PARTE
SECONDA.
SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
I.
Tutto il racconto che precede mi pervenne un giorno
improvvisamente, e fu per me come un colpo di fulmine a ciel sereno. Benchè la
mia professione d'avvocato mi abbia reso famigliare con molti guai domestici,
le cose narratemi dalla baronessa Valeria mi piombarono in una strana
inquietudine e in un mare d'incertezze.
Conoscevo da lungo tempo la famiglia del principe
Rovigliano, uno di quei gentiluomini mezzo rovinati che campavano
discretamente, finchè la Roma dei Papi esisteva, e lasciava loro mille
sorgenti, a cui attingere lucro e protezione. Il principe era troppo orgoglioso
da pensare ad una occupazione qualunque, troppo onesto da voltare le spalle al
Vaticano: aveva abbandonato Roma, anche dietro il mio consiglio, perchè il
soggiorno non ne era più possibile per lui, e viveva in campagna colla più
stretta economia per lasciare al suo unico figliuolo maschio la facoltà di
vegetare inoperoso al pari di lui.
In quanto alle figlie, si è veduto dalla narrazione della
baronessa di Campochiaro quale era la sorte che le attendeva. La signorina
Valeria era veramente la più bella, la più dolce, la più cara di tutte. Mi era
sempre stata simpatica assai, e deploravo sinceramente che ella fosse figliuola
di un principe; conoscevo io alcuni giovani veramente per bene che avrebbero
ambito la sua mano, ma non osavo proporli, perchè non erano abbastanza nobili
da essere accettati dall'orgoglioso principe.
Avevo saputo del di lei matrimonio, a cui ero stato
invitato, ma al quale alcuni affari di premura mi avevano impedito di
assistere: e ciò con mio sommo dispiacere, poichè la baronessa non s'illudeva
ricorrendo a me: io avevo sempre avuto per lei una specie di tenerezza paterna,
e si può pensare come tutto quanto mi scriveva mi afflisse e mi turbò.
Si vedeva che, giunta al punto più doloroso della sua
narrazione, quella dell'accusa formidabile lanciata da suo marito contro il
dottor Daniele, la forza le era venuta meno per proseguire con ordine come per
lo innanzi. Il manoscritto, raccolto in un unico voluminoso quaderno finiva
come si vede nel racconto precedente; ma al manoscritto teneva dietro una
lettera concepita così:
“Ho riletto ieri sera la lunga storia de' miei dolori che le
è destinata, e ho trovato con mia somma confusione che andrebbe rifatta da cima
a fondo.
“Prima di tutto mi avvedo che l'ho annoiata con ragguagli e
riflessioni che le sembreranno assurdi ed inutili: eppoi gli è invano che ho
parlato il linguaggio della verità: sento io stessa che non ho saputo dare al
mio scritto l'impronta desiderata. Non oso sperare che la convinzione della mia
innocenza entrerà così facilmente nell'animo suo, e io non so immaginare parole
più acconcia per provarglielo.
“Il tempo stringe intanto; sarebbe un abusare della sua
pazienza continuando la mia narrazione nel modo prolisso tenuto sin qui: le
dirò dunque brevemente il poco che le rimane a sapere.
“Quando rinvenni in me dopo l'accusa mostruosa del barone,
mi trovai nella mia camera, abbandonata alle cure di una fra le tante donne di
servizio che stavano in casa: la conoscevo appena, non avendo mai avuto nulla a
trattare con lei, e si comprende quanto mi ripugnasse l'interrogarla: tuttavia
mi decisi a farlo, ma senza soddisfazione di sorta, perchè trovai in essa una
tale scimunita, che rinunziai tosto alla speranza di trarne qualche
schiarimento. Ella se ne andò per soprappiù, quando appena si avvide che stavo
meglio, e nessun altro venne a cercare di me.
“Ma uscendo, senza che io me ne accorgessi, la donna aveva
chiuso l'uscio di camera a chiave: ero dunque prigioniera? Quando la stessa
donna ricomparve più tardi, le chiesi con qualche asprezza, perchè aveva
operato in tal guisa; ma non potei ottenere altra risposta che questa:
“- Sì, sì, ho chiuso, ho chiuso. -
“Ne aveva certamente avuto l'ordine, e mi parve cosa troppo
indecorosa per me il lottare con essa per impedirle di eseguire ciò che le
avevano imposto di fare, od uscire contro la sua volontà; era alta il doppio di
me e robusta in conseguenza; non avrei potuto che essere vergognosamente
sconfitta.
