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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • I.   STELLA.
      • II
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II.

 

Rinunzio a dipingere la scena che seguì, quando l'avvocato scese a terra: tutti lo circondammo; parlavamo tutti in una volta; il conte Gandolfo pareva impazzito, ma chi si mostrava anche più entusiasta di tutti era il barone; aveva obliato affatto la gravità tedesca, a segno che volle abbracciare per forza il suo ospite dichiarandolo padrone della sua scuderia, e pregandolo vivamente a stabilirsi per qualche tempo in casa sua.

L'avvocato sembrava assai imbarazzato ricevendo le felicitazioni ardenti del barone; anzi si sarebbe detto che non gli garbavano affatto. Alla stretta vigorosa del gentiluomo tedesco corrispose appena di mala voglia, e la sua fronte si rannuvolò. Ma ciò fu un lampo: ridivenne bentosto l'uomo pieno di garbo che avevo sempre veduto, e cercò di moderare il nostro entusiasmo, il quale, per verità, andava pigliando proporzioni colossali.

Il barone ci condusse tutti in una sala terrena, ove fece circolare bottiglie e sigari (le signore si erano tutte ritirate). Allora le domande cominciarono a piovere intorno all'avvocato: come mai uno studioso come lui aveva il tempo di dedicarsi all'arte difficile di ammaestrare i cavalli, giacchè un ammaestratore esperto aveva solo potuto trovare la via di domare in sì poco tempo il renitente animale? Aveva dunque una scuderia sua? Come poteva pensare a cose tanto dissimili quanto i libri di scienza e l'equitazione?

Il contegno dell'avvocato non lasciava guari comprendere se le interrogazioni che s'incrociavano intorno a lui solleticavano il suo amor proprio, oppure gli riescivano moleste. Finalmente rispose con un accento alquanto sarcastico:

- Dimenticate, o signori, che al mestiere che faccio io si guadagnano bensì onori, che spesso sono oneri e nulla più, ma non s'acquistano mai i mezzi di mantenere una scuderia? Noi poveri uomini di tavolino lasciamo questa prerogativa ai fortunati come il nostro egregio anfitrione.

Il barone s'inchinò.

- Pure avete dovuto maneggiare molti cavalli, - diss'egli, - giacchè non mi farete mai credere che si nasca così maestro all'improvviso. Narrateci almeno come avete acquistata questa scienza, che v'invidio di cuore insieme a tutte le altre che possedete. -

Vi fu un istante di silenzio; il barone prese posto accanto all'avvocato, il quale disse finalmente, fissandolo con uno sguardo, che mi parve singolare e quasi impresso di un carattere minaccioso:

- Bramate proprio di saperlo?

- Ve ne prego, - rispose il barone, - e sono persuaso che tutti questi signori ve ne pregano con me. -

Vi fu un nuovo e più lungo silenzio.

- Ebbene, - ripigliò l'avvocato con un sospiro, - non rifiuto di soddisfarvi; chiedo solo l'indulgenza di tutti, perchè è una specie di confessione che mi accingo a farvi. -

E senz'altro cominciò in questi termini:

- “Vedendomi così serio e posato, nessuno di voi certamente s'immagina che io fui il più irrequieto fra gli scolari. A Padova, ove compii i miei studii, ero sempre a capo di tutto ciò che poteva scuotere e dar vita alla popolazione della città: ero eccentrico e studioso nello stesso tempo, e nutrivo già sino d'allora una passione vivissima pei cavalli.

Passione infelice però, giacchè, come ho già lasciato intendere, io non fui mai ricco: la mia famiglia era stimata assai, ma mio padre, che esercitava con discreto profitto la professione notarile, era vecchio ed aveva altri figliuoli a cui pensare. Campavo modestamente a Padova con una pensioncella da studente, e non avevo mai inforcata altra cavalcatura, salvo qualche ciuco in campagna, o qualche sdruscito ronzino da nolo.

“Sul cominciare della bella stagione venne a stabilirsi a Padova una Compagnia equestre; non era una Compagnia di prim'ordine, ma accoglieva nelle sue file alcuni artisti di valore, fra gli altri una giovanetta, di cui m'invaghii tosto perdutamente.

