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L’ARRIVO
L’emozione che provai
entrando in Costantinopoli mi fece quasi dimenticare tutto quello che vidi in
dieci giorni di navigazione dallo stretto di Messina all’imboccatura del
Bosforo. Il mar Jonio azzurro e immobile come un lago, i monti lontani della
Morea tinti di rosa dai primi raggi del sole, l’Arcipelago dorato dal tramonto,
le rovine d’Atene, il golfo di Salonico, Lemno, Tenedo, i Dardanelli, e molti
personaggi e casi che mi divertirono durante il viaggio, si sbiadirono per modo
nella mente, dopo visto il Corno d’oro, che se ora li volessi descrivere,
dovrei lavorare più d’immaginazione che di memoria. Perchè la prima pagina del
mio libro m’esca viva e calda dall’anima, debbo cominciare dall’ultima notte
del viaggio, in mezzo al mare di Marmara, nel punto che il capitano del
bastimento s’avvicinò a me e al mio amico Yunk, e mettendoci le mani sulle
spalle, disse col suo schietto accento palermitano: – Signori! Domattina
all’alba vedremo i primi minareti di Stambul.
Ah! ella
sorride, mio buon lettore, pieno di quattrini e di noia; ella che, anni sono,
quando le saltò il ticchio d’andare a Costantinopoli, in ventiquattr’ore
rifornì la borsa e fece le valigie, e partì tranquillamente come per una gita
in campagna, incerto fino all’ultimo momento se non fosse meglio prendere
invece la via di Baden-Baden! Se il capitano del bastimento ha detto anche a
lei: – Domani mattina vedremo Stambul – lei avrà risposto flemmaticamente: – Ne
ho piacere. – Ma bisogna aver covato quel desiderio per dieci anni, aver
passato molte sere d’inverno guardando melanconicamente la carta d’Oriente,
essersi rinfocolata l’immaginazione colla lettura di cento volumi, aver girato
mezza l’Europa soltanto per consolarsi di non poter vedere quell’altra mezza,
essere stati inchiodati un anno a tavolino con quell’unico scopo, aver fatto
mille piccoli sacrifizi, e conti su conti, e castelli su castelli, e
battagliole in casa; bisogna infine aver passato nove notti insonni sul mare,
con quell’immagine immensa e luminosa davanti agli occhi, felici tanto da
provar quasi un sentimento di rimorso pensando alle persone care che si sono
lasciate a casa; e allora si capisce che cosa voglion dire quelle parole: –
Domani all’alba vedremo i primi minareti di Stambul; – e invece di rispondere
flemmaticamente: – ne ho piacere – si picchia un pugno formidabile sul
parapetto del bastimento.
Un gran piacere per me e
per il mio amico era la profonda certezza che la nostra immensa aspettazione
non sarebbe stata delusa. Su Costantinopoli infatti non ci son dubbi; anche il
viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai
provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la
consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi
alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la
principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del
mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di maraviglia. È il più bel luogo della
terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là,
perdono il capo. Il Perthusier balbetta, il Tournefort dice che la lingua umana
è impotente, il Pouqueville crede d’esser rapito in un altro mondo, il La Croix
è innebriato, il visconte di Marcellus rimane estatico, il Lamartine ringrazia
Iddio, il Gautier dubita della realtà di quello che vede; e tutti accumulano
immagini sopra immagini, fanno scintillare lo stile e si tormentano invano per
trovare un’espressione che non riesca miseramente al disotto del proprio
pensiero. Il solo Chateaubriand descrive la sua entrata in Costantinopoli con
un’apparenza di tranquillità d’animo che reca stupore; ma non tralascia di dire
che è il più bello spettacolo dell’universo; e se la celebre Lady Montague,
pronunziando la stessa sentenza, ci premette un forse, è da credersi che
l’abbia fatto per lasciare tacitamente il primo posto alla propria bellezza,
della quale si dava molto pensiero. C’è persino un freddo tedesco il quale dice
che le più belle illusioni della gioventù e i sogni stessi del primo amore sono
pallide immagini in confronto del senso di dolcezza che invade l’anima alla
vista di quei luoghi fatati; e un dotto francese afferma che la prima
impressione che fa Costantinopoli è lo spavento. Immagini chi legge il
ribollimento che dovevano produrre tutte queste parole di foco, cento volte
ripetute, nel cervello d’un bravo pittore di ventiquattr’anni, e in quello d’un
cattivo poeta di vent’otto! Ma nemmeno queste lodi illustri di Costantinopoli
ci bastavano, e cercavamo le testimonianze dei marinai. E anch’essi, povera
gente rozza, per dare un’idea di quella bellezza, sentivano il bisogno
d’esprimersi con qualche similitudine o parola straordinaria, e la cercavano
volgendo gli occhi qua e là e stropicciando le dita, e facevano dei tentativi
di descrizione con quel suono di voce che par che venga di lontano e quei gesti
larghi e lenti con cui la gente del popolo esprime la meraviglia quando non le
bastano le parole. – Entrare con una bella mattinata in Costantinopoli –, ci
disse il capo dei timonieri –, credete a me, signori: è un bel momento nella
vita d’un uomo.
