda certezza che la causa
socialista avrebbe trionfato in ogni modo, per forza delle cose, anche senza la
cooperazione diretta e faticosa della classe più interessata a farla trionfare.
E a molti soggetti singolarissimi, che, miti di temperamento, ragionevoli e
misurati nella loro vita ordinaria, nella sola idea socialista diventavan
violenti, temerari, intrattabili, come per una trasformazione improvvisa della
loro natura, facevan contrapposto altri non pochi, a cui appariva così evidente
la necessità della moderazione, della disciplina di classe, dei procedimenti
cauti e graduali, che tenevano i violenti per pazzi da legare, e li odiavano
come i peggiori nemici della loro causa.
Varietà e contrasti non meno
singolari egli scoperse fra loro in ordine alla cultura e alle facoltà della
mente. Sopra tutti gli altri lo attirarono gli oratori, fra cui trovò, come
nelle classi culte, i retorici, i semplici, i concisi, gli evidenti, gli
arruffoni; alcuni eloquenti davvero, dotati d'una sicurezza di parola mirabile;
altri a cui si vedeva nella fronte sudante lo sforzo febbrile e doloroso del
pensiero, corrente qua e là alla caccia di letture e di rottami di frasi
letterarie; dei loici accaniti, degli argomentatori d'una sottigliezza
curialesca, dei divagatori nebulosi, che nessuno capiva, degli affastellatori
di citazioni, dei parlatori rozzi, ma pratici e lucidi, che con quattro parole
rimettevan l'ordine nelle discussioni più imbrogliate; non pochi agilissimi
nelle controversie, di cui tutti si dilettavano, ma inetti a fare un discorso
filato, anche brevissimo; molti, che al suono della propria parola e alla vista
dell'uditorio, s'eccitavano al punto da mutar viso affatto e da parer presi
d'un accesso d'epilessia; cert'altri, freddissimi, che non si turbavano per
alcuna interruzione e ripetevano cento volte lo stesso argomento, facendo
l'atto di chi batte un chiodo, con la monotonia ostinata dei pazzi, e non pochi
che, per far propaganda, ripetevano in modo inappuntabile dei ragionamenti
brevi ed efficaci, delle pagine di catechismo rivoluzionario, imparate a
memoria come preghiere; recitate le quali, non avevan più nulla nel sacco.
Scoperse anche in parecchi delle facoltà embrionali di scrittori, che si
manifestavano in immagini strane, ma potenti, in paragoni, soprattutto, nuovi e
felicissimi, tratti dai loro mestieri, e che gli facevan pensare quanto sarebbe
riuscito originale e istruttivo un nuovo giornale come il Bon sens,
fondato a Parigi nel 1848, aperto a tutti gli scritti d'operai, qualunque
fossero. Ma lo stupì più di ogni altra cosa la varietà disparatissima delle
predilezioni e dei modi di lettura che rinvenne fra di loro, poiché c'era chi
martellava da anni sopra un libro solo, anche un libercolo, come se ci trovasse
condensata l'enciclopedia; chi leggeva un po' di tutto in furia e alla rinfusa,
senza curarsi d'intendere; chi raccoglieva con gran diligenza articoli di
giornali relativi a una sola quistione; chi non leggeva che opuscoli infocati e
terribili, chi preferiva i libri di socialismo mistico, chi aveva in odio le
declamazioni sentimentali e si atteneva strettamente alle quistioni di
organizzazione e di salario, e chi non leggeva altro che i giornali appesi ai
muri od ai chioschi, e chi non leggeva nulla di nulla, contentandosi di
raccattar delle briciole d'idee e di notizie dalle conversazioni dei compagni.
