III.
Contro l'aspettativa delle signore, la storia dell'avvocato
X*** non ebbe una seconda edizione. Benchè gl'invitati del barone si fossero
sbandati all'uscire dalla villa per recarsi ciascuno alle rispettive
abitazioni, la contessa Gandolfo non aveva mancato d'invitare le amiche in casa
sua pel posdomani; ma sventuratamente, nel giorno stesso che seguì alla nostra
gita a Mirasole, l'avvocato ricevette una lettera che l'obbligò a ritornare
immediatamente a Roma.
La scappata di gioventù del celebre giureconsulto venne
narrata lo stesso alle frutta da un oratore poco felice, ma pieno di buona
volontà. È inutile dire che i signori di Mirasole erano pure invitati al
convegno; ma essi mandarono un biglietto di scusa. Una forte emicrania della
baronessa impediva loro assolutamente di muoversi.
La contessa non potè recarsi subito dalla sua amica: la
distanza fra i due poderi non è straordinaria, ma tale da non permettere visite
frequentissime fra signore; ella insistette però presso di me, perchè andassi a
vedere di qual genere era l'emicrania della baronessa. Secondo lei, non l'aveva
mai saputa ammalata; benchè avesse talvolta l'aspetto sofferente, non
confessava mai di sentirsi male, e ci voleva davvero qualche cosa di grave per
indurla a declinare l'invito ricevuto.
Io non ho l'abitudine di visitare ammalati senza essere
chiamato; potevo incontrarmi con qualche medico di San Germano che mi avrebbe
fatto il viso dell'armi; rifiutai perciò di compiacere la contessa, ma nella
sera fui obbligato di mutare proposito. Un biglietto del giovane Guido mi
chiamava in furia, dicendo che sua madre era morente.
Sua madre era morente, ed era Guido che mi scriveva? Il
barone non si trovava forse presso la moglie, oppure era immerso in tale
afflizione da non permettergli di vergare due righe?
Partii immediatamente per Mirasole, lasciando agli altri
l'incarico di fare mille congetture a questo riguardo: quando giunsi alla
tenuta del barone, la prima persona che mi venne incontro fu ancora
l'adolescente Guido, col quale ero entrato in molta intimità: ma la nostra
intimità era tutta scherzosa, e potevo dire di non avere mai veduto il viso del
giovinetto, somigliantissimo a quello del genitore, senza che fosse illuminato
dal più franco sorriso.
Quella sera invece i vivaci colori delle sue gote erano
affatto spariti, e sui suoi lineamenti sconvolti leggevasi la più viva e
profonda inquietudine.
Appena ebbi posto il piede a terra, Guido mi trascinò seco,
e quando ci trovammo soli nella prima sala terrena, mi gettò le braccia al
collo, sclamando:
- Dottore, dottore, siamo minacciati da una grande sventura:
il babbo ci ha abbandonati, e mia madre muore di dolore. -
Mi sentii tutto rimescolato, e replicai:
- Il barone avrà dovuto assentarsi per qualche motivo: come
potete dire che vi abbia abbandonati?
- Sì, certo, sarà così, - disse Guido forse un poco
spaventato egli stesso di ciò che gli era sfuggito dal labbro: - noi non
dobbiamo pensare ad altro che alla salute di mia madre: venite, venite da lei.
-
Lo seguii di nuovo, e mi trovai bentosto nella camera della
baronessa, ove fino allora non avevo posto il piede.
Era un nido elegante tutto di raso e di trine, profumato, e
degno della soave creatura che l'occupava. Eppure la donna che giaceva lì in
mezzo a quel lusso, era certamente più misera e infelice in quel momento di chi
trema di freddo sotto le più ruvide coltri.
Il suo viso era contratto e coperto da un pallore marmoreo,
aveva gli occhi chiusi, e violenti sussulti sollevavano il suo corpo. Una
cameriera tutta smarrita mi narrò che era così dal giorno innanzi, dopo che il
barone aveva dovuto partire premurosamente da Mirasole.
