II.
Rinunzio a dipingere la scena che seguì, quando l'avvocato
scese a terra: tutti lo circondammo; parlavamo tutti in una volta; il conte
Gandolfo pareva impazzito, ma chi si mostrava anche più entusiasta di tutti era
il barone; aveva obliato affatto la gravità tedesca, a segno che volle
abbracciare per forza il suo ospite dichiarandolo padrone della sua scuderia, e
pregandolo vivamente a stabilirsi per qualche tempo in casa sua.
L'avvocato sembrava assai imbarazzato ricevendo le
felicitazioni ardenti del barone; anzi si sarebbe detto che non gli garbavano
affatto. Alla stretta vigorosa del gentiluomo tedesco corrispose appena di mala
voglia, e la sua fronte si rannuvolò. Ma ciò fu un lampo: ridivenne bentosto
l'uomo pieno di garbo che avevo sempre veduto, e cercò di moderare il nostro
entusiasmo, il quale, per verità, andava pigliando proporzioni colossali.
Il barone ci condusse tutti in una sala terrena, ove fece
circolare bottiglie e sigari (le signore si erano tutte ritirate). Allora le
domande cominciarono a piovere intorno all'avvocato: come mai uno studioso come
lui aveva il tempo di dedicarsi all'arte difficile di ammaestrare i cavalli,
giacchè un ammaestratore esperto aveva solo potuto trovare la via di domare in
sì poco tempo il renitente animale? Aveva dunque una scuderia sua? Come poteva
pensare a cose tanto dissimili quanto i libri di scienza e l'equitazione?
Il contegno dell'avvocato non lasciava guari comprendere se
le interrogazioni che s'incrociavano intorno a lui solleticavano il suo amor
proprio, oppure gli riescivano moleste. Finalmente rispose con un accento
alquanto sarcastico:
- Dimenticate, o signori, che al mestiere che faccio io si
guadagnano bensì onori, che spesso sono oneri e nulla più, ma non s'acquistano
mai i mezzi di mantenere una scuderia? Noi poveri uomini di tavolino lasciamo
questa prerogativa ai fortunati come il nostro egregio anfitrione.
Il barone s'inchinò.
- Pure avete dovuto maneggiare molti cavalli, - diss'egli, -
giacchè non mi farete mai credere che si nasca così maestro all'improvviso.
Narrateci almeno come avete acquistata questa scienza, che v'invidio di cuore
insieme a tutte le altre che possedete. -
Vi fu un istante di silenzio; il barone prese posto accanto
all'avvocato, il quale disse finalmente, fissandolo con uno sguardo, che mi
parve singolare e quasi impresso di un carattere minaccioso:
- Bramate proprio di saperlo?
- Ve ne prego, - rispose il barone, - e sono persuaso che
tutti questi signori ve ne pregano con me. -
Vi fu un nuovo e più lungo silenzio.
- Ebbene, - ripigliò l'avvocato con un sospiro, - non
rifiuto di soddisfarvi; chiedo solo l'indulgenza di tutti, perchè è una specie
di confessione che mi accingo a farvi. -
E senz'altro cominciò in questi termini:
- “Vedendomi così serio e posato, nessuno di voi certamente
s'immagina che io fui il più irrequieto fra gli scolari. A Padova, ove compii i
miei studii, ero sempre a capo di tutto ciò che poteva scuotere e dar vita alla
popolazione della città: ero eccentrico e studioso nello stesso tempo, e
nutrivo già sino d'allora una passione vivissima pei cavalli.
“Passione infelice però, giacchè, come ho già lasciato intendere,
io non fui mai ricco: la mia famiglia era stimata assai, ma mio padre, che
esercitava con discreto profitto la professione notarile, era vecchio ed aveva
altri figliuoli a cui pensare. Campavo modestamente a Padova con una
pensioncella da studente, e non avevo mai inforcata altra cavalcatura, salvo
qualche ciuco in campagna, o qualche sdruscito ronzino da nolo.
“Sul cominciare della bella stagione venne a stabilirsi a
Padova una Compagnia equestre; non era una Compagnia di prim'ordine, ma accoglieva
nelle sue file alcuni artisti di valore, fra gli altri una giovanetta, di cui
m'invaghii tosto perdutamente.
“Divenni in breve un assiduo frequentatore dell'arena. Non
vi descriverò la mia diva; a me pareva veramente divina: molti, del resto,
partecipavano al mio entusiasmo, ma ella sembrava sdegnarli tutti, ed allorchè
io mi avventurai a scriverle, mi rimandò semplicemente la lettera indietro.