Divenni in breve un assiduo frequentatore dell'arena. Non vi descriverò la mia diva; a me pareva veramente divina: molti, del resto, partecipavano al mio entusiasmo, ma ella sembrava sdegnarli tutti, ed allorchè io mi avventurai a scriverle, mi rimandò semplicemente la lettera indietro.

Era figlia del direttore della Compagnia, e correva voce che ella seguisse per necessità il mestiere del padre senza slancio e senza passione. Ciò non le impediva, di eseguire cose prodigiose. Un vecchio gobbo, clown di professione, con cui avevo saputo legarmi, mi narrava di lei molti particolari commoventissimi, a cui io prestavo fede ad occhi chiusi: avevo vent'anni, signori miei, e vi prego tutti, particolarmente l'egregio barone, di non ridere troppo della mia ingenuità.” -

Così dicendo, l'avvocato si volgeva verso il barone con piglio cortese; ma l'umore del gentiluomo tedesco doveva essere mutato, perchè, facendo una lieve inclinazione di capo, rispose un po' bruscamente:

- Continuate, ve ne prego. -

L'avvocato ripigliò immantinente:

- “Forse sono troppo prolisso? procurerò di stringere la mia narrazione, - disse egli. - Per avvicinarmi alla giovinetta che m'innamorava, pensai di andare a prendere qualche lezione d'equitazione dal direttore della Compagnia: non voglio entrare nell'argomento dei prodigi di economia, a cui mi sottoposi onde ottenere questo scopo, in quello delle veglie, a cui mi assoggettavo, poichè il tempo degli esami si avvicinava. Non mi si vedeva che a scuola e all'arena, donde uscivo ogni sera più innamorato.

Davvicino la figlia del direttore mi pareva anche più seducente, e potei convincermi a mie spese che ella era ingenua quanto la fanciulla più severamente educata.

“La cosa sembrerà strana a questi signori, ma io allora credevo fermamente a ciò che vedevo. Quello che è certo gli è, che tentai invano di stringere con essa qualche intimità: si mostrava meco cortese, ma non comprendeva o non voleva comprendere gli sguardi e le parole ardenti che le dirigevo alla sfuggita.

“La sua presenza bastava però ad incoraggiarmi; credo che l'amore fosse per metà il mio maestro; il fatto è che feci, in pochi giorni, progressi straordinarii nell'arte dell'equitazione, e che il mio professore ebbe a dirmi più volte: - Peccato che non siate dei nostri! -

“Il tempo camminava intanto: vennero gli esami: li passai stupendamente, posso dirlo senza falsa modestia; era l'ultimo anno di studio; uscivo addottorato a vent'anni. Mio padre, felice de' miei successi, mi scrisse una lettera, il cui tenore era presso a poco il seguente:

“- Mi rallegro immensamente con te, e ti mando la mia benedizione: so che la nostra piccola città non è, ai tuoi occhi, un soggiorno di delizie; volendo compensarti del brillante risultato ottenuto, ti permetto di andare a fare un giro ove ti piacerà meglio: qui uniti vi sono i quattrini necessarii; se vieni ad abbracciarci, ne saremo tutti lietissimi, ma se vuoi da Padova stessa prendere le mosse pel viaggio in questione, ti perdono di buon grado e ti attendo al ritorno a braccia aperte. -

“Questa lettera così ragionevole del babbo aperse ai miei occhi un orizzonte fantastico, seduttore. Avevo tre mesi di libertà dinanzi a me; qualunque fosse la via che avessi presa, ero persuaso che mio padre non me ne avrebbe chiesto conto. Potevo dirgli quello che volevo, e....

” L'idea era tanto strana, che non osai dapprima confessarla a me stesso. Il soggiorno della Compagnia equestre toccava il suo termine: sapevo che dopo doveva recarsi all'altra estremità dell'Italia, ove non avevo relazioni di sorta; non potevo decidermi a separarmi così bruscamente dai miei deliranti sogni d'amore, e finii con soccombere alla tentazione.

“Sì, lo avrete indovinato, senza dubbio, volevo essere più meno che un saltimbanco, tanto lo splendore di due begli occhi mi aveva affascinato. Feci, tremando, la mia proposta al direttore della Compagnia, il quale ne fu non poco meravigliato, ma nello stesso tempo se ne  mostrò lietissimo; aveva l'amore dell'arte, e la certezza poi che non avrei chiesto salario di sorta, lo rendeva proclive a compiacermi. Questa risoluzione fu presa colla massima segretezza da parte mia; dissi a tutti che partivo per un lungo viaggio, ciò che era vero; scrissi a mio padre che avevo intenzione di fare un'escursione pedestre nei monti della Svizzera, che non si maravigliasse se non sapevo io stesso dirgli, ove doveva dirigermi le sue lettere; e raggiunsi trepidante la Compagnia, della quale ero entrato a far parte.