Anche
il tempo ci sorrideva; era una notte serena e tepida; il mare accarezzava con
un mormorìo leggerissimo i fianchi del bastimento; gli alberi e i più minuti
cordami si disegnavano netti ed immobili sul cielo coperto di stelle; non
pareva nemmeno che si navigasse. A prora v’era una folla di turchi sdraiati che
fumavano beatamente il loro narghilè col viso rivolto alla luna, la quale
faceva un contorno d’argento ai loro turbanti bianchi; a poppa un visibilio di
gente d’ogni paese, fra cui una compagnia famelica di commedianti greci che
s’erano imbarcati al Pireo. Vedo ancora, in mezzo a una nidiata di bambine russe
che vanno a Odessa colla madre, il visetto della piccola Olga, tutta
meravigliata ch’io non capisca la sua lingua e indispettita d’avermi fatto tre
volte la medesima domanda senza ottenere una risposta intelligibile. Ho da una
parte un grosso e sucido prete greco, col cappello a staio rovesciato, che
cerca col canocchiale l’arcipelago di Marmara; dall’altra un ministro
evangelico inglese, rigido e freddo come una statua, che in tre giorni non ha
ancora detto una parola nè guardato in faccia anima viva; davanti, due belle signorine
ateniesi colla berrettina rossa e le treccie giù per le spalle, che appena uno
le guarda, si voltano tutte due insieme verso il mare per farsi vedere di
profilo; un po’ più in là un negoziante armeno che fa scorrere tra le dita le pallottoline del rosario orientale,
un gruppo d’ebrei vestiti del costume antico, degli albanesi colle sottanine
bianche, un’istitutrice francese che fa la malinconica, qualcuno di quei soliti
viaggiatori di nessuna tinta, che non si capisce di che paese siano nè che mestiere
facciano; e in mezzo a questa gente, una piccola famiglia turca composta d’un
babbo in fez, d’una mamma velata e di due bambine coi calzoncini, tutti e
quattro accovacciati sotto una tenda, a traverso un mucchio di materasse e di
cuscinetti variopinti, in mezzo a una corona di carabattole d’ogni forma e
d’ogni colore.
Come si sentiva la
vicinanza di Costantinopoli! C’era una vivacità insolita. Quasi tutti i visi
che s’intravvedevano al lume delle lanterne, erano visi allegri. Le bambine
russe saltellavano intorno alla madre gridando l’antico nome russo di Stambul:
– Zavegorod! Zavegorod! – Passando accanto ai crocchi, si udivano qua e là i
nomi di Galata, di Pera, di Scutari, di Bujukderé, di Terapia, che luccicavano
alla mia fantasia come le prime scintille d’un grande foco d’artifizio sul
punto d’accendersi. Anche i marinai erano contenti d’avvicinarsi a quel luogo
dove, com’essi dicevano, si dimenticano almeno per un’ora tutte le noie della
vita. Persino a prora, in mezzo a quel biancume di turbanti, c’era un movimento
straordinario: anche quei mussulmani pigri e impassibili vedevano già cogli
occhi della immaginazione ondulare all’orizzonte i fantastici contorni di Ummelunià,
la madre del mondo, «la città», come dice il Corano, «di cui un lato guarda la
terra e due guardano il mare.» Pareva che il bastimento, anche senza la forza
motrice del vapore, avrebbe dovuto andare innanzi da sè, spinto dall’impeto dei
desiderii e delle impazienze che fremevano sulle sue tavole. Di tratto in
tratto mi appoggiavo al parapetto per guardare in mare, e mi pareva che cento
voci confuse mi parlassero col mormorìo delle acque. Erano tutte le persone che
mi amano, che dicevano: Va, va, figliuolo, fratello, amico, va; va a goderti la
tua Costantinopoli; te la sei guadagnata, sii felice, e Dio t’accompagni.
