IX.
Il gabinetto, ove dovevo recarmi, non era separato dalla
camera occupata da Gennaro di Rocco che da una porta coi cristalli protetti da
una cortina: si aveva avuto cura di alzare prima una parte della cortina; il
gabinetto era poco luminoso anche nella giornata; in quell'ora era così
perfettamente buio, che vi si poteva rimanere senza timore d'essere osservato.
Vi penetrai dall'uscio che dava nel corridoio; quello che
comunicava colla camera di Gennaro era socchiuso, cosicchè io potevo udire
facilmente tutto quello che si diceva.
Due candele fumose rischiaravano la camera. Non avevo veduto
che una volta Corrado Campochiaro, e in quell'istante ebbi qualche fatica a
riconoscerlo, tanto il suo viso appariva sformato dall'ira. Le prime parole che
intesi, furono d'acerbo rimprovero verso il suo creditore.
Come! Non gli bastava l'animo d'avergli estorti quattrini a
mucchi, di avere imposte condizioni favolose nell'ultima proroga data, veniva
per soprappiù a molestarlo anche ad Altamura? Sapeva bene che la prima
condizione stipulata fra loro era che non avrebbe mai posto piede nel palazzo
Campochiaro: se il creditore mancava alla sua promessa, perchè non mancherebbe
esso pure a quelle che gli erano state strappate quasi a forza?
E qui seguì un diluvio d'ingiurie all'indirizzo di Gennaro,
il quale, avvezzo certamente a queste scene, si guardò bene dall'irritare il
suo debitore con proteste inutili. Docile invece agli avvisi che gli avevo
ripetutamente dati, oppose una gran calma all'irritazione del giovane, e quando
Corrado lo lasciò finalmente parlare, si affrettò a ripetere quanto gli era
stato da me suggerito, vale a dire che l'ultima proroga essendo scaduta, egli
veniva semplicemente ad Altamura per presentare le cambiali al barone, il quale
non avrebbe mancato di fare onore alla sua firma. In quanto a nuove proroghe,
era inutile parlarne, essendo deciso di non darne più nessuna. Soggiunse di suo
che Corrado lo aveva già troppo ingannato, parlandogli di un'eredità che non
gli sarebbe venuta neppure fra vent'anni: fidandosi alle lettere ricevute, egli
aveva creduto il barone un uomo finito, e tutti invece ad Altamura dicevano che
si trovava in perfetta via di guarigione. Quest'ultima delusione lo rendeva
inesorabile: o Corrado si decideva a parlare allo zio, oppure egli avrebbe
mandate le cambiali direttamente al barone.
- E credete che io sia così sciocco da lasciarle arrivare
sino a lui? - sclamò Corrado con voce sommessa, ma furibonda. - Avete tutto da
perdere in questo giuoco, perchè mio zio, ve lo dico apertamente, non
riconoscerà la sua firma. Là, siete contento? Vedete che non v'inganno più. Non
mi molestate troppo, se non volete spingermi a qualche sproposito: siete in
errore, se credete che mio zio sia guarito: egli fu seriamente in pericolo, e
oggi ancora la sua vita è attaccata ad un filo: non rallegratevi, se trovate il
mezzo di fargli sapere ogni cosa, perchè ciò sarebbe la vostra rovina e la mia.
Una rivelazione così improvvisa lo irriterebbe al punto da indurlo a fare un testamento
contro di me: e voi sapete che non posseggo nulla di mio, e che non potrei mai
pagarvi senza l'aiuto del barone: vedete che la convenienza d'entrambi esige un
assoluto silenzio da parte vostra. Partite da Altamura il più presto possibile,
e vi giuro che fra pochi giorni avrete notizie che vi faranno mutare linguaggio
verso di me. -
Mentre parlava, Corrado sembrava quasi in preda ad un
eccitamento febbrile: passeggiava su e giù per la camera con moti convulsi,
gesticolando e fremendo in guisa che mi recava sgomento. Le sue parole
perfettamente innocenti per Gennaro di Rocco giunto di fresco ad Altamura, e
ignaro di quanto era accaduto quindici giorni prima, avevano per me un
terribile significato. Per quanto facessi, i sospetti che già avevano cominciato
a travagliarmi, pigliavano in quel momento vita e colore. Tremavo oramai
seriamente pel barone.