“Non voglio dilungarmi nel far la pittura della vita da zingari di una Compagnia equestre; suppongo che indovinerete facilmente di che si tratta: all'età, a cui siamo giunti, nessuno di noi certamente potrebbe piegarvisi; ma a quei tempi, debbo dirlo a mia estrema confusione, mi trovai perfettamente felice. Dopo lo studio assiduo, gli esercizii violenti del cavallerizzo ristabilirono un perfetto equilibrio nell'essere mio. L'amore poi che mi riempiva l'animo, mi manteneva in una specie d'estasi deliziosa che mi faceva veder tutto color di rosa. Gli è che la fanciulla, per la quale avevo derogato così stranamente alla gravità dottorale, cominciava a farsi meco meno selvaggia.

Temendo l'indiscretezza delle persone con cui dovevo convivere, avevo lasciato credere a tutti che intendevo di divenire artista per tutta la vita, e che il nome di guerra da me assunto era il solo, a cui avrei risposto oramai. La figlia del direttore fu ingannata cogli altri, e credendomi decisamente suo camerata, lasciò tosto l'attitudine cerimoniosa che aveva sempre mantenuta a mio riguardo.

Era davvero una cara creatura; la maggior parte dei suoi compagni l'avevano veduta crescere; l'età sua tanto giovanile rendeva meno spiacevole quella confidenza tutta particolare che regna fra artisti; la maggior parte degli uomini che componevano la Compagnia, erano al disopra dei trent'anni, ammogliati e padri di famiglia, gli altri giovanetti imberbi: io solo toccavo i vent'anni, e la famigliarità che nacque a poco per volta fra noi, era la sola che poteva giudicarsi come compromettente.

“In realtà era innocentissima: tanto innocente, che me ne disperavo. Facevo bensì progressi incalcolabili nella professione singolare a cui mi ero dato; ma quelli che ottenevo nel cuore dell'amata fanciulla m'erano tutt'altro che soddisfacenti. Non le avevo mai strappato una parola d'amore; sebbene l'attitudine della giovinetta mi riempisse sovente di ben pazze speranze, non ero mai riescito a condurla alla confessione di quei sentimenti che mi figuravo d'inspirarle. I giorni succedevano ai giorni; cominciavo ad ottenere come artista alcuni successi veramente lusinghieri; io stesso provavo momenti d'ebbrezza, quando, trasportato sui veloci corridori, mi sentivo acclamare, ma rimanevo sempre alla stessa distanza dalla mèta sognata per ciò che riguardava il mio amore.

“Ciò che mi spaventava talvolta pensando all'avvenire, gli è che mi avvezzavo interamente alla vita d'agitazione e di fatica, nella quale m'ero gettato. La mia passione pei cavalli cresceva di giorno in giorno: tutti quelli posseduti dalla Compagnia mi conoscevano perfettamente, e ad alcuni avevo posto un'affezione prodigiosa; non volgevo più la mente agli studii fatti; vivendo fra gli animali, ne imparavo a conoscere gl'istinti, i difetti, le qualità, e qualche volta mi avveniva di pensare che valevano meglio degli uomini. Era un vero delirio, da cui non speravo affatto di risanare.

“Nella città in cui eravamo, vasta e ben popolata, interveniva spesso una gran folla all'arena; gli applausi che ottenevo più facilmente erano quelli divisi colla figlia del direttore: sovente dovevamo agire, parola consacrata dall'uso sui cartelloni, sebbene poco italiana, dovevamo, dico, agire di conserva. Io avevo l'incarico dolcissimo di sostenerla nelle attitudini più difficili e pericolose. Leggiera come una silfide, ella si appoggiava appena a me, ma io avrei voluto sentire tutto quell'amato peso nelle mie braccia. Una sera, in cui la tenevo stretta alla vita, mentr'ella si sollevava nell'atto quasi di volare in cielo, mi volsi verso di lei e le dissi appassionatamente all'orecchio:

“- T'amo, t'amo! dimmi che m'ami, altrimenti ti stringo disperatamente nelle mie braccia.