Quell'assalto non poteva essere che nervoso: rimettendo ad
altro tempo un più minuto esame dell'essere suo, giudicai che la prima cosa da
fare era quella di richiamarla al sentimento dell'esistenza. Sapevo che la
baronessa teneva in casa una di quelle cassette chiamate “farmacie di
campagna;” me la feci portare, e composi un potente liquore antispasmodico che
la richiamò presto in sè.
Girò intorno gli occhi come smemorata, vide il suo Guido
accanto al letto, e gli stese le braccia con un gesto pieno di disperazione: il
giovinetto l'abbracciò con trasporto, ma nello stesso tempo l'avvisò della mia
presenza.
La baronessa si volse allora dalla mia parte singolarmente
turbata; rimproverò quasi il figliuolo, perchè mi aveva incomodato; ci assicurò
tutti che stava proprio meglio e non aveva più bisogno d'altro che di riposo.
Un dovere di civiltà mi avrebbe forse imposto di
allontanarmi, ma i medici non sono obbligati di osservare le leggi
dell'etichetta: presi perciò una seggiola, e mi assisi risolutamente accanto al
suo letto.
Io divengo facilmente l'amico delle mie ammalate; la mia età
matura e la mia qualità di padre di famiglia hanno sempre inspirato loro una
grande confidenza: la baronessa mi aveva sempre dimostrata una cortesia
affettuosa; ero persuaso che ella era colpita in quel momento da qualche serio
affanno, e nella speranza di sollevarla volevo indurla ad aprirsi meco.
M'ingegnai perciò a congedare le donne che giravano affaccendate per la stanza.
Ciò vedendo, la baronessa parve rassegnarsi alla mia
presenza che l'aveva dapprima quasi spaventata, e pregò suo figlio di
ritirarsi.
Rimanemmo soli. Ella mi guardò un poco coi suoi grandi occhi
bruni, ma non aperse le labbra se non per lasciare sfuggire qualche sospiro
soffocato: bisognava dire qualche cosa e cominciai, dopo di averle tastato
lungamente il polso:
- Il barone ha dunque dovuto partire improvvisamente? -
Un rossore profondo invase il volto della giovane donna;
chinò gli occhi e mormorò:
- Ho compreso or ora che sapevate tutto: nel primo momento
confesso che avrei voluto evitare di parlarvi; ahimè! non vorrei vedere
nessuno. Ma avevo torto, senza dubbio: voi siete un eccellente amico, potrete
dirmi quello che avviene, e in ogni caso, se saprete l'intera verità, potrete
difendermi almeno presso le persone di comune conoscenza. -
Non comprendevo affatto. Io non sapevo nulla di nulla;
riflettei però che se glielo lasciavo indovinare, ciò poteva arrestare ogni
confidenza sul suo labbro. C'era evidentemente un equivoco, ma non ero uomo da
profittarne a suo danno; quindi mi restrinsi ad assicurarla vivamente della mia
simpatia e del mio ardente desiderio di renderle servigio e sollevarla dal
cordoglio, a cui la vedevo in preda.
- Spero assai poco, - diss'ella con scoraggiamento; - il
barone non ha neppure voluto ascoltarmi; mi crede egli colpevole? Oppure è solo
la mortificazione subìta che lo ha spinto lungi di qui? Forse da lungo tempo
brama separarsi da me: sua madre dimora pure in Italia; a quest'ora egli si
trova, senza dubbio, presso di lei. -
V'erano dunque dissensi in famiglia? La solita guerra fra
suocera e nuora? Mi avventurai a chiederne alla baronessa.
- Non conosco la madre del barone, -, diss'ella con infinita
tristezza: - potete immaginarvi che non fui mai presentata a lei. Ma so che è
una donna altera, la quale mi odia e farà tutto ciò che è in suo potere per
allontanare suo figlio da me. -
La mia sorpresa, la mia incertezza divenivano sempre
maggiori. Da quanto udivo, la baronessa sembrava abbandonata, senza amici,
senza parenti: triste condizione per una donna al cospetto dello sposo anche
più innamorato. Le congetture, del resto, riescivano inutili, il meglio era
d'attendere che si spiegasse, l'invitai a farlo con insistenza, pregandola di
valersi di me se credeva che io potessi essere un utile intermediario fra lei e
suo marito.
