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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE SECONDA.   SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
      • IX
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IX.

 

Il gabinetto, ove dovevo recarmi, non era separato dalla camera occupata da Gennaro di Rocco che da una porta coi cristalli protetti da una cortina: si aveva avuto cura di alzare prima una parte della cortina; il gabinetto era poco luminoso anche nella giornata; in quell'ora era così perfettamente buio, che vi si poteva rimanere senza timore d'essere osservato.

Vi penetrai dall'uscio che dava nel corridoio; quello che comunicava colla camera di Gennaro era socchiuso, cosicchè io potevo udire facilmente tutto quello che si diceva.

Due candele fumose rischiaravano la camera. Non avevo veduto che una volta Corrado Campochiaro, e in quell'istante ebbi qualche fatica a riconoscerlo, tanto il suo viso appariva sformato dall'ira. Le prime parole che intesi, furono d'acerbo rimprovero verso il suo creditore.

Come! Non gli bastava l'animo d'avergli estorti quattrini a mucchi, di avere imposte condizioni favolose nell'ultima proroga data, veniva per soprappiù a molestarlo anche ad Altamura? Sapeva bene che la prima condizione stipulata fra loro era che non avrebbe mai posto piede nel palazzo Campochiaro: se il creditore mancava alla sua promessa, perchè non mancherebbe esso pure a quelle che gli erano state strappate quasi a forza?

E qui seguì un diluvio d'ingiurie all'indirizzo di Gennaro, il quale, avvezzo certamente a queste scene, si guardò bene dall'irritare il suo debitore con proteste inutili. Docile invece agli avvisi che gli avevo ripetutamente dati, oppose una gran calma all'irritazione del giovane, e quando Corrado lo lasciò finalmente parlare, si affrettò a ripetere quanto gli era stato da me suggerito, vale a dire che l'ultima proroga essendo scaduta, egli veniva semplicemente ad Altamura per presentare le cambiali al barone, il quale non avrebbe mancato di fare onore alla sua firma. In quanto a nuove proroghe, era inutile parlarne, essendo deciso di non darne più nessuna. Soggiunse di suo che Corrado lo aveva già troppo ingannato, parlandogli di un'eredità che non gli sarebbe venuta neppure fra vent'anni: fidandosi alle lettere ricevute, egli aveva creduto il barone un uomo finito, e tutti invece ad Altamura dicevano che si trovava in perfetta via di guarigione. Quest'ultima delusione lo rendeva inesorabile: o Corrado si decideva a parlare allo zio, oppure egli avrebbe mandate le cambiali direttamente al barone.

- E credete che io sia così sciocco da lasciarle arrivare sino a lui? - sclamò Corrado con voce sommessa, ma furibonda. - Avete tutto da perdere in questo giuoco, perchè mio zio, ve lo dico apertamente, non riconoscerà la sua firma. , siete contento? Vedete che non v'inganno più. Non mi molestate troppo, se non volete spingermi a qualche sproposito: siete in errore, se credete che mio zio sia guarito: egli fu seriamente in pericolo, e oggi ancora la sua vita è attaccata ad un filo: non rallegratevi, se trovate il mezzo di fargli sapere ogni cosa, perchè ciò sarebbe la vostra rovina e la mia. Una rivelazione così improvvisa lo irriterebbe al punto da indurlo a fare un testamento contro di me: e voi sapete che non posseggo nulla di mio, e che non potrei mai pagarvi senza l'aiuto del barone: vedete che la convenienza d'entrambi esige un assoluto silenzio da parte vostra. Partite da Altamura il più presto possibile, e vi giuro che fra pochi giorni avrete notizie che vi faranno mutare linguaggio verso di me. -

Mentre parlava, Corrado sembrava quasi in preda ad un eccitamento febbrile: passeggiava su e giù per la camera con moti convulsi, gesticolando e fremendo in guisa che mi recava sgomento. Le sue parole perfettamente innocenti per Gennaro di Rocco giunto di fresco ad Altamura, e ignaro di quanto era accaduto quindici giorni prima, avevano per me un terribile significato. Per quanto facessi, i sospetti che già avevano cominciato a travagliarmi, pigliavano in quel momento vita e colore. Tremavo oramai seriamente pel barone.