V'eran poi nel numero dei più colti quelli che del poco che sapevano avevano un
grande concetto e sentivano smodatamente di sé, e quelli che, avendo della vera
cultura un'idea quasi fantastica, si credevano anche più inculti che non
fossero, e n'avevan vergogna, e si scoraggiavano; quelli in particolar modo
che, essendo stati fuori d'Italia, avevan potuto notare quanto fossero più
avanti di loro, sulla via dell'educazione socialista, gli operai di altri
paesi. Tutti quanti, infine, formavano un certo numero di gruppi, di ciascuno
dei quali era centro uno degli operai di maggior ingegno e di maggior cultura,
o uno di cultura e d'ingegno minore, ma d'animo più ardito e più incline
all'azione, o più autorevole per sacrifizi fatti e persecuzioni subite in pro
della causa, e fra gli uni e gli altri c'era rivalità o dissenso manifesto od
occulto, e serpeggiava in ciascun gruppo un senso di diffidenza pel capo, un
sospetto di veder sorgere nel compagno il borghese, l'ombra d'un padrone, una
piccola gloria pericolosa all'eguaglianza, una febbre di gelosia crescente in
alcuni a poco a poco, fino a renderli nemici dichiarati d'ogni superiorità,
furiosi contro ogni più lieve apparenza d'ambizione, disposti piuttosto a veder
rovinare la causa comune che a tollerar che un compagno alzasse il capo d'un
dito sopra la loro fronte.
Uno di quelli che destavan
maggior gelosia Alberto seppe per varie vie che era il Barra, e che fosse in
odio a molti, e specialmente agli anarchici, glielo disse aperto il Baldieri,
ch'egli trovò una sera nella sede della Lega metallurgica, nel punto in cui si
scioglieva in gran disordine un'adunanza messa sottosopra da lui stesso, con
una violenta e implacabile opposizione fatta a tutti gli oratori e a tutte le
proposte. Non fu il Baldieri, però, che andò incontro ad Alberto; finse anzi di
non vederlo; dovette andarlo a cercar lui in mezzo a un crocchio di compagni,
contro i quali inveiva. E quegli se la prese subito con lui e col Barra, che
aveva visti insieme varie volte. — Se non frequenta che operai di quella risma
— gli disse, — farebbe meglio a stare coi suoi borghesi. — Il Barra, per lui,
era un miserabile ambizioso, un faccendiere d'elezioni, un feto puzzolente di
consigliere comunale, che si faceva scala delle spalle dei compagni per salire
nella borghesia. E l'accusò d'aspirare a un impiego in una Società
d'assicurazioni, dicendo che, frattanto, traduceva dei bilanci dall'inglese per
uno dei capoccia di quella ladronaia, al quale leccava le scarpe. Alberto fu
scosso da quelle parole: traduzioni dall'inglese, un capoccia d'una Società
d'assicurazioni: doveva essere il Luzzi; e subito gli si legarono nella mente
il Barra e la signora... Ma dissimulò il suo pensiero, e difese l'amico
risolutamente, dicendo che lo stimava un uomo onesto e fermo, che se anche
avesse cercato un impiego, non voleva dire che rinnegasse i suoi principi, e
che era un dolore il vedere i migliori elementi della classe operaia,
astiandosi fra loro, far gl'interessi della borghesia che volevano abbattere.
Il Baldieri lo guardò con due occhi così fatti, ch'egli temette per un momento
che lo volesse agguantare pel collo. — Ma sono i socialisti, — disse, serrando
i denti — che fanno gl'interessi della borghesia! — Eran loro, quella razza
pestifera di legalitari, parolai addormentatori, che, se non ci fossero stati
gli anarchici a tener viva la fiamma, avrebbero già visto il loro socialismo cascare
in terra e sbriciolarsi come un carcame putrefatto. — Razza d'ipocriti,
predicatori d'eguaglianza in pubblico, leccapiedi delle autorità a
quattr'occhi, servili e paurosi nel sangue, che ci calunniano in tutti i modi,
e hanno l'impudenza di dire che serviamo alla loro causa perché, col nostro
confronto, li facciamo parer moderati e accettabili alla borghesia! Si continui
a sfregar con loro e diventerà più borghese di prima. — Avendo alzata la voce,
qualcuno si cominciava ad avvicinare, quando il Calotti, per fortuna, che da un
po' di tempo badava al colloquio con occhi inquieti, lo venne a levar
d'impiccio col pretesto di fargli visitare il locale. — Ci riparleremo —, disse
Alberto. — Sarà tempo perso —, rispose l'anarchico.