Ella mi strinse la mano con forza.
- Prima di decidere se ricorrerò a voi in questo senso, bisogna
che io vi narri in poche parole la mia vita, - diss'ella. - Non ho potuto
sapere al giusto che cosa si è detto di me; forse fui calunniata, forse no. Ad
ogni maniera voi, che non siete guidato dalla passione, sarete in grado, spero,
di giudicare fra colui e me. -
Di chi intendeva parlare? Fui sul punto di assicurarla che
io non avevo udito alcuno parlare male di lei, che non sapevo a chi volesse
alludere; ma vedendola tanto disposta ad aprirmi il suo cuore, non ebbi il
coraggio di arrestarla. Pensai che nel suo interesse medesimo era meglio che io
fossi informato d'ogni cosa, e stetti ad ascoltarla in silenzio.
- La mia infanzia fu infelicissima, - cominciò la baronessa
dopo un lungo momento di esitanza: - non sono nata con istinti irrequieti: mia
madre, figlia di un povero commerciante, aveva avuto quella semplice e buona
educazione casalinga che forma le eccellenti massaie. Sventuratamente
s'innamorò di mio padre e lo sposò. La loro unione è stata felice per quanto
riguarda l'ordine de' sentimenti, ma la vita girovaga e tumultuosa non era
fatta per quella santa donna. Non sapeva e non poteva rendersi utile, e viveva
nel continuo spavento di qualche seria disgrazia: ella morì, quando io avevo
appena otto anni. -
Due grosse lagrime caddero dagli occhi della baronessa; io
ero tutt'orecchi; un lontano barlume della verità cominciava ad apparirmi; le
parole che seguirono, fecero cadere repentinamente il velo che mi copriva gli
occhi.
- Devo avere ereditato nascendo le tendenze materne, -
proseguì la giovane donna; - ed ella stessa, la mia buona madre, coi suoi
insegnamenti salutari, e più ancora coll'esempio, aveva sviluppato in me i
germi di un carattere affatto in opposizione colla vita che ero destinata a
condurre. Tolga il Cielo che io voglia accusare il padre mio; egli mi voleva
molto bene, e la sua condotta più tardi me lo provò: ma nel suo stato era
naturale che amasse trarre partito di me. Finchè visse mia madre, onde evitare
di darle disgusto, mi faceva lavorare poco o nulla; mai allorchè rimasi sola con
lui, s'avvide ad un tratto che ero grandicella, mi dichiarò che bisognava
ripare il tempo perduto e che non avrei avuto pace, finchè non sarei divenuta
eguale alle altre giovanette della Compagnia. -
Quale Compagnia? Una Compagnia equestre probabilmente. Una
gran luce si fece in me, e la mia attenzione divenne più viva, mentre la mia
affezione per la narratrice cresceva del doppio.
La baronessa ripigliò:
- “Fin da bambina amavo lo studio; mia madre mi aveva
insegnato a leggere e a scrivere, ella aveva alcuni libri che mi lasciò, ma non
potei più aprirne un solo. La mia giornata fu tutta occupata, d'allora in poi,
in esercizii violenti e faticosi.
“Non avevo paura alcuna de' cavalli, gli amavo assai, e li
tenevo come miei amici, quando stavano fermi e tranquilli: soffrivo anzi
immensamente, quando, per ammaestrarne uno, lo vedevo percuotere senza pietà;
ma allorchè mi sentivo trasportata come sull'ali del vento, provavo una specie
di vertigine, e uno sgomento indefinito riempiva l'animo mio. Mandavo sul principio
alte strida, che mio padre troncava spesso con qualche colpo di frustino.
“Sarebbe troppo lungo a enumerare quante volte fui cacciata
in castigo, e quante correzioni ricevetti un poco all'uso de' cavalli. Quando
non poteva ottenere una cosa, mio padre diveniva furente; avvezzo a trattare
cogli animali, aveva obliato affatto l'arte di frenarsi, e menava colpi di
scudiscio senza ritegno e senza misura. Più d'una volta fui tolta sanguinante
dalle sue mani.
