XII.
Me ne andai dal palazzo Campochiaro stanco, abbattuto anch'io
da tante commozioni. Sebbene avvezzo a vedermi passare sotto gli occhi le più
dolorose vicende di famiglia, non ero mai stato mischiato in guisa così diretta
a complicazioni di quella sorta. Il mio organismo era un po' scosso; alla mia
età il riposo e la calma sono elementi necessarii di salute: divisai di andare
prosaicamente alla locanda a dormire.
Abbastanza fortunato da non imbattermi in Gennaro di Rocco,
col quale non avevo alcuna voglia di parlare, entrai in camera, mi gettai sul
letto e mi addormentai.
Il mio riposo fu più lungo di quanto avrei voluto; a un'ora
dopo mezzogiorno, il locandiere, non vedendomi uscire di camera, venne a
bussare all'uscio, dicendomi che mi si cercava da un pezzo.
Lo feci entrare, e ancora mezzo assonnato gli chiesi se mi
si cercava da parte del barone.
- Non da parte del barone, - rispose il locandiere: - ma
credo da parte di una persona della sua famiglia: tre signore sono giunte testè
alla locanda, chiedendo con insistenza dell'avvocato Valenti: sono senza dubbio
le signore, per cui furono preparate le camere.
- Donna Valeria! - sclamai quasi involontariamente.
- Sì, sì, donna Valeria Campochiaro la conosco bene, -
replicò il locandiere: - è in compagnia di una vecchia signora e di una
giovane, che dev'essere la cameriera, ma che è meglio vestita delle padrone:
non osavo nominare la baronessa, perchè....
- Perchè? - chiesi io quasi con severità: la signora
baronessa è attesa al suo palazzo: anzi vi avviso che qui non farà altro che
riposarsi. -
Il locandiere si strinse nelle spalle e se ne andò
raccomandandomi di far presto, perchè la vecchia signora si mostrava
impaziente. Io mi vestii in furia, e corsi alle camere che sapevo riservate per
donna Valeria.
La locanda era sottosopra: la cameriera della vecchia
duchessa faceva perdere il capo a tutti, lagnandosi d'ogni cosa per conto delle
sue padrone: io non mi fermai a discorrere con lei, sebbene ella mi
scongiurasse di arrestarmi per ottenere non so quale oggetto che chiedeva
invano.
Trovai donna Valeria eccessivamente pallida e abbattuta: in
compenso la duchessa di San Goffredo pareva ringiovanita, e aveva vivacità per
due. Appena mi vide, il suo viso prese un'espressione tutt'altro che benevola.
- Vedete - ella sclamò - il risultato ottenuto col vostro
telegramma? Eccoci qui prima assai di quello che volevamo. Sono partita
ammalata per dimostrarvi che le donne nostre pari non hanno bisogno dei vostri
consigli. Fortunatamente il viaggio mi ha fatto bene, e giungo pronta a
combattere per l'onore di questa sventurata. Via, Valeria, scuotiti: ti dico
che trionferemo, e che il tuo orgoglioso e rozzo marito dovrà piegare dinanzi a
donna Maria Letizia di San Goffredo. Sono io che ho fatto il matrimonio, ho
qualche titolo, mi pare, per mischiarmi degli affari dei coniugi Campochiaro:
credo, signor avvocato, che il vostro ministero sia finito: per quello che
avete fatto finora, potete cedere il posto a me e ritornarvene tranquillamente
a Roma. La sola cosa, di cui vi prego ancora, è di annunziare al barone che
siamo giunte, e che oggi stesso riceverà una mia visita. -
Sottolineò, si può dire, il pronome mia, guardandoli
con insistente severità. Questo diluvio di parole le aveva proferite tutte di
un fiato, e credo che, se all'ultimo non fosse stata assalita da un accesso di
tosse, avrebbe trovato ancora qualche cosa di sgradevole da dirmi. Quando
appena potei mettere una parola anch'io, risposi, volgendomi tanto alla zia,
quanto alla nipote, che entrambe sarebbero state accolte coi dovuti riguardi da
don Gaetano, il quale in quel giorno stesso divisava appunto di scrivere a
donna Valeria per pregarla di ritornare a riprendere il suo posto in casa.
