X.
Una inquietezza senza nome mi dominava: non volli attendere
che il Di Rocco venisse a chiedermi di nuovo consiglio; mi affrettai a uscire
sul corridoio, donde infilai le scale anch'io, tenendo dietro al nipote del
barone.
Le vie d'Altamura erano senza lume, ma la luna splendeva, e
potei più o meno seguire il giovane collo sguardo e indovinare lo stato
dell'animo.
Doveva essere spaventevole a giudicare dai gesti disperati,
a cui si abbandonava, dalla maniera disordinata con cui camminava. Andò a
sbucare, forse senza neppure avvedersene, sulla piazza, e là incontrò un altro
giovinotto suo amico che gli venne incontro: la necessità di mostrarsi
tranquillo l'obbligò a dominarsi, ma per me non v'era omai più dubbio: egli era
in preda ad un'orribile tentazione.
Immerso in dolorosi pensieri, non dimenticavo però Maso e
l'appuntamento che mi aveva dato. Scopersi infatti il giovane servitore in un
angolo, ove cercava di tenersi celato agli occhi del padroncino che aveva
dovuto vedere in lontananza. Io entrai tosto in un viottolo oscuro, ed egli mi
tenne dietro.
Quando mi avvicinò, troncai ogni esordio, dicendogli che non
avevo un minuto da perdere; mi facesse parte delle notizie che poteva darmi,
perchè subito dopo avevo ancor io qualche cosa d'urgente da chiedergli.
Maso un po' stordito continuava a mostrarsi esitante; un
biglietto di banco che gli posi in mano slegò subito la sua lingua. La notizia
era questa: la Beatrice aveva scritto, cioè fatto scrivere ad una sua amica
chiedendole aiuto per ritornare al servizio in qualche casa di Altamura. Si
diceva già stanca di stare in un paesello fra i monti, ove l'aveva mandata
donna Maria Concetta: era con una buona signora che viveva in un suo podere
tutto l'anno: la Beatrice aveva promesso di rimanere con lei, ma avvezza a
dimorare da tanti anni in una città, s'annoiava molto, e si raccomandava perciò
alla sua amica di cercarle un padrone, essendo sicura, Maso non sapeva per
quale motivo, che non sarebbe più stata accettata in casa Campochiaro. L'amica,
lavandaia di professione, aveva chiesto su di ciò consiglio a Maso suo
conoscente, e costui aveva tosto pensato di avvisare me, da cui sperava
probabilmente altre mancie.
Io non lo scoraggiai: gli feci intendere che la notizia era
difatti importante, ma che doveva compierla coll'indirizzo preciso del luogo,
ove stava la Beatrice: egli avrebbe fatto anche bene a non parlare di nulla
colla sua padrona; pel momento però, soggiunsi tosto, non era questo che mi
premeva di più: doveva rendermi un altro servigio, che ero pronto a pagare
generosamente.
Maso apriva tanto d'occhi e una boccaccia enorme sotto il
pretesto di rivolgermi un sorriso gentile. Presi quel sorriso come un'adesione,
e gli dissi:
- Per motivi che non ho bisogno di spiegarti, desidero
trovarmi vicino al barone in questa notte. Chi è che veglia presso di lui
- Nessuno, - rispose Maso; - dacchè si sente meglio, vuole
sempre star solo: è di un umore così nero!
- Non v'è una camera attigua a quella del barone, ove una
persona possa rimanere vicina e in un celata agli occhi dell'ammalato?
- Non so, - rispose Maso imbarazzato; - v'è un gran salotto
che precede la camera occupata altra volta dalla signora baronessa; ma salotto
e camera stanno ora chiusi per ordine del padrone, il quale ha vietato a tutti
di porvi il piede. -
Chiesi se non me ne poteva dare le chiavi: Maso rispose che
non sapeva dove si trovavano, con un tale accento di rammarico, pensando, senza
dubbio, a ciò che le avrei pagate, che mi convinsi della sua sincerità. Non
aveva però ancora deposta ogni diffidenza, e mi domandò con inquietezza che
cosa volevo fare vicino al barone. Non ebbi molta fatica a spendere per
convincerlo che non ero un ladro, e che ciò che mi guidava era il desiderio del
bene di don Gaetano, a cui la mia presenza avrebbe potuto riuscire utilissima
ad un momento dato.
