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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • XV
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XV.

 

I giorni dolorosi si moltiplicarono. Il dottore De Luca si mostrava imbarazzato. Lo stato del malato era saltuario; si lagnava continuamente di un fuoco interno che lo struggeva; invano gli si prodigavano i rinfrescanti più conosciuti, nulla valeva a portargli qualche sollievo durevole. Aveva periodi di tregua, durante i quali lo credevamo quasi guarito, eppoi, senza alcuna causa apparente, il male ricominciava con sempre crescente intensità. Credevo allora di essere ingiusta e malvagia, supponendo che qualche sostanza nocevole potesse produrre in lui questi effetti. Il vino con tutto ciò che avrebbe giovato a eccitare l'infiammazione, era assolutamente vietato: non sapendo che immaginare, pensavo perfino che la Beatrice o Corrado stesso gli dessero, a mia insaputa, qualche liquore, di cui era eccessivamente ghiotto. Mi determinai perciò a sorvegliare sempre maggiormente e, per alcuni giorni infatti, le cose camminarono verso il meglio; il dottore aveva ordinato un'emulsione dolcificante che produsse qualche giovamento, tanto che il medico stesso, vedendolo in miglior via, annunziò un mattino che doveva recarsi a Bari per un consulto molto grave, il quale lo avrebbe trattenuto forse anche un par di giorni.

- Ebbene, al vostro ritorno mi troverete guarito, - disse don Gaetano colla fiducia di chi si sente momentaneamente sollevato.

- Lo spero e lo credo, - rispose il dottore.

La speranza fu un sogno: mio marito ebbe un nuovo assalto così violento, che ci spaventò. L'emulsione che produceva sempre tanto bene, gli cagionò questa volta un disturbo improvviso, da cui rimase come soffocato. Ansava penosamente, accennando colle mani che ardeva nel petto e non poteva più respirare.

Avevamo tutti perduto un poco il capo; si sapeva che il dottore De Luca doveva essere ancora assente, tuttavia il primo istinto fece sì che io inviassi da lui il domestico per vedere se per caso fosse arrivato. Il domestico, al ritorno, rispose che il vecchio dottore era sempre fuori, ma che suo figlio era giunto in quel giorno stesso ad Altamura, e si metteva a nostra disposizione.

In quell'istante io non pensai più che alla salute di mio marito, e dissi senza esitare:

- Venga subito. -

Il dottor Daniele aveva seguito il domestico e attendeva di fuori. Debbo rendergli giustizia; dinanzi al pericolo, di cui gli era stato fatto cenno dal servo, non aveva esitato un istante ad accorrere in soccorso dell'uomo che lo aveva crudelmente offeso; e io sono persuasa che in quel momento non era dominato da verun altro pensiero, fuori che da quello del suo dovere che gl'imponeva di dedicarsi all'umanità sofferente. A mio marito stesso la sua visita non produsse l'effetto penoso da me temuto. L'uomo che si sente morire oblia molte cose; egli si abbandonò senza difficoltà alle cure del giovane medico.

Il dottor Daniele esaminò l'ammalato coll'attenzione o coll'aspetto di un uomo così sorpreso, che ne rimasi colpita. Fece al paziente una quantità d'interrogazioni, ne fece a noi con un'insistenza singolare. Si affrettò quindi a scrivere una ricetta che mandò a spedire immediatamente e che attese per somministrarla egli stesso, non senza averla prima fiutata a lungo.

Non so di che fosse composta, ma il fatto è che produsse un bene quasi immediato. Il risultato ottenuto parve rendere il medico anche più pensoso. Richiese ancora che cosa avevamo dato all'ammalato, e si rispose che non aveva preso altro che l'emulsione ordinata dal dottore De Luca: aveva anzi terminata la dose poco prima che il disturbo dichiarasse.

- E chi gli somministrava questa medicina? - chiese il dottore.

Stavo per rispondere che ero io, ma donna Maria Concetta non me ne lasciò il tempo, dicendo con premura che io sola volevo servire mio marito e che qualunque cosa, cibo o medicina, gli veniva sempre offerto da me.

