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PIA DE' MONTERONI.
PARTE PRIMA.
I.
Avevo varcato di poco i sedici anni, e mi trovavo tuttora
nel Collegio Carmignani di Firenze.
Non ero però menomamente travagliata dal desiderio di
uscirne. Le nostre maestre erano eccellenti; nella mia qualità d'anziana, e
soprattutto grazie al mio carattere piuttosto imperioso, che nulla aveva domato
fino allora, avevo acquistato un grande ascendente sulle mie compagne.
Il nome della mia famiglia, appartenente alla più antica
nobiltà senese, contribuiva anch'esso a vestirmi di un certo prestigio agli
occhi loro: mi riconoscevano, si può, dire, come la loro sovrana, e bastava che
proteggessi una delle piccole, perchè costei venisse rispettata generalmente e
ben veduta.
Un mattino stavamo tutte radunate nel giardino dopo
l'asciolvere, e io avevo appunto esercitato la mia influenza a favore di una
nuova venuta, bambina di dodici anni, la cui figura piuttosto disgraziata e
malaticcia aveva prevenute tutte le più ardite contro di lei.
La povera piccina era stata colta in uno di quei tranelli
che si tendono malignamente alle nuove: tormentata dai sarcasmi e dai motteggi
di una quindicina di fanciulle turbolente e schiamazzanti, spaventata dal
frastuono e dai gesti che si figurava minacciosi, aveva finito col cadere in un
accesso di convulsioni.
Ero giunta in buon punto sulla scena di quello che chiamerei
misfatto infantile, ove nessuna maestra trovandosi presente, avevo assunto
l'incarico di fare una viva sgridata alle più colpevoli. Sollevai quindi la
bambina, che si dibatteva per terra, e la portai sopra un banco del giardino,
mentre le altre, rientrate tosto in se stesse alle mie severe parole, chinavano
il capo umiliate e confuse.
La bimba riaperse assai presto gli occhi; vedendo una
giovane grande che le sorrideva amorevolmente, mi buttò le braccia al collo,
sclamando:
- Signora, mi protegga per carità. -
Le diedi un bacio e le risposi:
- Non sono una signora, sono un'educanda come te; come ti
chiami?
- Ida Sermanni, - rispose la bimba, guardandosi intorno con
diffidenza: - sono entrata qui ieri sera soltanto.
- Lo so, - ripigliai, comprendendo il suo spavento; - non
temere, d'ora innanzi ti si rispetterà. -
E soggiunsi, rivolgendomi allo stuolo delle cattivelle, da
cui l'avevo salvata:
- Così, avete compreso? D'ora innanzi rispetterete Ida
Sermanni. La prendo sotto la mia protezione. -
Quel piccolo episodio non aveva avuto altro seguito: tutte
le colpevoli erano venute a pregarmi di tacere l'accaduto colle maestre; era
una formalità, perchè le bricconcelle sapevano bene che ero incapace di
tradirle; ma alla mia promessa di serbare il segreto tutte mi vollero
abbracciare, giurando che non sarebbero mai più cadute in fallo. Ida Sermanni
ebbe la sua parte dell'affetto che mi dimostravano; chi la baciava, chi le
offriva dei confetti, e mi vidi più volte sul punto d'intervenire di nuovo per
moderare la loro tenerezza improvvisata.
In quel momento, lo confesso, mi sentivo felice. Quel
piccolo mondo pronto a rispondere ad un mio cenno mi era caro, e provavo una
legittima fierezza vedendo che potevo dominarlo a mia posta. Mi pareva che nel
corso della vita avrei dovuto trovare dappertutto la via facile e piana come
nell'instituto, ove dimoravo dall'infanzia.
Le mie pazze illusioni furono interrotte dal romore di una
carrozza che veniva a precipizio lungo il muro del giardino, e si arrestò
proprio dinanzi alla porta del Collegio. Una forte scampanellata si fece udire
immantinente.
