VI.
Anche con lui la commissione era delicata e difficile.
Quando gli dissi che ero un amico della signora Valeria, che la conoscevo fin
dall'infanzia ed ero stato mandato da lei ad Altamura, non fu più padrone di sè
e fece un movimento pieno di vivacità; ma s'ingegnò tosto a reprimerlo,
assumendo un contegno serio, anzi glaciale: vedendo che non sembrava disposto
ad interrompermi, dovetti rassegnarmi a proseguire il discorso e a fargli
comprendere che Valeria mi aveva espressamente incaricato di ridomandargli la
sua lettera.
A questa conclusione, il giovane dottore mi guardò con
insistenza; poi scuotendo leggermente il capo, rispose:
- Mi permetterà di non prestare subito una fede cieca alle
sue parole. In questi ultimi tempi ho subito diversi interrogatorii insultanti
pel mio onore, e compromettenti per la mia dignità. Sospetto un poco che ella
sia qualche avvocato fiscale incaricato d'imbarazzarmi con domande suggestive.
-
Gli giurai che s'ingannava; che io non dovevo avere alcun
carattere legale ai suoi occhi. Venivo semplicemente come amico di famiglia,
bramoso di giovare, per quanto fosse possibile, anche a lui stesso che credevo
ingiustamente accusato.
- Tutto va bene, - replicò esso, - ma la mia difesa non deve
premere ad una persona che non mi conosce, e io so che ella esce in questo
momento dal palazzo Campochiaro: è dunque d'accordo col barone, mio accusatore;
è il barone che rivuole la lettera di sua moglie. Duolmi di non poter negare di
averla ricevuta, altrimenti lo farei senza rossore, perchè si tratta di una
donna. Ad ogni modo le dichiaro che quello scritto non uscirà dalle mie mani;
o, se lo preferisce, potrà dire alla signora baronessa che la sua lettera è stata
bruciata, giacchè piuttosto che cederla a qualcuno, la butterei sul fuoco.
- Veggo che ella ha una specie di polizia ai suoi ordini,
replicai sorridendo, - ma che questa polizia le serve a poco. Io esco, è vero, dal
palazzo Campochiaro, ma non sono d'accordo col barone se non in quanto alla
necessità di soffocare questo malaugurato affare. Il barone stesso ha desistito
col Procuratore del Re dall'accusa primitiva, tanto è vero che ella non fu
troppo molestata.
Qui il giovane medico m'interruppe con impeto e con un
accento di sincerità che mi colpì:
- Ah, le pare che io non sia stato troppo molestato? -
sclamò. - Conta dunque per nulla il mio onore, la mia fama di medico onesto e
coscienzioso? Dopo l'accusa inaudita, mostruosa, avrei, glielo giuro, preferito
il processo, dal quale sarebbe risultata immancabilmente la mia innocenza. Ma
no! - soggiunse, placandosi ad un tratto e assumendo un accento scoraggiato; -
no, non potevo, non dovevo neppure bramare che la mia innocenza risultasse,
perchè un'altra persona sarebbe stata accusata in mia vece. Scusi, signor
avvocato, se l'ho interrotta; continui il suo discorso: sono qui per
ascoltarla. -
L'attitudine di quel giovane mi pareva veramente onesta e
delicata, e in me, vecchio legale, avvezzo a vedere ogni sorta di colpevoli,
cominciavano a nascere dubbii che mi gettavano nella peggiore perplessità.
- Quello che volevo dire, - ripigliai, - gli è che il barone
se ha desiderato, a tutta prima, di avere la lettera nelle mani, a me non diede
nessuna commissione di chiedergliela. La commissione vera, lo ripeto, l'ho
ricevuta dalla baronessa, la quale è smaniosa di mettere la lettera sotto gli
occhi del consorte, sperando così di distruggere certe prevenzioni di lui a suo
riguardo. -
Il medico sorrise colla massima incredulità, scosse il capo
e rispose:
- Ciò che ella mi dice, invece di convincermi che mi sono
ingannato sul conto suo, mi prova che ho colpito precisamente nel segno. La
baronessa non può desiderare di porre la sua lettera sotto gli occhi del
consorte, ed ella cerca d'imbrogliarmi per indurmi a fare quello che vuole.
Via, signore, confessi la verità, e se non brama altro da me, mi pare cosa
inutile il continuare il discorso. -
Questa sua ostinatezza m'irritò: invece di pigliare congedo,
tolsi risolutamente una seggiola, mi vi adagiai, e dissi:
- Le dichiaro che non mi scoraggio facilmente. Se ella non
vuole credere che la baronessa Valeria brami scolparsi col marito, poco
m'importa; ciò, di cui voglio convincerla, gli è che essa è in diritto di
richiedere una lettera scritta in un momento d'irriflessione, e che si è
rivolta a me, antico legale della sua famiglia e di lei amico, per ottenerla.
