XV.
I giorni dolorosi si moltiplicarono. Il dottore De Luca si
mostrava imbarazzato. Lo stato del malato era saltuario; si lagnava
continuamente di un fuoco interno che lo struggeva; invano gli si prodigavano i
rinfrescanti più conosciuti, nulla valeva a portargli qualche sollievo
durevole. Aveva periodi di tregua, durante i quali lo credevamo quasi guarito,
eppoi, senza alcuna causa apparente, il male ricominciava con sempre crescente
intensità. Credevo allora di essere ingiusta e malvagia, supponendo che qualche
sostanza nocevole potesse produrre in lui questi effetti. Il vino con tutto ciò
che avrebbe giovato a eccitare l'infiammazione, era assolutamente vietato: non
sapendo che immaginare, pensavo perfino che la Beatrice o Corrado stesso gli
dessero, a mia insaputa, qualche liquore, di cui era eccessivamente ghiotto. Mi
determinai perciò a sorvegliare sempre maggiormente e, per alcuni giorni
infatti, le cose camminarono verso il meglio; il dottore aveva ordinato
un'emulsione dolcificante che produsse qualche giovamento, tanto che il medico
stesso, vedendolo in miglior via, annunziò un mattino che doveva recarsi a Bari
per un consulto molto grave, il quale lo avrebbe trattenuto forse anche un par
di giorni.
- Ebbene, al vostro ritorno mi troverete guarito, - disse
don Gaetano colla fiducia di chi si sente momentaneamente sollevato.
- Lo spero e lo credo, - rispose il dottore.
La speranza fu un sogno: mio marito ebbe un nuovo assalto
così violento, che ci spaventò. L'emulsione che produceva sempre tanto bene,
gli cagionò questa volta un disturbo improvviso, da cui rimase come soffocato.
Ansava penosamente, accennando colle mani che ardeva nel petto e non poteva più
respirare.
Avevamo tutti perduto un poco il capo; si sapeva che il
dottore De Luca doveva essere ancora assente, tuttavia il primo istinto fece sì
che io inviassi da lui il domestico per vedere se per caso fosse arrivato. Il
domestico, al ritorno, rispose che il vecchio dottore era sempre fuori, ma che
suo figlio era giunto in quel giorno stesso ad Altamura, e si metteva a nostra
disposizione.
In quell'istante io non pensai più che alla salute di mio
marito, e dissi senza esitare:
- Venga subito. -
Il dottor Daniele aveva seguito il domestico e attendeva di
fuori. Debbo rendergli giustizia; dinanzi al pericolo, di cui gli era stato
fatto cenno dal servo, non aveva esitato un istante ad accorrere in soccorso
dell'uomo che lo aveva crudelmente offeso; e io sono persuasa che in quel
momento non era dominato da verun altro pensiero, fuori che da quello del suo
dovere che gl'imponeva di dedicarsi all'umanità sofferente. A mio marito stesso
la sua visita non produsse l'effetto penoso da me temuto. L'uomo che si sente
morire oblia molte cose; egli si abbandonò senza difficoltà alle cure del
giovane medico.
Il dottor Daniele esaminò l'ammalato coll'attenzione o
coll'aspetto di un uomo così sorpreso, che ne rimasi colpita. Fece al paziente
una quantità d'interrogazioni, ne fece a noi con un'insistenza singolare. Si
affrettò quindi a scrivere una ricetta che mandò a spedire immediatamente e che
attese per somministrarla egli stesso, non senza averla prima fiutata a lungo.
Non so di che fosse composta, ma il fatto è che produsse un
bene quasi immediato. Il risultato ottenuto parve rendere il medico anche più
pensoso. Richiese ancora che cosa avevamo dato all'ammalato, e si rispose che
non aveva preso altro che l'emulsione ordinata dal dottore De Luca: aveva anzi
terminata la dose poco prima che il disturbo dichiarasse.
- E chi gli somministrava questa medicina? - chiese il
dottore.
Stavo per rispondere che ero io, ma donna Maria Concetta non
me ne lasciò il tempo, dicendo con premura che io sola volevo servire mio
marito e che qualunque cosa, cibo o medicina, gli veniva sempre offerto da me.
