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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • I.   STELLA.
      • III
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III.

 

Contro l'aspettativa delle signore, la storia dell'avvocato X*** non ebbe una seconda edizione. Benchè gl'invitati del barone si fossero sbandati all'uscire dalla villa per recarsi ciascuno alle rispettive abitazioni, la contessa Gandolfo non aveva mancato d'invitare le amiche in casa sua pel posdomani; ma sventuratamente, nel giorno stesso che seguì alla nostra gita a Mirasole, l'avvocato ricevette una lettera che l'obbligò a ritornare immediatamente a Roma.

La scappata di gioventù del celebre giureconsulto venne narrata lo stesso alle frutta da un oratore poco felice, ma pieno di buona volontà. È inutile dire che i signori di Mirasole erano pure invitati al convegno; ma essi mandarono un biglietto di scusa. Una forte emicrania della baronessa impediva loro assolutamente di muoversi.

La contessa non potè recarsi subito dalla sua amica: la distanza fra i due poderi non è straordinaria, ma tale da non permettere visite frequentissime fra signore; ella insistette però presso di me, perchè andassi a vedere di qual genere era l'emicrania della baronessa. Secondo lei, non l'aveva mai saputa ammalata; benchè avesse talvolta l'aspetto sofferente, non confessava mai di sentirsi male, e ci voleva davvero qualche cosa di grave per indurla a declinare l'invito ricevuto.

Io non ho l'abitudine di visitare ammalati senza essere chiamato; potevo incontrarmi con qualche medico di San Germano che mi avrebbe fatto il viso dell'armi; rifiutai perciò di compiacere la contessa, ma nella sera fui obbligato di mutare proposito. Un biglietto del giovane Guido mi chiamava in furia, dicendo che sua madre era morente.

Sua madre era morente, ed era Guido che mi scriveva? Il barone non si trovava forse presso la moglie, oppure era immerso in tale afflizione da non permettergli di vergare due righe?

Partii immediatamente per Mirasole, lasciando agli altri l'incarico di fare mille congetture a questo riguardo: quando giunsi alla tenuta del barone, la prima persona che mi venne incontro fu ancora l'adolescente Guido, col quale ero entrato in molta intimità: ma la nostra intimità era tutta scherzosa, e potevo dire di non avere mai veduto il viso del giovinetto, somigliantissimo a quello del genitore, senza che fosse illuminato dal più franco sorriso.

Quella sera invece i vivaci colori delle sue gote erano affatto spariti, e sui suoi lineamenti sconvolti leggevasi la più viva e profonda inquietudine.

Appena ebbi posto il piede a terra, Guido mi trascinò seco, e quando ci trovammo soli nella prima sala terrena, mi gettò le braccia al collo, sclamando:

- Dottore, dottore, siamo minacciati da una grande sventura: il babbo ci ha abbandonati, e mia madre muore di dolore. -

Mi sentii tutto rimescolato, e replicai:

- Il barone avrà dovuto assentarsi per qualche motivo: come potete dire che vi abbia abbandonati?

- Sì, certo, sarà così, - disse Guido forse un poco spaventato egli stesso di ciò che gli era sfuggito dal labbro: - noi non dobbiamo pensare ad altro che alla salute di mia madre: venite, venite da lei. -

Lo seguii di nuovo, e mi trovai bentosto nella camera della baronessa, ove fino allora non avevo posto il piede.

Era un nido elegante tutto di raso e di trine, profumato, e degno della soave creatura che l'occupava. Eppure la donna che giaceva in mezzo a quel lusso, era certamente più misera e infelice in quel momento di chi trema di freddo sotto le più ruvide coltri.

Il suo viso era contratto e coperto da un pallore marmoreo, aveva gli occhi chiusi, e violenti sussulti sollevavano il suo corpo. Una cameriera tutta smarrita mi narrò che era così dal giorno innanzi, dopo che il barone aveva dovuto partire premurosamente da Mirasole.