“Era figlia del direttore della Compagnia, e correva voce
che ella seguisse per necessità il mestiere del padre senza slancio e senza
passione. Ciò non le impediva, di eseguire cose prodigiose. Un vecchio gobbo, clown
di professione, con cui avevo saputo legarmi, mi narrava di lei molti
particolari commoventissimi, a cui io prestavo fede ad occhi chiusi: avevo vent'anni,
signori miei, e vi prego tutti, particolarmente l'egregio barone, di non ridere
troppo della mia ingenuità.” -
Così dicendo, l'avvocato si volgeva verso il barone con
piglio cortese; ma l'umore del gentiluomo tedesco doveva essere mutato, perchè,
facendo una lieve inclinazione di capo, rispose un po' bruscamente:
- Continuate, ve ne prego. -
L'avvocato ripigliò immantinente:
- “Forse sono troppo prolisso? procurerò di stringere la mia
narrazione, - disse egli. - Per avvicinarmi alla giovinetta che m'innamorava,
pensai di andare a prendere qualche lezione d'equitazione dal direttore della
Compagnia: non voglio entrare nell'argomento dei prodigi di economia, a cui mi
sottoposi onde ottenere questo scopo, nè in quello delle veglie, a cui mi
assoggettavo, poichè il tempo degli esami si avvicinava. Non mi si vedeva che a
scuola e all'arena, donde uscivo ogni sera più innamorato.
“Davvicino la figlia del direttore mi pareva anche più
seducente, e potei convincermi a mie spese che ella era ingenua quanto la fanciulla
più severamente educata.
“La cosa sembrerà strana a questi signori, ma io allora
credevo fermamente a ciò che vedevo. Quello che è certo gli è, che tentai
invano di stringere con essa qualche intimità: si mostrava meco cortese, ma non
comprendeva o non voleva comprendere gli sguardi e le parole ardenti che le
dirigevo alla sfuggita.
“La sua presenza bastava però ad incoraggiarmi; credo che
l'amore fosse per metà il mio maestro; il fatto è che feci, in pochi giorni, progressi
straordinarii nell'arte dell'equitazione, e che il mio professore ebbe a dirmi
più volte: - Peccato che non siate dei nostri! -
“Il tempo camminava intanto: vennero gli esami: li passai
stupendamente, posso dirlo senza falsa modestia; era l'ultimo anno di studio;
uscivo addottorato a vent'anni. Mio padre, felice de' miei successi, mi scrisse
una lettera, il cui tenore era presso a poco il seguente:
“- Mi rallegro immensamente con te, e ti mando la mia
benedizione: so che la nostra piccola città non è, ai tuoi occhi, un soggiorno
di delizie; volendo compensarti del brillante risultato ottenuto, ti permetto
di andare a fare un giro ove ti piacerà meglio: qui uniti vi sono i quattrini
necessarii; se vieni ad abbracciarci, ne saremo tutti lietissimi, ma se vuoi da
Padova stessa prendere le mosse pel viaggio in questione, ti perdono di buon
grado e ti attendo al ritorno a braccia aperte. -
“Questa lettera così ragionevole del babbo aperse ai miei
occhi un orizzonte fantastico, seduttore. Avevo tre mesi di libertà dinanzi a
me; qualunque fosse la via che avessi presa, ero persuaso che mio padre non me
ne avrebbe chiesto conto. Potevo dirgli quello che volevo, e....
” L'idea era tanto strana, che non osai dapprima confessarla
a me stesso. Il soggiorno della Compagnia equestre toccava il suo termine:
sapevo che dopo doveva recarsi all'altra estremità dell'Italia, ove non avevo
relazioni di sorta; non potevo decidermi a separarmi così bruscamente dai miei
deliranti sogni d'amore, e finii con soccombere alla tentazione.
“Sì, lo avrete indovinato, senza dubbio, volevo essere nè
più nè meno che un saltimbanco, tanto lo splendore di due begli occhi mi aveva
affascinato. Feci, tremando, la mia proposta al direttore della Compagnia, il
quale ne fu non poco meravigliato, ma nello stesso tempo se ne mostrò
lietissimo; aveva l'amore dell'arte, e la certezza poi che non avrei chiesto
salario di sorta, lo rendeva proclive a compiacermi. Questa risoluzione fu
presa colla massima segretezza da parte mia; dissi a tutti che partivo per un
lungo viaggio, ciò che era vero; scrissi a mio padre che avevo intenzione di
fare un'escursione pedestre nei monti della Svizzera, che non si maravigliasse
se non sapevo io stesso dirgli, ove doveva dirigermi le sue lettere; e
raggiunsi trepidante la Compagnia, della quale ero entrato a far parte.
