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RICORDI DI UN MEDICO.
I.
STELLA.
I.
Avete mai osservato come poco basti talvolta a sconvolgere e
a mandare in rovina l'esistenza apparentemente più tranquilla e felice? Io ne ebbi,
pochi anni or sono, un terribile esempio sotto agli occhi; ed ecco come.
M'ero recato a passare le vacanze nella residenza del mio
amico, il conte Gandolfo, di cui sono il medico di famiglia: situata fra San
Germano e la celebre Abbadìa di Monte Cassino, la casa del conte è aperta a
tutte le persone amiche che si fermano a quelle acque rinomate.
Così un giorno vidi capitare colà uno dei giureconsulti più
celebri dei nostri giorni, l'avvocato Claudio X***, il quale, dopo di avere
dimorato lungo tempo in Germania, ha levato nel proprio paese di sè
splendidissima fama.
Lo avevo incontrato molte volte in società, lo sapevo
integerrimo, e incapace di patrocinare una causa ingiusta; e se non eravamo
amici intimi, ci conoscevamo abbastanza da rivederci con piacere.
Capitava però dal conte in un giorno poco opportuno, poichè
stavamo tutti per recarci alla bella tenuta di Mirasole presso il barone
Wilden, che ci aveva invitati a pranzo.
La contessa fu al principio assai imbarazzata, non volendo
lasciar solo il nuovo venuto, e non osando condurlo seco; ma il conte, più
fatto alla buona, dichiarò tosto che l'avvocato doveva accompagnarci. Conosceva
da qualche anno il barone, lo sapeva pieno di cordialità; la baronessa Amalia
era la cortesia personificata; ed egli non dubitava che i signori di Mirasole
sarebbero stati lietissimi di accogliere un uomo come il nostro illustre
giureconsulto, il quale parlava il tedesco come la propria lingua, e conosceva
le cose germaniche sulla punta delle dita.
Partimmo dunque tutti nella direzione di Mirasole: la
carrozza del conte, largo calesse patriarcale, oltre la signora e i bambini,
accolse anche l'avvocato X*** nella sua qualità di pacifico scienziato. Il suo
aspetto posato, la bella barba nera mista appena di qualche filo d'argento, gli
occhiali a montatura d'oro che aveva inalberati da poco, lo rendevano affatto
degno di sedere al fianco della bella matrona romana, che si chiama la contessa
Gandolfo. Il conte, due suoi congiunti ed io andavamo a cavallo.
Mirasole è una vasta tenuta distante cinque o sei miglia
appena da San Germano: da otto anni circa essa apparteneva al barone Karl
Wilden, il quale soleva abitare indistintamente Roma o Napoli nella stagione
invernale; ma all'aprirsi della primavera correva a stabilirsi in quell'amena
villeggiatura, ove conduceva la vita del gentiluomo di campagna.
Conoscevo anch'io da qualche anno il barone e la baronessa,
e mi erano sommamente simpatici: il barone poteva toccare la quarantina, era un
bell'uomo, la cui chioma bionda sembrava affatto simile alla criniera di un
leone; amava gli esercizii violenti, nutriva una viva passione pei cavalli, e
ne aveva sempre un gran numero nella sua scuderia.
La baronessa bellissima ancora, sebbene dovesse avere
varcato la trentina, poichè il suo unico figliuolo, Guido, si avvicinava al
terzo lustro, serbava ancora l'aria ingenua e pensosa di una giovinetta, ed era
il contrapposto del marito, tutta calma e placidità. Si diceva dai contadini
delle vicinanze che era un angelo, e ne aveva tutto l'aspetto. Si diceva pur
anco che i due sposi tedeschi sì amavano colla maggior tenerezza, e chi voleva
ottenere qualche cosa dal barone non mancava mai di raccomandarsi alla
protezione della baronessa.
Fummo accolti a Mirasole colla più garbata premura. La
baronessa strinse ad ognuno amichevolmente la mano, ma quando le venne
presentato l'avvocato X***, che non conosceva affatto, ebbe un istante di
turbamento e gli fece una riverenza tanto cerimoniosa, che la contessa Gandolfo
se ne impensierì; il barone dimostrò invece la maggior cordialità verso lo
scienziato e intavolò subito con lui un discorso in tedesco, di cui nessuno di
noi comprendeva un acca.
