III.
Conoscevo molti punti delle Provincie Meridionali, ma non
ero mai stato nella Basilicata, nè nelle Puglie. Traversai parte di questi
paesi, compiangendo non poco la signora Valeria che era venuta per dimorarvi.
Ad Eboli cessa la strada ferrata, e bisogna viaggiare in carrozza oppure a
cavallo sino ad Altamura.
Altamura è riguardata come città assai importante nella
provincia: altra volta aveva un'università e un governatore: ora conserva
ancora un aspetto severo e possiede una bella cattedrale fattavi edificare da
Federico II, a cui è dovuta la fondazione della città stessa. Vi sono molti
palazzi signorili, fra i quali il più importante è quello del barone di
Campochiaro.
Discesi alla sola locanda possibile, deciso a stare un
giorno o due ad Altamura prima di presentarmi in casa del barone. Volevo sapere
che cosa si diceva in città per formarmi un certo criterio sullo stato vero
delle cose. Caddi a meraviglia: il locandiere era un uomo loquace, tenerissimo
del suo paese, degno di tutto punto di rappresentare ai miei occhi la
popolazione d'Altamura. Appena gli dissi che avevo inteso parlare di un fatto
grave avvenuto nella famiglia Campochiaro, egli ammiccò cogli occhi, chiuse
accuratamente l'uscio della mia camera, e disse:
- Stupisco che il dramma della famiglia Campochiaro abbia
avuto un'eco fuori di qui. In città si fa ora un gran mistero di tutto, dopo
che il fatto è avvenuto quasi pubblicamente. È cosa orribile che un gentiluomo
come il barone sia stato ignobilmente avvelenato da un medicuzzo venuto di
Francia, discendente dagli antichi fattori della stessa famiglia Campochiaro; e
ciò perchè? perchè il barone aveva trovato che la sua scienza era insufficiente
a guarirlo! -
Il movente dato dal locandiere al reato mi fece sorridere, e
risposi che l'idea del medico era veramente balzana. - Come! per provare che
sapeva guarire i suoi ammalati gli avvelena? Bella maniera di convincerli! -
dissi. - Ma il locandiere stette alla sua affermazione, soggiungendo che così
almeno si diceva dagli amici del barone, ed egli rispettava troppo la nobile
famiglia da credere che ciò potesse essere falso.
In conclusione mi fece comprendere che si supponeva bene un
poco che Daniele avesse commesso il tentativo fatale per amore dei begli occhi
della baronessa, ma nessuno osava pensare che una Campochiaro lo avesse onorato
di un tenero sguardo. Il giovane, del resto, aveva nemici serii nella miglior
classe del paese: non gli si poteva perdonare d'essersi elevato al disopra
della sua condizione, e di essere tornato ad Altamura coll'aspetto di un uomo
della buona società. Suo padre era stato tollerato, anzi accettato in grazia
del suo fare alla buona, del suo aspetto alla carlona che non rivelavano in lui
veruna altra pretesa fuori che quella di guarire i suoi ammalati. Daniele
invece, se possedeva una scienza reale, e ciò si ammetteva con molto riserbo,
aveva pur anco la sicurezza di chi si credeva l'eguale dei giovani più eleganti
della città: la sua baldanza in ciò sembrava fuori di luogo, e meritata
dicevasi la lezione crudele che minacciava di troncare la carriera del giovane
audace.
Egli non era però arrestato. Si susurrava che la generosità
del barone, dopo il primo sfogo naturale nel suo caso, aveva ottenuto dal
Procuratore del Re la sospensione d'ogni mandato d'arresto. Daniele stava
ostensibilmente in casa di suo padre a disposizione della giustizia: egli non
negava l'accusa mossa contro di lui, ma si mostrava pronto a difendersi e a far
risaltare la sua innocenza.
L'istruzione giudiziaria procedeva essa? Nessuno ne sapeva
nulla. La sola cosa certa gli era che il cagnolino del barone era morto dopo un
giorno intero d'agonia, e che il barone stesso, sebbene avesse bevuto poco
assai della pozione del dottor Daniele, giaceva ancora malato. Un medico venuto
da Bari aveva intrapreso la cura, ma non se ne sapevano ancora i risultati.
Cercai d'indagare se alcun sospetto era sorto finora a
proposito d'altre persone: ma il locandiere mostrò somma meraviglia per questa
mia domanda: quali potevano essere le persone capaci d'ideare un simile
misfatto? Ci voleva pur un motivo qualunque per avvelenare un uomo come il
barone; ora don Gaetano, quantunque piuttosto ruvido nelle maniere, era un
eccellente gentiluomo, amato da tutti coloro che lo conoscevano. Le persone di
servizio dicevano bene di lui, perchè, se erano tenute un po' strettamente sgridate,
ciò avveniva pel fatto di donna Maria Concetta signora e padrona in casa del
cognato. Del resto, donna Concetta medesima passava per un'ottima donna; il suo
figliuolo era un pochino scapato, ma cortese, amabile come la madre: i suoi
piccoli difetti gli venivano poi facilmente perdonati, pensando che egli era il
solo discendente dei Campochiaro; era tenuto da tutti come l'erede naturale del
barone, e stimato in conseguenza.