Quell'assalto non poteva essere che nervoso: rimettendo ad altro tempo un più minuto esame dell'essere suo, giudicai che la prima cosa da fare era quella di richiamarla al sentimento dell'esistenza. Sapevo che la baronessa teneva in casa una di quelle cassette chiamatefarmacie di campagna;” me la feci portare, e composi un potente liquore antispasmodico che la richiamò presto in .

Girò intorno gli occhi come smemorata, vide il suo Guido accanto al letto, e gli stese le braccia con un gesto pieno di disperazione: il giovinetto l'abbracciò con trasporto, ma nello stesso tempo l'avvisò della mia presenza.

La baronessa si volse allora dalla mia parte singolarmente turbata; rimproverò quasi il figliuolo, perchè mi aveva incomodato; ci assicurò tutti che stava proprio meglio e non aveva più bisogno d'altro che di riposo.

Un dovere di civiltà mi avrebbe forse imposto di allontanarmi, ma i medici non sono obbligati di osservare le leggi dell'etichetta: presi perciò una seggiola, e mi assisi risolutamente accanto al suo letto.

Io divengo facilmente l'amico delle mie ammalate; la mia età matura e la mia qualità di padre di famiglia hanno sempre inspirato loro una grande confidenza: la baronessa mi aveva sempre dimostrata una cortesia affettuosa; ero persuaso che ella era colpita in quel momento da qualche serio affanno, e nella speranza di sollevarla volevo indurla ad aprirsi meco. M'ingegnai perciò a congedare le donne che giravano affaccendate per la stanza.

Ciò vedendo, la baronessa parve rassegnarsi alla mia presenza che l'aveva dapprima quasi spaventata, e pregò suo figlio di ritirarsi.

Rimanemmo soli. Ella mi guardò un poco coi suoi grandi occhi bruni, ma non aperse le labbra se non per lasciare sfuggire qualche sospiro soffocato: bisognava dire qualche cosa e cominciai, dopo di averle tastato lungamente il polso:

- Il barone ha dunque dovuto partire improvvisamente? -

Un rossore profondo invase il volto della giovane donna; chinò gli occhi e mormorò:

- Ho compreso or ora che sapevate tutto: nel primo momento confesso che avrei voluto evitare di parlarvi; ahimè! non vorrei vedere nessuno. Ma avevo torto, senza dubbio: voi siete un eccellente amico, potrete dirmi quello che avviene, e in ogni caso, se saprete l'intera verità, potrete difendermi almeno presso le persone di comune conoscenza. -

Non comprendevo affatto. Io non sapevo nulla di nulla; riflettei però che se glielo lasciavo indovinare, ciò poteva arrestare ogni confidenza sul suo labbro. C'era evidentemente un equivoco, ma non ero uomo da profittarne a suo danno; quindi mi restrinsi ad assicurarla vivamente della mia simpatia e del mio ardente desiderio di renderle servigio e sollevarla dal cordoglio, a cui la vedevo in preda.

- Spero assai poco, - diss'ella con scoraggiamento; - il barone non ha neppure voluto ascoltarmi; mi crede egli colpevole? Oppure è solo la mortificazione subìta che lo ha spinto lungi di qui? Forse da lungo tempo brama separarsi da me: sua madre dimora pure in Italia; a quest'ora egli si trova, senza dubbio, presso di lei. -

V'erano dunque dissensi in famiglia? La solita guerra fra suocera e nuora? Mi avventurai a chiederne alla baronessa.

- Non conosco la madre del barone, -, diss'ella con infinita tristezza: - potete immaginarvi che non fui mai presentata a lei. Ma so che è una donna altera, la quale mi odia e farà tutto ciò che è in suo potere per allontanare suo figlio da me. -

La mia sorpresa, la mia incertezza divenivano sempre maggiori. Da quanto udivo, la baronessa sembrava abbandonata, senza amici, senza parenti: triste condizione per una donna al cospetto dello sposo anche più innamorato. Le congetture, del resto, riescivano inutili, il meglio era d'attendere che si spiegasse, l'invitai a farlo con insistenza, pregandola di valersi di me se credeva che io potessi essere un utile intermediario fra lei e suo marito.