Soltanto verso la
mezzanotte i viaggiatori cominciarono a scendere sotto coperta. Il mio amico ed
io scendemmo gli ultimi e a passo di formica, perchè ci ripugnava d’andare a
chiudere fra quattro pareti un’allegrezza a cui pareva angusto il circuito
della Propontide. Quando fummo a metà della scaletta sentimmo la voce del
capitano che c’invitava a salire la mattina seguente sul ponte riserbato al
comando. – Siano su prima del levar del sole, – gridò affacciandosi alla botola
–; faccio buttare in mare chi ritarda.
Una minaccia più superflua
non è mai stata fatta dopo che mondo è mondo. Io non chiusi occhio. Credo che
il giovane Maometto II, in quella famosa notte di Adrianopoli, in cui disfece
il letto a furia di voltarsi e di rivoltarsi, agitato dalla visione della città
di Costantino, non abbia fatto tanti rivoltoloni quanti ne feci io nella mia
cuccetta in quelle quattr’ore d’aspettazione. Per dominare i miei nervi, provai
a contare fino a mille, a tener l’occhio fisso sulle ghirlande bianche che
l’acqua rotta dal bastimento sollevava intorno all’occhio del mio camerino, a
canterellare delle ariette cadenzate sul rumore monotono della macchina a
vapore; ma era inutile. Avevo la febbre, mi sentivo mancare il respiro e la notte
mi pareva eterna. Appena vidi un barlume di giorno, saltai giù; Yunk era già in
piedi; ci vestimmo in furia, e salimmo in tre salti sopra coperta.
Maledizione!
C’era la nebbia.
Una nebbia
fitta copriva l’orizzonte da tutte le parti; pareva imminente la pioggia; il
grande spettacolo dell’entrata in Costantinopoli era perduto; il nostro più
ardente desiderio, deluso; il viaggio in una parola, sciupato!
Io rimasi
annichilito.
In
quel punto comparve il capitano col suo solito sorrisetto sulle labbra.
Non ci fu
bisogno di parlare; appena ci vide, capì, e battendoci una mano sulla spalla,
disse in tuono di consolazione:
– Niente,
niente. Non si sgomentino, signori. Benedicano anzi questa nebbia. In grazia
della nebbia loro faranno la più bella entrata in Costantinopoli che abbiano
mai potuto desiderare. Fra due ore avremo un sereno meraviglioso. Riposino
sulla mia parola.
Mi sentii tornare la vita.
Salimmo sul ponte del
Comando.
A prora tutti i turchi
erano già seduti a gambe incrociate sui loro tappeti, col viso rivolto verso
Costantinopoli. In pochi minuti tutti gli altri viaggiatori usciron fuori,
armati di canocchiali d’ogni forma, e si appoggiarono, stesi in una lunga fila,
al parapetto di sinistra, come alla balaustrata d’una galleria di teatro.
Tirava un’arietta fresca; nessuno parlava. Tutti gli occhi e tutti i
canocchiali si rivolsero a poco a poco verso la riva settentrionale del mare di
Marmara. Ma non si vedeva ancor nulla.
La nebbia
però non formava che una fascia biancastra all’orizzonte, sopra la quale
splendeva il cielo sereno e dorato.
Diritto dinanzi a noi,
nella direzione della prora, appariva confusamente il piccolo arcipelago delle
nove Isole dei Principi, le Demonesi degli antichi, luogo di piaceri della
Corte al tempo del Basso Impero, ed ora luogo di ritrovo e di festa degli
abitanti di Costantinopoli.