“Chi aveva quest'audacia era un clown gobbo e vecchio
(aveva quarant'anni, ed è questa un'età avanzata per un buffone), che
rispondeva al nome di Fink e figurava come tedesco sui cartelloni. Egli aveva
sempre avuto una simpatia innocentissima per la mia povera madre, era stato per
lei un vero amico, e dopo di lei rimaneva solo a proteggermi. Mi consolava non
di rado della severità paterna, e per incoraggiarmi mi diceva che egli pure era
passato, da bambino, per le stesse peripezie; ma poi si era avvezzato, e tirava
innanzi senza piacere e senza noia.
“Era ciò che avevo di meglio a fare anch'io. Finii con
comprenderlo di mano in mano che avanzavo in età. Avrei preferito andare a
scuola, lavorare anche da crestaia; ma dovevo seguire la professione del padre
mio, e mi rassegnai.
“A quindici anni avevo accettata pienamente la mia sorte, e
cominciavo ad ottenere molti applausi; ero sempre passata inosservata fino
allora, ma da quel punto vinsi la timidità naturale del mio carattere, e
divenni, non dico un'artista di prim'ordine, ma abbastanza abile da contentare
pienamente mio padre.
“Allora tutto mutò intorno a me, e potei convincermi che la
severità del genitore non era stata dettata da altro che dal mio interesse
inteso alla sua maniera. La mia vita divenne tollerabile: tutti mi volevano
bene avendomi veduta crescere, ma fra i miei compagni, posso dirlo con
sincerità, nessuno pensava o sperava ottenere da me qualche cosa di più che una
franca amicizia.
“Questo stato di cose cessò alquanto, pur troppo, quando ad un
giovane di buona famiglia, il signor Claudio X***, nacque la fantasia di farsi
artista. Era allora un giovanotto piuttosto impacciato, ma ardimentoso e fiero:
dapprima prese da mio padre semplicemente qualche lezione d'equitazione, e
allora io l'osservavo poco assai; ebbi anzi da lui una lettera che mi recò il
bravo Fink, dicendomi che il signor Claudio l'aveva tanto molestato, che non
era stato capace di rifiutarsi a compiacerlo recandomi quel foglio, ma mi
consigliava vivamente di rimandarglielo indietro: accettai il suo consiglio
senza che ciò mi costasse alcun sacrificio.
“Ma quando egli entrò a far parte della Compagnia, dicendo a
tutti che voleva dedicarsi seriamente ed esclusivamente all'equitazione, quando
osservai la sua passione sincera pei cavalli, la facilità con cui aveva appreso
ad ammaestrarli, e mi accorsi che mio padre lo riguardava come uno dei nostri,
confesso che lo vidi sotto tutt'altro aspetto e cominciai a piacermi con lui.
Era così diverso dai compagni che avevo avuto fino allora, che, dato il mio
carattere, le tendenze che ero stata obbligata di soffocare, era quasi
impossibile che non mi riescisse simpatico. Provavo però una certa ripugnanza a
lasciargli comprendere che avrei potuto amarlo, giacchè, posso dirlo ora con
tutta sincerità, l'affetto che m'inspirava non era irresistibile.
“Debbo essere nata davvero con istinti prosaici; non ho mai
compreso l'amore senza freno, prepotente al punto di condurre anche all'abisso.
Ho sempre provato invece bisogno di un affetto dolce, costante, scevro di
tempeste come di rimorsi. Non dubito punto, a voi oso confessarlo, che, ove
fossi divenuta la sposa del signor Claudio, sarei stata per esso una moglie
fedele, affettuosa e tenera; ma il breve idillio delle nostre relazioni non ha
lasciato nel mio cuore che una traccia ben lieve, presto cancellata.
“Allorchè egli parti da Padova con noi, la nostra Compagnia
era diretta verso Genova. Gli è colà che egli fece le sue prime armi con molto
successo, debbo dirlo; ed è parimente a Genova che io vidi per la prima volta
il barone. Allora mio marito non aveva titolo di sorta, poichè ha ereditato
dappoi la baronìa e un vistoso patrimonio da uno zio paterno: era semplicemente
uno studente tedesco in vacanza, il quale si condusse meco in maniera affatto
opposta a quella del signor Claudio.