Se ella non crede alla mia qualità, eccole un biglietto della signora baronessa
medesima che le proverà la verità di quanto asserisco. -
Così dicendo, trassi dal mio portafogli un biglietto
ricevuto in quel giorno stesso da Napoli, in risposta ad una mia lettera, colla
quale annunziavo a donna Valeria la mia partenza per Altamura: quel biglietto
non parlava della lettera scritta al dottor Daniele, ma la baronessa in esso mi
ringraziava con effusione di quanto accennavo di voler fare per lei, e si
raccomandava a me come al solo amico che le rimaneva.
Il dottor Daniele percorse quelle linee e me le restituì
stringendosi nelle spalle.
- Ciò non prova che ella abbia commissione di chiedermi la
lettera, - diss'egli, - ma mi assicura almeno che è un amico della signora
Valeria e che non vorrà tradirla. Scuserà i miei rifiuti, ma ella deve sapere
che questa lettera mi fu già chiesta da altri sotto i più speciosi pretesti;
donna Concetta ha insistito in ogni guisa presso mio padre, perchè l'ottenesse
da me e gliela consegnasse: giurava che l'avrebbe distrutta in sua presenza, ma
non mi sono fidato: il barone mi ha scritto ingiuriosamente allo stesso effetto
e non gli risposi neppure; che più? lo stesso Procuratore del Re me ne parlò,
dicendo che, quantunque egli non avesse alcun incarico di chiedermela, sarebbe
stato bene che la deponessi nelle sue mani. Vede dunque che sono da compatire:
ella mi sembra un uomo sincero; mi giuri che non porrà quello scritto sotto gli
occhi del barone e glielo consegnerò. -
Era ciò che non avrei voluto giurare, poichè la mia
intenzione era appunto di convincere il barone della probabile innocenza di
Valeria grazie a quel documento: tuttavia le difficoltà oppostemi dal giovane
medico cominciavano a intimorirmi, e risposi con serietà:
- Le prometto di prendere sotto i suoi occhi conoscenza di
questa lettera, e se v'è qualche cosa di compromettente, le giuro sull'onor mio
che nè il barone, nè altri fuori di me la vedrà mai. Creda intanto che tutto
quello che faccio è diretto al bene della baronessa, che mi sta a cuore più di
lei.
- È impossibile, - replicò il dottore, frugando in un mobile
che stava chiuso a chiave; - lo stato della baronessa mi è tanto a cuore, che
invece di smuovere cielo e terra per far risaltare la mia innocenza, rimango
colle braccia in croce, divorando l'onta di un'accusa soffocata bensì, ma non
dichiarata ingiusta. -
Così parlando, Daniele era ritto dinanzi a me colla lettera
della baronessa in mano. Il suo aspetto era abbattuto, scoraggiato; tutto in
lui sembrava dirmi: - Vede che mi lascio accusare in sua vece, che cosa volete
di più? -
Un gran rimescolamento si fece in me: presi quasi con impeto
le mani del giovane, e dissi con voce bassa e tremante:
- La crede dunque colpevole? Quali prove ne ha? -
Egli mi guardò sbalordito.
- Non mi ha detto sul principio, - sclamò, - che credeva
ingiusta l'accusa formulata contro di me? Se ciò fosse vero, e so io che lo è,
chi accuserebbe ella in mia vece? -
Non lo sapevo neppur'io e rimasi muto, quasi tremante.
- Dio mio! - ripigliò Daniele mortificato e pentito; vorrei
non avere pronunziato una sola parola! Ella mi ha tanto assicurato che è amico
di donna Valeria, che credevo davvero che donna Valeria si fosse confidata
interamente in lei. Non la giudichi troppo severamente per amor del cielo: ella
era tanto infelice col barone!... -
S'arrestò da sè, perplesso; io ero in uno stato d'animo
difficile a descrivere. Dovevo credere che Daniele, ponendo in non cale il suo
amore, cercasse di difendersi a costo dell'onore della baronessa, oppure?...
Stesi la mano verso la lettera con un gesto che doveva
essere addolorato e pieno di scoraggiamento, perchè Daniele non osò più
resistere e me la consegnò.
Tremavo visibilmente. Valeria sarebbe stata davvero
colpevole? Che cosa stavo per leggere in quel foglio che Daniele aveva tanto
esitato a darmi? Lo apersi lentamente: erano i suoi caratteri facili e piani,
una di quelle scritture limpide, comuni a molti, soprattutto a chi non scrive
continuamente: cominciai a leggere, e debbo confessarlo, le braccia mi caddero.
