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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE SECONDA.   SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
      • X
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X.

 

Una inquietezza senza nome mi dominava: non volli attendere che il Di Rocco venisse a chiedermi di nuovo consiglio; mi affrettai a uscire sul corridoio, donde infilai le scale anch'io, tenendo dietro al nipote del barone.

Le vie d'Altamura erano senza lume, ma la luna splendeva, e potei più o meno seguire il giovane collo sguardo e indovinare lo stato dell'animo.

Doveva essere spaventevole a giudicare dai gesti disperati, a cui si abbandonava, dalla maniera disordinata con cui camminava. Andò a sbucare, forse senza neppure avvedersene, sulla piazza, e incontrò un altro giovinotto suo amico che gli venne incontro: la necessità di mostrarsi tranquillo l'obbligò a dominarsi, ma per me non v'era omai più dubbio: egli era in preda ad un'orribile tentazione.

Immerso in dolorosi pensieri, non dimenticavo però Maso e l'appuntamento che mi aveva dato. Scopersi infatti il giovane servitore in un angolo, ove cercava di tenersi celato agli occhi del padroncino che aveva dovuto vedere in lontananza. Io entrai tosto in un viottolo oscuro, ed egli mi tenne dietro.

Quando mi avvicinò, troncai ogni esordio, dicendogli che non avevo un minuto da perdere; mi facesse parte delle notizie che poteva darmi, perchè subito dopo avevo ancor io qualche cosa d'urgente da chiedergli.

Maso un po' stordito continuava a mostrarsi esitante; un biglietto di banco che gli posi in mano slegò subito la sua lingua. La notizia era questa: la Beatrice aveva scritto, cioè fatto scrivere ad una sua amica chiedendole aiuto per ritornare al servizio in qualche casa di Altamura. Si diceva già stanca di stare in un paesello fra i monti, ove l'aveva mandata donna Maria Concetta: era con una buona signora che viveva in un suo podere tutto l'anno: la Beatrice aveva promesso di rimanere con lei, ma avvezza a dimorare da tanti anni in una città, s'annoiava molto, e si raccomandava perciò alla sua amica di cercarle un padrone, essendo sicura, Maso non sapeva per quale motivo, che non sarebbe più stata accettata in casa Campochiaro. L'amica, lavandaia di professione, aveva chiesto su di ciò consiglio a Maso suo conoscente, e costui aveva tosto pensato di avvisare me, da cui sperava probabilmente altre mancie.

Io non lo scoraggiai: gli feci intendere che la notizia era difatti importante, ma che doveva compierla coll'indirizzo preciso del luogo, ove stava la Beatrice: egli avrebbe fatto anche bene a non parlare di nulla colla sua padrona; pel momento però, soggiunsi tosto, non era questo che mi premeva di più: doveva rendermi un altro servigio, che ero pronto a pagare generosamente.

Maso apriva tanto d'occhi e una boccaccia enorme sotto il pretesto di rivolgermi un sorriso gentile. Presi quel sorriso come un'adesione, e gli dissi:

- Per motivi che non ho bisogno di spiegarti, desidero trovarmi vicino al barone in questa notte. Chi è che veglia presso di lui

- Nessuno, - rispose Maso; - dacchè si sente meglio, vuole sempre star solo: è di un umore così nero!

- Non v'è una camera attigua a quella del barone, ove una persona possa rimanere vicina e in un celata agli occhi dell'ammalato?

- Non so, - rispose Maso imbarazzato; - v'è un gran salotto che precede la camera occupata altra volta dalla signora baronessa; ma salotto e camera stanno ora chiusi per ordine del padrone, il quale ha vietato a tutti di porvi il piede. -

Chiesi se non me ne poteva dare le chiavi: Maso rispose che non sapeva dove si trovavano, con un tale accento di rammarico, pensando, senza dubbio, a ciò che le avrei pagate, che mi convinsi della sua sincerità. Non aveva però ancora deposta ogni diffidenza, e mi domandò con inquietezza che cosa volevo fare vicino al barone. Non ebbi molta fatica a spendere per convincerlo che non ero un ladro, e che ciò che mi guidava era il desiderio del bene di don Gaetano, a cui la mia presenza avrebbe potuto riuscire utilissima ad un momento dato.