Non so se m'ingannai, ma mi parve che il dottor Daniele facesse un brusco movimento, poi i suoi occhi si fissarono sopra di me con insistenza. Sostenni il suo sguardo maravigliata e un poco malcontenta; egli distolse finalmente gli occhi da me e chiese dove era l'ampolla della medicina. Nessuno potè rivenirla sul momento: mi rammentavo perfettamente d'averla riposta sopra un tavolino, ma non vi era più.

- La si deve trovare, - disse il dottor Daniele con serietà: - è necessario che io veda di che cosa era composta la bevanda: vi sarà stata un'etichetta. -

Si mandò a rovistare in cucina, e la Beatrice tornò ben tosto coll'ampollina: ma la goccia di bevanda che mi pareva fosse rimasta, quando ne avevo somministrato l'ultimo cucchiaio a don Gaetano, era sparita e la boccetta lavata di fresco. La Beatrice disse che l'aveva trovata tal quale, e pensava che qualche altra persona di servizio avesse creduto di far bene a sciacquarla.

Il dottor Daniele esaminò l'etichetta, e disse che le sostanze, di cui il farmaco era composto, dovevano produrre un effetto benefico in don Gaetano; ma potevano essere state manipolate male, quindi egli stesso ne avrebbe portata più tardi un'altra dose fatta sotto la sua sorveglianza. Intanto raccomandava all'ammalato il riposo, e l'assoluta astensione da qualsiasi bevanda o nutrimento.

La giornata era quasi passata in mezzo a tutto questo trambusto: il dottor Daniele non aveva abbandonato mai il letto di mio marito: il sollievo provato dopo la venuta di lui aveva ben disposto don Gaetano: ringraziò più volte il giovane medico, e io potei convincermi che in quel momento nell'animo del mio consorte non v'era posto per alcun ingiusto sospetto.

Quando il dottore prese infine commiato, don Graziano era mezzo sopito: il giovane De Luca uscì sulla punta dei piedi; io mi feci coraggio e lo seguii.

Volevo assolutamente conoscere la sua opinione su quella malattia singolare: il contegno di lui mi era sembrato strano; credevo dovere mio d'interrogarlo.

Ma quando mi trovai sola con lui, mi sentii piena di imbarazzo e di sgomento ripensando alla lettera che mi aveva scritta, e stetti un istante in silenzio. Egli sembrava commosso assai: vedendo che non osava parlare, ritrovai io stessa la forza per dirgli:

- Mi spieghi, in nome di Dio, qual'è la malattia di mio marito: che ne debbo pensare? -

Il dottor Daniele fece vivamente un passo verso di me con un gesto che mi parve appassionato. Indietreggiai tosto, e ripigliai con precipitazione.

- Mio marito è forse in pericolo di vita, i momenti sono preziosi: parli apertamente. -

Egli si ricompose tosto; sul suo viso apparve tutta l'impassibilità dell'uomo di scienza, e disse con accento lento e grave, mentre ricominciava a fissare ostinatamente i suoi occhi nei miei:

- Vorrei non dover parlare. Io stesso non oso giudicare; ma se credo all'apparenza, la malattia di don Gaetano presenta tutti i sintomi di un lento avvelenamento.

Non fui padrona di me stessa, e mandai un grido sommesso.

- Posso ingannarmi, - ripigliò il dottore con accento che si faceva sempre più grave, direi quasi severo; - ma se ella ha a cuore la salute, anzi la vita del barone, vigili attentamente su tutto ciò che gli verrà somministrato. -

Non potè dirne di più, e io non ebbi tempo di replicare una sola parola, poichè intesi un rumore dietro di me e Corrado sbucò fuori da una porta attigua: stava egli a origliare?

Era cosa difficile a sapersi: il viso dei congiunti di mio marito non offriva mai appiglio ad alcuna supposizione. Con aspetto franco, impassibile, Corrado si avanzò sclamando:

- Come, dottore, nessuno, tolta la baronessa, per accompagnarvi? Permettete, tocca a me. -

E gli aperse la porta solennemente, guidandolo fin fuori di casa.

 




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