- Riprendere il suo posto in casa? - sclamò la duchessa,
levando le mani al cielo. - Ah, il signor barone suppone che la cosa sia tanto semplice?
Come! Mia nipote calunniata, scacciata, ritornerebbe così tranquillamente al
primo appello? Quale idea don Gaetano ha dunque di noi? Siamo qui per
difenderci, e Valeria non riporrà il piede nel palazzo Campochiaro se non alle
condizioni che intendo proporre io al suo signor consorte.
- È certo, - disse Valeria con tranquilla risolutezza, - che
io non posso accettare un perdono umiliante, nè tornare in casa di un uomo che
mi crede capace delle più vergognose azioni. Intendo giustificarmi e nulla più;
dopo ritornerò a Napoli colla zia.
- Sì, ritornerà a Napoli con me, - disse la duchessa con
vivacità: - finchè vivo io, non abbisogna di nulla. Tuttavia, siccome io sono
vecchia e posseggo poco o nulla di mio, voi, signor avvocato, penserete ad
ottenerle dallo sposo una pensione conveniente. E ora discorriamo di ciò che
preme maggiormente: della famosa lettera. -
Pel momento non era la lettera che mi stava a cuore;
m'avvedevo che nonostante la mia facondia d'avvocato non sarei giunto a farmi
intendere così facilmente dalle due donne, tanta era la furia che animava la
vecchia duchessa. Chiesi dunque formalmente un poco d'attenzione, e potei dire
che, se mi avessero lasciato parlare prima, avrebbero già saputo che non si
trattava affatto di perdono da parte di don Gaetano, ma di un sentimento di
giustizia che gli faceva desiderare di riparare i torti avuti: in poche parole,
l'innocenza di donna Valeria era omai pienamente riconosciuta.
- Riconosciuta! - sclamò la giovane donna con impeto: - chi
era dunque il colpevole? -
La promessa di silenzio fatta a don Gaetano non poteva,
secondo me, riguardare donna Valeria: chiedendo alla mia volta la più assoluta
segretezza, dissi dunque di che si trattava: vidi gli occhi di donna Valeria
sfavillare di gioia: quella gioia non andava esente da un granello di
malignità: ella non amava i parenti del marito, e la colpevolezza di Corrado
doveva essere un trionfo per lei. In quanto a donna Letizia, non si arrestò ad
esprimere la sua soddisfazione, ma sclamò con maggiore acrimonia:
- Ah, davvero, don Gaetano si è persuaso finalmente che una
Rovigliano è incapace di azioni nefande? Ed è dopo l'evidenza dei fatti che si
decide a richiamare Valeria? Bella grazia, in verità! Non ne vogliamo noi, è
vero, figlia mia? Noi siamo offese, vogliamo pubblica riparazione, dopo di che
rinunzieremo alla felicità di passare la vita al fianco di uno sposo tanto
affettuoso.
- Non vi può essere migliore riparazione per donna Valeria,
- diss'io, - che quella di rientrare assoluta padrona in casa sua. Donna Maria
Concetta partirà quanto prima: l'uscita dell'una e l'entrata dell'altra sono
due fatti sufficientemente significativi senza che s'abbiano a propalare con
uno scandalo le vergogne e i dolori della famiglia.
- Siamo forse noi che cerchiamo gli scandali? - replicò la
vecchia duchessa con enfasi. - Don Gaetano non doveva prestare fede con tanta
facilità alle calunnie tessute contro sua moglie. Dopo di essere stata quasi
pubblicamente scacciata, in qual modo Valeria potrebbe convivere in pace collo
sposo?
