VII.
Avevo perduto un poco la tramontana; mio primo desiderio era
quello di togliere dal capo del barone l'idea che sua moglie avesse, anche per
un momento, pensato ad un altro; e per ottenere questo risultato, fidandomi a
quanto Valeria stessa mi aveva detto, speravo nella sua lettera al dottore
Daniele. La lettera l'avevo, ma mi sarei guardato bene di servirmene: che mi
rimaneva a fare?
Tornai alla locanda di pessimo umore, e confesso che nella
irritazione del momento non seppi fare altro che scrivere un biglietto a donna
Valeria, nel quale, adoperando i migliori termini possibili, le facevo parte
del disinganno avuto, e del malcontento che provavo avvedendomi che non
possedevo tutta la sua confidenza. Le dicevo con rispettosa severità che un
avvocato è una specie di confessore, e che ella avrebbe dovuto dirmi proprio la
verità prima di lasciarmi sobbarcare ad una difesa spinosa e delicata. Per
attenuare questi miei lamenti, soggiungevo però che avevo trovato lo stato di
lei meno compromesso di quanto credevo, e terminavo col dirle che cercasse di
tranquillarsi interamente, giacchè non v'era altro da fare che rassegnarsi ad
una separazione amichevole, nella quale avrei procurato di regolare il suo
stato in maniera soddisfacente: incarico questo piuttosto agevole, perchè il
barone si mostrava ben disposto in suo favore.
E qui non potei a meno di parlare di don Gaetano in termini
pieni di stima e di simpatia che dovevano, secondo me, irritare alquanto la
poco tenera sposa.
Dovetti anzi frenarmi per non mostrare alla baronessa una
severità fuori di luogo, data la mia nessuna autorità per censurare la sua
condotta.
Avrei dovuto tornare quindi dal barone, ma non osavo.
Dopo di aver tanto insistito sulla perfetta innocenza della
lettera al dottor Daniele, che potevo ora dirgli in proposito?
Mentire, assicurare che il giovane medico non aveva voluto
consegnarmi il foglio; ma in tale caso a che servivano le mie affermazioni? Non
erano che una ripetizione di quanto avevo già detto, e che non mi sentivo il
coraggio di rinnovare.
Passai una notte insonne: nel domani, malcontento di tutto,
mi posi a girare per la città come chi va in cerca di un'idea: mi sembrava duro
assai il darmi per vinto; inclinavo ancora a credere Valeria innocente: e a
questo proposito prevaleva in me il pensiero che, ove ella fosse stata davvero
calunniata, la Beatrice era ancora probabilmente la sola che avrebbe potuto
testimoniare in suo favore. Il caso mi servì: mentre stavo aggirandomi ozioso,
riconobbi in un giovanotto che passò in furia dinanzi a me, Maso, il domestico
che mi aveva introdotto e accompagnato fuori il giorno innanzi nel palazzo del
barone.
Lo fermai senza cerimonie; poco m'importava che, tornando a
casa, egli narrasse a donna Maria Concetta di avermi incontrato; gli posi per
la prima cosa qualche denaro in mano e mi avvidi con somma soddisfazione che
non lo rifiutava.
Allora gli dissi che quanto volevo sapere da lui e dai suoi
compagni il giorno innanzi altro non era che qualche notizia della Beatrice, la
quale stava al servizio della giovane baronessa.
Il domestico girava e rigirava il berretto nelle sue mani;
si vedeva che il denaro gli faceva gola, ma che avrebbe voluto anche non
parlare: mi rispose un po' imbrogliato che non capiva troppo quello che volevo
dire; che aveva molta premura, poichè donna Maria Concetta lo avrebbe sgridato,
se ritornava tardi a casa.
- Eh via, - diss'io, - donna Maria Concetta è così buona che
non dovete aver paura di lei. -
Maso aperse tanto d'occhi; poi cedendo alla tentazione così
naturale di dir male dei padroni, sclamò:
- Eh, non è poi tanto buona come pare: coi signori è tutta
miele, ma con noi, gente di servizio!... -
E fece un gesto che voleva significare molte cose.
- Avevo inteso dire... - replicai, - ma ciò non monta:
quello che vorrei sapere, ve lo ripeto, gli è dove si trova la cameriera della
giovane baronessa.
- Ma la giovane signora baronessa non aveva veramente una
cameriera: io non so di chi intende parlare, - interruppe Maso, credendo forse
di evitare una risposta con un sotterfugio.
Rinominai la Beatrice, insistendo sulla ingratitudine da
essa dimostrata nel voler lasciare il servizio della famiglia Campochiaro in un
momento, in cui, per la malattia del barone, occorrevano persone devote in
casa. Il domestico crollò il capo con impazienza e replicò:
- La Beatrice non voleva punto andar via: piangeva prima di
partire.