Maso rifletteva; finalmente convinto o no della onestà delle
mie intenzioni, prese il suo partito e mi disse che dal lato opposto, ove stava
il salotto, v'era il gabinetto di toilette del barone, ove il barone
stesso non entrava quasi mai: il gabinetto però non aveva altra uscita fuori di
quella che comunicava colla camera da letto: onde non avrei potuto entrarvi
senza farmi vedere, quando non passassi per la finestra. La finestra dava sopra
un terrazzo: io acconsentii con vivacità a prendere quella via, e dissi tosto:
- Andiamo! -
Il servo mi fece osservare che non si poteva entrare così
facilmente in casa; egli sarebbe tornato al palazzo, mentre io l'avrei atteso
dietro il muricciuolo del giardino. Quando gli fosse stato possibile, sarebbe venuto
ad aprirmi una piccola porta praticata nel muro, e se nessuno ci avesse veduti,
il resto non avrebbe più opposto allora alcuna difficoltà, perchè il terrazzo
su cui dava la finestra del camerino, dopo di aver fatto il giro della casa da
quella parte, finiva in una scala che conduceva al giardino.
Tutto mi parve così disposto secondo i miei desiderii; non
esitai un istante ad andare ad appostarmi dietro il muro del giardino, il tempo
mi parve eterno: in realtà non stetti ad attendere più di un quarto d'ora: le
dieci erano suonate da poco, quando, scavalcando una finestra già mezza aperta,
andai a rincantucciarmi nel gabinetto da toilette del barone.
Fino a questo punto, dominato da un'idea unica, quella di
vegliare alla salute del marito di Valeria, ove la disperazione avesse spinto
il nipote a qualche orribile passo, non avevo trovato tempo a riflettere.
Quando ebbi superata la maggiore difficoltà, quella di giungere vicino al
barone, mi chiesi che cosa veramente ero andato a fare. Se non nasceva alcun
pericolo, e se don Gaetano mi avesse scoperto che avrebbe pensato di me?
Prima mia cura fu dunque di cercare in qual maniera avrei
potuto tenermi celato, posto il caso che il barone fosse entrato colà. Mi
trovavo al buio, ma la notte era chiara di fuori, e tenendo la finestra aperta
potei discernere che in un angolo vi era un grande attaccapanni, dietro cui
potevo nascondermi facilmente, al primo rumore che avessi inteso.
Intanto guardai nella camera del barone dal buco della
chiave: don Gaetano era già a letto; il letto stava quasi di fronte all'uscio
del gabinetto; una lampada notturna posava sopra un tavolino vicino: don
Gaetano non dormiva, fumava sbadatamente; sembrava però immerso in insistenti
pensieri, perchè nello spazio di pochi minuti lasciò spegnere due o tre volte
il grosso sigaro che teneva fra le labbra.
Potei osservare che sul tavolino accanto al letto non v'era
altro che la lampada. I timori che mi assediavano mi indussero a chiedermi se
nessuno gli aveva porto qualche bevanda nocevole, dacchè avevo presa la
risoluzione di vegliare su di lui. Mi pareva impossibile, perchè avevo lasciato
Corrado sulla piazza ancora in compagnia di un amico. Tuttavia osservavo con
insistenza il viso del barone nel timore di vederlo alterato e sofferente.
I miei timori erano superflui. La porta della camera da
letto si aperse un momento dopo, e donna Maria Concetta entrò accompagnata da
un servo con un vassoio: essa fece deporre sul tavolino un bicchiere di
limonata e una bottiglia d'acqua. Quest'operazione compita semplicemente da un
servitore aveva tutta l'apparenza d'essere innocente; eppure credo che, se il
barone avesse cercato di portare il bicchiere alle labbra, sarei stato capace
di lanciarmi nella camera supplicandolo di non bere.
Ma egli non vi pensava. Donna Maria Concetta si assise
accanto al letto, e tentò d'appiccare il discorso con lui; il barone non aveva
evidentemente voglia di parlare: quello che rispose alla cognata non giunse
sino a me; il suo aspetto annoiato diceva solo apertamente che voleva esser
solo.
Qualcuno nondimeno entrò ancora nella camera: era Corrado.
Veniva probabilmente allora di fuori, perchè teneva ancora
il cappello in mano: si arrestò in mezzo alla camera, e donna Concetta gli parlò
abbastanza forte da poter io afferrare queste parole:
- Torni ben tardi, Corrado: ancora un poco non eri più in
tempo da salutare lo zio. Avanzati, che fai? -
Notai una certa asprezza nell'accento sempre dolce di quella
donna: in quanto a Corrado, da quel poco che potei vedere, mi parve più pallido
del solito: si avanzò fino al letto, prese la destra dello zio e la baciò.