Ella mi strinse la mano con forza.

- Prima di decidere se ricorrerò a voi in questo senso, bisogna che io vi narri in poche parole la mia vita, - diss'ella. - Non ho potuto sapere al giusto che cosa si è detto di me; forse fui calunniata, forse no. Ad ogni maniera voi, che non siete guidato dalla passione, sarete in grado, spero, di giudicare fra colui e me. -

Di chi intendeva parlare? Fui sul punto di assicurarla che io non avevo udito alcuno parlare male di lei, che non sapevo a chi volesse alludere; ma vedendola tanto disposta ad aprirmi il suo cuore, non ebbi il coraggio di arrestarla. Pensai che nel suo interesse medesimo era meglio che io fossi informato d'ogni cosa, e stetti ad ascoltarla in silenzio.

- La mia infanzia fu infelicissima, - cominciò la baronessa dopo un lungo momento di esitanza: - non sono nata con istinti irrequieti: mia madre, figlia di un povero commerciante, aveva avuto quella semplice e buona educazione casalinga che forma le eccellenti massaie. Sventuratamente s'innamorò di mio padre e lo sposò. La loro unione è stata felice per quanto riguarda l'ordine de' sentimenti, ma la vita girovaga e tumultuosa non era fatta per quella santa donna. Non sapeva e non poteva rendersi utile, e viveva nel continuo spavento di qualche seria disgrazia: ella morì, quando io avevo appena otto anni. -

Due grosse lagrime caddero dagli occhi della baronessa; io ero tutt'orecchi; un lontano barlume della verità cominciava ad apparirmi; le parole che seguirono, fecero cadere repentinamente il velo che mi copriva gli occhi.

- Devo avere ereditato nascendo le tendenze materne, - proseguì la giovane donna; - ed ella stessa, la mia buona madre, coi suoi insegnamenti salutari, e più ancora coll'esempio, aveva sviluppato in me i germi di un carattere affatto in opposizione colla vita che ero destinata a condurre. Tolga il Cielo che io voglia accusare il padre mio; egli mi voleva molto bene, e la sua condotta più tardi me lo provò: ma nel suo stato era naturale che amasse trarre partito di me. Finchè visse mia madre, onde evitare di darle disgusto, mi faceva lavorare poco o nulla; mai allorchè rimasi sola con lui, s'avvide ad un tratto che ero grandicella, mi dichiarò che bisognava ripare il tempo perduto e che non avrei avuto pace, finchè non sarei divenuta eguale alle altre giovanette della Compagnia. -

Quale Compagnia? Una Compagnia equestre probabilmente. Una gran luce si fece in me, e la mia attenzione divenne più viva, mentre la mia affezione per la narratrice cresceva del doppio.

La baronessa ripigliò:

- “Fin da bambina amavo lo studio; mia madre mi aveva insegnato a leggere e a scrivere, ella aveva alcuni libri che mi lasciò, ma non potei più aprirne un solo. La mia giornata fu tutta occupata, d'allora in poi, in esercizii violenti e faticosi.

“Non avevo paura alcuna de' cavalli, gli amavo assai, e li tenevo come miei amici, quando stavano fermi e tranquilli: soffrivo anzi immensamente, quando, per ammaestrarne uno, lo vedevo percuotere senza pietà; ma allorchè mi sentivo trasportata come sull'ali del vento, provavo una specie di vertigine, e uno sgomento indefinito riempiva l'animo mio. Mandavo sul principio alte strida, che mio padre troncava spesso con qualche colpo di frustino.

“Sarebbe troppo lungo a enumerare quante volte fui cacciata in castigo, e quante correzioni ricevetti un poco all'uso de' cavalli. Quando non poteva ottenere una cosa, mio padre diveniva furente; avvezzo a trattare cogli animali, aveva obliato affatto l'arte di frenarsi, e menava colpi di scudiscio senza ritegno e senza misura. Più d'una volta fui tolta sanguinante dalle sue mani.

