VIII.
Era in arnese di tutta confidenza: berretto di velluto verde
con fiocco d'oro, veste da camera scarlatta e pantofole superbamente ricamate:
aveva un sorriso confidenziale sul labbro, e venne a me con la sua larga mano
tesa, nella quale feci un poco forza a me stesso per lasciar cadere la mia. Se
avessi ascoltato il mio piacere, lo avrei accolto in guisa da rimandarlo subito
indietro; ma nello stato imbarazzato, in cui mi trovavo, non volevo trascurare
neppure il caso, dal quale giungono talvolta gli aiuti più inaspettati.
Il forestiere sembrava essere in casa sua, e io lo lasciai
fare; mi disse sommariamente che cercava di me, perchè aveva cose importanti da
dirmi; chiuse il mio uscio a doppio giro, si adagiò sull'unico seggiolone della
mia camera, e mi chiese il permesso di fumare, offrendomi, è giusto il dirlo,
eccellenti sigari in un astuccio ricamato come le pantofole. Compite tutte
queste operazioni, cominciò a rivolgermi un monte di complimenti. Aveva inteso
parlare molto favorevolmente di me dal nostro comune locandiere; ero un
avvocato di gran valore, un giureconsulto di prim'ordine, e, quello che
giudicava conveniente per lui, non del paese: ecco perchè cercava di me; egli aveva
bisogno dei lumi di un avvocato, al quale aprire l'animo suo leale e franco,
amareggiato in quel momento dal più crudele disinganno.
Un po' meravigliato e temendo qualche storia insulsa risposi
che ero pronto ad ascoltarlo, ma lo pregavo d'essere breve, perchè il mio tempo
era misurato. Egli replicò tosto che non dubitava che io fossi ad Altamura per
qualche affare importante, che il suo lo era però del pari, ed egli mi avrebbe
ricompensato largamente pel mio incomodo. Crollai le spalle con noncuranza; ma
egli soggiunse, sempre con un accento protettore:
- Perdonate, io sono uomo d'affari, e so che cosa vale un
buon consiglio. Tale quale voi mi vedete, campo discretamente col trarre
partito da quel poco che posseggo, prestando quattrini a un interesse modicissimo.
-
Cercai di non aggrottare il sopracciglio, comprendendo tosto
con quale specie d'uomo avevo a fare: non volevo spaventarlo, e dissi senza
alterare la mia fisionomia:
- Buona speculazione: c'è qualche volta da perdere, ma anche
molto da guadagnare.
- Eh, poco poco! - replicò il mio interlocutore, tentennando
il capo. - I truffatori abbondano anche tra i giovani per bene, coi quali io ho
esclusivamente che fare. Vi assicuro che la mia clientela è sceltissima; eppoi
informatevi a Napoli di Gennaro di Rocco: è un nome conosciuto e rispettato da
tutti.
- Lo credo, lo credo, - diss'io con impazienza: - ma
spiegatemi il vostro affare: avete prestato quattrini a qualcuno d'Altamura che
ve ne ha defraudato?
- E come! - sclamò Gennaro di Rocco, con voce quasi
commossa: - un giovine tanto cortese, il quale mi aveva giurato che non avrei
mai perduto un centesimo con lui. E invece....
- Come si chiama? - chiesi io, cominciando a sentirmi
curioso.
- Permettete che non ve ne dica subito il nome. Per voi
basta sapere di che si tratta. Lascio stare che, alcuni anni sono, prestai a
questo giovane somme rilevanti, di cui perdetti, si può dire, la metà: ma siamo
venuti ad una transazione, la madre era intervenuta e fu affare finito: perchè
io sono buono per la gioventù; la comprendo e la compatisco. Scottato una
volta, giurai al mio cliente che non gli avrei mai più dato nulla senza la
firma di qualche persona autorevole che rispondesse per lui. Un bel giorno egli
venne, e mi portò niente meno che la firma di suo zio. Non so se vi ho detto
che il mio cliente ha uno zio ricchissimo, da cui deve infallibilmente
ereditare. -
Se avevo cominciato istintivamente ad ascoltarlo con qualche
attenzione, a questo punto divenni tutto orecchi. Nascevano in me certi dubbii
che mi facevano benedire la mia ispirazione di mostrarmi cortese con Gennaro di
Rocco.