Maso rifletteva; finalmente convinto o no della onestà delle mie intenzioni, prese il suo partito e mi disse che dal lato opposto, ove stava il salotto, v'era il gabinetto di toilette del barone, ove il barone stesso non entrava quasi mai: il gabinetto però non aveva altra uscita fuori di quella che comunicava colla camera da letto: onde non avrei potuto entrarvi senza farmi vedere, quando non passassi per la finestra. La finestra dava sopra un terrazzo: io acconsentii con vivacità a prendere quella via, e dissi tosto: - Andiamo! -

Il servo mi fece osservare che non si poteva entrare così facilmente in casa; egli sarebbe tornato al palazzo, mentre io l'avrei atteso dietro il muricciuolo del giardino. Quando gli fosse stato possibile, sarebbe venuto ad aprirmi una piccola porta praticata nel muro, e se nessuno ci avesse veduti, il resto non avrebbe più opposto allora alcuna difficoltà, perchè il terrazzo su cui dava la finestra del camerino, dopo di aver fatto il giro della casa da quella parte, finiva in una scala che conduceva al giardino.

Tutto mi parve così disposto secondo i miei desiderii; non esitai un istante ad andare ad appostarmi dietro il muro del giardino, il tempo mi parve eterno: in realtà non stetti ad attendere più di un quarto d'ora: le dieci erano suonate da poco, quando, scavalcando una finestra già mezza aperta, andai a rincantucciarmi nel gabinetto da toilette del barone.

Fino a questo punto, dominato da un'idea unica, quella di vegliare alla salute del marito di Valeria, ove la disperazione avesse spinto il nipote a qualche orribile passo, non avevo trovato tempo a riflettere. Quando ebbi superata la maggiore difficoltà, quella di giungere vicino al barone, mi chiesi che cosa veramente ero andato a fare. Se non nasceva alcun pericolo, e se don Gaetano mi avesse scoperto che avrebbe pensato di me?

Prima mia cura fu dunque di cercare in qual maniera avrei potuto tenermi celato, posto il caso che il barone fosse entrato colà. Mi trovavo al buio, ma la notte era chiara di fuori, e tenendo la finestra aperta potei discernere che in un angolo vi era un grande attaccapanni, dietro cui potevo nascondermi facilmente, al primo rumore che avessi inteso.

Intanto guardai nella camera del barone dal buco della chiave: don Gaetano era già a letto; il letto stava quasi di fronte all'uscio del gabinetto; una lampada notturna posava sopra un tavolino vicino: don Gaetano non dormiva, fumava sbadatamente; sembrava però immerso in insistenti pensieri, perchè nello spazio di pochi minuti lasciò spegnere due o tre volte il grosso sigaro che teneva fra le labbra.

Potei osservare che sul tavolino accanto al letto non v'era altro che la lampada. I timori che mi assediavano mi indussero a chiedermi se nessuno gli aveva porto qualche bevanda nocevole, dacchè avevo presa la risoluzione di vegliare su di lui. Mi pareva impossibile, perchè avevo lasciato Corrado sulla piazza ancora in compagnia di un amico. Tuttavia osservavo con insistenza il viso del barone nel timore di vederlo alterato e sofferente.

I miei timori erano superflui. La porta della camera da letto si aperse un momento dopo, e donna Maria Concetta entrò accompagnata da un servo con un vassoio: essa fece deporre sul tavolino un bicchiere di limonata e una bottiglia d'acqua. Quest'operazione compita semplicemente da un servitore aveva tutta l'apparenza d'essere innocente; eppure credo che, se il barone avesse cercato di portare il bicchiere alle labbra, sarei stato capace di lanciarmi nella camera supplicandolo di non bere.

Ma egli non vi pensava. Donna Maria Concetta si assise accanto al letto, e tentò d'appiccare il discorso con lui; il barone non aveva evidentemente voglia di parlare: quello che rispose alla cognata non giunse sino a me; il suo aspetto annoiato diceva solo apertamente che voleva esser solo.

Qualcuno nondimeno entrò ancora nella camera: era Corrado.

Veniva probabilmente allora di fuori, perchè teneva ancora il cappello in mano: si arrestò in mezzo alla camera, e donna Concetta gli parlò abbastanza forte da poter io afferrare queste parole:

- Torni ben tardi, Corrado: ancora un poco non eri più in tempo da salutare lo zio. Avanzati, che fai? -

Notai una certa asprezza nell'accento sempre dolce di quella donna: in quanto a Corrado, da quel poco che potei vedere, mi parve più pallido del solito: si avanzò fino al letto, prese la destra dello zio e la baciò.