“Chi aveva quest'audacia era un clown gobbo e vecchio (aveva quarant'anni, ed è questa un'età avanzata per un buffone), che rispondeva al nome di Fink e figurava come tedesco sui cartelloni. Egli aveva sempre avuto una simpatia innocentissima per la mia povera madre, era stato per lei un vero amico, e dopo di lei rimaneva solo a proteggermi. Mi consolava non di rado della severità paterna, e per incoraggiarmi mi diceva che egli pure era passato, da bambino, per le stesse peripezie; ma poi si era avvezzato, e tirava innanzi senza piacere e senza noia.

Era ciò che avevo di meglio a fare anch'io. Finii con comprenderlo di mano in mano che avanzavo in età. Avrei preferito andare a scuola, lavorare anche da crestaia; ma dovevo seguire la professione del padre mio, e mi rassegnai.

“A quindici anni avevo accettata pienamente la mia sorte, e cominciavo ad ottenere molti applausi; ero sempre passata inosservata fino allora, ma da quel punto vinsi la timidità naturale del mio carattere, e divenni, non dico un'artista di prim'ordine, ma abbastanza abile da contentare pienamente mio padre.

“Allora tutto mutò intorno a me, e potei convincermi che la severità del genitore non era stata dettata da altro che dal mio interesse inteso alla sua maniera. La mia vita divenne tollerabile: tutti mi volevano bene avendomi veduta crescere, ma fra i miei compagni, posso dirlo con sincerità, nessuno pensava o sperava ottenere da me qualche cosa di più che una franca amicizia.

“Questo stato di cose cessò alquanto, pur troppo, quando ad un giovane di buona famiglia, il signor Claudio X***, nacque la fantasia di farsi artista. Era allora un giovanotto piuttosto impacciato, ma ardimentoso e fiero: dapprima prese da mio padre semplicemente qualche lezione d'equitazione, e allora io l'osservavo poco assai; ebbi anzi da lui una lettera che mi recò il bravo Fink, dicendomi che il signor Claudio l'aveva tanto molestato, che non era stato capace di rifiutarsi a compiacerlo recandomi quel foglio, ma mi consigliava vivamente di rimandarglielo indietro: accettai il suo consiglio senza che ciò mi costasse alcun sacrificio.

“Ma quando egli entrò a far parte della Compagnia, dicendo a tutti che voleva dedicarsi seriamente ed esclusivamente all'equitazione, quando osservai la sua passione sincera pei cavalli, la facilità con cui aveva appreso ad ammaestrarli, e mi accorsi che mio padre lo riguardava come uno dei nostri, confesso che lo vidi sotto tutt'altro aspetto e cominciai a piacermi con lui. Era così diverso dai compagni che avevo avuto fino allora, che, dato il mio carattere, le tendenze che ero stata obbligata di soffocare, era quasi impossibile che non mi riescisse simpatico. Provavo però una certa ripugnanza a lasciargli comprendere che avrei potuto amarlo, giacchè, posso dirlo ora con tutta sincerità, l'affetto che m'inspirava non era irresistibile.

Debbo essere nata davvero con istinti prosaici; non ho mai compreso l'amore senza freno, prepotente al punto di condurre anche all'abisso. Ho sempre provato invece bisogno di un affetto dolce, costante, scevro di tempeste come di rimorsi. Non dubito punto, a voi oso confessarlo, che, ove fossi divenuta la sposa del signor Claudio, sarei stata per esso una moglie fedele, affettuosa e tenera; ma il breve idillio delle nostre relazioni non ha lasciato nel mio cuore che una traccia ben lieve, presto cancellata.

Allorchè egli parti da Padova con noi, la nostra Compagnia era diretta verso Genova. Gli è colà che egli fece le sue prime armi con molto successo, debbo dirlo; ed è parimente a Genova che io vidi per la prima volta il barone. Allora mio marito non aveva titolo di sorta, poichè ha ereditato dappoi la baronìa e un vistoso patrimonio da uno zio paterno: era semplicemente uno studente tedesco in vacanza, il quale si condusse meco in maniera affatto opposta a quella del signor Claudio.

