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CINQUE ORE DOPO
La visione di
stamattina è svanita. Quella Costantinopoli tutta luce e tutta bellezza è una
città mostruosa, sparpagliata per un saliscendi infinito di colline e di valli;
è un labirinto di formicai umani, di cimiteri, di rovine, di solitudini; una
confusione non mai veduta di civiltà e di barbarie, che presenta un’immagine di
tutte le città della terra e raccoglie in sè tutti gli aspetti della vita
umana. Non ha veramente di una grande città che lo scheletro, che è la piccola
parte in muratura; il resto è un enorme agglomeramento di baracche, uno
sterminato accampamento asiatico, in cui brulica una popolazione che non fu mai
numerata, di gente d’ogni razza e d’ogni religione. È una grande città in
trasformazione, composta di città vecchie che si sfasciano, di città nuove
sorte ieri, d’altre città che stanno sorgendo. Tutto v’è sossopra; da ogni
parte si vedono le traccie d’un gigantesco lavoro: monti traforati, colli
sfiancati, borghi rasi al suolo, grandi strade disegnate; un immenso
sparpagliamento di macerie e d’avanzi d’incendi sopra un terreno perpetuamente
tormentato dalla mano dell’uomo. È un disordine, una confusione d’aspetti
disparati, un succedersi continuo di vedute imprevedibili e strane, che dà il
capogiro. Andate in fondo a una strada signorile, è chiusa da un burrone;
uscite dal teatro, vi trovate in mezzo alle tombe; giungete sulla sommità d’una
collina, vi vedete un bosco sotto i piedi, e un’altra città sulla collina in
faccia; il borgo che avete attraversato poc’anzi, lo vedete, voltandovi
improvvisamente, in fondo a una valle profonda, mezzo nascosto dagli alberi;
svoltate intorno a una casa, ecco un porto; scendete per una strada, addio
città! siete in una gola deserta, da cui non si vede altro che cielo; le città
spuntano, si nascondono, balzan fuori continuamente sul vostro capo, ai vostri
piedi, alle vostre spalle, vicine e lontane, al sole, nell’ombra, fra i boschi,
sul mare; fate un passo avanti, vedete un panorama immenso; fate un passo
indietro, non vedete più nulla; alzate il capo, mille punte di minareti;
scendete d’un palmo, spariscon tutti e mille. Le strade, infinitamente
reticolate, serpeggiano fra i poggi, corrono su terrapieni, rasentano
precipizi, passano sotto gli acquedotti, si rompono in vicoli, discendono in
gradinate, in mezzo ai cespugli, alle roccie, alle rovine, alle sabbie. Di
tratto in tratto, la gran città piglia come un respiro nella solitudine della
campagna, e poi ricomincia più fitta, più colorita, più allegra; qui pianeggia,
là s’arrampica, più in là precipita, si disperde e poi si riaffolla; in un
luogo fuma e strepita, in un altro dorme; in una parte rosseggia tutta, in
un’altra parte è tutta bianca, in una terza vi domina il color d’oro, una
quarta presenta l’aspetto d’un monte di fiori. La città elegante, il villaggio,
la campagna, il giardino, il porto, il deserto, il mercato, la necropoli, si
alternano senza fine innalzandosi l’uno sull’altro, a scaglioni, in modo che da
certe alture si abbracciano con uno sguardo solo, sopra una sola china, tutte
le varietà d’una provincia. Un’infinità di contorni bizzarri si disegna da ogni
parte sul cielo e sulle acque, così fitti, così pazzamente spezzettati e
dentellati dalla meravigliosa varietà delle architetture, che si confondono
agli occhi come se tremolassero e s’intricassero gli uni cogli altri. In mezzo
alle casette turche si alza il palazzo europeo; dietro il minareto, il
campanile; sopra la terrazza, la cupola; dietro la cupola, il muro merlato; i
tetti alla chinese dei chioschi sopra i frontoni dei teatri, i balconi ingraticolati
degli arem di rimpetto ai finestroni a vetrate, le finestrine moresche in
faccia ai terrazzi a balaustri, le nicchie delle madonne sotto gli archetti
arabi, i sepolcri nei cortili, le torri fra i tugurii; le moschee, le
sinagoghe, le chiese greche, le cattoliche, le armene, le une sulle altre, come
se facessero a soverchiarsi, e in tutti i vani, cipressi, pini a ombrello,
fichi e platani che stendono i rami sopra i tetti. Una indescrivibile
architettura di ripiego asseconda gli infiniti capricci del terreno con un
tritume di case tagliate a spicchi, in forma di torri triangolari, di piramidi
diritte e rovesciate, circondate di ponti, di puntelli e di fossi, ammucchiate
alla rinfusa, come massi franati da una montagna. A ogni cento passi tutto muta.