Il pranzo fu squisito come sempre in casa del barone, la
conversazione animata: v'erano parecchi altri invitati oltre di noi, e la
baronessa, che pareva avere avuto un istante di soprappensiero, riacquistò
verso la metà del pasto tutta la sua amabilità.
Eravamo nelle lunghe giornate estive: levandoci da tavola,
la comitiva si sparse per la tenuta, vasto parco, nel quale v'era anche un
recinto riservato ad uso di cavallerizza. Vi andavano annesse stupende
scuderie, che il barone si compiacque naturalmente di farci visitare.
Il conte Gandolfo, amantissimo esso pure di cavalli, ne
possedeva appena una mezza dozzina che teneva come la pupilla degli occhi suoi;
si fu dunque con una specie di slancio che penetrò nelle belle scuderie del suo
amico. Le signore invece rimasero sulla porta: la contessa non arrossiva di
confessare che aveva paura dei cavalli, e le altre signore, benchè eleganti e
piene di garbo, non erano di quelle che amano presentarsi come Amazzoni. La
baronessa Amalia sembrava indifferente, ed allorchè la contessa diede, si può
dire, il segnale della ritirata, ella la seguì e andò a sedersi con essa sopra
una delle panche collocate intorno a quella specie d'arena.
Io che dell'arte del cavalcare ne so appena quanto basta per
non fare un capitombolo, quando debbo andare per certe vie disastrose, tenevo
compagnia alle signore; ma, credendo di fare cosa grata alla baronessa, vantavo
la scuderia del suo nobile sposo e i magnifici animali che vi avevo veduti.
- È una passione come un'altra, - rispose freddamente la
baronessa Amalia; - in quanto a me, me ne occupo assai poco.
- Siete però esperta nel cavalcare, - disse la contessa con
vivacità; - so che avete spiegata una maestria particolare quella volta, in
cui, andando a Ceprano, ve ne rammentate? si ruppe il legno, e mia cugina
Agnese ed io dovemmo rimanere ad attendere che il guasto fosse riparato. Voi
invece tornaste subito a casa col barone ed il conte. Mio marito mi disse più
volte che, quantunque foste sprovvista di una sella adattata a voi, stavate sul
cavallo, tutt'altro che pacifico, come se foste in casa vostra. Dovete esservi
esercitata molto a cavalcare nei tempi addietro. -
Questo complimento fece arrossire la baronessa fina alla
radice de' capelli; non trovò una parola di risposta, e le altre signore ed io
stesso ci ponemmo a scherzare un poco sulle sue virtù che amava di tenere
celate; ella, tanto cortese, parve quasi ascoltarci con impazienza. Il barone
cogli altri invitati veniva intanto verso di noi, ed afferrò alcune delle
nostre parole: sempre pronto a difendere la sua sposa, interruppe così i nostri
scherzi:
- La baronessa detesta i cavalli, dacchè una volta fui
buttato a terra da un puledro indomabile e dovetti rimanere a letto. Vedete che
faccio una confessione umiliante pel mio amor proprio, ma ciò spiega
perfettamente la specie di antipatia che ella prova per tutto quanto si
riferisce all'equitazione.
- Ho forse torto di tremare sempre, - replicò la baronessa
con vivacità, - poichè sono pochi giorni appena che avete fatto acquisto del
cavallo più indemoniato che vi sia al mondo? Se riescirete a domarlo, Dio ci
scampi da qualche sventura. -
Il barone sorrise, non negò di essere un peccatore
incorreggibile; la sua passione lo spingeva forse troppo oltre: erano quattro
giorni che aveva comperato un magnifico cavallo, ma così ombroso e bisbetico,
che nessuno fino allora aveva osato salirvi sopra. Era obbligato di tenerlo
separato dagli altri, e temeva che sarebbe stato costretto a rivenderlo. Fritz,
l'uomo che aveva cura delle sue scuderie, un vecchio ed intrepido cavallerizzo,
aveva già dichiarato che non si sarebbe provato a cavalcarlo prima di quindici
giorni almeno.