- Chi sarà? - sclamarono tre o quattro fanciulle: - oggi non
è giorno di visite. -
Il mio cuore cominciò a battere come se la persona che
giungeva così potesse importarmi. Speravo che fosse la mia buona mamma.
Un istante dopo una fantesca venne nel giardino, e chiamò la
signorina Pia Monteroni in sala.
Mi levai di sbalzo. Avrei dovuto essere lieta, ma non so
perchè le gambe mi tremavano. Giunsi in sala palpitante, ma sempre persuasa di
trovarvi mia madre; invece mi si presentò il viso arcigno della Cesira.
La Cesira era la cameriera di confidenza di mia madre; ai
miei occhi, era una creatura antipatica, alta, nera, secca come l'acciaio: ma
mia madre aveva fiducia in lei e soleva dire che valeva un tesoro per una casa.
Vedendo la Cesira, provai una scossa al cuore, e sclamai:
- Mia madre?
- La signora Virginia Monteroni è malata, - rispose la
cameriera. - La prego perciò di mettere il suo cappellino e di venire con me.
- Così, subito? - chiesi spaventata.
La maestra, che aveva accolta prima la Cesira, cercò di
farmi coraggio: ell'era persuasa che la mia genitrice non era malata gravemente:
ma io dovevo accorrere al di lei appello: mi presentava la mia cappa e il mio
cappello, assicurando che avrebbe vegliato ella stessa per mandarmi poi quanto
mi occorreva.
Non feci più veruna obbiezione, e mezza stordita mi lasciai
vestire; abbracciai la maestra, e seguii la Cesira.
Il Collegio era situato verso Porta San Gallo. Ma il
mezzogiorno era ancora lontano; ed avevamo tempo per giungere alla Stazione. La
Cesira aveva già in pronto i biglietti; ben tosto ci trovammo sole in un
compartimento di prima classe.
Non avevamo scambiato fino allora alcuna parola: esitavo a
chiedere di mia madre per timore di udire qualche cattiva notizia. Finalmente
mi feci coraggio, e ruppi il silenzio.
- La malattia di mia madre non è grave, è vero? - dissi.
- La signora è in pericolo di vita, - rispose la Cesira
impassibile.
- Giusto cielo! E lo dite con quella calma? - esclamai
indignata. - Non avete cuore: vi farò scacciare di casa. -
La Cesira si strinse nelle spalle e non rispose.
Ero crudelmente angosciata: mi rannicchiai nel mio angolo
decisa di non aprire più le labbra fino a Siena.
Le più amare riflessioni vennero a turbarmi l'animo durante
quel penoso viaggio. Riandando il passato, mi pareva che tutto fosse tenebre
dinanzi a me: non rammentavo di avere veduto mia madre gaia e ridente, e il
primo episodio della mia infanzia, di cui avevo una confusa memoria, m'era
sempre parso spaventevole.
Potevo avere quattro anni, fors'anco meno: era di notte: mi
svegliai ad un tratto nel mio letticciuolo, e mi sentii sollevata nelle braccia
di un uomo che si pose a baciarmi freneticamente. Quell'uomo era esso mio
padre? Credo di sì. Mia madre singhiozzava ai suoi piedi: pareva chiedergli
qualche cosa che egli rifiutava: ma egli pure piangeva; avevo tutto il mio
visino inondato delle sue lagrime.
Bentosto mi depose di nuovo sul letto; mi posi a strillare;
m'avevano lasciata sola; l'uomo, mio padre, s'era lanciato verso l'uscita e mia
madre l'aveva seguito con un grido di disperazione; ma ella non potè andare
lontano e stramazzò sul limitare della camera.
Allora entrarono delle altre donne: dovevano essere le
cameriere; una, la Marta, che vegliava particolarmente sopra di me, mi portò
seco.