Le due rive del mar di
Marmara erano ancora completamente nascoste.
Soltanto dopo un’ora che
s’era sul ponte si vide...
Ma è impossibile intender
bene la descrizione dell’entrata in Costantinopoli, se non si ha chiara nella
mente la configurazione della città. Supponga il lettore d’aver davanti a sè
l’imboccatura del Bosforo, il braccio di mare che separa l’Asia dall’Europa e
congiunge il mar di Marmara col mar Nero. Stando così s’ha la riva asiatica a
destra e la riva europea a sinistra; di qui l’antica Tracia, di là l’antica
Anatolia. Andando innanzi, infilando cioè il braccio di mare, si trova a
sinistra, appena oltrepassata l’imboccatura, un golfo, una rada strettissima,
la quale forma col Bosforo un angolo quasi retto, e si sprofonda per parecchie
miglia nella terra europea, incurvandosi a modo di un corno di bue; donde il
nome di Corno d’oro, ossia corno dell’abbondanza, perchè v’affluivano, quand’era
porto di Bisanzio, le ricchezze di tre continenti. Nell’angolo di terra
europea, che da una parte è bagnato dal mar di Marmara e dall’altra dal Corno
d’oro, dov’era l’antica Bisanzio, s’innalza, sopra sette colline, Stambul, la
città turca. Nell’altro angolo, bagnato dal Corno d’oro e dal Bosforo,
s’innalzano Galata e Pera, le città franche. In faccia all’apertura del Corno
d’oro, sopra le colline della riva asiatica, sorge la città di Scutari. Quella
dunque, che si chiama Costantinopoli, è formata da tre grandi città divise dal
mare, ma poste l’una in faccia all’altra, e la terza in faccia alle due prime,
e tanto vicine tra loro, che da ciascuna delle tre rive si vedono distintamente
gli edifizii delle altre due, presso a poco come da una parte all’altra della
Senna e del Tamigi nei punti dove sono più larghi a Parigi e a Londra. La punta
del triangolo su cui s’innalza Stambul, ritorta verso il Corno d’oro, è quel
famoso Capo del Serraglio, il quale nasconde fino all’ultimo momento, agli
occhi di chi viene dal mar di Marmara, la vista delle due rive del Corno, ossia
la parte più grande e più bella di Costantinopoli.
Fu il
Capitano del bastimento, che col suo occhio di marinaio scoperse per il primo
il primo barlume di Stambul.
Le due
signore ateniesi, la famiglia russa, il ministro inglese, Yunk, io ed altri,
che andavamo tutti a Costantinopoli per la prima volta, stavamo intorno a lui
stretti in un gruppo, silenziosi, stancandoci gli occhi inutilmente sopra la
nebbia, quand’egli stese il braccio a sinistra, verso la riva europea, e gridò:
– Signori, ecco il primo spiraglio.
Era un punto bianco, la
sommità d’un minareto altissimo, di cui la parte di sotto rimaneva ancora
nascosta. Tutti vi appuntarono su i canocchiali e si misero a frugare cogli
occhi in quel piccolo squarcio della nebbia come per farlo più largo. Il
bastimento filava rapidamente. Dopo pochi minuti si vide accanto al minareto
una macchia incerta, poi due, poi tre, poi molte che a poco a poco prendevano
il contorno di case, e la fila s’allungava, s’allungava. Dinanzi a noi e sulla
nostra destra, tutto era ancora coperto dalla nebbia. Quella che s’andava
scoprendo allora, era la parte di Stambul che s’allunga, formando un arco di
circa quattro miglia italiane, sulla riva settentrionale del mar di Marmara,
fra il Capo del Serraglio e il Castello delle Sette Torri. Ma tutta la collina
del Serraglio era ancora velata. Dietro le case spuntavano l’un dopo l’altro i
minareti, altissimi e bianchi, e le loro sommità, illuminate dal sole, erano
color di rosa. Sotto le case cominciavano a scoprirsi le vecchie mura merlate,
di color fosco, rafforzate, a distanze eguali, da grosse torri, che formano
intorno a tutta la città una cintura non interrotta, contro la quale si rompono
le onde del mare. In poco tempo rimase scoperto un tratto di città lungo due
miglia; ma, dico il vero, lo spettacolo non corrispondeva alla mia