Fermatosi a Genova pei bagni marini, una sera era entrato a caso all'arena; mi vide e, a quanto pare, s'innamorò seriamente di me. Come il signor Claudio, adorava egli pure i cavalli, ed era esperto cavallerizzo, ma non ebbe un solo momento l'idea di scendere sino a me. Il suo primo pensiero, me lo disse mille volte dappoi, fu invece quello di sollevarmi sino a lui.

“Perciò, invece di corteggiarmi in pubblico, invece di tentarmi con lettere misteriose, si contentò di venirmi ad ammirare tutte le sere pazientemente, silenziosamente, mentre s'informava con abilità del genere di vita che conducevo fuori del teatro. Quello che raccolse sul conto mio probabilmente non lo scoraggiò, cosicchè, quando previde che la Compagnia stava per rimettersi in movimento, si rivolse con tutta semplicità a mio padre, proponendogli di lasciarmi a Genova con una vecchia artista che mi accompagnava sempre quando dovevo uscire: a Genova avrei potuto terminare tranquillamente d'istruirmi, mentre egli sarebbe tornato nel suo paese per cercare di ottenere dalla madre il permesso di sposarmi.

“Mio padre mi parlò di questa proposta sua, incoraggiandomi ad accettarla. Benchè avessi preso francamente il mio partito circa le occupazioni della mia vita, egli non poteva ignorare che non avevo passione alcuna per l'arte che mi aveva insegnata; sapeva che la vita quieta della famiglia era quella che preferivo, e vedeva con molto disinteresse, nella proposta dello studente tedesco, una soluzione felice ad uno stato di cose che non era in suo potere di mutare per me. Due o tre mesi prima non avrei esitato neppure io, ma l'affetto che il giovane Claudio mi dimostrava, il sacrificio che mi faceva intendere d'aver fatto di dedicarsi all'equitazione per stare vicino a me, cominciavano a commovere il mio cuore; quindi se non diedi un'intera ripulsa a mio padre, gli lasciai per lo meno intendere che volevo riflettere molto prima di prendere una decisione.

“Si fu in questo frattempo che, attratta dall'ardore appassionato del giovane Claudio, mi lasciai indurre a confessargli il mio affetto nascente. Una sera egli ottenne ciò che cercava da tanto tempo, cioè di parlarmi da solo a sola; non fu questione di matrimonio, no, ma ci scambiammo, non lo nego, i più vivi giuramenti sinceri e senza restrizione alcuna dal canto mio. So che questa è una colpa grave agli occhi di mio marito; ma voi, dottore, che non avete gli stessi motivi per giudicarmi tanto severamente, ditemi, mi credete voi una reproba per questo?” -

La baronessa mi guardava con quei grandi occhi limpidi, che mi avevano sempre resa tanto simpatica la sua fisionomia; quella donna poteva essersi piegata a ballare in pubblico, ma io non esitavo a credere che era sempre stata virtuosa e degna della più sincera stima. Glielo dissi con espansione, ed ella me ne ringraziò, commossa fino alle lagrime.

- Le vostre parole, dottore, mi fanno un gran bene, - diss'ella; - gli è che da molti anni non ho mai osato rallegrarmi per la simpatia, la stima che potevo inspirare ai miei amici, giacchè questi sentimenti non avevano nulla di comune colla povera Stella, la cavallerizza! Mio marito stesso, benchè non lo voglia confessare, ha sempre arrossito del mio passato, e io fui ognora costretta a tremare rammentando la mia origine. Il mio Guido l'ignora interamente, e pensate quale tormento sia per me il comprendere che tutti devono sapere oramai di che si tratta. -

Non resistetti più, e colsi a questo punto il destro per assicurarla che si trovava nel maggiore inganno; il racconto dell'avvocato, del resto per nulla accusatore a suo riguardo, non era stato abbastanza esplicito da lasciare indovinare ad altri che a suo marito, che si trattava di lei. Per iscusare bensì il mio silenzio, le dissi che io avevo indovinato all'incirca la verità, ma che ero stato, senza dubbio, il solo, perchè nessuno aveva fatto meco alcun'allusione in proposito.