“Non voglio dilungarmi nel far la pittura della vita da
zingari di una Compagnia equestre; suppongo che indovinerete facilmente di che
si tratta: all'età, a cui siamo giunti, nessuno di noi certamente potrebbe
piegarvisi; ma a quei tempi, debbo dirlo a mia estrema confusione, mi trovai
perfettamente felice. Dopo lo studio assiduo, gli esercizii violenti del
cavallerizzo ristabilirono un perfetto equilibrio nell'essere mio. L'amore poi
che mi riempiva l'animo, mi manteneva in una specie d'estasi deliziosa che mi
faceva veder tutto color di rosa. Gli è che la fanciulla, per la quale avevo
derogato così stranamente alla gravità dottorale, cominciava a farsi meco meno
selvaggia.
“Temendo l'indiscretezza delle persone con cui dovevo
convivere, avevo lasciato credere a tutti che intendevo di divenire artista per
tutta la vita, e che il nome di guerra da me assunto era il solo, a cui avrei
risposto oramai. La figlia del direttore fu ingannata cogli altri, e credendomi
decisamente suo camerata, lasciò tosto l'attitudine cerimoniosa che aveva
sempre mantenuta a mio riguardo.
“Era davvero una cara creatura; la maggior parte dei suoi
compagni l'avevano veduta crescere; l'età sua tanto giovanile rendeva meno
spiacevole quella confidenza tutta particolare che regna fra artisti; la
maggior parte degli uomini che componevano la Compagnia, erano al disopra dei
trent'anni, ammogliati e padri di famiglia, gli altri giovanetti imberbi: io
solo toccavo i vent'anni, e la famigliarità che nacque a poco per volta fra
noi, era la sola che poteva giudicarsi come compromettente.
“In realtà era innocentissima: tanto innocente, che me ne
disperavo. Facevo bensì progressi incalcolabili nella professione singolare a
cui mi ero dato; ma quelli che ottenevo nel cuore dell'amata fanciulla m'erano
tutt'altro che soddisfacenti. Non le avevo mai strappato una parola d'amore;
sebbene l'attitudine della giovinetta mi riempisse sovente di ben pazze
speranze, non ero mai riescito a condurla alla confessione di quei sentimenti
che mi figuravo d'inspirarle. I giorni succedevano ai giorni; cominciavo ad
ottenere come artista alcuni successi veramente lusinghieri; io stesso provavo
momenti d'ebbrezza, quando, trasportato sui veloci corridori, mi sentivo
acclamare, ma rimanevo sempre alla stessa distanza dalla mèta sognata per ciò
che riguardava il mio amore.
“Ciò che mi spaventava talvolta pensando all'avvenire, gli è
che mi avvezzavo interamente alla vita d'agitazione e di fatica, nella quale
m'ero gettato. La mia passione pei cavalli cresceva di giorno in giorno: tutti
quelli posseduti dalla Compagnia mi conoscevano perfettamente, e ad alcuni
avevo posto un'affezione prodigiosa; non volgevo più la mente agli studii
fatti; vivendo fra gli animali, ne imparavo a conoscere gl'istinti, i difetti,
le qualità, e qualche volta mi avveniva di pensare che valevano meglio degli
uomini. Era un vero delirio, da cui non speravo affatto di risanare.
“Nella città in cui eravamo, vasta e ben popolata,
interveniva spesso una gran folla all'arena; gli applausi che ottenevo più
facilmente erano quelli divisi colla figlia del direttore: sovente dovevamo agire,
parola consacrata dall'uso sui cartelloni, sebbene poco italiana, dovevamo,
dico, agire di conserva. Io avevo l'incarico dolcissimo di sostenerla nelle
attitudini più difficili e pericolose. Leggiera come una silfide, ella si
appoggiava appena a me, ma io avrei voluto sentire tutto quell'amato peso nelle
mie braccia. Una sera, in cui la tenevo stretta alla vita, mentr'ella si
sollevava nell'atto quasi di volare in cielo, mi volsi verso di lei e le dissi
appassionatamente all'orecchio:
“- T'amo, t'amo! dimmi che m'ami, altrimenti ti stringo
disperatamente nelle mie braccia.