- Chi l'ha dunque rinviata? - chiesi allora con un impeto
che non fui in grado di reprimere.
- Ah, non lo so, - rispose Maso tosto inquieto, come se
avesse detto qualche cosa di male. - Probabilmente non si sarà condotta bene:
io non m'impiccio dei fatti altrui: donna Maria Concetta ce lo ha vietato a
tutti; ciascuno deve pensare a sè, all'obbligo che gli compete e non mischiarsi
di quanto non lo riguarda.
- È una buona massima, - diss'io; - se si trattasse però di
fare il bene.… -
Ma qui Maso m'interruppe di nuovo, pregandomi che non lo
trattenessi maggiormente; doveva andare ad ordinare una medicina alla farmacia:
gliene avevano fatto somma premura; egli aveva lasciato il medico in casa, e il
medico se ne veniva ora verso di noi: guai, se lo vedeva! Avrebbe potuto dire a
donna Maria Concetta che perdeva il tempo per la via!
- Vi lascio subito, - diss'io, vedendo l'inutilità dei miei
tentativi; - ditemi solo chi è ora il nuovo medico del barone.
- Non ne so il nome, - rispose Maso, - non è di qui, viene
da Bari: eccolo, è quello lì alto e tondo. -
Lasciai quel povero giovane, che prese, si può dire, il volo
verso la farmacia, e armandomi di tutta la mia diplomazia andai incontro
all'Esculapio di Bari. Era un uomo di mezza età, grosso, con un fare importante
e grave. Lo salutai profondamente, dissi che ero io pure forestiero ad
Altamura, ove ero venuto per vedere il barone di Campochiaro, ma con mio sommo
dolore lo avevo trovato poco bene in salute. Il suo stato m'inquietava, ed
essendomi stato indicato il chiarissimo dottore come medico del barone, lo
pregavo di darmi notizie precise del malato.
Il medico mi guardò, per verità, con qualche maraviglia.
Siccome gli feci molti complimenti, non seppe però darmi una risposta scortese;
si strinse nelle spalle come un uomo incerto di ciò che deve dire. Io sclamai
tosto con aspetto spaventato:
- Mio Dio, signor dottore, devo intendere che il barone sta
male?
- No, non vi affannate, - rispose finalmente il medico; - ma
non capisco troppo i cambiamenti che si fanno in lui. Stava già meglio assai
alcuni giorni sono: egli stesso mi disse che ieri non stava troppo male;
stamane invece, al mio arrivo, lo trovai in istato poco soddisfacente;
l'infiammazione alla gola si è nuovamente manifestata, sente ancora i suoi
capogiri; bisognerà vedere.
- Ma di che male si tratta? - chiesi con insistenza.
- Eh! non si sa troppo, - replicò il medico; a me l'ammalato
non confidò nulla; fui chiamato da Bari e lavorai un poco allo scuro sul
principio; la cognata mi fece intendere che il barone aveva ingoiata per
isbaglio qualche sostanza nocevole a piccole dosi. Lo curai in conseguenza:
intesi dire dappoi che si trattava d'avvelenamento....
- Diamine! - sclamai.
- Ma sottovoce, veh! - ripigliò tosto il dottore, - la cosa
non è certa, e in ogni caso fu soffocata per volere dell'ammalato medesimo. La
persona accusata di questo in famiglia si trova ora lontana, quindi ogni
pericolo è cessato. Tuttavia il barone dovrebbe star meglio: quand'anche avesse
ingoiato qualche sostanza nocevole, un uomo robusto come lui dovrebbe a
quest'ora essere guarito. Venivo ad Altamura coll'idea che fosse pienamente
ristabilito, e lo trovai invece ricaduto allo stesso punto di prima; i sintomi
però non sono gravi, come dissi, e potrebbero anche essere un residuo del male
passato. Vedremo domani.
- E non credete che qualche cagione morale abbia potuto
influire sullo stato dell'ammalato? - diss'io, pensando che il colloquio avuto
con me il giorno innanzi lo avesse commosso e tormentato oltre misura.
- Può darsi, - rispose il medico, stringendosi sempre nelle
spalle: - vedremo domani. -
Era la seconda volta che mi diceva domani; non osai
insistere più oltre: presi congedo da lui e mi allontanai in uno stato di nuova
e più crudele perplessità.
- Se tutti si fossero ingannati, - pensavo, - se il barone
corresse di nuovo qualche pericolo? - Provavo una grande inquietezza che nulla
doveva giovare a calmare per quel giorno: nel dimane mi occupai a rintracciare
di nuovo il medico del barone: alla locanda, ove si sapeva ogni cosa, mi si
disse che alloggiava nel palazzo Campochiaro; m'aggirai tanto in quelle
vicinanze, che m'imbattei di nuovo nel dottore.