aspettazione. Eravamo nel punto in cui il Lamartine domandò a sè stesso: – È
questa Costantinopoli? – e gridò: – Che delusione! – Le colline erano ancora
nascoste, non si vedeva che la riva, le case formavano una sola fila
lunghissima, la città pareva tutta piana. – Capitano! – esclamai anch’io –; è
questa Costantinopoli? – Il capitano m’afferrò per un braccio, e accennando
colla mano dinanzi a sè: – Uomo di poca fede! – gridò –; guardi lassù. –
Guardai! e mi fuggì un’esclamazione di stupore. Un’ombra enorme, una mole
altissima e leggiera, ancora coperta da un velo vaporoso, si sollevava al cielo
dalla sommità d’un’altura, e rotondeggiava gloriosamente nell’aria, in mezzo a
quattro minareti smisurati e snelli, di cui le punte inargentate scintillavano
ai primi raggi del sole. – Santa Sofia! – gridò un marinaio; e una delle due
signore ateniesi disse a bassa voce: – Hagia Sofia! (La santa sapienza). I
turchi a prora s’alzarono in piedi. Ma già dinanzi e accanto alla grande
basilica, si sbozzavano a traverso la nebbia altre cupole enormi, e minareti
fitti e confusi come una foresta di gigantesche palme senza rami – La moschea
del Sultano Ahmed! – gridava il capitano, accennando –; la moschea di Bajazet,
la moschea d’Osman, la moschea di Laleli, la moschea di Solimano. Ma nessuno lo
sentiva più. Il velo si squarciava rapidamente, e da ogni parte balzavan fuori
moschee, torri, mucchi di verzura, case su case; e più andavamo innanzi, più la
città s’alzava e mostrava più distinti i suoi grandi contorni rotti,
capricciosi, bianchi, verdi, rosati, scintillanti; e la collina del serraglio
disegnava già intera la sua forma gentile sopra il fondo grigio della nebbia
lontana. Quattro miglia di città, tutta la parte di Stambul che guarda il mare
di Marmara, si stendeva dinanzi a noi, e le sue mura fosche e le sue case di
mille colori si riflettevano nell’acqua terse e nitide come in uno
specchio.
A un tratto il bastimento
si fermò.
Tutti
s’affollarono intorno al capitano domandando perchè. Egli ci spiegò che per
andare innanzi bisognava aspettare che svanisse la nebbia. La nebbia infatti
nascondeva ancora l’imboccatura del Bosforo come una fitta cortina. Ma dopo meno
d’un minuto, si poté proseguire, andando però cautissimamente.
Ci
avvicinavamo alla collina dell’antico serraglio.
Qui
la curiosità mia e di tutti diventò febbrile.
– Si volti in là –,
mi disse il capitano – e aspetti a guardare quando tutta la collina ci
sia davanti.
Mi voltai e fissai gli
occhi sopra uno sgabello che mi pareva che ballasse.
– Eccoci! – esclamò il
Capitano dopo qualche momento.
Mi voltai. Il bastimento
s’era fermato.
Eravamo in faccia alla
collina, vicinissimi.
È una grande collina tutta
vestita di cipressi, di terebinti, d’abeti e di platani giganteschi, che
spingono i rami fuori delle mura merlate fino a far ombra sul mare; e in mezzo
a questo mucchio di verzura s’alzano disordinatamente, separati e a gruppi, come
sparsi a caso, cime di chioschi, padiglioncini coronati di gallerie, cupolette
inargentate, piccoli edifizii di forme gentili e strane, colle finestre
ingraticolate e le porte a rabeschi; tutto bianco, piccino, mezzo nascosto, che
lascia indovinare un labirinto di giardini, di corridoi, di cortili, di
recessi; un’intera città chiusa in un bosco; separata dal mondo, piena di
mistero e di tristezza. In quel momento vi batteva su il sole, ma la ricopriva
ancora un velo leggerissimo. Non vi si vedeva nessuno, non vi si sentiva il più
leggiero rumore. Tutti i viaggiatori stavano là cogli occhi fissi su quel colle
coronato dalle memorie di quattro secoli di gloria, di piaceri, d’amori, di
congiure e di sangue; reggia, cittadella e tomba della grande monarchia ottomana;
e nessuno parlava, nessuno si moveva. Quando a un tratto il secondo del
bastimento gridò: – Signori, si vede Scutari!