Le mie dichiarazioni la sollevarono da un lato, ma dall'altro la resero anche più abbattuta. La confortava il pensiero di poter continuare a mantenere il segreto sul suo passato, poichè ella fidava pienamente nella mia discrezione; ma ammesso lo stato delle cose da me dipinto, la partenza precipitosa del barone la spaventava anche maggiormente. Aveva egli cessato di amarla? Tutto dunque era finito fra loro?

Checchè avesse risentito il suo cuoricino di fanciulla, era certo che la baronessa, dal suo matrimonio in poi, aveva amato sinceramente, tenerissimamente il consorte, e che il suo tormento più vivo era quello di essere separata da lui. Procurai di consolarla, ripetendole le precise parole dell'avvocato X***, le quali avevano dipinto l'affetto di lei come tutt'altro che lusinghiero per esso. Ella ne parve costernata.

- “Comprendo, mi ha presentata come una mancatrice di fede, - disse con sommo scoraggiamento; - mio marito avrà pensato che dopo di avere promesso amore all'uno, ho mutato proposito per capriccio, forse per calcolo! Dovrebbe rammentarsi però che io allora ignoravo affatto che egli potesse divenire il barone Wilden. Lo conoscevo appena, non era di carattere intraprendente come il signor Claudio, e forse lo avrei anche respinto, se il signor Claudio stesso lo avesse voluto. Sarei stata certamente infelice con quest'ultimo, ma ero sincera abbastanza, a quei tempi, da ricusare di provvedere al mio avvenire per amor suo.

“Quella sera in cui ci scambiammo giuramenti d'amore, io, lo confesso, mi sentivo felice, esaltata. Avevo poco più di sedici anni, ero senza esperienza e piena d'ingenuità, a malgrado della vita girovaga dell'artista. Provavo per soprappiù il bisogno di confidarmi con qualcheduno; m'incontrai con Fink, e gli gettai le braccia al collo come ad un vero babbo, dicendogli all'orecchio:

“- Ho l'amoroso anch'io: puoi dire a mio padre che non ne voglio proprio sapere del suo Tedesco. -

Dottore, - soggiunse ella tosto arrossendo, - prego di non ripetere queste cose a mio marito: allora lo avevo appena intraveduto; egli è il migliore degli uomini, e il suo carattere leale e franco m'inspirò dappoi un vero rispetto misto ad adorazione. Ma in quel momento non sapevo nulla di lui, era affascinata, ammaliata. Fink invece scosse il capo e rispose:

“- Hai torto; lasci senza dubbio la realtà per cercar di afferrare l'ombra. Il signor Karl t'ama con vera sincerità: credi a me, la miglior prova d'amore che un uomo possa dare ad una donna, è sempre quella di offrirle prosaicamente la propria mano.

“- Ma, - replicai un poco offesa, - come puoi credere che non si tratti di matrimonio? Claudio si è fatto artista per rimanere accanto a me: perchè non mi sposerebbe?

“- Perchè? - disse Fink, guardandomi coi suoi occhietti bigi, - è inutile che te lo spieghi; una sola cosa posso dirti, ed è che dubito assai della vocazione artistica di Claudio. Scommetto che fra due o tre mesi non è più con noi. -

Provai una stretta al cuore; tuttavia presi energicamente la difesa del mio innamorato, e andai via via ripetendo le parole appassionate che mi aveva dette, le promesse di eterno amore che mi aveva fatte. Fink scuoteva sempre il capo.