“- Lasciami scendere, - mormorò essa quasi spaventata.
“- No, no! Dimmi che m'ami! -
“Ella non rispose; ma il suo braccio, che stava intorno al
mio collo, mi strinse dolcemente, quasi amorosamente....” -
A questo punto un impeto convulso di tosse da parte del
barone interruppe il narratore. Benchè fumatore come tutti gli altri, egli
pareva incomodato dall'atmosfera eccessivamente densa prodotta dai nostri
sigari: l'ultima finestra che rimaneva chiusa venne aperta, mentre l'avvocato
ripigliava:
- Debbo chiedere scusa a questi signori, vedo davvero che mi
dilungo troppo; quando un avvocato parla, oblìa con facilità il tempo che
corre. Procurerò di abbreviare per quanto è possibile.
- No, no, - ci ponemmo tutti a gridare, - la vostra
narrazione ci piace immensamente.
- “I mesi erano volati, - continuò l'avvocato con un mezzo
sorriso, - la Compagnia equestre stava per mettersi una seconda volta in
movimento. I miei impegni col direttore avrebbero dovuto cessare, e ciò mi
recava un vero sgomento. Quella prima prova aveva durato un lampo per me; il
pensiero della mia famiglia, del silenzio mantenuto a suo riguardo, mi
tormentava bene di quando in quando, ma procuravo di chiudere gli occhi dinanzi
alle immagini evocate dai buoni sentimenti che sonnecchiavano in me. Mi dicevo
che i miei genitori erano avvezzi a certe eccentricità particolari al mio
carattere; che mio padre, in fine de' conti, mi aveva autorizzato a fare il
giro che più mi piaceva, non mi aveva posto alcun limite riguardo al tempo, e
purchè non gli chiedessi nuovi quattrini, potevo ben permettermi di rimanere
assente a piacer mio. I miei studii erano terminati: si trattava ora di
prendere una seria determinazione a proposito della mia carriera; avevo
vent'anni appena: un ritardo qualunque non poteva recare gran danno al mio
avvenire.
“Gli era con tali sofismi che cullavo la mia coscienza;
tutti mi volevano bene nella Compagnia; il direttore più di ogni altro: il solo
vecchio clown, di cui ho parlato, mostrava verso di me una diffidenza, a
cui badavo assai poco: egli amava d'affetto veramente paterno la figlia del
direttore, e io attribuivo ad una specie di gelosia la sua attitudine ostile
verso di me. Del resto, non potevo neppure lagnarmi di lui, cosicchè quella
fraternità chiassosa, brutale talvolta, non lo nego, era, si può dire, un
incentivo di più per incoraggiarmi a rimanere.
“Il direttore evitava di parlarmi di queste cose, io pure
tacevo, non essendo ancora ben deciso: tutto per me dipendeva dalla giovinetta,
che mi diveniva ogni giorno più cara. Dopo la lieve prova d'affetto che l'avevo
quasi forzata a darmi, non mi riescì per un poco di averla sola un istante. Non
fu che tre giorni prima della partenza che giunsi a parlarle senza testimoni.
“Non so se la mia eloquenza la vinse, oppure se il suo cuore
parlasse in quel momento in mio favore; il fatto è che ottenni l'ambita
confessione. Non le nascosi allora l'essere mio, i dubbii che mi avevano spesso
assalito; ma sentivo oramai che l'amore era più forte del dovere, e se ella
giurava d'amarmi sempre, io le promettevo di darmi interamente alla vita
artistica e di seguirla dappertutto. Ero sincero, mentre parlavo in tal guisa;
e se quella fanciulla lo avesse voluto, probabilmente, signori miei, non mi
troverei in mezzo a questa eletta compagnia narrando gli strani casi della mia
giovinezza.