Don Gaetano mosse le labbra, augurò, senza dubbio, la buona notte ai suoi parenti, perchè donna Maria Concetta si levò, e un istante dopo madre e figlio si ritirarono, chiudendo l'uscio con precauzione.

Il barone, rimasto solo, gettò il sigaro nuovamente spento, diminuì la luce della lampada, la quale non mandò più che un fioco bagliore, sospirò due o tre volte e si acconciò per dormire.

Mi trovai nella maggiore perplessità: don Gaetano stava per addormentarsi: se null'altro accadeva in quella notte, quale determinazione dovevo prendere? Ero tentato d'impadronirmi del bicchiere deposto sul tavolino, e di vuotare la limonata dalla finestra: ma nulla mi provava che quella bevanda potesse essere avvelenata. Quando avevo accolta l'idea di avvicinarmi in quella notte al barone, accarezzavo il pensiero di consigliarlo a mettersi in guardia contro un nuovo possibile avvelenamento; volevo appoggiare il mio consiglio su quanto sapevo oramai riguardante il nipote; ma ora trovavo questo disegno assurdo e troppo difficile ad eseguirsi, sia per l'accusa formidabile che racchiudeva, sia per la probabilità che il barone mi respingesse come un mentitore o come un allucinato.

Finii con dirmi che il meglio era d'attendere, e in caso che potessi proprio convincermi d'essermi ingannato, uscire la mattina dopo per la stessa via senza dare ad alcuno contezza di me. Apersi perciò piano piano l'uscio del gabinetto, mi assisi in un angolo e stetti a vegliare.

La respirazione un po' forte, ma eguale, del barone mi avvisò ben tosto che egli dormiva: le ore passarono lente, infinite; cominciavo a sentirmi stanco, e a pensare che mi addossavo fatiche inutili e contrarie alla mia stessa dignità, quando un rumore appena distinto di passi sul terrazzo mi colpì. Travidi un'ombra passare con precauzione dinanzi alla finestra, mi colse timore d'essere scoperto, e andai a rannicchiarmi, come avevo ideato, dietro l'attaccapanni.

Bene me ne colse, perchè un istante dopo l'ombra nera tornò indietro verso la finestra mezza aperta, la spinse adagio, stette ad origliare un buon poco, quindi scavalcò il davanzale ed entrò nel camerino.

Trattenevo il fiato per non essere scoperto: del rimanente la persona che entrava non pensava di trovare alcuno; andò difilato all'uscio che metteva dal barone e sporse il capo nella camera. A malgrado dell'oscurità, all'elevatezza ed alla gracilità della corporatura, avevo riconosciuto Corrado.

Egli entrò finalmente dal barone: allora uscii dal mio nascondiglio, e mi recai alla mia volta all'uscio di camera. Ahimè! le previsioni orrende, che mi sembravano ingiuste ed avventate un momento prima, non dovevano fallire! Corrado si avanzò con ogni precauzione sino al tavolino accanto al letto, e , al debole chiarore della lampada, lo vidi, sì, lo vidi con orrore versare il contenuto di un'ampollina, che teneva in mano, nel bicchiere destinato al barone.

A quella vista tutto il mio coraggio e la mia risoluzione tornarono: quando mi avvidi che Corrado rivolgeva i suoi passi verso il camerino, andai ad appostarmi nell'angolo della finestra, e allorchè, senza notare la mia presenza, egli stava per scavalcare nuovamente il davanzale, lo afferrai per una mano, e gli dissi:

- Un momento, signorino mio, abbiamo qualche cosa da regolare insieme. -

Corrado mandò un gemito soffocato, non diede alcuna risposta, ma tentò di svincolare la sua mano dalla mia e sfuggirmi.

Nonostante la differenza dell'età, eravamo però forti lo stesso: cominciammo a lottare, io per trattenerlo, egli per liberarsi; nell'oscurità urtammo in un lavamano che si rovesciò con gran rumore: tosto dopo la voce del barone si fece udire nella camera vicina.

In capo a un altro momento don Gaetano stesso appariva sull'uscio del camerino, gridando che cosa c'era. L'aspetto dello zio diede a Corrado la forza della disperazione, onde mi urtò così violentemente che mi fece traballare. Instintivamente le mie mani si rallentarono, egli riescì a sciogliersi da me e a varcare la finestra con tale rapidità, che non fui in tempo a trattenerlo. Fuggendo, lasciò solo cadere un'ampollina di cristallo che teneva in mano, e che io raccolsi prontamente.

Era senza dubbio il corpo del delitto.

 




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