- Ma questo zio, - dissi per istuzzicarlo, - di cui non mi
dite neppure il nome, era davvero una persona solvente, oppure la sua ricchezza
era fantastica e creata solo dai bisogni più o meno urgenti del nipote?
- Baie! È autentica. Lo sapevo già a Napoli, e tutti me lo
hanno confermato ad Altamura: è il primo possidente del paese, un uomo
rispettato da tutti.
- E credete che abbia dato la sua firma al nipote?
- Che so io? - rispose Gennaro di Rocco: - mi ha fatto
vedere alcune lettere vere dello zio; la firma era proprio eguale; mi disse
come scusa che lo zio era imbarazzato, perchè aveva avute molte spese pel
proprio matrimonio; che la nuova zia aveva grandi pretese, e che il barone (lo
zio del mio cliente è barone), non avendo a assolutamente denaro disponibile,
all'insistenza delle sue domande gli aveva dato la firma in bianco, dicendogli
che ciò gliene avrebbe procurato, e più tardi egli stesso avrebbe pagato.
- Pura storia, da cui vi siete lasciato sedurre, non è vero?
- diss'io con un sorriso che, a malgrado del disgusto risentito per quell'uomo,
tentai di rendere benevolo e incoraggiante.
- Eh, che volete? fui ingannato, - rispose infatti Gennaro
di Rocco. - Se si guardasse tanto pel sottile, non si farebbero più affari: la
firma aveva tutta l'apparenza di essere vera; il barone era persona
solventissima, sborsai un bel gruzzolo di ducati (parlo al figurato, perchè non
potevo dare che carta), il quale pose a galla il mio cliente. Quando si trattò
della scadenza fissata a tre mesi, volevo ben presentare le cambiali al barone,
ma il nipote mi disse che non era ancora in grado di pagare, che piuttosto si
sarebbe prestato ad un rinnovamento per altri tre mesi. Ebbi la dabbenaggine
d'accettare senza difficoltà. Ciò incoraggiò il mio cliente, e alla seconda
scadenza fu un'altra storia. Il barone era affetto da una grave malattia;
quelle cambiali, a cui non pensava più, avrebbero prodotto certamente in lui un
pessimo effetto. Non era meglio attendere pazientemente mediante altri
rinnovamenti? Lo zio poteva morire: la malattia che lo travagliava, era di
quelle che non perdonano. Per motivi inutili a spiegarmi era in pessimi termini
colla sua sposa: se veniva a mancare, il mio cliente avrebbe portato il titolo
di barone, sarebbe stato erede universale, mi avrebbe pagato e fatto anche un
bel regalo. Sono troppo buono; credetti ancora; si stipulò il regalo da
destinarmi, e acconsentii ad attendere un altro mese. -
Io respiravo appena: che si trattasse del barone di
Campochiaro non ne avevo il menomo dubbio; il cliente di Gennaro di Rocco non
era dunque altri che il nipote Corrado, di cui donna Valeria mi aveva parlato
in termini di poca simpatia, e che a me stesso, sebbene l'avessi veduto un solo
istante, non andava affatto a genio? Un'idea vaga che avevo sempre compressa e
soffocata, si agitava in fondo al mio cuore: la mia attenzione raddoppiò, e il
desiderio di conoscere tutti i particolari del tenebroso affare diede al mio
aspetto, alle mie maniere il carattere conveniente per inspirare una confidenza
illimitata al mio cliente improvvisato.
Vantai la sua generosità, deplorai l'inganno, in cui
minacciava di cadere, e gli chiesi se il mese di aspetto stava per avvicinarsi
al suo termine.
- È passato! - sclamò Gennaro di Rocco con impeto. - Lo
credereste possibile? Quell'impudente mi ha chiesto un nuovo indugio. Suo zio,
mi scrisse, continuava a stare male assai: era indubitato che la morte non
poteva tardare: nello stato delle cose era impossibile che le cambiali
potessero venirgli presentate. Mi confessava che aveva abusato un poco della
firma dello zio, adoperandola per una somma superiore a quella, per cui egli
credeva di cederla Se questa particolarità gli veniva posta sott'occhio, ciò
poteva indispettirlo e indurlo a prendere qualche provvedimento che avrebbe
ritardato sempre più il pagamento di quanto mi era dovuto: mi consigliava
dunque pel mio bene ad attendere la morte dello zio.