Egli sollevò in parte il mio spirito e in parte mi
scoraggiò. Il barone stava meglio assai; la lieve recrudescenza del giorno
innanzi era quasi dissipata: era stato probabilmente, come egli aveva pensato,
un residuo del male già sofferto, a cui la medicina somministrata nella notte
aveva portato un gran giovamento: si dichiarava dunque soddisfatto, tanto
soddisfatto che, se non avveniva nulla di nuovo, nel domani sarebbe ripartito
probabilmente per Bari.
Gli chiesi se sarebbe tornato presto; mi rispose che non lo
sapeva neppure, che aveva molti malati a Bari e che, se non v'erano altre
complicazioni, nel qual caso sarebbe stato tosto chiamato, non avrebbe rifatto
tanto presto il viaggio.
Il mio stato d'animo era indefinibile; la salute del barone
mi premeva assai, e mi sentivo lieto di saperlo in buona via di guarigione:
eppure una recrudescenza del suo male sarebbe stato per me un incoraggiamento a
perseverare nelle indagini che mi avevano condotto ad Altamura; mentre nello
stato presente non osavo spingerle per timore di qualche dolorosa sorpresa.
Ozioso, malcontento, non volendo presentarmi al barone, a
cui non sapevo che dire, nè rinunziare ad ogni speranza e ripartire da quel
tristo paese, passavo giorni uggiosi informandomi di qua e di là di ciò che
avveniva in casa Campochiaro, e degli antecedenti della Beatrice che erano
insignificanti.
Il mio cattivo umore toccava probabilmente il locandiere,
perchè un mattino mi venne a dire con grande premura che alla locanda era
giunto un nuovo forestiere, il quale sembrava veramente per bene; al suo
aspetto, al vestire elegante ed al fare importante che assumeva, lo giudicava
un gran signore degno di tenermi un poco compagnia; aveva dunque creduto di far
bene a prepararci pranzo alla medesima ora, tanto più che il forestiere doveva
avere qualche punto di contatto con me, perchè appena arrivato aveva chiesto,
come avevo fatto io, mille informazioni sulla nobile famiglia Campochiaro.
Sul principio pensai che il locandiere era ben ardito
nell'occuparsi così di ciò che mi poteva convenire; ma, riflettendo un momento,
repressi tosto il rimprovero che avevo già sul labbro, considerando che forse
mi sarebbe stato utile di conoscere una persona, la quale sembrava animata da
sentimenti non dissimili dai miei. Anzi, nacque persino in me l'idea assurda
che il nuovo venuto potesse essere qualche altro avvocato mandato da donna
Valeria non troppo contenta di me.
Ma al solo vedere la persona, compresi che m'ingannavo su
questo punto; se era un avvocato, era proprio d'ultimo grado, quale, senza
dubbio, la baronessa non avrebbe potuto volerne. Non già che avesse l'apparenza
meschina: al contrario, come mi aveva detto il locandiere, egli vestiva
splendidamente, troppo splendidamente per essere una persona ragguardevole. Era
alto, grosso, colorito, chiassoso: i suoi abiti erano nuovi, chiari, voluminosi;
aveva una cravatta a mille colori e un panciotto di raso a fiori, portava il
cappello sull'orecchio sinistro, e sul suo petto prominente batteva una
catenella da orologio grossa almeno quanto il pollice della mia mano. Le sue
dita polpute, pelose, erano cariche di anelli, e teneva in mano una canna con
un pomo dorato grosso come un arancio.
Entrò nella camera rumorosamente, battè col pugno sulla
tavola per chiamare il cameriere, a cui fece un monte d'ordinazioni impossibili
ad eseguirsi in una locanda della piccola città d'Altamura. Ad ogni momento
faceva intendere che al Caffè d'Europa, a Napoli, si trovava tutto
quello che egli chiedeva, e s'infuriava contro il povero cameriere confuso e
sbalordito. Io, seduto alla mia tavola, mi facevo piccin piccino mangiando
semplicemente gl'intingoli del paese, e bramando di evitare, pel momento
almeno, una relazione che mi pareva dover essere abbastanza equivoca.
Non so se il forestiere sapesse sul conto mio quel poco che
m'era stato detto sul suo, cioè che aveva fatto molte interrogazioni sulla
famiglia Campochiaro; quello che è certo, gli è che non mi dovette giudicare
degno di alcuna attenzione, mentre passava e ripassava dinanzi a me attendendo
il pranzo; il suo passo pesante faceva tremare tutta la camera, e la canzone
che canticchiava fra i denti mi riesciva molesta. Mi sentii sollevato, quando
la sua mensa fu imbandita, ed egli si pose a mangiare con un'avidità niente
affatto aristocratica.