“- Senti, bambina, - diss'egli, - tutto ciò non prova nulla. Vuoi sapere davvero che cosa pensa Claudio? Fra due giorni si parte: tu accònciati per rimanere colla vecchia Daria; dopo l'ultima rappresentazione, gli uomini della Compagnia che partono con noi, e quelli che si separano, hanno divisato di riunirsi a cenare nella locanda di faccia, mentre le donne preparano i bauli. Io troverò il mezzo di trattenere Claudio e di farlo parlare; tu trova la maniera d'introdurti nella camera vicina alla nostra. Daria stessa col suo figliuolo ti possono accompagnare. -

“Ero tutta perplessa; mi pareva un tradimento verso l'uomo che aveva giurato d'amarmi per tutta la vita un momento prima.

“- Eppoi, - dissi, - che avverrà?

“- Avverrà che, se i sentimenti di Claudio sono davvero quelli che devono essere, tu partirai con noi, se lo brami, e raggiungerai tuo padre. In caso diverso, rimarrai a Genova colla Daria. -

“Mi lasciai convincere a poco a poco. La Daria era del parere del vecchio Fink; credo che la prospettiva di rimanere a Genova con me le sorridesse assai: il fatto è che agevolò per quanto potè la mia impresa, e che mentre mio padre s'incamminava solo alla Stazione, io penetrai con lei in una camera della locanda e mi vi rinchiusi.

“La maggior parte dei commensali erano partiti; non si trovavano più nella camera attigua che il mio innamorato e il vecchio Fink.

“Mi parve che Claudio avesse bevuto un poco più del necessario; a tutta prima non compresi nulla alle sue parole intralciate assai. La Daria sclamava bene sotto voce che era un cattivo soggetto, ma l'opinione della Daria mi era sospetta. Potei finalmente afferrare il discorso di Fink: egli faceva al suo compagno la più viva pittura della felicità domestica; parlava dei bimbi, del piacere di avere una donnina che tenesse pulita la casa, e si augurava di vedere presto il suo amico Claudio in questo stato, giacchè egli stesso, il povero Fink, era troppo vecchio e troppo brutto da trovare una fanciulla che volesse sposarlo.

“Una risata sonora, impertinente del signor Claudio interruppe il mio vecchio amico.

“- Che prosa! - sclamò: - vale proprio la pena di farsi artista per godere di queste gioie da speziale. Aspetterai un pezzo prima di vedermi nelle condizioni da te sognate.

“- Pure vuoi molto bene a Stella.

“- Ah, per codesto sì, l'adoro!

“- Ma non vuoi sposarla, eh? - replicò Fink con un accento incoraggiante.

“Vi fu un momento di silenzio; finalmente lo stesso Fink continuò:

“- Ti compatisco, sai? perchè colle gioie viene anche la miseria: ma io credevo che tu pensassi seriamente al matrimonio, ecco perchè parlavo così: scusa, veh! -

“Il signor Claudio fu colto nel laccio; del resto, egli aveva bevuto troppo ed era tutto disposto alla confidenza.

“- Amico mio, - diss'egli ad un tratto con voce tenera, - tu sei ragionevole, eppoi non oblierò mai che hai portata la mia prima lettera a Stella; è vero che ella me la rimandò indietro, ma tu non vi potevi nulla: Stella è una ritrosa, ecco tutto. Ora la vincerò, vedrai. In quanto però a sposarla, è un altro affare: non sono in grado di commettere una simile follìa. Ne ho già una assai grave sulla coscienza. Che dirà mio padre della mia scappata?

“- Sarà molto in collera, - osservò Fink.

“- Vedi, - soggiunse Claudio con accento che si era fatto ad un tratto commosso, - non dovrei venire con voi a Torino; quando penso al vecchio babbo, alla madre mia, a mia sorella soprattutto, sento che sono un miserabile! A quest'ora dovrei essere nello studio di un avvocato occupato a farmi uno stato serio, e invece perdo qui il mio tempo per amore di due begli occhi. -

“Non ne ascoltai di più. Presi quasi con violenza la mano della vecchia Daria e la trascinai meco.

“Avevo il cuore gonfio; appena fui fuori scoppiai in lagrime.