Qui siete in una strada d’un sobborgo di Marsiglia; svoltate: è un villaggio
asiatico; tornate a svoltare: è un quartiere greco; svoltate ancora: è un
sobborgo di Trebisonda. Alla lingua, ai visi, all’aspetto delle case
riconoscete di aver cangiato di stato; sono spicchi di Francia, striscie
d’Italia, screziature d’Inghilterra, innesti di Russia. Sulla immensa faccia
della città si vede rappresentata ad architetture e a colori la grande lotta
che si combatte fra la famiglia cristiana che riconquista e la famiglia
islamitica che difende colle ultime sue forze la terra sacra. Stambul, una
volta tutta turca, è assalita da ogni parte da quartieri cristiani, che la
rodono lentamente lungo la sponda del Corno d’oro e del Mar di Marmara;
dall’altra parte la conquista procede in furia: le chiese, i palazzi, gli
ospedali, i giardini pubblici, gli opifici, le scuole squarciano i quartieri
musulmani, soverchiano i cimiteri, si avanzano di collina in collina, e già
disegnano vagamente sul terreno sconvolto la forma d’una grande città che un
giorno coprirà la riva europea del Bosforo come quella d’ora copre le rive del
Corno d’oro. Ma da queste osservazioni generali distraggono ad ogni passo mille
cose nuove: in una via il convento dei dervis, in un’altra la caserma di stile
moresco, il caffè turco, il bazar, la fontana, l’acquedotto. In un quarto d’ora
bisogna cangiar dieci volte d’andatura: scendere, arrampicarsi, saltellar giù
per una china, salire per una scalinata di macigni, affondar nella mota e
scansar mille ostacoli, aprendosi la via ora tra la folla, ora tra gli arbusti,
ora tra i cenci appesi, ora turandosi il naso, ora aspirando ondate d’aria
odorosa. Dalla gran luce d’un sito aperto, donde si vede il Bosforo, l’Asia e
un cielo infinito, si cala con pochi passi nell’oscurità triste d’una rete di
vicoli fiancheggiati da case cadenti ed irti di sassi come letti di ruscelli;
da un verde fresco e ombroso, in un polverio soffocante, saettato dal sole; da
crocicchi pieni di rumore e di colori, in recessi sepolcrali, dove non è mai
sonata una voce umana; dal divino Oriente dei nostri sogni, in un altro Oriente
lugubre, immondo, decrepito che supera ogni più nera immaginazione. Dopo un
giro di poche ore non si sa più dove s’abbia la testa. A chi ci domandasse
improvvisamente che cos’è Costantinopoli, non si saprebbe rispondere che
mettendosi una mano sulla fronte per quetare la tempesta dei pensieri.
Costantinopoli è una Babilonia, un mondo, un caos. È bella? Prodigiosa. È
brutta? Orrenda. Vi piace? Ubbriaca. Ci stareste? Chi lo sa! Chi può dire che
starebbe in un altro astro? Si ritorna a casa pieni d’entusiasmo e di
disinganni, rapiti, stomacati, abbarbagliati, storditi, con un disordine nella
mente che somiglia al principio d’una congestione cerebrale, e che si queta poi
a poco a poco in una prostrazione profonda e in un tedio mortale. Si son
vissuti parecchi anni in fretta, e ci si sente invecchiati.
E la popolazione di
questa città mostruosa?
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