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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • I
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PIA DE' MONTERONI.

 

PARTE PRIMA.

 

 

 

I.

 

Avevo varcato di poco i sedici anni, e mi trovavo tuttora nel Collegio Carmignani di Firenze.

Non ero però menomamente travagliata dal desiderio di uscirne. Le nostre maestre erano eccellenti; nella mia qualità d'anziana, e soprattutto grazie al mio carattere piuttosto imperioso, che nulla aveva domato fino allora, avevo acquistato un grande ascendente sulle mie compagne.

Il nome della mia famiglia, appartenente alla più antica nobiltà senese, contribuiva anch'esso a vestirmi di un certo prestigio agli occhi loro: mi riconoscevano, si può, dire, come la loro sovrana, e bastava che proteggessi una delle piccole, perchè costei venisse rispettata generalmente e ben veduta.

Un mattino stavamo tutte radunate nel giardino dopo l'asciolvere, e io avevo appunto esercitato la mia influenza a favore di una nuova venuta, bambina di dodici anni, la cui figura piuttosto disgraziata e malaticcia aveva prevenute tutte le più ardite contro di lei.

La povera piccina era stata colta in uno di quei tranelli che si tendono malignamente alle nuove: tormentata dai sarcasmi e dai motteggi di una quindicina di fanciulle turbolente e schiamazzanti, spaventata dal frastuono e dai gesti che si figurava minacciosi, aveva finito col cadere in un accesso di convulsioni.

Ero giunta in buon punto sulla scena di quello che chiamerei misfatto infantile, ove nessuna maestra trovandosi presente, avevo assunto l'incarico di fare una viva sgridata alle più colpevoli. Sollevai quindi la bambina, che si dibatteva per terra, e la portai sopra un banco del giardino, mentre le altre, rientrate tosto in se stesse alle mie severe parole, chinavano il capo umiliate e confuse.

La bimba riaperse assai presto gli occhi; vedendo una giovane grande che le sorrideva amorevolmente, mi buttò le braccia al collo, sclamando:

- Signora, mi protegga per carità. -

Le diedi un bacio e le risposi:

- Non sono una signora, sono un'educanda come te; come ti chiami?

- Ida Sermanni, - rispose la bimba, guardandosi intorno con diffidenza: - sono entrata qui ieri sera soltanto.

- Lo so, - ripigliai, comprendendo il suo spavento; - non temere, d'ora innanzi ti si rispetterà. -

E soggiunsi, rivolgendomi allo stuolo delle cattivelle, da cui l'avevo salvata:

- Così, avete compreso? D'ora innanzi rispetterete Ida Sermanni. La prendo sotto la mia protezione. -

Quel piccolo episodio non aveva avuto altro seguito: tutte le colpevoli erano venute a pregarmi di tacere l'accaduto colle maestre; era una formalità, perchè le bricconcelle sapevano bene che ero incapace di tradirle; ma alla mia promessa di serbare il segreto tutte mi vollero abbracciare, giurando che non sarebbero mai più cadute in fallo. Ida Sermanni ebbe la sua parte dell'affetto che mi dimostravano; chi la baciava, chi le offriva dei confetti, e mi vidi più volte sul punto d'intervenire di nuovo per moderare la loro tenerezza improvvisata.

In quel momento, lo confesso, mi sentivo felice. Quel piccolo mondo pronto a rispondere ad un mio cenno mi era caro, e provavo una legittima fierezza vedendo che potevo dominarlo a mia posta. Mi pareva che nel corso della vita avrei dovuto trovare dappertutto la via facile e piana come nell'instituto, ove dimoravo dall'infanzia.

Le mie pazze illusioni furono interrotte dal romore di una carrozza che veniva a precipizio lungo il muro del giardino, e si arrestò proprio dinanzi alla porta del Collegio. Una forte scampanellata si fece udire immantinente.

- Chi sarà? - sclamarono tre o quattro fanciulle: - oggi non è giorno di visite. -

Il mio cuore cominciò a battere come se la persona che giungeva così potesse importarmi. Speravo che fosse la mia buona mamma.

Un istante dopo una fantesca venne nel giardino, e chiamò la signorina Pia Monteroni in sala.

Mi levai di sbalzo. Avrei dovuto essere lieta, ma non so perchè le gambe mi tremavano. Giunsi in sala palpitante, ma sempre persuasa di trovarvi mia madre; invece mi si presentò il viso arcigno della Cesira.

La Cesira era la cameriera di confidenza di mia madre; ai miei occhi, era una creatura antipatica, alta, nera, secca come l'acciaio: ma mia madre aveva fiducia in lei e soleva dire che valeva un tesoro per una casa.

Vedendo la Cesira, provai una scossa al cuore, e sclamai:

- Mia madre?

- La signora Virginia Monteroni è malata, - rispose la cameriera. - La prego perciò di mettere il suo cappellino e di venire con me.

- Così, subito? - chiesi spaventata.

La maestra, che aveva accolta prima la Cesira, cercò di farmi coraggio: ell'era persuasa che la mia genitrice non era malata gravemente: ma io dovevo accorrere al di lei appello: mi presentava la mia cappa e il mio cappello, assicurando che avrebbe vegliato ella stessa per mandarmi poi quanto mi occorreva.

Non feci più veruna obbiezione, e mezza stordita mi lasciai vestire; abbracciai la maestra, e seguii la Cesira.

Il Collegio era situato verso Porta San Gallo. Ma il mezzogiorno era ancora lontano; ed avevamo tempo per giungere alla Stazione. La Cesira aveva già in pronto i biglietti; ben tosto ci trovammo sole in un compartimento di prima classe.

Non avevamo scambiato fino allora alcuna parola: esitavo a chiedere di mia madre per timore di udire qualche cattiva notizia. Finalmente mi feci coraggio, e ruppi il silenzio.

