VI
Non gli rimaneva che il
Cambiasi; andò da lui una sera, lo tirò fuor di casa, e gli confidò l'animo suo,
passeggiando sotto gli alberi sfrondati di corso Oporto, in una nebbia fitta,
squarciata qua e là dalla luce fioca dei lampioni. — Mio caro —, gli disse
quegli con la sua cordiale franchezza, — quello che ti accade è naturalissimo.
Tu sai che cos'è il misoneismo: un dolore che si prova all'urto delle
idee nuove. Ora tu dai un vero dolore alla gente, e non vuoi che se la
piglino con te? È tale e quale come se facessi il mestiere di andar a pestare i
calli al colto pubblico sui marciapiedi delle strade. Tu offendi con le tue
idee la natura fisiologica dei tuoi amici, che pensano come la moltitudine, la
quale pensa secondo gli istinti ereditari della specie, e non secondo concetti
nuovi e individuali; e chi è offeso offende, mio caro, e chi ha torto sei tu,
che fai la parte di provocatore. Non credere che nella maggior parte sia
egoismo o stupidità quello che li fa respingere le tue idee: non le accettano
perché non le possono accettare, come non potrebbero tener sullo stomaco
una sostanza repugnante all'organismo. — E gli citò le parole del suo
prediletto Taine, il «suo» filosofo, com'egli lo chiamava.
— La macchina sociale, applicata
a noi da tanto tempo, ci ha modellati in una data forma, perché essa ci
sostiene, ma ci comprime ad un tempo, e noi abbiamo contratto tutte le
infermità che la compressione produce: arresti di sviluppo, turbamenti della
sensibilità, sviamenti della volontà e dell'intelligenza, idee fisse e idee
false. Quelli che riescono a guarire se stessi di queste infermità, mettendosi
con lo spirito fuor della macchina, che è il solo modo per vederne i difetti,
che la fanno parer mostruosa ed odiosa, sono miracolose eccezioni. Come puoi
far colpa alla gente di non far dei miracoli?
— Del resto —, soggiunse,
voltando il discorso al faceto —, tu avrai una grande consolazione. Conosci le
mie idee: io non credo nel trionfo durevole del socialismo, ma credo certa e
non lontana una rivoluzione sociale, che avrà il socialismo per bandiera, e da
cui uscirà quello che Dio vorrà. Ebbene, via via che si faranno più gravi e
patenti i sintomi della rivoluzione, tu avrai il piacere di vedere tutti i tuoi
amici dissidenti d'adesso passar l'un dopo l'altro al nemico. Li conosco tutti,
potrei fissar le date delle diserzioni. — E continuò, facendo i nomi. Il tal
professore sarebbe stato uno dei primi, nel 96 o nel 97. Il Commendator tale,
che gridava: — Manette! — nel corrente ottantanove, avrebbe gridato: —
Giustizia sociale! — nel novecento e due; quel tal altro sarebbe stato più
duro, quello avrebbe resistito per tutto il primo decennio del nuovo secolo, ma
si sarebbe gettato all'avanguardia nel 911, pubblicando una biografia di Carlo
Marx, con note e documenti inediti. E tirò avanti con deputati, industriali,
scrittori. Negli anni successivi, poi, si sarebbero visti accorrere nelle file
dei socialisti, a drappelli, tutti i più cocciuti e i più furibondi
antisocialisti d'adesso, e provare di esser stati sempre di quell'idea, e tener
conferenze amorose agli operai, e trattare il Rateri d'ideologo. Ah! egli desiderava
di vivere un pezzo per vedere. Sarebbe stato maraviglioso lo spettacolo di
tutte quelle conversioni in extremis, la grande fiera delle coscienze
rivoltate, il gran ballo mascherato degli entusiasmi dell'ultim'ora, ballato al
suon di tromba della Paura! Se fosse arrivato ad assistervi, gli pareva che
sarebbe morto di buonumore.
E vedendo Alberto rasserenato,
gli batté una mano sulla spalla, dicendogli affettuosamente: — Rimettiti di
buon animo dunque, e non pensare che al tuo lavoro. — Poi gli domandò,
fissandolo, come andassero le cose in casa.
— Pace armata —, rispose Alberto
sorridendo.
— Prepàrati, però —, disse il
Cambiasi, con viso grave; — perché è inevitabile la guerra... e sarà disperata.
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