Ero già al finire del mio modesto pasto, quando il cameriere
entrò nella sala, dicendo ad alta voce:
- Signor avvocato, ecco le lettere per lei. -
A queste semplici parole il forestiere sollevò vivamente il
capo come persona sorpresa e piena di curiosità. Se in quel momento avessi voluto
appiccare discorso, egli si sarebbe probabilmente prestato volentieri; ma io
non pensai tosto più a lui: le lettere che mi giungevano erano, giudicandole a
prima vista, di nessuna importanza, tolto una della baronessa che apersi con
mano febbrile.
Era lunga, e trovai che l'avrei letta meglio in camera mia.
Il mio pranzo era finito; mi alzai e uscii, salutando leggiermente il
commensale che mi guardava a bocca aperta.
Donna Valeria rispondeva alla mia ultima lettera scrittale
da Altamura; il linguaggio della giovane donna era quello di una persona
eccessivamente offesa: quando si era rivolta a me, diceva essa, credeva di aver
che fare con un amico, il quale, conoscendola dall'infanzia, non avrebbe potuto
supporla capace di tradimenti e di menzogne. Le memorie di quegli otto mesi di
vita coniugale le aveva scritte in furia, senza meditare e pesare le sue
parole. Ella stessa me lo aveva detto, non era contenta dell'opera sua:
tuttavia la voce della sua coscienza le diceva, che una persona che non fosse mal
prevenuta contro di lei, come avrei dovuto essere io, poteva leggervi a chiare
note la sua innocenza: io stesso in una lettera antecedente le avevo assicurato
che tale era stata la mia impressione.
Ora invece apparivo tutto mutato, parlandole in termini sospettosi
e quasi offensivi. Che cosa era la storia della lettera, colla quale l'avevo
atrocemente umiliata? Avevo il suo scritto nelle mani, e mi lagnavo perchè ella
me ne aveva data un'idea inesatta, e le facevo intendere che quel documento
andava destinato alle fiamme. Ella non la intendeva a quel modo, e voleva
assolutamente che quella lettera fosse conservata e posta sotto gli occhi del
consorte.
Non era più sola di questo avviso; le sue proteste, le
spiegazioni ragionate e logiche che ella aveva continuato a dare alla zia
Letizia, avevano fatto entrare a poco a poco in capo alla vecchia duchessa la
convinzione della sua perfetta innocenza. Donna Maria Letizia era tutta fuoco
ancora, nonostante la sua età; una volta sicura dell'ingiustizia, colla quale
si trattava la sua cara nipote, era divenuta ardentissima alla difesa: la mia
lettera aveva provocato lo sdegno della vecchia signora, e le aveva fatto
nascere l'idea di un passo ardito da tentare in compagnia della sua Valeria:
quello, cioè, di partire per Altamura onde far valere le proprie ragioni di
fronte al barone.
Sola la baronessa confessava che non avrebbe osato
avventurarsi a ritornare in quella città, ove aveva tanto sofferto: ma donna
Maria Letizia aveva tolto in mano con tanto impegno la sua causa, faceva valere
con tanta fiducia l'autorità del suo nome e della sua età rispettabile, che
ella si sentiva rinfrancata e pronta a tentare la prova. Sventuratamente la
vecchia zia non si sentiva troppo bene e non poteva esporsi subito alla fatica
di un lungo viaggio. Ma appena che si fosse trovata un poco meglio, donna
Valeria mi annunziava formalmente che sarebbero partite entrambe per Altamura,
ove m'incaricava di ritenere per loro le migliori camere della miglior locanda,
la quale non poteva essere altra che quella, in cui stavo io.
Questo annunzio sconvolse tutte le mie idee: l'insistenza
della baronessa in una difesa che aveva così poche probabilità di esito felice,
dovevasi attribuire ad un'audacia machiavellica, oppure ad un segno evidente
della sua innocenza? Inclinavo naturalmente per l'ultima ipotesi, ma mi sentivo
imbarazzato assai da questa nuova complicazione giacchè temevo che la venuta di
Valeria desse luogo a qualche nuovo conflitto col barone, o potesse essere un
motivo d'aggravamento nello stato della giovane sposa: la pubblica malignità, i
nemici che doveva avere non avrebbero potuto, sapendola alloggiata in una
locanda, accusarla di essere tornata per avvicinarsi al dottor Daniele, il
quale non si era ancora deciso ad abbandonare il paese?
Questi timori m'indussero, a malgrado della certezza che le
due signore non potevano partire subito, a mandare un telegramma, nel quale le
pregavo d'attendere ulteriori notizie a Napoli. Coll'animo più tranquillo
ritornai quindi alla locanda nell'intendimento di scrivere una lettera di
spiegazioni: era un incarico spinoso; dovevo dire la verità senza offendere la
mia cliente. Ma per quel giorno era deciso che non avrei fatto nulla, perchè
sul più buono udii bussare forte forte, e il forestiere, col quale avevo
pranzato, si presentò in camera mia.
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