Il conte si mostrò tosto bramoso di vedere questo indomito
animale, e siccome era lungi, il barone diede ordine a Fritz di condurre il
cavallo presso al recinto, ove stavamo tutti riuniti. Le signore a questo
annunzio si levarono da sedere e si ritirarono nell'angolo più remoto. Osservai
che la baronessa non si muoveva, e rimasi a tenerle compagnia.
Fritz condusse il prigioniero: era un magnifico animale di
razza araba, nero, chiazzato di bianco, aveva due occhi pieni di fuoco, occhi
strani, selvaggi, e la maniera sola con cui resisteva alla mano che lo guidava,
provava la sua mala volontà nel prestarsi ai desiderii altrui. Venne fino ad un
certo punto, ma poi si arrestò a malgrado degli sforzi di Fritz per farlo
avanzare ancora, e rimase piantato sulle sue quattro zampe, come se avesse
preso radice nel suolo.
Il barone ed i suoi invitati accorsero verso di lui, ma non
osarono toccarlo, tanto la contessa Gandolfo si pose a gridare e Fritz ad
accennar loro di non avventurarsi troppo: ma l'avvocato X*** non tenne conto
dell'avviso, e posò arditamente la mano sulla criniera dell'animale.
- Piano, per carità! - disse il barone, - è ben capace di
farvi un brutto tiro. -
Io ero sempre colla baronessa, alla quale avevo offerto il
braccio, osservando che bramava avvicinarsi al gruppo mascolino: potei perciò
vedere quanto il cavallo fosse impaziente e minaccioso: esso cominciò bentosto
a menare calci colle zampe di dietro, obbligando tutti a indietreggiare.
L'avvocato però, trascinato un istante dalla corrente,
ritornò bentosto presso il bisbetico animale, dicendo risolutamente:
- Non bisogna cedere; altrimenti non lo si domerà mai. -
E gli ripose la mano sul collo, e la mantenne ferma,
nonostante l'irritazione visibile dell'animale, e le raccomandazioni di Fritz
che non riesciva a contenerlo.
- È cavallerizzo anche lei, da quello che vedo? - disse il
barone.
- Un poco, - rispose modestamente lo scienziato.
- Ed io che vi ho mandato in carrozza con mia moglie! -
sclamò il conte tutto mortificato.
L'avvocato sorrise; disse che da lungo tempo infatti aveva
pensato assai più ai libri che ai cavalli, ma che alla vista di quel magnifico
animale aveva sentito risvegliarsi la passione antica, tanto che provava una
tentazione irresistibile d'inforcare quel pericoloso destriero.
Sorsero da ogni lato accenti di meraviglia e di
scoraggiamento. Il barone disse che non avrebbe mai permesso una tale follìa,
poichè in caso di sventura si sarebbe creduto un vero colpevole; le signore,
senza osare di appressarsi, supplicavano l'avvocato di non commettere siffatta
imprudenza; la baronessa non parlava, ma era divenuta più bianca di una statua:
teneva gli occhi grandi aperti fissi nel viso del giureconsulto, e, senza
avvedersene, stringeva convulsivamente il mio braccio. La povera signora
paventava certamente una catastrofe.
Ma gli uomini di scienza sono i più ostinati del mondo;
l'avvocato era uno di quelli, e non volle ascoltare affatto i consigli che gli
piovevano intorno: il barone, da vero gentiluomo, non poteva opporsi più
lungamente al desiderio del suo ospite, per quanto strano esso fosse. Non si
trattava di un giovinetto, ma di un uomo maturo che doveva saper misurare le
proprie forze. Si piegò dunque, sebbene con visibile inquietudine, alla volontà
dell'avvocato, contentandosi di vegliare che gli arnesi del formidabile cavallo
fossero disposti a dovere.
