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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • II.   LA LETTERA
      • V
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V.

 

Partimmo dunque per Firenze. Questa volta non eravamo soli nel compartimento; ma ci ritirammo da un lato, e l'uomo d'affari del conte G*** mi disse all'incirca quanto segue:

Poco dopo le tre pomeridiane la contessa aveva ricevuta una lettera: ella stava leggendola accanto alla finestra, mentre la cameriera, Annita, era occupata intorno al piccolo Silvio nella camera stessa della padrona, e potè osservare che quel messaggio cagionava alla contessa una viva commozione.

Il conte si presentò in quel momento sulla soglia della camera, volse lo sguardo intorno e vide la contessa assorta nella sua lettura. Il conte e la sua sposa vivevano nella più perfetta intimità; il marito si avanzò sulla punta de' piedi nell'intenzione evidente di sorprendere per ischerzo la contessa. L'Annita non si mosse; un soffice tappeto soffocava il romore dei passi, cosicchè il conte potè giungere inavvertito dietro la leggitrice, e gettare gli occhi sulla missiva che l'occupava tanto tenacemente.

Allora la fisionomia del conte, che era tutta ilare, mutò improvvisamente: avanzò la mano con prontezza, e strappò con violenza la carta di mano alla contessa.

Costei mandò un grido e cadde in ginocchio.

Il conte percorse il foglio da cima a fondo, quindi lo fece a brani minuti che mandò dispersi per la camera; vedendo poi l'Annita immobile in un angolo col bambino in braccio, le intimò ruvidamente di uscire.

Ciò che era seguìto fra i due consorti, nessuno poteva dirlo: ma si seppe in breve che il conte e la contessa partivano improvvisamente per un viaggio, e conducevano con loro il piccolo Silvio.

La rapidità, colla quale erano stati fatti i preparativi di partenza, non aveva permesso ad alcuno di raccogliere i brani della lettera che il conte e la contessa, storditi, esagitati, abbandonavano imprudentemente alla curiosità altrui.

Una volta che i padroni furono partiti, l'Annita raccolse con diligenza quei brani sparsi e li consegnò all'uomo d'affari del conte.

Radunati con minuta e paziente cura quei brani informi, s'era ottenuto il seguente incompiuto risultato:

“Finalmente potrò.... a Terni.... giungerò quasi colla mia lettera.… vederti.... abbracciarti.... quanto ti.... sempre.... più ardentemente.... vedrò quel caro.... a cui ho dato la.... sotto il nome di un altro.... giusta punizione.... colpevole.... durerà quanto me stesso.... Geltrude.... Silvio.... rivedremo.... rammenta.... padiglione.... ti attendo.... addio.”

La firma e la data mancavano.

Chi poteva scrivere alla contessa in termini, i quali, sebbene tronchi, facevano nascere tristi sospetti? Il ministro mi giurò che non ne sapeva nulla; io non volli insistere per non indurlo a tradire certi segreti che poteva avere sorpresi; ma mi persuasi che le parole andate smarrite dovevano essere terribilmente accusatrici, e che il povero conte, se era colpevole da un lato, era dall'altro degno di compatimento e di simpatia.

I brani della lettera avevano accresciuto i miei timori: il ministro ed io fummo d'accordo nel porre in opera tutta la nostra diligenza onde scoprire la dimora del conte e della sua famiglia a Firenze. Giunti a questo risultato, io ero deciso di espormi anco alla collera del marito offeso per indurlo a una spiegazione amichevole, piuttosto che lasciarlo esposto ad una terribile tentazione.

 




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