- Senza contare - soggiunse Valeria con accento amaro - che,
innocente nel fatto dell'avvelenamento, mi si suppone ancora, a quanto pare,
capace di scrivere lettere compromettenti ad un giovinotto.
- Ah sì, - saltò su la zia, volgendosi in furia verso di me,
- avevate sviato il mio pensiero da quest'altra quistione importante. Dov'è la
lettera di Valeria? L'avete letta? Che cosa significa la severità, con cui
l'avete giudicata? -
Lo sguardo, l'accento della vecchia signora divenivano
sempre più severi: vedendomi trattato con tanta ingiustizia dopo tutto quello
che avevo fatto per scoprire l'innocenza di Valeria, mi venne un poco la bizza,
e tratta semplicemente la lettera dal mio portafogli, la deposi nelle mani
impazienti della baronessa.
Il foglio stava nella busta come me lo aveva consegnato il
dottor Daniele. La giovane donna osservò la sopraccarta e accennò di
riconoscerla. Poi svolse la lettera e la percorse. Vidi tosto il suo viso mutar
colore: ad un tratto esclamò:
- È un'infamia! Questa lettera non è la mia. -
Donna Letizia fece un balzo verso la nipote, le strappò
quasi il foglio dalle mani, e si pose ad osservarlo colla lente.
- Certo, - disse, - questi caratteri non sono i tuoi.
- No, zia, non parlate così, - replicò prontamente Valeria;
- per quanto riguarda la scrittura non ho assolutamente nulla da dire:
assomiglia in modo strano alla mia. Ma nego d'avere scritto ciò che contiene
questo foglio. Se il dottore Daniele si è vantato d'averlo avuto da me, egli ha
mentito! -
Ero in uno stato un po' difficile a definire, diviso tra il
desiderio di credere vere le parole di Valeria, e un certo dubbio che mi
martoriava a dispetto di tutto. Come non ero mai giunto, anche nei momenti
della maggiore evidenza, a persuadermi che la figlia del principe Rovigliano
potesse essere un'avvelenatrice, così non avevo mai potuto togliermi
interamente dal capo che ella avesse avuto un poco di simpatia pel dottor
Daniele. Sapevo troppo bene che, su certi punti, le donne come gli uomini non
si fanno scrupolo di mentire, e mi venne l'idea che Valeria volesse accusare il
povero Daniele di aver simulato una lettera per calunniarla. Presi
energicamente le difese di lui, dissi quanto avevo dovuto fare per strappargli
quel documento, e come il suo solo timore era che cadesse nelle mani di don
Gaetano e potesse peggiorare la triste condizione, in cui donna Valeria stessa
era caduta.
- Non v'era necessità che egli si mischiasse dei fatti miei,
- disse a questo punto la baronessa con alterigia. Mi supponeva forse egli pure
colpevole di avvelenamento? Del resto, la sua opinione mi è indifferente; ciò
che mi preme ora gli è di conoscere in qual maniera questa lettera è giunta
nelle sue mani. M'avete scritto che la Beatrice non è più ad Altamura, non mi
rimane che a parlare col dottor Daniele medesimo. Siate abbastanza cortese,
signor avvocato, per andare, oppure mandare a cercare di lui.
- Farlo venire qui? - sclamai maravigliato; - ma non
pensate, donna Valeria, che il barone può trovare singolare, per non dire
peggio, un tale colloquio.
- Oh, che ha da pensare? Non ci sono io? - interruppe
maestosamente la duchessa di San Goffredo. - Mia nipote ha ragione, bisogna
venire in luce di tutto ciò: andate a chiamare il dottor Daniele; lo conoscerò
anch'io; sono appunto curiosa di vedere questo supposto innamorato. -
Non seppi più quale obbiezione opporre; ero persuaso che, se
rifiutavo di recarmi dal dottore Daniele, la duchessa lo avrebbe mandato a
chiamare dal primo cameriere venuto. Mi decisi dunque ad eseguire io stesso la
commissione.
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