Della partenza di donna Valeria si parlava in modo vario:
ella era giudicata un poco severamente dagli uni e difesa mollemente dagli
altri; era facile comprendere che la si conosceva poco, e se il nome che
portava, impediva che si movesse alcuna accusa seria contro di lei, le ciarle
di donna Maria Concetta sulla maniera di vivere dei due sposi avevano sparsa
qualche ombra sul carattere della baronessa: si diceva infatti generalmente che
don Gaetano era infelice con lei, e che dal suo matrimonio in poi appariva
tutto l'opposto di quello che era prima, allegro e chiassoso.
Come si può pensare, non mi contentai dell'opinione del
locandiere, e m'ingegnai a stringere qualche relazione improvvisata che mi
potesse aiutare a raccogliere altre dicerie. Potei così sapere che accanto a
coloro che accusavano il giovine dottore, v'era pure un nucleo di persone che
lo difendevano energicamente: costoro erano giovanotti di famiglie plebee, i
quali avevano studiato o studiavano, e vedevano in Daniele ciò che avrebbero
potuto divenire alla loro volta: costoro irrequieti, baldanzosi, proclamavano
ad alta voce l'innocenza del loro amico. Ma spingevano un poco oltre la loro
brama di difesa.
Secondo essi, non esisteva tentativo alcuno di
avvelenamento. Daniele, ai loro occhi, era ben più fortunato di quanto si
credeva. L'amore della baronessa per lui era una realtà provata, sebbene egli
lo negasse con ostinatezza: il barone, tradito, avrebbe messo, secondo loro, o
fatto mettere il veleno nell'ampollina recatagli dal giovane medico: la morte
del cane era stata meditata da lui per fornire una prova, e l'accusa non era,
in definitiva, che un'arte sopraffina di vendetta. Per essi la partenza della
baronessa mostrava una cosa sola, che don Gaetano aveva scoperto la tresca e
rinviata la moglie colpevole.
Tutto ciò non era consolante per la riputazione di Valeria.
Del resto, non un sospetto circa altre persone, non un dubbio che mi potesse
guidare verso una via meno difficile e intricata. Daniele era dunque il vero
colpevole, giacchè non potevo ammettere che il barone si fosse avvelenato da
sè. Ad ogni maniera comprendevo maggiormente quanto sarebbe stato inutile
l'occuparmi nel riconciliare i due sposi. Prevaleva dunque sempre in me il
primo desiderio, quello di provare l'innocenza della baronessa ed ottenere
poscia una separazione onorevole. Ma questo incarico non dovevo, non potevo
adempirlo che nell'interno della famiglia, giacchè nessuno fuori di essa
accusava la giovane donna di veneficio.
Prima di presentarmi in casa del barone mi parve cosa utile
di vedere il magistrato, che faceva ad Altamura le funzioni di Procuratore del
Re. Trovai in esso un uomo cortesissimo, al quale la mia fama di giureconsulto
non era ignota. Si mostrò disposto a darmi quei ragguagli che erano in suo
potere.
L'azione, mi diss'egli, era stata appena iniziata, perchè il
barone di Campochiaro, dopo di avere accusato con tanta imprudenza, spaventato
dell'opera sua, aveva scritto e riscritto onde ottenere che la giustizia non
facesse caso di alcune parole sfuggitegli in un momento di esaltazione mentale,
quasi di delirio. Egli era, diceva, ammalato da lungo tempo, e i malati sono
spesso fantastici ed anco ingiusti. Confessava il proprio torto, e ritirava
formalmente l'accusa. Daniele nondimeno aveva subìto un interrogatorio da cui
era uscito lasciando veramente buona opinione di sè. Ciò, unito alla
ritrattazione del barone, aveva sospeso ogni cosa.
La giustizia stava però a vedere, e anzi il medico venuto da
Bari per curare don Gaetano era stato chiamato e interrogato: costui non si
mostrava contrario all'idea che il malore, da cui il barone di Campochiaro si
sentiva ancora travagliato, provenisse da un lento avvelenamento. I sintomi più
gravi però erano cessati pel momento, e ogni pericolo svanito: il magistrato
rimaneva dunque indeciso. Non potei indurlo a spiegarsi maggiormente, ma dalle
sue stesse reticenze, da qualche parola sfuggitagli, nacque in me il timore che
egli pure sospettasse che la baronessa fosse colpevole.