“- Lasciami scendere, - mormorò essa quasi spaventata.

“- No, no! Dimmi che m'ami! -

“Ella non rispose; ma il suo braccio, che stava intorno al mio collo, mi strinse dolcemente, quasi amorosamente....” -

A questo punto un impeto convulso di tosse da parte del barone interruppe il narratore. Benchè fumatore come tutti gli altri, egli pareva incomodato dall'atmosfera eccessivamente densa prodotta dai nostri sigari: l'ultima finestra che rimaneva chiusa venne aperta, mentre l'avvocato ripigliava:

- Debbo chiedere scusa a questi signori, vedo davvero che mi dilungo troppo; quando un avvocato parla, oblìa con facilità il tempo che corre. Procurerò di abbreviare per quanto è possibile.

- No, no, - ci ponemmo tutti a gridare, - la vostra narrazione ci piace immensamente.

- “I mesi erano volati, - continuò l'avvocato con un mezzo sorriso, - la Compagnia equestre stava per mettersi una seconda volta in movimento. I miei impegni col direttore avrebbero dovuto cessare, e ciò mi recava un vero sgomento. Quella prima prova aveva durato un lampo per me; il pensiero della mia famiglia, del silenzio mantenuto a suo riguardo, mi tormentava bene di quando in quando, ma procuravo di chiudere gli occhi dinanzi alle immagini evocate dai buoni sentimenti che sonnecchiavano in me. Mi dicevo che i miei genitori erano avvezzi a certe eccentricità particolari al mio carattere; che mio padre, in fine de' conti, mi aveva autorizzato a fare il giro che più mi piaceva, non mi aveva posto alcun limite riguardo al tempo, e purchè non gli chiedessi nuovi quattrini, potevo ben permettermi di rimanere assente a piacer mio. I miei studii erano terminati: si trattava ora di prendere una seria determinazione a proposito della mia carriera; avevo vent'anni appena: un ritardo qualunque non poteva recare gran danno al mio avvenire.

“Gli era con tali sofismi che cullavo la mia coscienza; tutti mi volevano bene nella Compagnia; il direttore più di ogni altro: il solo vecchio clown, di cui ho parlato, mostrava verso di me una diffidenza, a cui badavo assai poco: egli amava d'affetto veramente paterno la figlia del direttore, e io attribuivo ad una specie di gelosia la sua attitudine ostile verso di me. Del resto, non potevo neppure lagnarmi di lui, cosicchè quella fraternità chiassosa, brutale talvolta, non lo nego, era, si può dire, un incentivo di più per incoraggiarmi a rimanere.

“Il direttore evitava di parlarmi di queste cose, io pure tacevo, non essendo ancora ben deciso: tutto per me dipendeva dalla giovinetta, che mi diveniva ogni giorno più cara. Dopo la lieve prova d'affetto che l'avevo quasi forzata a darmi, non mi riescì per un poco di averla sola un istante. Non fu che tre giorni prima della partenza che giunsi a parlarle senza testimoni.

“Non so se la mia eloquenza la vinse, oppure se il suo cuore parlasse in quel momento in mio favore; il fatto è che ottenni l'ambita confessione. Non le nascosi allora l'essere mio, i dubbii che mi avevano spesso assalito; ma sentivo oramai che l'amore era più forte del dovere, e se ella giurava d'amarmi sempre, io le promettevo di darmi interamente alla vita artistica e di seguirla dappertutto. Ero sincero, mentre parlavo in tal guisa; e se quella fanciulla lo avesse voluto, probabilmente, signori miei, non mi troverei in mezzo a questa eletta compagnia narrando gli strani casi della mia giovinezza.