“Così passarono parecchi giorni tanto tediosi e disperati,
che più volte concepii l'idea del suicidio. Ma il pensiero che la mia morte non
avrebbe provato nulla in favore della mia innocenza, mi trattenne. Il quinto
giorno finalmente vidi entrare in camera una persona, che mi fece tremare e
sperare al tempo stesso: questa persona era mio padre; ma aveva l'aspetto
accigliato e così abbattuto, che bentosto svanì la speranza e rimase soltanto
il timore. Le mie braccia che si erano aperte subito nel desiderio di un
amplesso, mi caddero inerti, e chinai il capo sul petto sicura che egli mi
accusava cogli altri.
“- Sciagurata, - disse egli avvicinandosi, - hai giurato di
farmi morire di vergogna e di dolore? Non tentare neppure di scolparti; donna
Maria Concetta mi ha narrato tutto: sei il disonore e l'obbrobrio della nostra
famiglia. -
“Giurai piangendo che ero innocente, tentai di far
comprendere a mio padre che donna Maria Concetta era una donna ipocrita e
malvagia; ma egli non mi lasciò continuare, e ripigliò con quell'impazienza
imperativa che non mi permetteva di ribattere parola, quando ero fanciulla:
“- Non ho tempo per ascoltare le ciarle inutili; so, pur
troppo, la verità: sono venuto per dirvi che dovete partire da questa casa:
vostro marito vi scaccia, comprendete? E non sperate neppure di tornare in
famiglia; la vostra presenza in casa sarebbe dannosa alla riputazione delle vostre
sorelle. Se ogni cosa non fosse mutata nel nostro paese, vi porrei subito in un
convento: ora bisognerà riflettere: non dispero tuttavia di farvi entrare in
qualcuno dei pochi monasteri rimasti in piedi: è il solo partito che vi
conviene. Intanto disponetevi ad uscire di qui: discorreremo in viaggio.
“L'idea del convento mi era odiosa: trovai il coraggio per
dirlo a mio padre, soggiungendo che, ove la zia donna Letizia, mi avesse
accolta, sarei andata volentieri da lei.
“Mio padre parve soddisfatto di questo suggerimento: disse
che non aveva pensato alla zia Letizia, ma che ella mi avrebbe probabilmente
accolta e saremmo andati da lei. Si comprendeva che quella era una momentanea
soluzione nell'impiccio, in cui si trovava.
“I miei preparativi furono presto fatti: a poco a poco mi
avventurai a chiedere notizie del barone.
“- E avete coraggio di parlare di lui? - sclamò mio padre
con voce irritata.
“Protestai di nuovo che ero innocente; ma egli mi rispose
che, innocente o no, per quanto riguardava la salute del barone, era
precisamente lo stesso, e che bisognava partire al più presto.
“Un legno ci attendeva alla porta del palazzo; nell'uscire
non incontrai anima viva: tutti gli usci delle camere interne erano chiusi,
quelli che mettevano di fuori spalancati; ogni cosa era disposta, perchè mio
padre ed io potessimo abbandonare quasi furtivamente quella casa che era la
mia, e dalla quale l'ingiustizia e la menzogna mi scacciavano senza pietà.
“Sulla soglia un pensiero straziante mi colse, e volgendomi
risolutamente verso mio padre, gli dissi:
“- Non salirò in carrozza se prima non mi direte che mio
marito vive.
“- È vivo, salite! - rispose esso.
“- Voglio sapere ancora, - replicai un poco incoraggiata, -
se il dottore Daniele innocente al pari di me.... -
“Non potei continuare, mio padre mi prese una mano e me la
strinse con tanta rabbia, che mi spaventò.
“- Ancora una parola a proposito di colui e vi uccido! -
diss'egli sommessamente, ma con tale espressione, che mi fece gelare il sangue.
“Dopo mi cacciò letteralmente in carrozza, chiuse egli
stesso lo sportello e il cocchiere, già avvertito, sferzò i cavalli.
“Quale viaggio, mio Dio! Rinunzio a descriverlo: dirò solo
che quando giungemmo ad Eboli, prima stazione della strada ferrata, respirai
alquanto: avevo paura di mio padre!