“Ma non anticipiamo sui fatti; i più vivi giuramenti furono
scambiati fra noi; io avevo obliato il mondo intero; mio padre cadente per età,
mia madre straziata, affaticata dalle cure d'una troppa feconda maternità; i
fratellini che crescevano dopo di me e la sorella maggiore, una cara fanciulla,
che doveva andare a marito fra poco con un onesto giovane mio amico. Tutto ciò
avevo posto in oblìo, e così, io credo, era pure avvenuto a quella giovane
abbagliante sirena, vinta un istante dalla sincerità del mio affetto. Fu un
lampo, un lampo solo, ma che doveva lasciare nel cuore d'entrambi un ricordo
incancellabile.” -
In questo momento il barone si lagnò dell'aria fredda che lo
colpiva alle spalle: si mosse da se stesso per chiudere le finestre e lo fece
con tal garbo, che uno dei cristalli volò in frantumi. Ma si sa che un avvocato
che parla non si sgomenta per così poco. Il nostro narratore dopo una breve
pausa ripigliò come se nulla fosse:
- “Non ho bisogno di dire che presi immantinente la
risoluzione di seguire la Compagnia; potevo oramai pretendere un modesto
salario, e il direttore, soddisfatto di avermi seco, promise che mi avrebbe
contentato.
“Venne il giorno della partenza, cioè la notte, dopo una
faticosa rappresentazione. Non potevamo partire tutti insieme; nondimeno era
mio intendimento di accompagnare il direttore e sua figlia. Ma il vecchio clown
ebbe l'arte di trattenermi con lui a discorrere, tanto che l'ora del convegno
che avevo col direttore alla strada ferrata, passò senza che me ne avvedessi, e
quando mi recai ansante alla Stazione, il treno era già partito.
“La mattina dopo mi posi subito in viaggio con gli altri
compagni, e alla sera giungemmo tutti alla nostra destinazione. Ma colà, quale
non fu la mia sorpresa, l'ira mia, venendo a sapere che la figlia del direttore
era rimasta addietro con una vecchia artista della Compagnia, la quale non
lavorava quasi più, ma aveva l'incarico di accompagnare spesso la giovinetta
che era priva di madre?
“Passarono alcuni giorni, ed ella non venne a raggiungerci; le
rappresentazioni incominciarono, e colei che era l'anima, l'orgoglio della
Compagnia, mancava all'appello. La benda cadde finalmente dai miei occhi; ero
stato colto, senza dubbio, in un tranello per obbligarmi a seguire la
Compagnia, e la creatura angelica, ai miei occhi, che mi aveva ammaliato, era
rimasta semplicemente con un amante che aveva a conoscenza di tutti, fuorchè di
me ingenuo e gabbato.” -
Un sonoro pugno sulla tavola, accanto a cui eravamo riuniti,
interruppe il narratore e ci fece tutti trabalzare; era il barone, il quale
sorse in piedi con impeto. Lo guardammo sorpresi, ma egli si volse sorridendo
in giro, e disse con voce che si risentiva ancora dallo stringimento prodotto
dal fumo eccessivo dei nostri sigari:
- Corpo di Dio! poichè sapete narrare così bene, diteci
almeno il nome della deliziosa fanciulla: un'eroina anonima non sembrerà molto
attraente a questi signori. -
Gli sguardi del barone e quelli dell'avvocato
s'incrociarono; non so se fu illusione la mia, ma mi parve che gli occhi di
quei due uomini mandassero fiamme d'odio e d'irritazione.
Nessuno però era del mio avviso, poichè tutti approvarono,
applaudendo la domanda del barone.
- Il nome, il nome dell'angelica cavallerizza, si gridava da
ogni lato: - non c'è a temere di comprometterla; oramai dev'essere in grado di
sfidare la nostra opinione. -
L'avvocato fece un gesto per chiedere il silenzio.
- Il suo nome era Miss Star sui cartelloni, - disse con
serietà, - e la si faceva passare per una cavallerizza inglese; in realtà era,
come dissi, la figlia del direttore della Compagnia, e noi la chiamavamo
semplicemente Stella. -
In questo punto un gran rumore si fece all'uscio, il quale
si aperse con impeto: erano le signore che venivano a cercarci: la baronessa
appoggiata al braccio del giovinetto Guido, il suo unico figliuolo, era a capo
di tutte e aveva dovuto afferrare le ultime parole dell'avvocato.
Ma la specie di confusione che seguì all'entrata delle
signore, pose subito termine ai nostri discorsi. Alcuni rivolsero bene
all'avvocato per avere la conclusione del suo racconto, conclusione, del resto,
troppo facile a indovinarsi; le signore, udendo che si trattava d'una storia di
amore, volevano che il narratore ricominciasse: ma i nostri ospiti avevano
l'aspetto statico; la visita era stata anche troppo lunga, la notte era venuta,
e ci decidemmo tutti a partire, non prima però che l'avvocato avesse fatto
solenne promessa alle signore di ripetere un altro giorno la sua narrazione a
loro profitto.
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