Ci voltammo tutti verso la
riva asiatica. Scutari, la Città d’oro, era là sparsa a perdita d’occhi sulle
sommità e per i fianchi delle sue grandi colline, velata dai vapori luminosi
del mattino, ridente, fresca come una città sorta allora al tocco d’una verga
fatata. Chi può descrivere quello spettacolo? Il linguaggio con cui descriviamo
le città nostre non serve a dare una idea di quella immensa varietà di colori e
di prospetti, di quella meravigliosa confusione di città e di paesaggio, di
gaio e d’austero, d’europeo, d’orientale, di bizzarro, di gentile, di grande!
S’immagini una città composta di diecimila villette gialle e purpuree, e
di diecimila giardini lussureggianti di verde, in mezzo a cui s’alzano cento
moschee candide come la neve; di sopra, una foresta di cipressi enormi: il più
grande cimitero dell’Oriente; alle estremità, smisurate caserme bianche, gruppi
di case e di cipressi, villaggetti raccolti sui poggi, dietro ai quali
ne spuntano altri mezzo nascosti fra la verzura; e per tutto cime di minareti e
sommità di cupole biancheggianti fino a mezzo il dorso d’una montagna che
chiude come una gran cortina l’orizzonte; una grande città sparpagliata in un
immenso giardino, sopra una riva qui rotta da burroni a picco, vestiti di
sicomori, là digradante in piani verdi, aperta in piccoli seni pieni d’ombra e
di fiori; e lo specchio azzurro del Bosforo che riflette tutta questa bellezza.
Mentre stavo guardando
Scutari, il mio amico mi toccò col gomito per annunziarmi che aveva scoperto
un’altra città. E vidi infatti, voltandomi verso il mar di Marmara, sulla
stessa riva asiatica, al di là di Scutari, una lunghissima fila di case, di
moschee e di giardini dinanzi a cui era passato il bastimento, e che fino
allora eran rimasti nascosti dalla nebbia. Col canocchiale si discernevano
benissimo i caffè, i bazar, le case all’europea, gli scali, i muri di cinta
degli orti, le barchette sparse lungo la riva. Era Kadi-Kioi, il villaggio
dei giudici, posto sulle rovine dell’antica Calcedonia, già rivale di
Bisanzio; quella Calcedonia fondata seicento ottantacinque anni prima di Cristo
dai Megaresi, ai quali fu dato dall’oracolo di Delfo il soprannome di ciechi
per avere scelto quel sito invece della riva opposta dove sorge Stambul. – E
tre città – ci disse il Capitano –; le contino sulle dita perchè a momenti ne
salteranno fuori delle altre.
Il bastimento era sempre
immobile fra Scutari e la collina del Serraglio. La nebbia nascondeva
affatto il Bosforo da Scutari in là, e tutta Galata e tutta Pera che stavano
dinanzi a noi. Ci passavano accanto dei barconi, dei vaporini, dei caicchi, dei
piccoli legni a vela; ma nessuno li guardava. Tutti gli occhi erano fissi sulla
cortina grigia che copriva la città franca. Io fremevo d’impazienza e di
piacere. Ancora pochi momenti, e lo spettacolo meraviglioso, che strappa un
grido dall’anima! Appena potevo tener fermo agli occhi il canocchiale, tanto mi
tremava la mano. Il capitano mi guardava, pover’uomo, e godeva della mia
emozione, e fregandosi le mani esclamava:
– Ci siamo! ci siamo!