“Fermatosi a Genova pei bagni marini, una sera era entrato a
caso all'arena; mi vide e, a quanto pare, s'innamorò seriamente di me. Come il
signor Claudio, adorava egli pure i cavalli, ed era esperto cavallerizzo, ma
non ebbe un solo momento l'idea di scendere sino a me. Il suo primo pensiero,
me lo disse mille volte dappoi, fu invece quello di sollevarmi sino a lui.
“Perciò, invece di corteggiarmi in pubblico, invece di
tentarmi con lettere misteriose, si contentò di venirmi ad ammirare tutte le
sere pazientemente, silenziosamente, mentre s'informava con abilità del genere
di vita che conducevo fuori del teatro. Quello che raccolse sul conto mio
probabilmente non lo scoraggiò, cosicchè, quando previde che la Compagnia stava
per rimettersi in movimento, si rivolse con tutta semplicità a mio padre,
proponendogli di lasciarmi a Genova con una vecchia artista che mi accompagnava
sempre quando dovevo uscire: a Genova avrei potuto terminare tranquillamente
d'istruirmi, mentre egli sarebbe tornato nel suo paese per cercare di ottenere
dalla madre il permesso di sposarmi.
“Mio padre mi parlò di questa proposta sua, incoraggiandomi
ad accettarla. Benchè avessi preso francamente il mio partito circa le
occupazioni della mia vita, egli non poteva ignorare che non avevo passione
alcuna per l'arte che mi aveva insegnata; sapeva che la vita quieta della
famiglia era quella che preferivo, e vedeva con molto disinteresse, nella
proposta dello studente tedesco, una soluzione felice ad uno stato di cose che
non era in suo potere di mutare per me. Due o tre mesi prima non avrei esitato
neppure io, ma l'affetto che il giovane Claudio mi dimostrava, il sacrificio
che mi faceva intendere d'aver fatto di dedicarsi all'equitazione per stare
vicino a me, cominciavano a commovere il mio cuore; quindi se non diedi
un'intera ripulsa a mio padre, gli lasciai per lo meno intendere che volevo
riflettere molto prima di prendere una decisione.
“Si fu in questo frattempo che, attratta dall'ardore
appassionato del giovane Claudio, mi lasciai indurre a confessargli il mio
affetto nascente. Una sera egli ottenne ciò che cercava da tanto tempo, cioè di
parlarmi da solo a sola; non fu questione di matrimonio, no, ma ci scambiammo,
non lo nego, i più vivi giuramenti sinceri e senza restrizione alcuna dal canto
mio. So che questa è una colpa grave agli occhi di mio marito; ma voi, dottore,
che non avete gli stessi motivi per giudicarmi tanto severamente, ditemi, mi
credete voi una reproba per questo?” -
La baronessa mi guardava con quei grandi occhi limpidi, che
mi avevano sempre resa tanto simpatica la sua fisionomia; quella donna poteva
essersi piegata a ballare in pubblico, ma io non esitavo a credere che era
sempre stata virtuosa e degna della più sincera stima. Glielo dissi con
espansione, ed ella me ne ringraziò, commossa fino alle lagrime.
- Le vostre parole, dottore, mi fanno un gran bene, -
diss'ella; - gli è che da molti anni non ho mai osato rallegrarmi per la
simpatia, la stima che potevo inspirare ai miei amici, giacchè questi
sentimenti non avevano nulla di comune colla povera Stella, la cavallerizza!
Mio marito stesso, benchè non lo voglia confessare, ha sempre arrossito del mio
passato, e io fui ognora costretta a tremare rammentando la mia origine. Il mio
Guido l'ignora interamente, e pensate quale tormento sia per me il comprendere
che tutti devono sapere oramai di che si tratta. -
Non resistetti più, e colsi a questo punto il destro per
assicurarla che si trovava nel maggiore inganno; il racconto dell'avvocato, del
resto per nulla accusatore a suo riguardo, non era stato abbastanza esplicito
da lasciare indovinare ad altri che a suo marito, che si trattava di lei. Per
iscusare bensì il mio silenzio, le dissi che io avevo indovinato all'incirca la
verità, ma che ero stato, senza dubbio, il solo, perchè nessuno aveva fatto
meco alcun'allusione in proposito.