Questo ufficio stesso non riescì tanto agevole al barone,
stante l'agitazione dell'indomito animale. Quando l'avvocato si avanzò per
porre il piede nella staffa, esso rizzò tosto le orecchie, si pose a nitrire e
fece certi scarti che avrebbero scoraggiato chiunque, fuori di quell'uomo
singolare, sul conto del quale ci eravamo tutti ingannati credendolo pacifico e
posato.
Il suo aspetto era, si può dire, compiutamente mutato;
attraverso gli occhiali brillavano due occhi foschi che mandavano vere saette;
tutta la sua fisionomia aveva rivestito un'espressione nuova; una risolutezza
indomabile corrugava quella fronte pensosa; i lineamenti angolosi avevano
acquistato un carattere imperativo, qualche cosa di duro, di mefistofelico, che
lo rendeva presso che irriconoscibile. A dispetto dei balzi prodigiosi del
cavallo, egli riescì, non so come, a porsi in sella; e quando vi fu, vi stette saldo,
a malgrado degli sforzi energici dell'animale per liberarsi di lui.
Nessuno fiatava; si era fatto un gran cerchio intorno: ma da
lungi seguivamo con sguardo ansioso quella lotta perigliosa. Il mio braccio era
stretto come in una molla di ferro dalla manina convulsa della baronessa.
Ella ansava un po' penosamente: qualche volta avevo già
osservato in lei questo respiro affannoso, come se soffrisse di qualche
affezione al cuore. Non conoscevo però affatto il suo temperamento, non essendo
mai stato consultato come medico: tuttavia in quel momento, temendo che la
soverchia commozione potesse nuocerle, la pregai di ritirarsi, offerendomi di
accompagnarla lontano; ma ella mi rispose con accento quasi brusco:
- No, no, voglio rimanere. -
Non bastava all'avvocato il mantenersi in sella, bisognava
che riescisse a far prendere il trotto all'indocile animale. La cosa sembrava
veramente impossibile, tanto la resistenza era tenace; temevamo ad ogni istante
qualche tremenda caduta; già il cappello dell'avvocato era volato lontano;
Fritz lo raccolse e glielo diede, ma il capo scoperto sarebbe parso quasi in
armonia col nuovo aspetto di quell'uomo, la cui chioma sparsa di fili d'argento
si sollevava ancora folta e ricciuta sul suo cranio potente.
Per dieci buoni minuti la battaglia durò irrefrenabile da
ambo i lati; cavallo e cavaliere erano madidi di sudore; finalmente vi furono
due sforzi simultanei, supremi; il cavallo si squassò con disperazione, il
cavaliere s'irrigidì sulla sella, stringendo con energìa feroce i fianchi
dell'animale, il quale finì con partire di volo, mandando un lungo, furibondo
nitrito.
Sorsero da ogni parte grida di spavento. L'avvocato,
lanciato a tutta carriera nella direzione del parco, non doveva trovare molti
ostacoli per uscire nell'aperta campagna; ma il paese non era favorevole alle
corse sfrenate, e poco bastava a cagionare un'irreparabile sventura. Due
signore svennero; la baronessa, più morta che viva, si decise a cogliere
l'occasione per ritirarsi con loro.
Io rimasi cogli altri nel parco pieno d'ansia e di
curiosità: inviare qualcuno sulle tracce dell'avvocato avrebbe servito a poco;
il cavallo non era di quelli che si possono raggiungere ed arrestare; il barone
cominciava a deplorare vivamente di avere ceduto al capriccio pericoloso del
suo ospite, quando costui ricomparve in fondo ad un viale parallelo a quello,
per cui era partito; aveva fatto semplicemente il giro del parco, e se ne
tornava indietro al piccolo trotto, come se stésse sul ronzino più docile del
mondo.
Quando fu a poca distanza da noi, si tolse cortesemente il
cappello, mentre forzava il cavallo colla sola pressione della mano ad
arrestarsi in mezzo al viale. Per un accordo irresistibile scoppiammo in
applausi, bentosto soffocati però dal timore di spaventare l'ombroso animale
che era stato obbligato di riconoscere, momentaneamente almeno, l'autorità
intelligente dell'uomo.
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