Gennaro traeva profitto della lezione che gli avevo fatta: egli non si lasciò prendere all'amo di una promessa vaga, ma disse risolutamente al suo debitore:

- Ho giurato di non scaldarmi, e vi replicherò pacatamente che non posso più tenere verun conto delle promesse che mi fate. Se avete intenzione di parlare voi stesso allo zio con tutti i riguardi e le cerimonie naturali in simili casi da parte di un nipote che vuol mostrarsi affettuoso, non ho nulla da dire: ma fatelo subito prima che io lasci questo paese. Dopo di avere intrapreso un viaggio costoso e noioso per venire a vedere di che si tratta, non sono così pazzo da ripartire senza profitto; ho giurato di tornare a Napoli col denaro; regolatevi in conseguenza. Parlate questa sera stessa allo zio, datemi domani mattina un buon acconto, oppure qualche cosa che mi rassicuri interamente, e acconsentirò a partire: senza di ciò sono deciso a correre il rischio della collera del barone anche per conto mio. -

Gennaro stava seduto comodamente e parlava ad alta voce, forse perchè nessuna delle sue parole potesse sfuggirmi. Corrado dopo di avere girato come un pazzo per la camera, era venuto a cadere sopra una seggiola proprio accosto all'uscio, ove stavo io.

Udivo sorde esclamazioni uscire dal suo petto agitato, e vedevo le sue mani strofinare la sua folta capigliatura come un uomo che si trova nel più fiero imbarazzo.

- Mia madre, - disse finalmente forte e con accento che si faceva forse involontariamente supplichevole, - mia madre non ha più denaro. Se giovasse a qualche cosa gliene chiederei, ma so che sarebbe inutile, e correrei solo il rischio di udire una lunga e noiosa predica. Lasciatemi respirare per un poco; quello che vorrete ottenere da me, non potete averlo tutto in un punto: concedetemi una proroga di altri quindici giorni: la pagherò quanto volete. -

Gennaro non rispose subito: dovevo io temere o bramare che egli accettasse? Quasi quasi desideravo questo nuovo accomodamento: quindici giorni di tempo erano qualche cosa per smascherare Corrado. Ma il Di Rocco dopo un istante di riflessione si dichiarò decisamente pel no. Ripetè quello che aveva già detto: era pronto ad attendere sino al domane, ma se nella giornata ventura non aveva una risposta soddisfacente, giurava di mettere ad eseguimento le minaccie fatte. Aveva anzi un mezzo sicuro, disse, per far pervenire nelle mani del barone le cambiali da esso firmate.

- Mio zio non ha firmata alcuna cambiale, - sclamò Corrado con voce strangolata; - lo sapevate certamente prima d'ora: non siete mai stato di buona fede e potete avere dei guai serii. Ditemi quale è il mezzo, su cui contate per entrare in relazione con mio zio. -

Quest'ultima domanda guastò, senza dubbio, l'effetto delle prime parole. Gennaro si avvide sempre più del timore che inspirava, e replicò crollando le spalle:

- Non sono così pazzo da rivelarvelo (e io credo che sarebbe stato ben imbarazzato a farlo); vi basti sapere - continuò - che è infallibile. Decidete. -

Il giovane Corrado fece ancora quattro o cinque giri furibondi per l'angusta camera: passava e ripassava dinanzi all'uscio del camerino: una volta afferrai queste parole mormorate con accento rabbioso: -

- Avere fatto tanto per giungere a questo punto, eppoi essere rovinato così! No, no, piuttosto.... -

Il mio cuore batteva a martellate: la figura sconvolta di quel giovinastro non mi diceva nulla di buono: finalmente egli dovette prendere una risoluzione disperata e terribile per lui, perchè, volgendosi al suo creditore, gli disse con voce tanto tremante che non sembrava neppure più la sua:

- Attendete dunque fino a domani: possono nascere tali circostanze, che vi facciano acconsentire a non molestarmi più pel momento. -

Gennaro voleva rispondere, ma non ne ebbe il tempo; Corrado aveva aperto l'uscio pronunziando quelle ultime parole, e s'era precipitato fuori della camera, e quindi giù per le scale.

 




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