Don Gaetano mosse le labbra, augurò, senza dubbio, la buona
notte ai suoi parenti, perchè donna Maria Concetta si levò, e un istante dopo
madre e figlio si ritirarono, chiudendo l'uscio con precauzione.
Il barone, rimasto solo, gettò il sigaro nuovamente spento,
diminuì la luce della lampada, la quale non mandò più che un fioco bagliore,
sospirò due o tre volte e si acconciò per dormire.
Mi trovai nella maggiore perplessità: don Gaetano stava per
addormentarsi: se null'altro accadeva in quella notte, quale determinazione
dovevo prendere? Ero tentato d'impadronirmi del bicchiere deposto sul tavolino,
e di vuotare la limonata dalla finestra: ma nulla mi provava che quella bevanda
potesse essere avvelenata. Quando avevo accolta l'idea di avvicinarmi in quella
notte al barone, accarezzavo il pensiero di consigliarlo a mettersi in guardia
contro un nuovo possibile avvelenamento; volevo appoggiare il mio consiglio su
quanto sapevo oramai riguardante il nipote; ma ora trovavo questo disegno
assurdo e troppo difficile ad eseguirsi, sia per l'accusa formidabile che
racchiudeva, sia per la probabilità che il barone mi respingesse come un
mentitore o come un allucinato.
Finii con dirmi che il meglio era d'attendere, e in caso che
potessi proprio convincermi d'essermi ingannato, uscire la mattina dopo per la
stessa via senza dare ad alcuno contezza di me. Apersi perciò piano piano
l'uscio del gabinetto, mi assisi in un angolo e stetti a vegliare.
La respirazione un po' forte, ma eguale, del barone mi
avvisò ben tosto che egli dormiva: le ore passarono lente, infinite; cominciavo
a sentirmi stanco, e a pensare che mi addossavo fatiche inutili e contrarie
alla mia stessa dignità, quando un rumore appena distinto di passi sul terrazzo
mi colpì. Travidi un'ombra passare con precauzione dinanzi alla finestra, mi
colse timore d'essere scoperto, e andai a rannicchiarmi, come avevo ideato,
dietro l'attaccapanni.
Bene me ne colse, perchè un istante dopo l'ombra nera tornò
indietro verso la finestra mezza aperta, la spinse adagio, stette ad origliare
un buon poco, quindi scavalcò il davanzale ed entrò nel camerino.
Trattenevo il fiato per non essere scoperto: del rimanente
la persona che entrava non pensava di trovare alcuno; andò difilato all'uscio
che metteva dal barone e sporse il capo nella camera. A malgrado dell'oscurità,
all'elevatezza ed alla gracilità della corporatura, avevo riconosciuto Corrado.
Egli entrò finalmente dal barone: allora uscii dal mio
nascondiglio, e mi recai alla mia volta all'uscio di camera. Ahimè! le
previsioni orrende, che mi sembravano ingiuste ed avventate un momento prima,
non dovevano fallire! Corrado si avanzò con ogni precauzione sino al tavolino
accanto al letto, e là, al debole chiarore della lampada, lo vidi, sì, lo vidi
con orrore versare il contenuto di un'ampollina, che teneva in mano, nel
bicchiere destinato al barone.
A quella vista tutto il mio coraggio e la mia risoluzione
tornarono: quando mi avvidi che Corrado rivolgeva i suoi passi verso il
camerino, andai ad appostarmi nell'angolo della finestra, e allorchè, senza
notare la mia presenza, egli stava per scavalcare nuovamente il davanzale, lo
afferrai per una mano, e gli dissi:
- Un momento, signorino mio, abbiamo qualche cosa da
regolare insieme. -
Corrado mandò un gemito soffocato, non diede alcuna
risposta, ma tentò di svincolare la sua mano dalla mia e sfuggirmi.
Nonostante la differenza dell'età, eravamo però forti lo
stesso: cominciammo a lottare, io per trattenerlo, egli per liberarsi;
nell'oscurità urtammo in un lavamano che si rovesciò con gran rumore: tosto
dopo la voce del barone si fece udire nella camera vicina.
In capo a un altro momento don Gaetano stesso appariva
sull'uscio del camerino, gridando che cosa c'era. L'aspetto dello zio diede a
Corrado la forza della disperazione, onde mi urtò così violentemente che mi
fece traballare. Instintivamente le mie mani si rallentarono, egli riescì a
sciogliersi da me e a varcare la finestra con tale rapidità, che non fui in
tempo a trattenerlo. Fuggendo, lasciò solo cadere un'ampollina di cristallo che
teneva in mano, e che io raccolsi prontamente.
Era senza dubbio il corpo del delitto.
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