- Ma lo zio non morrà così presto, - diss'io: - conosco la
persona, di cui parlate; è il barone di Campochiaro; negatelo, se lo potete.
- Ebbene, sì; ma non mi compromettete presso di lui: ho
inteso dire ancor io che è in via di guarigione; ciò mi prova che il nipote è
un bugiardo.
- Potete contare su di me, - replicai, - tanto più che non
credo che il barone sia pronto a riconoscere la sua firma; forse farebbe
un'inchiesta sul prestito avuto dal nipote, e voi, che avete esposto
coraggiosamente il vostro denaro, potreste venire accusato di usura fraudolenta.
-
Gennaro di Rocco fece un brusco movimento: io giunsi tosto,
facendo forza a me stesso:
- Rassicuratevi, cercheremo di accomodare le cose
amichevolmente. Dacchè giungeste ad Altamura vi siete abboccato col nipote del
barone?
- Non ancora, - rispose Gennaro, - sono giunto stamane: ero
venuto per prendere informazioni, e quelle che ho avute circa la salute dello
zio mi scoraggiarono. Non che io desideri alcun male al barone di Campochiaro,
ma gli affari sono affari. Ora è mia ferma intenzione di vedere il nipote: sono
deciso di non accettare più veruna proroga: sono venuto da voi per
consigliarmi: che debbo dirgli?
- Minacciarlo di presentare le cambiali allo zio, se non si
decide a pagarvi: sua madre ha denaro, vedrete che darà almeno un acconto.
- Eh, la madre ha già pagato più volte, ma non la credo più
in istato di rispondere pel figlio.
- Allora si rivolgerà egli stesso allo zio, e otterrà una
somma sotto quel pretesto che crederà. Ma già dubito della vostra fermezza, -
soggiunsi: - scommetto che vi lascerete piegare ancora e concederete un'altra
proroga.
- No, per Dio! - sclamò Gennaro: - questa volta non mi
lascio più commuovere. L'ho fatto prima, perchè credevo che la salute del
barone fosse veramente compromessa e speravo un compenso proporzionato ai miei
sacrifizii: ma ora sono convinto che l'attesa sarebbe a mio danno, e vedrete. -
Scuotevo sempre il capo negativamente: avevo il mio
progetto; la mia incredulità punse infatti al vivo Gennaro di Rocco, il quale
replicò:
- Vi dico che vedrete: bramo anzi che ascoltiate quello che
gli dirò. Dietro alla mia camera v'è un gabinetto che comunica col corridoio:
vorrei che voi steste celato là dentro: ciò potrebbe giovare anche a me, perchè
voi che siete legale e uomo di esperienza, udendo parlare il mio debitore,
potreste consigliarmi meglio circa la condotta che debbo tenere con lui.
- Perchè no? - risposi: - credete dunque che egli venga qui?
- Senza dubbio: mi è vietato di porre il piede nel palazzo
Campochiaro: è la prima cosa che mi fece promettere, quando cominciammo a
trattare d'affari insieme. Gli scriverò: ma sono imbarazzato pei termini da
usare. Siate abbastanza cortese da aiutarmi a comporre un biglietto
conveniente. -
Feci meglio; per non perdere il tempo gli dettai la lettera
per Corrado, e lo lasciai soddisfatto e sicuro che prendevo a cuore i suoi
interessi.
La sera si era però fatta tarda in questi discorsi, ed egli
non poteva inviare la missiva che nel domani. Non fui malcontento anch'io di
avere tutta la notte per riflettere.
Non osavo confessare a me stesso le idee che mi agitavano,
ma la conseguenza di tutto ciò fu che non scrissi per allora a donna Valeria,
non sapendo più di quale tenore avrebbe dovuto essere la mia corrispondenza con
lei.