Alberto cercò il Barra il giorno
appresso con viva impazienza e, al primo vederlo, nell'atto stesso che
osservava nella sua persona non so che di lindo e di lisciato che gli pareva
non avesse per l'addietro, gli fece con arte una serie di domande slegate, che
lo condussero a nominargli il signore per cui traduceva. Era il Luzzi. —
Conosce anche la signora? — gli domandò. Quegli rispose in fretta che l'aveva
vista qualche volta, e mutò discorso; ma Alberto vide passare un lampo nei suoi
occhi, che gli tolse quasi ogni dubbio, e ne provò un senso d'umiliazione per
sé e di disprezzo per la signora così amaro e violento, che ne restò subito
dopo maravigliato, e quasi sdegnato con se stesso. Ma come! Con tutte le sue
idee d'eguaglianza, gli offendeva l'orgoglio a quel modo il pensiero che il suo
successore fosse un operaio, — ed era un bel giovane, culto e di bei modi —, e
la scelta della signora gli pareva un così gran vituperio? E perché mai? Eran
dunque così vivi ancora nell'animo suo i pregiudizi e le borie del borghese? E
non sarebbe riuscito mai a liberarsene, a esser logico, a sentire come pensava?
Eppure, gli durò così vivo il risentimento dell'orgoglio che, per quietarlo, si
afferrò alla speranza che il suo sospetto fosse infondato, e, preso un pretesto
qualsiasi, andò al più presto in casa Luzzi, al fine di rassicurarsi. Trovata
la signora sola per un momento, tagliò d'un colpo il primo discorso, e le
domandò a bassa voce, fissandola: — Come mai suo marito ha preso per traduttore
un socialista?
La signora ebbe quell'istantaneo
dilatamento degli occhi che è proprio delle persone colte in fallo. Poi rispose
con franchezza: — Ma non lo sa. Glie l'ha proposto un impiegato dell'ufficio:
non l'aveva mai inteso nominare. Non lo terrebbe un minuto se lo sapesse.
Disse però questo con quel sorriso
singolare ch'egli aveva già notato in lei altre volte, quando parlava delle
idee di suo marito.
— E perché lei non glie lo dice?
— domandò Alberto.
— Perché in quest'affare io non
c'entro.
— Mi può giurare che non c'entra
per nulla?
— Ma, signor Alberto —, rispose
la signora con certa severità amorevole — con che diritto mi chiede dei
giuramenti?
Alberto guardò quegli occhi neri
e quel neo graziosissimo; gli sorsero in mente dei ricordi, gli balzaron
davanti delle immagini: fu un momento incerto tra il darle un bacio nel collo e
dirle un'impertinenza sul viso. Gli scappò l'impertinenza.
— Ora dunque —, le disse — lei
ha delle idee più avanzate di me: è per la socializzazione della donna.
Si morse subito le labbra,
sentendo d'aver detto troppo. Ma invece delle parole sdegnose che s'aspettava,
quella gli disse piano, con accento di affettuoso rimprovero: — Oh Alberto...
questo non è generoso.
Quell'umile dolcezza gli toccò
il cuore: si pentì ed ebbe pietà di lei: gli parve buona, e più bella. Guardò
intorno, se non venisse nessuno, e poi le disse a bassa voce, caldamente: —
Ritorni al socialismo di prima.
Essa rispose un «no» argentino e
netto come il suono d'un tasto di pianoforte percosso, e soggiunse sorridendo,
con uno sguardo molto espressivo: — Non son comunista.