Non so che cosa avvenne nei giorni seguenti; mi sovvenivo di
un soggiorno, verso quel tempo, in casa di una vecchia contessa, morta dappoi:
mi pareva d'essere stata un'eternità con quella vecchia gentildonna, la quale
sospirava, e sclamava ad ogni istante: - Povera bimba! Povera bimba! -
Quando avevo riveduto mia madre, un gran mutamento s'era
fatto in lei: ella era pallida come una morta e vestiva a bruno: io pure era
vestita di nero, e non obbliai mai i baci dolorosi e ardenti, di cui ella mi
coperse in quel momento.
Si fu d'allora che non vidi più l'uomo, a cui rammentavo
confusamente di avere dato il nome di babbo: era morto senza dubbio, ma in
quale maniera, l'ignoravo: ogni qualvolta ne avevo chiesto alla madre mia, ella
mi aveva sempre imposto silenzio con una specie di sgomento.
Così, tutto doveva farmi supporre che la sventura accaduta
fosse stata tremenda. La salute di mia madre divenne mal ferma, e quantunque mi
amasse teneramente, ella mi tenne dappoi lontana da sè per quanto poteva. I
pochi giorni di vacanza che passavo presso di lei erano sempre melanconici.
Il mio carattere gaio ed espansivo si accomodava certamente
poco ad una tal vita. La giovinezza è dotata di tanta elasticità, che, tornata
al Collegio in mezzo alle amiche che mi amavano, obbliavo, non già la
genitrice, che mi era immensamente cara, ma i dolori che dovevano conturbarne
l'esistenza.
Ero io perciò insensibile? Non lo credo, ma, avvezza a
vedere la madre mia in preda alla tristezza, mi figuravo che ciò dipendeva dal
suo carattere; e il pensiero che avrei potuto perderla un giorno non si era mai
presentato alla mia mente.
Ora il risveglio era crudele. Provavo una specie di rimorso
per la mia cecità, e mi dicevo che, assistita da me, non sarebbe forse giunta
al punto da far temere per la sua vita.
Giungemmo finalmente a Siena. L'antico palazzo dei Monteroni
era situato verso Porta Romana: la Cesira prese una carrozza da nolo e mi vi
fece salire.
- Non ci attendono forse? - diss'io meravigliata. - Non
potevano venire a pigliarmi col legno?
- Non vi sono più legni in casa, - rispose la Cesira con
accento brusco.
- Come! Che volete dire? - sclamai, fissandola sbigottita.
Ella replicò allora alquanto raddolcita che non avessi a
tormentarmi: dovevo trovare molti mutamenti in casa, ma erano preparati da
lungo tempo, e avrei saputo ogni cosa anche troppo presto.
Sentii un'immensa confusione agitarmi lo spirito, e
simultaneamente certi fatti che mi erano sembrati, pel passato, di nessuna
importanza, tornarono distinti alla mia mente. Io non avevo mai mancato nel
Collegio di quelle mille superfluità che l'uso quotidiano della vita signorile
rende quasi necessarie: avevo sempre veduto la casa di mia madre mantenuta con
un certo decoro, ma mia madre stessa si metteva continuamente gli stessi
vestiti, sotto pretesto che usciva poco, e un giorno in cui le avevo chiesto
alcuni gioielli che essa non portava più, l'avevo veduta arrossire, poi mi
aveva risposto con accento quasi mortificato:
- Non me li domandare, bambina mia, non so più dove sono. -
Credetti allora che non me li volesse dare, ma il pensiero
ormai che eravamo povere al punto da vendere i gioielli di famiglia, venne ad
assalirmi con una tenacità dolorosa, e a ridestare il mio rammarico per le
prodigalità, di cui facevo spesso pompa nel Collegio.
Quando scesi al palazzo, ne trovai il cortile silenzioso, e
vidi la camera del guardaportone chiusa. La grande scala, una delle meraviglie
del palazzo, mi parve sudicia e mal tenuta, e nell'anticamera non incontrai
neppure un domestico. Quel vasto casamento annerito dagli anni aveva l'aspetto
di un sepolcro.
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