Finalmente incominciarono
ad apparire dietro al velo prima delle macchie bianchiccie, poi il contorno
vago d’una grande altura, poi uno sparso e vivissimo luccichio di vetrate
percosse dal sole, e infine Galata e Pera in piena luce, un monte, una miriade
di casette di tutti i colori, le une sulle altre; una città altissima coronata
di minareti, di cupole e di cipressi; sulla sommità i palazzi monumentali delle
Ambasciate, e la gran torre di Galata; ai piedi il vasto arsenale di Tophanè e
una foresta di bastimenti; e diradando sempre la nebbia, la città s’allungava
rapidamente dalla parte del Bosforo, e balzavano fuori borghi dietro borghi,
distesi dall’alto dei colli fino al mare, vasti, fitti, picchiettati di bianco
dalle moschee; file di bastimenti, piccoli porti, palazzi a fior d’acqua,
padiglioni, giardini, chioschi, boschetti; e confusi nella nebbia lontana,
altri borghi di cui si vedevano soltanto le sommità dorate dal sole; uno
sbarbaglio di colori, un rigoglio di verde, una fuga di vedute, una grandezza,
una delizia, una grazia da far prorompere in esclamazioni insensate. Sul
bastimento tutti erano a bocca aperta: viaggiatori, marinai, turchi, europei,
bambini. Non si sentiva uno zitto. Non si sapeva più da che parte guardare.
Avevamo da una parte Scutari e Kadi-Kioi; dall’altra la collina del Serraglio;
in faccia Galata, Pera, il Bosforo. Per vedere ogni cosa, bisognava girare
sopra sè stessi; e giravano, lanciando da tutte le parti degli sguardi
fiammeggianti, e ridendo e gesticolando senza parlare, con un piacere che ci
soffocava. Che bei momenti, Dio eterno!
Eppure il più grande e il
più bello rimaneva da vedere. Noi eravamo ancora immobili al di qua della punta
del Serraglio; senza oltrepassare la quale non si può vedere il Corno d’oro, e
la più meravigliosa veduta di Costantinopoli è sul Corno d’oro. – Signori,
stiano attenti – esclamò il capitano prima di dar l’ordine d’andare avanti; –
ora viene il momento critico. In tre minuti siamo in faccia a
Costantinopoli!
Provai un senso di freddo.
Si aspettò qualche altro
momento.
Ah! come mi saltava il
cuore! Con che febbre nell’anima aspettavo quella benedetta parola: – Avanti!
– Avanti! – gridò il
capitano.
Il bastimento si mosse.
Andiamo! Re,
principi, Cresi, potenti e fortunati della terra, in quel momento io ebbi
compassione di voi; il mio posto sul bastimento valeva tutti i vostri tesori, e
non avrei venduto un mio sguardo per un impero.
Un minuto –
un altro minuto – si passa la punta del Serraglio – intravvedo un enorme spazio
pieno di luce e un’immensità di cose e di colori – la punta è passata... Ecco
Costantinopoli! Costantinopoli sterminata, superba, sublime! Gloria alla
creazione ed all’uomo! Io non avevo sognato questa bellezza!
Ed ora descrivi,
miserabile! profana colla tua parola questa visione divina! Chi osa descrivere
Costantinopoli? Chateaubriand, Lamartine, Gautier, che cosa avete balbettato?
Eppure le immagini e le parole s’affollano alla mente e fuggono dalla penna.
Vedo, parlo, scrivo, tutto ad un tempo, senza speranza, ma con una voluttà che
m’innebria. Vediamo dunque. Il Corno d’oro, diritto dinanzi a noi, come un
largo fiume; e sulle due rive, due catene d’alture su cui s’innalzano e
s’allungano due catene parallele di città, che abbracciano otto miglia di
colli, di vallette, di seni, di promontorii; cento anfiteatri di monumenti e di
giardini; una doppia immensa gradinata di case, di moschee, di bazar, di
serragli, di bagni, di chioschi, svariati di colori infiniti; in mezzo ai quali
migliaia di minareti dalla punta lucente s’alzano al cielo come smisurate
colonne d’avorio; e sporgono boschi di cipressi che discendono in striscie cupe
dalle alture al mare, inghirlandando sobborghi e forti; e una possente
vegetazione sparsa si rizza e ribocca da ogni parte, impennacchia le cime,
serpeggia fra i tetti e si curva sulle sponde. A destra, Galata con dinanzi una
selva di antenne e di bandiere; sopra Galata, Pera che disegna sul cielo i
possenti contorni dei suoi palazzi europei; dinanzi, un ponte che unisce le due
rive, corso da due opposte folle variopinte; a sinistra, Stambul, distesa sulle
sue larghe colline, ognuna delle quali sorregge una moschea gigantesca dalla
cupola di piombo e dalle guglie d’oro: Santa Sofia, bianca e rosata; Sultano
Ahmed, fiancheggiata da sei minareti; Solimano il Grande, coronata di dieci
cupole; Sultana Validè, che si specchia nelle acque; sulla quarta collina, la
moschea di Maometto II; sulla quinta, la moschea di Selim; sulla sesta, il
serraglio di Tekyr; e al disopra di tutte le altezze, la torre bianca del
Seraschiere che domina le rive dei due continenti dai Dardanelli al mar Nero.