Un colpo di tosse del signor
Luzzi, che strascicava i piedi nella stanza accanto, troncò la conversazione. E
Alberto restò per tutto quel giorno con la bocca amara. Ma si consolò poi
facilmente, proponendosi di fare oggetto d'uno studio ameno e tranquillo la
successione delle cascatelle che la signora avrebbe continuato a fare, senza
dubbio, giù per la scala rivoluzionaria, con la vaga speranza di vederla finire
un giorno in qualche scandalo aperto, che sarebbe stato una giusta vendetta
presa dal socialismo sul marito che gli faceva la peggior delle ingiurie:
quella di negar che esistesse.
E continuò, con nuovo ardore, le
sue visite agli operai, cercando quelli che eran sottoposti a fatiche più lunghe
e più gravi, per studiare in loro gli effetti psicologici del lavoro eccessivo.
Facendo queste ricerche trovò una sera alla Società dei muratori il Peroni, che
si mostrò stupito di vederlo là, per quanto il suo viso impietrito potesse
ancora mostrare stupore. Alberto gli rivolse la parola, rallegrandosi che fosse
rientrato nella Società. Ma no, non c'era rientrato: c'era venuto soltanto a
cercare un compagno. E detto questo, guardò Alberto con un sorriso velato di
compatimento per la stramba idea, intuita da lui vagamente, che doveva averlo
condotto in quel luogo. Il Bianchini capì quel sorriso e, indispettito, voltò
le spalle. Ma ne trovò molti altri, molti di più ch'ei non s'aspettasse, eguali
per ogni rispetto al Peroni, che non avevano alcuna speranza perché non eran
più capaci d'alcuna idea nuova, che parevano istupiditi dal lavoro macchinale e
uniforme a cui attendevano da anni ed anni; il quale non era più in loro, come
dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del midollo spinale. E ne trovò
parecchi che avevan coscienza del loro stato, che, facendo degli sforzi per
capir certe cose, s'addoloravano di non riuscirvi, uscivano in imprecazioni
rabbiose contro la propria ignoranza, chiamavano se stessi bestie e rimbambiti,
e rinunziavano quasi di proposito al pensiero, riducendosi a vivere come la
rana a cui son stati tolti i lobi cerebrali. E capì allora che molti non
andavano a riunioni e a conferenze dei loro compagni perché, per quanto fossero
piani e semplici i conferenzieri, dovevan fare una fatica enorme per seguirne i
ragionamenti, e bastava una frase, e talvolta una sola parola, non compresa nel
loro ristrettissimo vocabolario, ad arrestarli nel buio, dove non riuscivan più
a ritrovarsi. I più di questi eran fra gli operai addetti a lavori monotoni.
Egli ne conobbe alcuni che avevan lasciato l'antico mestiere e s'eran dati a
lavori più faticosi e meno retribuiti non per altro che per sottrarsi alla
eterna insopportabile uniformità dei movimenti muscolari, a cui li condannava
la division del lavoro in una grande manifattura, e che aveva destato in loro,
alla lunga, un abborrimento invincibile. Egli comprese allora quanto fosse
ingiusto il far rimprovero a certi operai di non «amare il lavoro» nel senso e
nel modo che noi amiamo il nostro, capì dai loro discorsi la tortura della
fatica accoppiata alla noia, la tristezza delle lunghe giornate nelle officine
oscure, tra uno strepito assordante e continuo, l'aspettazione interminabile
del suono liberatore della campanella, il sospiro doloroso dell'anima verso la
domenica, per cessar ventiquattr'ore d'esser l'appendice animata d'una
macchina, per essere un uomo per un giorno. E riconobbe come nella maggior
parte non fosse che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di
forze e da un lunghissimo tedio accumulato, quella che par rassegnazione
ragionevole alla propria sorte; si accertò che non era se non incapacità o
ripugnanza allo sforzo intellettuale necessario per comprendere le nuove idee,
quella che si scambia con indifferenza o avversione al socialismo fondata sopra
una persuasione contraria; e si persuase che non nasceva, nei più, da pigrizia
né da sollecitudine della propria salute il desiderio di una riduzione delle
ore di lavoro, ma da un reale imperioso bisogno di vivere un po' di vita del
pensiero, di avere il tempo di mescolarsi alla vita del mondo, di rompere con
qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana dalla macchina alla pentola,
dalla pentola al letto, dal letto alla macchina, che soffoca pensieri, affetti,
immaginazione, coscienza, ogni cosa.