Le mie dichiarazioni la sollevarono da un lato, ma
dall'altro la resero anche più abbattuta. La confortava il pensiero di poter
continuare a mantenere il segreto sul suo passato, poichè ella fidava
pienamente nella mia discrezione; ma ammesso lo stato delle cose da me dipinto,
la partenza precipitosa del barone la spaventava anche maggiormente. Aveva egli
cessato di amarla? Tutto dunque era finito fra loro?
Checchè avesse risentito il suo cuoricino di fanciulla, era
certo che la baronessa, dal suo matrimonio in poi, aveva amato sinceramente,
tenerissimamente il consorte, e che il suo tormento più vivo era quello di
essere separata da lui. Procurai di consolarla, ripetendole le precise parole
dell'avvocato X***, le quali avevano dipinto l'affetto di lei come tutt'altro
che lusinghiero per esso. Ella ne parve costernata.
- “Comprendo, mi ha presentata come una mancatrice di fede,
- disse con sommo scoraggiamento; - mio marito avrà pensato che dopo di avere
promesso amore all'uno, ho mutato proposito per capriccio, forse per calcolo!
Dovrebbe rammentarsi però che io allora ignoravo affatto che egli potesse
divenire il barone Wilden. Lo conoscevo appena, non era di carattere
intraprendente come il signor Claudio, e forse lo avrei anche respinto, se il
signor Claudio stesso lo avesse voluto. Sarei stata certamente infelice con
quest'ultimo, ma ero sincera abbastanza, a quei tempi, da ricusare di
provvedere al mio avvenire per amor suo.
“Quella sera in cui ci scambiammo giuramenti d'amore, io, lo
confesso, mi sentivo felice, esaltata. Avevo poco più di sedici anni, ero senza
esperienza e piena d'ingenuità, a malgrado della vita girovaga dell'artista.
Provavo per soprappiù il bisogno di confidarmi con qualcheduno; m'incontrai con
Fink, e gli gettai le braccia al collo come ad un vero babbo, dicendogli
all'orecchio:
“- Ho l'amoroso anch'io: puoi dire a mio padre che non ne
voglio proprio sapere del suo Tedesco. -
“Dottore, - soggiunse ella tosto arrossendo, - prego di non
ripetere queste cose a mio marito: allora lo avevo appena intraveduto; egli è
il migliore degli uomini, e il suo carattere leale e franco m'inspirò dappoi un
vero rispetto misto ad adorazione. Ma in quel momento non sapevo nulla di lui,
era affascinata, ammaliata. Fink invece scosse il capo e rispose:
“- Hai torto; lasci senza dubbio la realtà per cercar di
afferrare l'ombra. Il signor Karl t'ama con vera sincerità: credi a me, la
miglior prova d'amore che un uomo possa dare ad una donna, è sempre quella di
offrirle prosaicamente la propria mano.
“- Ma, - replicai un poco offesa, - come puoi credere che
non si tratti di matrimonio? Claudio si è fatto artista per rimanere accanto a
me: perchè non mi sposerebbe?
“- Perchè? - disse Fink, guardandomi coi suoi occhietti
bigi, - è inutile che te lo spieghi; una sola cosa posso dirti, ed è che dubito
assai della vocazione artistica di Claudio. Scommetto che fra due o tre mesi
non è più con noi. -
“Provai una stretta al cuore; tuttavia presi energicamente
la difesa del mio innamorato, e andai via via ripetendo le parole appassionate
che mi aveva dette, le promesse di eterno amore che mi aveva fatte. Fink
scuoteva sempre il capo.
“- Senti, bambina, - diss'egli, - tutto ciò non prova nulla.