Di là dalla sesta collina di Stambul e di là da Galata non si vedono più che
profili vaghi, punte di città e di sobborghi, scorci di porti, di flotte e di
boschi, quasi svaniti in una atmosfera azzurrina, che non paiono più cose
reali, ma inganni dell’aria e della luce. Come afferrare i particolari di questo
quadro prodigioso? Lo sguardo si fissa per qualche momento sulle rive vicine,
sopra una casetta turca o sopra un minareto dorato; ma subito si rilancia in
quella profondità luminosa e spazia a caso fra quelle due fughe di città
fantastiche, seguito a stento dalla mente sbalordita. Una maestà infinitamente
serena è diffusa su tutta quella bellezza: un non so che di giovanile e
d’amoroso, che risveglia mille rimembranze di racconti di fate e di sogni
primaverili; un che d’aereo, d’arcano e di grande, che rapisce la fantasia
fuori del vero. Il cielo, sfumato a finissime tinte opaline ed argentee,
contorna con una nettezza meravigliosa tutte le cose; il mare, color di
zaffiro, tutto picchiettato di gavitelli porporini, fa tremolare i
lunghi riflessi bianchi dei minareti; le cupole scintillano; tutta quella
immensa vegetazione s’agita e freme all’aria della mattina; nuvoli di colombi
svolazzano intorno alle moschee; migliaia di caicchi dipinti e dorati guizzano
sulle acque; il venticello del Mar Nero porta i profumi di dieci miglia di
giardini; e quando inebriati da questo paradiso, e già dimentichi d’ogni altra
cosa, ci si volta indietro, si vede con un sentimento nuovo di meraviglia la
riva dell’Asia che chiude il panorama colla bellezza pomposa di Scutari
e colle cime nevose dell’Olimpo di Bitinia; il mar di Marmara sparso d’isolette
e biancheggiante di vele; e il Bosforo coperto di navi, che serpeggia fra due
file interminabili di chioschi, di palazzi e di ville, e si perde
misteriosamente in mezzo alle più ridenti colline dell’Oriente. Ah sì! Questo è
il più bello spettacolo della terra; chi lo nega è ingrato a Dio e ingiuria la
creazione; una più grande bellezza soverchierebbe i sensi dell’uomo!
Passata la prima emozione,
guardai i viaggiatori: tutte le faccie erano mutate. Le due signore ateniesi
avevano gli occhi inumiditi; la signora russa, nel momento solenne, s’era
stretta sul cuore la piccola Olga; persino il freddo prete inglese faceva
sentire per la prima volta la sua voce, esclamando di tratto in tratto: –
wonderful! wonderful! – (stupendo stupendo!).
Il bastimento s’era fermato
poco lontano dal ponte; in pochi minuti vi si radunò intorno un visibilio di
barchette e irruppe sopra coperta una folla di facchini turchi, greci, armeni
ed ebrei, che bestemmiando un italiano dell’altro mondo, s’impadronirono delle
nostre robe e delle nostre persone.
Dopo
un tentativo inutile di resistenza, diedi un abbraccio al capitano, un bacio a
Olga, un addio a tutti e scesi col mio amico in un caicco a quattro remi, che
ci condusse alla dogana, di dove ci arrampicammo per un labirinto di
stradicciuole fino all’albergo di Bisanzio, sulla sommità della collina di
Pera.
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