Non so se m'ingannai, ma mi parve che il dottor Daniele
facesse un brusco movimento, poi i suoi occhi si fissarono sopra di me con
insistenza. Sostenni il suo sguardo maravigliata e un poco malcontenta; egli
distolse finalmente gli occhi da me e chiese dove era l'ampolla della medicina.
Nessuno potè rivenirla sul momento: mi rammentavo perfettamente d'averla
riposta sopra un tavolino, ma non vi era più.
- La si deve trovare, - disse il dottor Daniele con serietà:
- è necessario che io veda di che cosa era composta la bevanda: vi sarà stata
un'etichetta. -
Si mandò a rovistare in cucina, e la Beatrice tornò ben
tosto coll'ampollina: ma la goccia di bevanda che mi pareva fosse rimasta,
quando ne avevo somministrato l'ultimo cucchiaio a don Gaetano, era sparita e
la boccetta lavata di fresco. La Beatrice disse che l'aveva trovata tal quale,
e pensava che qualche altra persona di servizio avesse creduto di far bene a
sciacquarla.
Il dottor Daniele esaminò l'etichetta, e disse che le
sostanze, di cui il farmaco era composto, dovevano produrre un effetto benefico
in don Gaetano; ma potevano essere state manipolate male, quindi egli stesso ne
avrebbe portata più tardi un'altra dose fatta sotto la sua sorveglianza.
Intanto raccomandava all'ammalato il riposo, e l'assoluta astensione da
qualsiasi bevanda o nutrimento.
La giornata era quasi passata in mezzo a tutto questo
trambusto: il dottor Daniele non aveva abbandonato mai il letto di mio marito:
il sollievo provato dopo la venuta di lui aveva ben disposto don Gaetano:
ringraziò più volte il giovane medico, e io potei convincermi che in quel
momento nell'animo del mio consorte non v'era posto per alcun ingiusto
sospetto.
Quando il dottore prese infine commiato, don Graziano era
mezzo sopito: il giovane De Luca uscì sulla punta dei piedi; io mi feci
coraggio e lo seguii.
Volevo assolutamente conoscere la sua opinione su quella malattia
singolare: il contegno di lui mi era sembrato strano; credevo dovere mio
d'interrogarlo.
Ma quando mi trovai sola con lui, mi sentii piena di
imbarazzo e di sgomento ripensando alla lettera che mi aveva scritta, e stetti
un istante in silenzio. Egli sembrava commosso assai: vedendo che non osava
parlare, ritrovai io stessa la forza per dirgli:
- Mi spieghi, in nome di Dio, qual'è la malattia di mio
marito: che ne debbo pensare? -
Il dottor Daniele fece vivamente un passo verso di me con un
gesto che mi parve appassionato. Indietreggiai tosto, e ripigliai con
precipitazione.
- Mio marito è forse in pericolo di vita, i momenti sono
preziosi: parli apertamente. -
Egli si ricompose tosto; sul suo viso apparve tutta
l'impassibilità dell'uomo di scienza, e disse con accento lento e grave, mentre
ricominciava a fissare ostinatamente i suoi occhi nei miei:
- Vorrei non dover parlare. Io stesso non oso giudicare; ma
se credo all'apparenza, la malattia di don Gaetano presenta tutti i sintomi di
un lento avvelenamento.
Non fui padrona di me stessa, e mandai un grido sommesso.
- Posso ingannarmi, - ripigliò il dottore con accento che si
faceva sempre più grave, direi quasi severo; - ma se ella ha a cuore la salute,
anzi la vita del barone, vigili attentamente su tutto ciò che gli verrà
somministrato. -
Non potè dirne di più, e io non ebbi tempo di replicare una
sola parola, poichè intesi un rumore dietro di me e Corrado sbucò fuori da una
porta attigua: stava egli a origliare?
Era cosa difficile a sapersi: il viso dei congiunti di mio
marito non offriva mai appiglio ad alcuna supposizione. Con aspetto franco,
impassibile, Corrado si avanzò sclamando:
- Come, dottore, nessuno, tolta la baronessa, per
accompagnarvi? Permettete, tocca a me. -
E gli aperse la porta solennemente, guidandolo fin fuori di
casa.
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