“Così il suo amore per me era una specie di rovina: non abbastanza serio da indurlo a preferirmi alla propria famiglia: perchè allora era venuto a tentarmi? Se, per caso strano, impossibile, avessimo finito con divenire sposi, egli avrebbe deplorato il domani la follìa commessa. Il mio sogno aveva durato abbastanza; era necessario che mi svegliassi e prontamente.

“Un lampo della verità mi apparve col pensiero che ciò che sarebbe stato rovina pel signor Claudio poteva esserlo egualmente pel giovane tedesco, il quale aveva chiesto, potevasi dire, formalmente la mia mano: ebbi un istante l'idea giusta di quello che dovevo fare, cioè rinunziare ad entrambi, e darmi interamente alla mia carriera di artista. Ma se raggiungeva mio padre a Torino, mi sarei trovata alle prese col mio innamorato. Daria e Fink mi posero abilmente sotto agli occhi i pericoli, a cui potevo essere esposta: del resto, rimanendo a Genova, non mi obbligavo già a sposare il signor Wilden; ero sempre in tempo di rifiutare le sue proposte; egli stesso mi conosceva appena di veduta: potevo tornare più tardi alla mia vita d'artista.

“Queste speciose ragioni mi vinsero: rimasi a Genova. Non intesi più parlare del signor Claudio, e più tardi, lo dico con orgoglio, fui sedotta dalla lealtà di carattere, dall'amore del mio nobile Karl.

“Ma non avrei dovuto cedere, lo compresi assai presto. La madre di mio marito, anzichè dare il suo consentimento alla nostra unione, ci fulminò colla più violenta maledizione: il nostro matrimonio si fece un poco di straforo, e il mio passato, per quanto lo sapesse incolpevole, fu spesso un tormento per mio marito. Io non rividi mai più mio padre, quantunque Karl si sia sempre mostrato con lui generosissimo, ciò che mi mortificava anche più. Ora il mio povero padre è morto, morto è anche il povero Fink: mio marito è divenuto il barone Wilden per la morte di uno zio; io cerco di obliare la mia origine per amore dell'uomo che mi ha beneficata e pel bene dell'unico figliuolo mio, il quale non s'immagina che sua madre è stata una saltatrice. Che lo ignori sempre, per pietà! potrei sopportare il disprezzo del mondo intero, ma non quello del mio Guido!” -

La baronessa scoppiò in un singulto. Era facile indovinare che la misera donna non era mai stata felice: eppure, non ne dubitavo, quei due sposi si amavano sinceramente, tutto il racconto udito me lo provava; ed io non potevo credere che il barone Karl si fosse allontanato nel semplice intendimento di lasciare la moglie ed il figliuolo nel più crudele abbandono.

Vi doveva essere qualche cosa di più serio, a cui non volevo fare allusione colla baronessa, ma che mi travagliava assai. L'avvocato X*** aveva ricevuto una lettera, il domani della nostra gita a Mirasole, che lo obbligava a partire in furia; il barone era partito esso pure nello stesso giorno: non poteva trattarsi di uno scontro fra loro due?

Tormentato da siffatta idea, ansioso e bramoso soprattutto di rendere qualche servizio a quella donna che stimavo e onoravo a malgrado della sua origine, cercai di togliere al più presto commiato da lei, promettendole di recarmi io stesso in traccia del barone. Le prescrissi un regime calmante, consigliandola nello stesso tempo a non mutare in nulla il suo genere di vita riguardo le persone con cui era avvezza a trattare, poichè nessuno assolutamente aveva indovinato di chi l'avvocato avesse voluto parlare. Doveva spiegare meglio che poteva la lontananza del barone; io intanto avrei procurato di raggiungerlo e di ricondurlo in breve fra le sue braccia.

La baronessa si mostrò oltremodo commossa: ormai ella era tutta disposta a fidare ciecamente in me.

- Se non si trattasse di un uomo come voi, dottore, non acconsentirei mai che qualcuno si ponesse fra mio marito e me, - diss'ella. - Ma so che il barone vi stima molto e vi apprezza: fate dunque quello che credete, e se riescirete io vi dovrò più che la vita. -

 




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