Valeria non diceva apertamente d'amare il dottore, ma le sue
lagnanze a proposito del marito, le scuse troppo insistenti per la scena
avvenuta, i timori esagerati medesimi che esternava riguardo ad un probabile
duello, timori che mostravano maggior premura pel giovane medico che per lo
sposo, certe parole gettate qua e là, certe esclamazioni sentimentali, tutto
insomma il contenuto di quella missiva aveva un carattere così differente da
ciò che mi attendevo, che mi sentii confuso, mortificato, e compresi come
Daniele De Luca, esaltato dalla sua stessa passione, avesse risposto nel senso
compromettente che sappiamo, e come temesse poscia di sapere il foglio da lui
ricevuto nelle mani del marito offeso. Io rimasi tutto turbato colla lettera
aperta in mano; il giovane, che si avvide dell'effetto che aveva prodotto in me,
mi disse:
- Sono pentito eccessivamente di avere ceduto all'insistenza
di lei; comprenderà ora che avevo ragione: è convinto di non potersi servire di
questo documento per difendere donna Valeria? In tal caso me lo restituisca; è
cosa preziosa per me che avevo giurato di conservarlo per tutta la vita.
- Ne conserverà la memoria, - rispos'io, ponendo
risolutamente la lettera nel mio portafogli: - sia questo documento nelle sue o
nelle mie mani, le do la mia parola d'onore che è assolutamente la stessa cosa
per la tranquillità di donna Valeria. Ella sa, signor dottor che deve
dimenticarla. La baronessa ha scritto questa lettera sotto l'impulso del
turbamento e del terrore; è pentita d'averlo fatto, più che pentita, non si
sovviene quasi più di quello che ha detto, tanto ciò rispondeva poco ai
sentimenti dell'animo suo. Lo scopo, per cui venni da lei, è fallito, mi rimane
però sempre, caro dottore, la soddisfazione di avere imparato a conoscerla e a
stimarla. -
Era vero: una rivoluzione si era fatta in me: una voce
interna mi susurrava ben mio malgrado, che, se Valeria mi aveva ingannato sopra
un punto, poteva anche ingannarmi sul fatto dell'avvelenamento: certo, era un
ragionamento piuttosto avventato, e il mio animo si rifiutava ancora una tale
credenza, tanto che al punto di lasciare il dottore mi rivolsi a lui e gli
dissi con uno slancio appassionato:
- Vediamo, signore, credo che siamo due uomini onesti e
possiamo metterci d'accordo: ella è di questo paese, e può sapere molte cose più
di me: non v'è proprio nessuno che avrebbe potuto attentare alla vita del
barone fuori di coloro che sono tacitamente accusati? A me ripugna troppo
l'ammettere solo la possibilità di un tale atto da parte di donna Valeria.
- E a me? - sclamò il giovane con impeto: - la credevo un
angelo, e oggi ancora!... Ma era lei che assisteva esclusivamente il consorte,
ella sola gli porgeva le medicine.
- Ho inteso parlare di una certa Beatrice sparita subito
dopo la scoperta dell'avvelenamento, diss'io.
- Appunto, - replicò il medico con tristezza: - quella
disparizione ha avvalorato i sospetti di tutti. La Beatrice aveva la confidenza
della giovane padrona; essa è che mi recò la lettera della baronessa, e pareva
sapere allora che avrei data una risposta, perchè mi propose d'attenderla prima
di tornare a casa; gli è in tal guisa che scrissi quella lettera insensata: le
parole della baronessa mi avevano esaltato, l'amavo in segreto e la compromisi
mio malgrado: non me lo perdonerò mai.
- Ma questa Beatrice, - insistetti, - non la si potrebbe
trovare?
- È cosa difficile, a quanto pare; può credere che mio padre
se ne occupò. Scrisse subito a Sant'Alessio, ove costei ha alcuni parenti, e
ove si credeva da tutti che fosse andata. Ma di colà venne risposto che nessuno
l'aveva veduta; ora mio padre è in giro; so che è suo proposito di cercarla, ma
non oso sperare che la rinverrà: eppoi, scoprendola anche, temo quasi che la
sua testimonianza possa riescire maggiormente fatale alla baronessa. -
Per quanto l'animo mio si rivoltasse contro l'evidenza,
finivo per essere dello stesso avviso anch'io: chinai il capo addolorato, e
questa volta presi definitivamente commiato dal dottore in preda ai più funesti
presentimenti.
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