Vuoi sapere davvero che cosa pensa Claudio? Fra due giorni si parte: tu
accònciati per rimanere colla vecchia Daria; dopo l'ultima rappresentazione,
gli uomini della Compagnia che partono con noi, e quelli che si separano, hanno
divisato di riunirsi a cenare nella locanda di faccia, mentre le donne
preparano i bauli. Io troverò il mezzo di trattenere Claudio e di farlo
parlare; tu trova la maniera d'introdurti nella camera vicina alla nostra.
Daria stessa col suo figliuolo ti possono accompagnare. -
“Ero tutta perplessa; mi pareva un tradimento verso l'uomo
che aveva giurato d'amarmi per tutta la vita un momento prima.
“- Eppoi, - dissi, - che avverrà?
“- Avverrà che, se i sentimenti di Claudio sono davvero
quelli che devono essere, tu partirai con noi, se lo brami, e raggiungerai tuo
padre. In caso diverso, rimarrai a Genova colla Daria. -
“Mi lasciai convincere a poco a poco. La Daria era del
parere del vecchio Fink; credo che la prospettiva di rimanere a Genova con me
le sorridesse assai: il fatto è che agevolò per quanto potè la mia impresa, e
che mentre mio padre s'incamminava solo alla Stazione, io penetrai con lei in
una camera della locanda e mi vi rinchiusi.
“La maggior parte dei commensali erano partiti; non si
trovavano più nella camera attigua che il mio innamorato e il vecchio Fink.
“Mi parve che Claudio avesse bevuto un poco più del
necessario; a tutta prima non compresi nulla alle sue parole intralciate assai.
La Daria sclamava bene sotto voce che era un cattivo soggetto, ma l'opinione
della Daria mi era sospetta. Potei finalmente afferrare il discorso di Fink:
egli faceva al suo compagno la più viva pittura della felicità domestica;
parlava dei bimbi, del piacere di avere una donnina che tenesse pulita la casa,
e si augurava di vedere presto il suo amico Claudio in questo stato, giacchè
egli stesso, il povero Fink, era troppo vecchio e troppo brutto da trovare una
fanciulla che volesse sposarlo.
“Una risata sonora, impertinente del signor Claudio
interruppe il mio vecchio amico.
“- Che prosa! - sclamò: - vale proprio la pena di farsi
artista per godere di queste gioie da speziale. Aspetterai un pezzo prima di
vedermi nelle condizioni da te sognate.
“- Pure vuoi molto bene a Stella.
“- Ah, per codesto sì, l'adoro!
“- Ma non vuoi sposarla, eh? - replicò Fink con un accento
incoraggiante.
“Vi fu un momento di silenzio; finalmente lo stesso Fink
continuò:
“- Ti compatisco, sai? perchè colle gioie viene anche la
miseria: ma io credevo che tu pensassi seriamente al matrimonio, ecco perchè
parlavo così: scusa, veh! -
“Il signor Claudio fu colto nel laccio; del resto, egli
aveva bevuto troppo ed era tutto disposto alla confidenza.
“- Amico mio, - diss'egli ad un tratto con voce tenera, - tu
sei ragionevole, eppoi non oblierò mai che hai portata la mia prima lettera a
Stella; è vero che ella me la rimandò indietro, ma tu non vi potevi nulla:
Stella è una ritrosa, ecco tutto. Ora la vincerò, vedrai. In quanto però a
sposarla, è un altro affare: non sono in grado di commettere una simile follìa.
Ne ho già una assai grave sulla coscienza. Che dirà mio padre della mia
scappata?
“- Sarà molto in collera, - osservò Fink.
“- Vedi, - soggiunse Claudio con accento che si era fatto ad
un tratto commosso, - non dovrei venire con voi a Torino; quando penso al
vecchio babbo, alla madre mia, a mia sorella soprattutto, sento che sono un
miserabile! A quest'ora dovrei essere nello studio di un avvocato occupato a
farmi uno stato serio, e invece perdo qui il mio tempo per amore di due begli occhi.
-
“Non ne ascoltai di più. Presi quasi con violenza la mano
della vecchia Daria e la trascinai meco.
“Avevo il cuore gonfio; appena fui fuori scoppiai in
lagrime.