Nella mattina dopo ricevetti io un biglietto, non già della
baronessa, ma della zia, donna Maria Letizia: era breve e fulminante. “Quando
Valeria vi scrisse, - diceva essa, - non ho potuto aggiungervi nulla di mio,
perchè stavo troppo male, e temo che ella non vi abbia trattato come meritate.
Ora che sto meglio, voglio pigliarmi il gusto di dirvi che siete un insolente,
e che le donne nostre pari non vanno sospettate, nè rimproverate. A' miei tempi
v'era più galanteria anche fra gli avvocati: ma ora già siamo in tempi di
progresso, vale a dire alla fine del mondo.
“Del resto, poco importa la vostra opinione; assumerò io la
difesa di mia nipote, e vedremo se l'autorità del mio nome e della mia età non
gioverà a restituirle l'affetto del consorte.
“Qualunque cosa possiate dirci in contrario, vi avviso
dunque che partiremo lo stesso per Altamura appena che sarò in grado di
sopportare il viaggio. Fate preparare le nostre camere, e vegliate almeno che
sieno decenti. È tutto quanto chiediamo in questo momento al celebre
giureconsulto, al quale abbiamo data tutta la nostra confidenza.... ”
Risi di cuore della vecchia signora: adulata, corteggiata in
gioventù, si figurava ancora che non aveva che a presentarsi per vincere. Il
suo linguaggio non mi poteva offendere: temevo solo che trascinasse Valeria a
qualche passo prematuro. Speravo però che la sua salute non le avrebbe permesso
di mettersi così presto in viaggio, e che io avrei avuto tempo d'attendere
ulteriori schiarimenti prima di scrivere a donna Valeria.
In quel giorno vidi più volte Gennaro di Rocco e lo trovai
al sommo inquieto, perchè non riceveva risposta alla lettera che aveva inviata
a Corrado: finalmente ebbe il seguente biglietto:
“Non credevo che sareste stato tanto audace da venire sino
ad Altamura: meritereste che non vi rispondessi neppure; per questa volta
voglio scusarvi: attendetemi sul far della notte alla locanda. ”
La più viva impazienza cominciò a dominarmi; avrei
finalmente potuto giudicare da me stesso che cosa era questo giovane che avevo
veduto appena, che la voce pubblica rispettava, mentre un istinto mal definito
mi consigliava a pensare poco bene di lui.
Parecchie ore rimanevano ancora prima che egli dovesse
recarsi all'appartamento di Gennaro di Rocco; non sapevo come passarle: andai, secondo
il mio solito, in giro per la città: come mi avveniva spesso, capitai vicino al
palazzo Campochiaro, ove vidi Maso fermo sulla porta.
Pensai che era quasi mio dovere d'informarmi della salute
del barone, mi avvicinai e chiesi notizie di don Gaetano.
La salute del barone era veramente migliorata dall'ultimo
accesso che lo aveva travagliato pochi giorni prima: ciò mi consolò, ma mi rese
più perplesso circa la condotta da tenere. Profittando intanto dell'incontro di
Maso, volli rinnovare certe domande sempre a proposito della Beatrice; ed egli,
memore, senza dubbio, del denaro avuto, si guardò tosto intorno con diffidenza,
e mi disse:
- Non posso trattenermi qui; se donna Maria Concetta mi
vedesse, verrebbe a sapere tutto quello che detto: ha una maniera d'interrogare
che obbliga a rispondere la verità. Uscirò stasera; forse avrò qualche notizia
da darle, mi troverà sulla piazza. -
Risposi che stava bene, e mi allontanai promettendogli che
avrei saputo ricompensarlo.
Quelle parole di Maso mi fecero bene: speravo sempre uno
schiarimento opportuno che mi mettesse sulla via della verità. L'appuntamento
dato da Corrado al suo creditore era pure una delle mie migliori speranze:
l'impazienza mi fece tornare presto alla locanda.
Eravamo intesi che al giungere del nipote del barone di
Campochiaro Gennaro di Rocco mi avrebbe mandato un avviso: quando la notte fu
quasi scesa, venne infatti il cameriere con un biglietto, il quale mi diceva
che Corrado si trovava in quel momento nella camera del suo creditore.
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