Gennaro traeva profitto della lezione che gli avevo fatta:
egli non si lasciò prendere all'amo di una promessa vaga, ma disse
risolutamente al suo debitore:
- Ho giurato di non scaldarmi, e vi replicherò pacatamente
che non posso più tenere verun conto delle promesse che mi fate. Se avete
intenzione di parlare voi stesso allo zio con tutti i riguardi e le cerimonie
naturali in simili casi da parte di un nipote che vuol mostrarsi affettuoso,
non ho nulla da dire: ma fatelo subito prima che io lasci questo paese. Dopo di
avere intrapreso un viaggio costoso e noioso per venire a vedere di che si
tratta, non sono così pazzo da ripartire senza profitto; ho giurato di tornare
a Napoli col denaro; regolatevi in conseguenza. Parlate questa sera stessa allo
zio, datemi domani mattina un buon acconto, oppure qualche cosa che mi
rassicuri interamente, e acconsentirò a partire: senza di ciò sono deciso a
correre il rischio della collera del barone anche per conto mio. -
Gennaro stava seduto comodamente e parlava ad alta voce,
forse perchè nessuna delle sue parole potesse sfuggirmi. Corrado dopo di avere
girato come un pazzo per la camera, era venuto a cadere sopra una seggiola
proprio accosto all'uscio, ove stavo io.
Udivo sorde esclamazioni uscire dal suo petto agitato, e
vedevo le sue mani strofinare la sua folta capigliatura come un uomo che si
trova nel più fiero imbarazzo.
- Mia madre, - disse finalmente forte e con accento che si
faceva forse involontariamente supplichevole, - mia madre non ha più denaro. Se
giovasse a qualche cosa gliene chiederei, ma so che sarebbe inutile, e correrei
solo il rischio di udire una lunga e noiosa predica. Lasciatemi respirare per
un poco; quello che vorrete ottenere da me, non potete averlo tutto in un
punto: concedetemi una proroga di altri quindici giorni: la pagherò quanto
volete. -
Gennaro non rispose subito: dovevo io temere o bramare che
egli accettasse? Quasi quasi desideravo questo nuovo accomodamento: quindici
giorni di tempo erano qualche cosa per smascherare Corrado. Ma il Di Rocco dopo
un istante di riflessione si dichiarò decisamente pel no. Ripetè quello che
aveva già detto: era pronto ad attendere sino al domane, ma se nella giornata
ventura non aveva una risposta soddisfacente, giurava di mettere ad eseguimento
le minaccie fatte. Aveva anzi un mezzo sicuro, disse, per far pervenire nelle
mani del barone le cambiali da esso firmate.
- Mio zio non ha firmata alcuna cambiale, - sclamò Corrado
con voce strangolata; - lo sapevate certamente prima d'ora: non siete mai stato
di buona fede e potete avere dei guai serii. Ditemi quale è il mezzo, su cui
contate per entrare in relazione con mio zio. -
Quest'ultima domanda guastò, senza dubbio, l'effetto delle
prime parole. Gennaro si avvide sempre più del timore che inspirava, e replicò
crollando le spalle:
- Non sono così pazzo da rivelarvelo (e io credo che sarebbe
stato ben imbarazzato a farlo); vi basti sapere - continuò - che è infallibile.
Decidete. -
Il giovane Corrado fece ancora quattro o cinque giri
furibondi per l'angusta camera: passava e ripassava dinanzi all'uscio del
camerino: una volta afferrai queste parole mormorate con accento rabbioso: -
- Avere fatto tanto per giungere a questo punto, eppoi
essere rovinato così! No, no, piuttosto.... -
Il mio cuore batteva a martellate: la figura sconvolta di
quel giovinastro non mi diceva nulla di buono: finalmente egli dovette prendere
una risoluzione disperata e terribile per lui, perchè, volgendosi al suo
creditore, gli disse con voce tanto tremante che non sembrava neppure più la
sua:
- Attendete dunque fino a domani: possono nascere tali
circostanze, che vi facciano acconsentire a non molestarmi più pel momento. -
Gennaro voleva rispondere, ma non ne ebbe il tempo; Corrado
aveva aperto l'uscio pronunziando quelle ultime parole, e s'era precipitato
fuori della camera, e quindi giù per le scale.
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