XVI.
Le parole del dottor Daniele avevano prodotto in me
l'effetto più doloroso; mi pareva che fossero l'eco dei dubbi che travagliavano
già da un poco l'animo mio: egli aveva dato un nome ai sospetti vaghi,
indeterminati che cominciavano ad assediarmi, e ciò mi colmava di uno spavento
inesprimibile. Quale poteva essere la mano scellerata?
Nello stato, in cui sono caduta, non sta pur troppo a me ad
accusare: mi restringo solo ad esprimere l'orrore che provai al pensiero che un
omicidio si era quasi commesso sotto i miei occhi, ed io non ero stata capace
d'impedirlo. Se un istinto mal definito mi consigliava prima di abbandonare il
meno possibile il letto di mio marito, si può immaginare se mi proposi di
vegliare per l'avvenire. Tutto quel giorno stetti salda al mio posto, e rimasi
sicura che nessuno aveva potuto porgergli nulla di nocevole.
Verso sera il dottor Daniele ritornò: trovò l'ammalato in
via di miglioramento. Gli permise un poco di brodo che volle porgergli egli
stesso, dopo che l'ebbe esaminato e odorato. Depose sul tavolino una nuova
ampolla d'emulsione, raccomandandomi di non somministrarne se non quando don
Gaetano la chiedeva, e in dosi più abbondanti. Tolse quindi commiato, lasciando
eccellenti speranze pel domani.
Ero decisa di vegliare tutta la notte, e nessuno si oppose
al mio desiderio. Non dubitavo che i pensieri che mi travagliavano, mi
avrebbero tenuta desta. Invece, dopo aver sorbito una tazza di thè, un gran
sonno m'invase. Lottai a lungo e infine caddi in un assopimento pesante,
agitato, contro cui l'animo mio sembrava rivoltarsi ancora in preda ai sogni
più faticosi.
Mi svegliai in soprassalto coll'idea che la camera fosse
piena di gente, e mi chiamassero con insistenza. M'ingannavo: tutto era
tranquillo intorno a me: don Gaetano dormiva placidamente e la Beatrice russava
in un angolo. Pel rimanente della notte riescii a mantenermi desta, e non notai
nulla di particolare.
Quando fu giorno chiaro, quando tutti in casa cominciavano
ad essere in piedi, mio marito mi chiese da bere, e io gli offersi l'emulsione
portata la sera innanzi dal dottor Daniele. Don Gaetano ne bevette un sorso,
poi allontanò il bicchiere dalle labbra, dicendo che quella bevanda aveva un
gusto singolare. Arrossii e impallidii a vicenda, non lo nego; il pensiero che
qualcheduno avesse potuto alterare la medicina durante il mio breve sonno, mi
traversò, la mente: stesi la mano per impadronirmi del bicchiere, ma donna
Maria Concetta, che stava a' piedi del letto, non me lo permise: afferrò la mia
mano colla sua, e disse:
- Avete gran paura che altri tocchi quel bicchiere: perchè
siete così pallida? -
Don Gaetano mi guardò, e un bagliore sinistro partì da' suoi
occhi. Strinse il bicchiere nella sua mano tremante, rifiutando di consegnarlo
alla cognata.
- Se v'è qualche cosa di nocevole in quella bevanda, - disse
donna Concetta, - voi siete testimonio, don Gaetano, nessun altro che vostra
moglie l'ha toccata prima di voi: ella vi ha sempre somministrato ogni cosa:
forse questo è il motivo, per cui giacete già da tanto tempo in letto. -
La mano di mio marito continuava a tremare e, me ne
avvedevo, un'ira intensa bolliva in lui. Ero tanto stordita, che non trovavo
neppure la forza di pronunziare una parola; avevo certamente l'aspetto di una
colpevole. In quel punto un cagnolino che era amato da tutti, e aveva molti
privilegi in casa, si precipitò dalla porta semi-aperta nella camera e balzò
sul letto del barone: don Gaetano, che teneva ancora il bicchiere, ne versò il
contenuto in un piattino e lo porse al cane.
Nessuno di noi fiatava. L'emulsione era dolce, oleosa, il
cane ne lambì un buon poco: ma poi si ritrasse, mandò un urlo e rotolò giù dal
letto. Io non mi reggevo più, e caddi pure esausta sopra una sedia.
Allora, come in mezzo a una specie di letargo, udii la voce
stridente di donna Maria Concetta accusarmi formalmente; il mio desiderio di
porgere all'ammalato tutto quanto gli abbisognava, sarebbe stato naturale in
una donna teneramente amante dello sposo, ma non in me che non avevo mai
dimostrato alcun affetto per lui. Io sapevo probabilmente il giorno innanzi che
il dottor Daniele era giunto, perchè, invece di mandare in traccia d'un altro
medico, avevo voluto che il domestico si recasse prima in casa De Luca. Forse
Daniele era tornato per aiutarmi nella scellerata impresa che meditavo.
Intesi la voce di don Gaetano che mormorava:
- Daniele ieri mi ha salvato.
- Daniele ama vostra moglie, sapete! - gridò donna Concetta:
- eccone la prova che vi ho tenuta celata sinora per pietà verso quella
sciagurata; ma ora non è più tempo di pietà: leggete! -
Travidi una carta che volteggiava sul letto. Era la lettera
del dottor Daniele. Donna Maria Concetta aveva trovato il momento opportuno per
servirsene.
Tutto ciò è rimasto impresso nella mia mente come un sogno
orrendo, straziante. La notte vegliata, le commozioni d'ogni sorta, la mia
salute sempre mal ferma, forse, chi lo sa? qualche narcotico bevuto a mia
insaputa nel thè, facevano sì che mi mancasse assolutamente la forza di
rialzarmi e pigliare le mie difese. Lottavo contro uno spasimo di morte,
facendo inutili sforzi per ritornare pienamente in me: mille suoni confusi
giungevano al mio orecchio, fra i quali l'urlo lamentevole del cagnolino che
agonizzava in un angolo.
Don Gaetano teneva ancora nelle sue mani convulse la lettera
che aveva divorato in un attimo, quando l'uscio di camera si aperse interamente
ed entrò il dottor Daniele.
Sebbene il mio sguardo fosse mezzo velato, mi parve di
scorgere una gioia feroce sul viso scarno di mio marito alla vista del dottore.
Agitò furiosamente il campanello che stava accanto al letto, e, al primo servo
che accorse, gridò con voce rauca, ma imperativa:
- Venite tutti qui, quanti siete in casa: tutti, tutti,
senza un minuto di ritardo. -
La camera in un istante fu piena di gente. I servi erano
numerosi; venti persone almeno si trovavano riunite intorno a don Gaetano.
Il dottor Daniele era rimasto in piedi in mezzo alla camera,
e guardava intorno meravigliato.
Don Gaetano, quando si vide così circondato, si rizzò sul
letto come un'ombra che esce dal suo sepolcro, e pose a gridare:
- Voi, tutti quanti siete qui, dovete prendere atto delle
mie parole: io muoio avvelenato; questa boccetta contiene il veleno e chi l'ha
recata al mio capezzale è il dottore Daniele! -
Un grido d'orrore uscì dal petto del medico: io pure mandai
un'esclamazione d'angoscia, e mi gettai innanzi colle mani tese, balbettando:
- No, no, non è vero! -
Ma poi le forze mi tradirono, e non intesi più nulla.
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