“Donna Maria Letizia mi accolse senza difficoltà; ella era
già informata d'ogni cosa, e vedendo la ciera formidabile del principe suo
nipote, cercò di sviare il discorso dalle tristi vicende che ci preoccupavano.
Del rimanente mio padre si fermò qualche ora appena, tanto per attendere la più
vicina partenza per Ceprano. Mi lasciò senza abbracciarmi, inchiodandomi al
posto, ove mi trovavo, con uno sguardo terribilmente imperioso.
“Appena fu sola con me, la zia Letizia incrociò le braccia,
e mi disse con quanta collera era capace di dimostrare:
“- Sono ben punita di avere pensato a maritare una fanciulla
della famiglia Rovigliano. Non mi sarei mai attesa a un risultato simile. Siete
veramente indegna del nome che portate. Tradire il marito, passi; ma
avvelenarlo!... Orrore! -
“Ricominciai colla zia a tentare la mia difesa:
quell'eccellente donna mi ascoltò: crollava solo il capo di quando in quando,
ma mi lasciò parlare sino all'ultimo. Quando ebbi terminato, ella disse:
“- Allora se non sei tu, sarà quell'altro, il dottor
Daniele. Cattivo affare, fanciulla mia; sei dalla parte del torto, ed è ciò che
una donna intelligente deve evitare a qualunque costo. -
“Donna Maria Concetta le aveva scritto ogni particolare del
tristo affare: la zia aveva fede in donna Maria Concetta: pel momento era già
molto che ella credesse alla mia innocenza riguardo all'avvelenamento. Certo,
non ristetti dal cercare di disingannarla riguardo al resto, ma sono persuasa
che oggi ancora crede che il dottor Daniele ha fatto, per amor mio, un
tentativo d'avvelenamento sul suo ammalato.
“Seppi dalla zia che lo stato di mio marito cominciava a
migliorare. Un altro medico era stato chiamato. Il dottor Daniele, per quanto
ella sapeva, era sempre ad Altamura. I servi avevano naturalmente narrata un
poco a tutti la scena avvenuta al letto del barone; l'onore del giovine medico
era compromesso, ed egli stesso aveva voluto rimanere a disposizione della
giustizia.
“Almeno tali sono le poche notizie che ho potuto raccogliere
dalla zia Letizia. Le comunico a lei, signor avvocato, supplicandola di non
abbandonarmi e neppure di abbandonare lo sciagurato dottor Daniele nelle tristi
circostanze in cui si trova. Egli mi è assolutamente indifferente, più ancora,
mi ha offesa colla sua stolida lettera, da cui fu peggiorato cotanto lo stato
delle cose mie: ma sono abbastanza giusta da riconoscere che il suo fallo non è
tale da meritargli d'essere vilipeso e disonorato per sempre: questi sentimenti
non mi sembrano biasimevoli al punto di condannarmi anche agli occhi di lei
inappellabilmente.
“Eppure temo di non essere giunta a infonderle la certezza
che, occupandosi di me, di tutto questo doloroso affare, ella farà un'opera
buona. Me sventurata se i miei timori si avverano: non saprò più in chi fidare,
in chi sperare! La zia Letizia è eccellente per me, ma non intende mischiarsi
più di nulla: il suo avviso è che io non mi faccia viva, e aspetti che la
burrasca sia interamente passata, per tentar di ottenere il perdono di mio marito.
“Il suo perdono! E sento che, se si toglie il nessuno amore
che egli ha saputo inspirarmi, io non ho assolutamente nulla da rimproverarmi a
suo riguardo! Ma donna Maria Letizia non ne è convinta ancora: l'altro giorno
mi disse:
“- Comprendi che io sono vecchia e ho bisogno di riposo e di
tranquillità: ti voglio bene e desidero di vederti contenta; bada però che se
vengo a sapere che mantieni qualche corrispondenza col tuo dottor Daniele,
andrò seriamente in collera. Domani o dopo può essere condannato, tu devi
mantenerti straniera affatto a tutto quanto lo riguarda. -
“Così la sola persona che mi protegge, che mi ama
sinceramente, non ha ancora potuto persuadersi della mia innocenza in quanto
concerne un amore colpevole. Signor avvocato, se ella pure non presta fede alle
mie affermazioni, non mi rimane più altro a fare che invocare il termine della
mia travagliata esistenza.”
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