Poi, continuando a interrogare e
a ragionare con molti, fece delle osservazioni curiose intorno al modo di
pensare e di sentire della classe operaia per rispetto alle classi superiori.
La trovò a questo riguardo, divisa in due ordini, assai discordanti tra loro.
Molti, che avevan della società attuale un concetto non meno incompiuto ed
oscuro di quel che avessero del futuro stato socialista, giudicavano i
borghesi, i signori come una razza a parte, tristi e malefici per istinto, tutti
coscienti, in fondo, dell'iniquità delle loro usurpazioni; e non credendo, non
immaginando nemmen le virtù che pur sono tra loro, le vite consacrate al bene,
i molti cuori che soffrono dei dolori di tutti, e le innumerevoli amarezze e
miserie che si celano sotto le apparenze dell'agiatezza contenta, non vedevano
in alto che vizio, egoismo, furor dei piaceri, un'orgia inconturbata e perpetua
di parassiti senza cuore e senza coscienza. Altri invece, i men numerosi, ma i
più colti, avevan della borghesia un concetto più conforme alla verità, la
riconoscevano come un prodotto necessario dello svolgimento della vita sociale,
e odiavan la classe, non le persone, giungendo fino a dir francamente che,
messi al posto dei borghesi, essi avrebbero pensato e operato tal quale come
loro. Ma eran logicamente concordi gli uni e gli altri nel non professare
alcuna gratitudine alle classi superiori per quanto esse facevano in pro delle
povere, perché non si ha il dovere d'esser grati a chi, beneficando, non fa che
rendere ai beneficati una minima parte di quel che loro ha usurpato ed usurpa
continuamente. Anche negli operai più incolti egli trovò una vaga intuizione
del fatto, che la carità pubblica non è che un mezzo di risparmiare una parte
delle spese di produzione alla ricchezza che compra il lavoro e lo impiega, un
atto con cui la società riconosce che i salari che ella dà agli operai non
bastano a provvedere ai bisogni della vecchiezza, all'educazione dei figliuoli,
alle infermità, alle disgrazie. E si stupì di trovare in molti, oltre a questa,
una fine intuizione d'una quantità d'abusi, di ingiustizie della legge, persino
della immoralità mascherata di molte operazioni ed arti del commercio
finanziario, di cui li credeva ignoranti affatto, come di cose d'un altro mondo.
Trovò dei dilettanti di processi scandalosi di faccendieri e di banche, degli
«specialisti» che conoscevano le sorgenti sporche della fortuna di molti loro
concittadini, che segnavano a dito i figliuoli ricchi e rispettati di padri
usurai o falliti, che indicavano le palazzine guadagnate con un colpo fortunato
alla Borsa, e sapevan nomi, gesta ed imbrogli di deputati affaristi, come
gazzettieri di professione. Alcuni serbavano in tasca e cavavan fuori a ogni
proposito dei giornali vecchi che indicavano i millionari pensionati dal
Governo con ottomila lire, o dicevano le somme enormi profuse da municipi
dissestati in festeggiamenti adulatori, o nominavano i professori d'Università
che riscotevan lo stipendio senza fare una lezione in un anno, o commentavano
le gratificazioni di centomila lire date ad alti impiegati di amministrazioni
ferroviarie, quando si facevano aspettare per anni dei miseri sussidi ad orfani
e vedove supplicanti di povere guarda-eccentriche, che, lavorando diciotto ore
al giorno per sessanta lire al mese, s'erano accorciata la vita e avevano
ingrassato gli azionisti. In tutti, poi, trovò l'animo offeso dallo spettacolo
del lusso sfacciato e dell'ozio onorato e tri |