“Ma non anticipiamo sui fatti; i più vivi giuramenti furono scambiati fra noi; io avevo obliato il mondo intero; mio padre cadente per età, mia madre straziata, affaticata dalle cure d'una troppa feconda maternità; i fratellini che crescevano dopo di me e la sorella maggiore, una cara fanciulla, che doveva andare a marito fra poco con un onesto giovane mio amico. Tutto ciò avevo posto in oblìo, e così, io credo, era pure avvenuto a quella giovane abbagliante sirena, vinta un istante dalla sincerità del mio affetto. Fu un lampo, un lampo solo, ma che doveva lasciare nel cuore d'entrambi un ricordo incancellabile.” -

In questo momento il barone si lagnò dell'aria fredda che lo colpiva alle spalle: si mosse da se stesso per chiudere le finestre e lo fece con tal garbo, che uno dei cristalli volò in frantumi. Ma si sa che un avvocato che parla non si sgomenta per così poco. Il nostro narratore dopo una breve pausa ripigliò come se nulla fosse:

- “Non ho bisogno di dire che presi immantinente la risoluzione di seguire la Compagnia; potevo oramai pretendere un modesto salario, e il direttore, soddisfatto di avermi seco, promise che mi avrebbe contentato.

“Venne il giorno della partenza, cioè la notte, dopo una faticosa rappresentazione. Non potevamo partire tutti insieme; nondimeno era mio intendimento di accompagnare il direttore e sua figlia. Ma il vecchio clown ebbe l'arte di trattenermi con lui a discorrere, tanto che l'ora del convegno che avevo col direttore alla strada ferrata, passò senza che me ne avvedessi, e quando mi recai ansante alla Stazione, il treno era già partito.

“La mattina dopo mi posi subito in viaggio con gli altri compagni, e alla sera giungemmo tutti alla nostra destinazione. Ma colà, quale non fu la mia sorpresa, l'ira mia, venendo a sapere che la figlia del direttore era rimasta addietro con una vecchia artista della Compagnia, la quale non lavorava quasi più, ma aveva l'incarico di accompagnare spesso la giovinetta che era priva di madre?

Passarono alcuni giorni, ed ella non venne a raggiungerci; le rappresentazioni incominciarono, e colei che era l'anima, l'orgoglio della Compagnia, mancava all'appello. La benda cadde finalmente dai miei occhi; ero stato colto, senza dubbio, in un tranello per obbligarmi a seguire la Compagnia, e la creatura angelica, ai miei occhi, che mi aveva ammaliato, era rimasta semplicemente con un amante che aveva a conoscenza di tutti, fuorchè di me ingenuo e gabbato.” -

Un sonoro pugno sulla tavola, accanto a cui eravamo riuniti, interruppe il narratore e ci fece tutti trabalzare; era il barone, il quale sorse in piedi con impeto. Lo guardammo sorpresi, ma egli si volse sorridendo in giro, e disse con voce che si risentiva ancora dallo stringimento prodotto dal fumo eccessivo dei nostri sigari:

- Corpo di Dio! poichè sapete narrare così bene, diteci almeno il nome della deliziosa fanciulla: un'eroina anonima non sembrerà molto attraente a questi signori. -

Gli sguardi del barone e quelli dell'avvocato s'incrociarono; non so se fu illusione la mia, ma mi parve che gli occhi di quei due uomini mandassero fiamme d'odio e d'irritazione.

Nessuno però era del mio avviso, poichè tutti approvarono, applaudendo la domanda del barone.

- Il nome, il nome dell'angelica cavallerizza, si gridava da ogni lato: - non c'è a temere di comprometterla; oramai dev'essere in grado di sfidare la nostra opinione. -

L'avvocato fece un gesto per chiedere il silenzio.

- Il suo nome era Miss Star sui cartelloni, - disse con serietà, - e la si faceva passare per una cavallerizza inglese; in realtà era, come dissi, la figlia del direttore della Compagnia, e noi la chiamavamo semplicemente Stella. -

In questo punto un gran rumore si fece all'uscio, il quale si aperse con impeto: erano le signore che venivano a cercarci: la baronessa appoggiata al braccio del giovinetto Guido, il suo unico figliuolo, era a capo di tutte e aveva dovuto afferrare le ultime parole dell'avvocato.

Ma la specie di confusione che seguì all'entrata delle signore, pose subito termine ai nostri discorsi. Alcuni rivolsero bene all'avvocato per avere la conclusione del suo racconto, conclusione, del resto, troppo facile a indovinarsi; le signore, udendo che si trattava d'una storia di amore, volevano che il narratore ricominciasse: ma i nostri ospiti avevano l'aspetto statico; la visita era stata anche troppo lunga, la notte era venuta, e ci decidemmo tutti a partire, non prima però che l'avvocato avesse fatto solenne promessa alle signore di ripetere un altro giorno la sua narrazione a loro profitto.

 




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