- La malattia di mia madre non è grave, è vero? - dissi.

- La signora è in pericolo di vita, - rispose la Cesira impassibile.

- Giusto cielo! E lo dite con quella calma? - esclamai indignata. - Non avete cuore: vi farò scacciare di casa. -

La Cesira si strinse nelle spalle e non rispose.

Ero crudelmente angosciata: mi rannicchiai nel mio angolo decisa di non aprire più le labbra fino a Siena.

Le più amare riflessioni vennero a turbarmi l'animo durante quel penoso viaggio. Riandando il passato, mi pareva che tutto fosse tenebre dinanzi a me: non rammentavo di avere veduto mia madre gaia e ridente, e il primo episodio della mia infanzia, di cui avevo una confusa memoria, m'era sempre parso spaventevole.

Potevo avere quattro anni, fors'anco meno: era di notte: mi svegliai ad un tratto nel mio letticciuolo, e mi sentii sollevata nelle braccia di un uomo che si pose a baciarmi freneticamente. Quell'uomo era esso mio padre? Credo di sì. Mia madre singhiozzava ai suoi piedi: pareva chiedergli qualche cosa che egli rifiutava: ma egli pure piangeva; avevo tutto il mio visino inondato delle sue lagrime.

Bentosto mi depose di nuovo sul letto; mi posi a strillare; m'avevano lasciata sola; l'uomo, mio padre, s'era lanciato verso l'uscita e mia madre l'aveva seguito con un grido di disperazione; ma ella non potè andare lontano e stramazzò sul limitare della camera.

Allora entrarono delle altre donne: dovevano essere le cameriere; una, la Marta, che vegliava particolarmente sopra di me, mi portò seco.

Non so che cosa avvenne nei giorni seguenti; mi sovvenivo di un soggiorno, verso quel tempo, in casa di una vecchia contessa, morta dappoi: mi pareva d'essere stata un'eternità con quella vecchia gentildonna, la quale sospirava, e sclamava ad ogni istante: - Povera bimba! Povera bimba! -

Quando avevo riveduto mia madre, un gran mutamento s'era fatto in lei: ella era pallida come una morta e vestiva a bruno: io pure era vestita di nero, e non obbliai mai i baci dolorosi e ardenti, di cui ella mi coperse in quel momento.

Si fu d'allora che non vidi più l'uomo, a cui rammentavo confusamente di avere dato il nome di babbo: era morto senza dubbio, ma in quale maniera, l'ignoravo: ogni qualvolta ne avevo chiesto alla madre mia, ella mi aveva sempre imposto silenzio con una specie di sgomento.

Così, tutto doveva farmi supporre che la sventura accaduta fosse stata tremenda. La salute di mia madre divenne mal ferma, e quantunque mi amasse teneramente, ella mi tenne dappoi lontana da per quanto poteva. I pochi giorni di vacanza che passavo presso di lei erano sempre melanconici.

Il mio carattere gaio ed espansivo si accomodava certamente poco ad una tal vita. La giovinezza è dotata di tanta elasticità, che, tornata al Collegio in mezzo alle amiche che mi amavano, obbliavo, non già la genitrice, che mi era immensamente cara, ma i dolori che dovevano conturbarne l'esistenza.

Ero io perciò insensibile? Non lo credo, ma, avvezza a vedere la madre mia in preda alla tristezza, mi figuravo che ciò dipendeva dal suo carattere; e il pensiero che avrei potuto perderla un giorno non si era mai presentato alla mia mente.

Ora il risveglio era crudele. Provavo una specie di rimorso per la mia cecità, e mi dicevo che, assistita da me, non sarebbe forse giunta al punto da far temere per la sua vita.

Giungemmo finalmente a Siena. L'antico palazzo dei Monteroni era situato verso Porta Romana: la Cesira prese una carrozza da nolo e mi vi fece salire.

- Non ci attendono forse? - diss'io meravigliata. - Non potevano venire a pigliarmi col legno?

- Non vi sono più legni in casa, - rispose la Cesira con accento brusco.

- Come! Che volete dire? - sclamai, fissandola sbigottita.

Ella replicò allora alquanto raddolcita che non avessi a tormentarmi: dovevo trovare molti mutamenti in casa, ma erano preparati da lungo tempo, e avrei saputo ogni cosa anche troppo presto.

Sentii un'immensa confusione agitarmi lo spirito, e simultaneamente certi fatti che mi erano sembrati, pel passato, di nessuna importanza, tornarono distinti alla mia mente. Io non avevo mai mancato nel Collegio di quelle mille superfluità che l'uso quotidiano della vita signorile rende quasi necessarie: avevo sempre veduto la casa di mia madre mantenuta con un certo decoro, ma mia madre stessa si metteva continuamente gli stessi vestiti, sotto pretesto che usciva poco, e un giorno in cui le avevo chiesto alcuni gioielli che essa non portava più, l'avevo veduta arrossire, poi mi aveva risposto con accento quasi mortificato:

- Non me li domandare, bambina mia, non so più dove sono. -

Credetti allora che non me li volesse dare, ma il pensiero ormai che eravamo povere al punto da vendere i gioielli di famiglia, venne ad assalirmi con una tenacità dolorosa, e a ridestare il mio rammarico per le prodigalità, di cui facevo spesso pompa nel Collegio.

Quando scesi al palazzo, ne trovai il cortile silenzioso, e vidi la camera del guardaportone chiusa. La grande scala, una delle meraviglie del palazzo, mi parve sudicia e mal tenuta, e nell'anticamera non incontrai neppure un domestico. Quel vasto casamento annerito dagli anni aveva l'aspetto di un sepolcro.

 




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