“Così il suo amore per me era una specie di rovina: non
abbastanza serio da indurlo a preferirmi alla propria famiglia: perchè allora
era venuto a tentarmi? Se, per caso strano, impossibile, avessimo finito con
divenire sposi, egli avrebbe deplorato il domani la follìa commessa. Il mio
sogno aveva durato abbastanza; era necessario che mi svegliassi e prontamente.
“Un lampo della verità mi apparve col pensiero che ciò che
sarebbe stato rovina pel signor Claudio poteva esserlo egualmente pel giovane
tedesco, il quale aveva chiesto, potevasi dire, formalmente la mia mano: ebbi
un istante l'idea giusta di quello che dovevo fare, cioè rinunziare ad
entrambi, e darmi interamente alla mia carriera di artista. Ma se raggiungeva
mio padre a Torino, mi sarei trovata alle prese col mio innamorato. Daria e
Fink mi posero abilmente sotto agli occhi i pericoli, a cui potevo essere
esposta: del resto, rimanendo a Genova, non mi obbligavo già a sposare il
signor Wilden; ero sempre in tempo di rifiutare le sue proposte; egli stesso mi
conosceva appena di veduta: potevo tornare più tardi alla mia vita d'artista.
“Queste speciose ragioni mi vinsero: rimasi a Genova. Non
intesi più parlare del signor Claudio, e più tardi, lo dico con orgoglio, fui
sedotta dalla lealtà di carattere, dall'amore del mio nobile Karl.
“Ma non avrei dovuto cedere, lo compresi assai presto. La
madre di mio marito, anzichè dare il suo consentimento alla nostra unione, ci
fulminò colla più violenta maledizione: il nostro matrimonio si fece un poco di
straforo, e il mio passato, per quanto lo sapesse incolpevole, fu spesso un
tormento per mio marito. Io non rividi mai più mio padre, quantunque Karl si
sia sempre mostrato con lui generosissimo, ciò che mi mortificava anche più.
Ora il mio povero padre è morto, morto è anche il povero Fink: mio marito è
divenuto il barone Wilden per la morte di uno zio; io cerco di obliare la mia
origine per amore dell'uomo che mi ha beneficata e pel bene dell'unico
figliuolo mio, il quale non s'immagina che sua madre è stata una saltatrice.
Che lo ignori sempre, per pietà! potrei sopportare il disprezzo del mondo intero,
ma non quello del mio Guido!” -
La baronessa scoppiò in un singulto. Era facile indovinare
che la misera donna non era mai stata felice: eppure, non ne dubitavo, quei due
sposi si amavano sinceramente, tutto il racconto udito me lo provava; ed io non
potevo credere che il barone Karl si fosse allontanato nel semplice
intendimento di lasciare la moglie ed il figliuolo nel più crudele abbandono.
Vi doveva essere qualche cosa di più serio, a cui non volevo
fare allusione colla baronessa, ma che mi travagliava assai. L'avvocato X***
aveva ricevuto una lettera, il domani della nostra gita a Mirasole, che lo
obbligava a partire in furia; il barone era partito esso pure nello stesso
giorno: non poteva trattarsi di uno scontro fra loro due?
Tormentato da siffatta idea, ansioso e bramoso soprattutto
di rendere qualche servizio a quella donna che stimavo e onoravo a malgrado
della sua origine, cercai di togliere al più presto commiato da lei,
promettendole di recarmi io stesso in traccia del barone. Le prescrissi un
regime calmante, consigliandola nello stesso tempo a non mutare in nulla il suo
genere di vita riguardo le persone con cui era avvezza a trattare, poichè
nessuno assolutamente aveva indovinato di chi l'avvocato avesse voluto parlare.
Doveva spiegare meglio che poteva la lontananza del barone; io intanto avrei
procurato di raggiungerlo e di ricondurlo in breve fra le sue braccia.
La baronessa si mostrò oltremodo commossa: ormai ella era
tutta disposta a fidare ciecamente in me.
- Se non si trattasse di un uomo come voi, dottore, non
acconsentirei mai che qualcuno si ponesse fra mio marito e me, - diss'ella. -
Ma so che il barone vi stima molto e vi apprezza: fate dunque quello che
credete, e se riescirete io vi dovrò più che la vita. -
|