Si può immaginare se fu con animo lieto che mi presentai al
barone. Venni naturalmente accolto, a tutta prima, dalla cognata. Trovai la
donna di mezza età, un po' barbuta e coll'aspetto poco simpatico descritta da
donna Valeria. Aveva due occhi che scrutavano sino al fondo dell'anima, e una
longanimità che la rendeva molesta a coloro che non volevano arrendersi ai suoi
desiderii. Bramava sapere da me che cosa volevo da don Gaetano: io non volevo
dirglielo e neppure lasciarle intendere che venivo da parte del principe
Rovigliano; insistetti solo per vedere il barone a motivo di un affare
urgentissimo.
Ma donna Maria Concetta non cessò per questo di trattenermi
coi suoi discorsi. Il barone riposava in quel momento: era sempre in uno stato
doloroso: sapevo, senza dubbio, che cosa gli era accaduto: un fatto orribile;
non bisognava parlargliene: ma per tutta la città non si discorreva d'altro,
venivo forse per molestarlo a questo proposito? Le risposi che non intendevo
affatto di molestare don Gaetano. Che essendo da un giorno o due ad Altamura,
avevo inteso parlare di una storia di avvelenamento, di cui non avevo compreso
nulla: le sarei dunque stato tenuto se avesse voluto spiegarmi di che si
trattava.
Donna Maria Concetta era furba. Sorrise sempre più
dolcemente, scosse il capo e replicò che volevo prendermi giuoco di lei. Dovevo
sapere benissimo di che si trattava. Non ero del paese e neppure di Napoli;
conosceva al mio accento che ero romano, venivo, certo, mandato dalla famiglia
Rovigliano e non avevo bisogno dei ragguagli che ella poteva fornirmi. Trovando
la finzione inutile, le risposi che aveva perfettamente indovinato, e che appunto
per questo bramavo d'essere posto in relazione il più presto possibile col
barone.
Ella non avrebbe voluto che si disturbasse il barone; non
potevo parlare con lei? Essa era assai più indulgente del cognato circa donna
Valeria. E qui si pose a piangere calde lagrime; aveva amata assai la
baronessa, e non avrebbe mai creduto di dover rimpiangere così amaramente il
suo affetto. Se la giovane donna avesse voluto, avrebbero potuto vivere come
sorelle. O perchè non si era confidata in lei? Non avrebbe avuto che consigli
eccellenti.
I discorsi di donna Maria Concetta minacciavano di durare
eternamente. Fui colto da un'impazienza straordinaria, e finii con levarmi in
piedi, dicendo che il mio tempo era misurato, e che se non potevo vedere allora
il barone, sarei stato obbligato di scrivergli, finchè avessi ottenuto
un'udienza da lui.
- Come! credete forse che non voglia presentarvi? sclamò
donna Maria Concetta, fingendo una grande meraviglia. - Volevo solo risparmiare
al mio caro cognato fatica e dolori sempre più acerbi. Io possiedo tutta la sua
confidenza, e avrei bramato convincervi che il parlare con me è precisamente lo
stesso come parlare con lui. -
Ma io non volevo essere convinto, ed ella dovette
rassegnarsi a introdurmi, previi molti preliminari, nella camera del barone.
Ero curioso assai di conoscere il marito di donna Valeria.
Me lo figuravo grande, tarchiato, con un fiero cipiglio e attitudine imperiosa.
Vidi steso sopra una poltrona un uomo magro e smunto, con profonde occhiaie e
una foresta di capelli bruni e disordinati. La barba che aveva spaventata la
giovinetta al primo apparire del fidanzato, era stata tagliata interamente,
forse perchè recava molestia all'uomo malato; non erano rimaste che due
basette, che gli davano un aspetto quasi giovanile. L'espressione che la sua
fisionomia presentava in quel momento, era quella di una grande stanchezza e di
una tristezza profonda. Mi esaminò egli pure con curiosità, e mi fece un lieve
cenno per dirmi che mi avvicinassi.
Donna Maria Concetta pareva prendere radice nella camera; io
mi feci coraggio e dissi a don Gaetano che avrei bramato trattenerlo da solo a
solo.
Egli mi guardò fisso; eppoi rispose:
- Donna Maria Concetta mi ha detto che venite da parte della
famiglia Rovigliano. Benchè non indovini il motivo della vostra visita, non ho
alcuna difficoltà a fare quanto bramate. Concetta, - soggiunse semplicemente
alla cognata, - lasciaci soli. -
Ella non replicò, ma stette cinque buoni minuti a disporre
una folla di oggetti che potevano essere utili all'ammalato: finalmente se ne
andò, e io mi assisi risolutamente di fronte al marito di Valeria.
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