V.
Partimmo dunque per Firenze. Questa volta non eravamo soli
nel compartimento; ma ci ritirammo da un lato, e l'uomo d'affari del conte G***
mi disse all'incirca quanto segue:
Poco dopo le tre pomeridiane la contessa aveva ricevuta una
lettera: ella stava leggendola accanto alla finestra, mentre la cameriera,
Annita, era occupata intorno al piccolo Silvio nella camera stessa della
padrona, e potè osservare che quel messaggio cagionava alla contessa una viva
commozione.
Il conte si presentò in quel momento sulla soglia della
camera, volse lo sguardo intorno e vide la contessa assorta nella sua lettura.
Il conte e la sua sposa vivevano nella più perfetta intimità; il marito si
avanzò sulla punta de' piedi nell'intenzione evidente di sorprendere per
ischerzo la contessa. L'Annita non si mosse; un soffice tappeto soffocava il
romore dei passi, cosicchè il conte potè giungere inavvertito dietro la
leggitrice, e gettare gli occhi sulla missiva che l'occupava tanto tenacemente.
Allora la fisionomia del conte, che era tutta ilare, mutò
improvvisamente: avanzò la mano con prontezza, e strappò con violenza la carta
di mano alla contessa.
Costei mandò un grido e cadde in ginocchio.
Il conte percorse il foglio da cima a fondo, quindi lo fece
a brani minuti che mandò dispersi per la camera; vedendo poi l'Annita immobile
in un angolo col bambino in braccio, le intimò ruvidamente di uscire.
Ciò che era seguìto fra i due consorti, nessuno poteva
dirlo: ma si seppe in breve che il conte e la contessa partivano
improvvisamente per un viaggio, e conducevano con loro il piccolo Silvio.
La rapidità, colla quale erano stati fatti i preparativi di
partenza, non aveva permesso ad alcuno di raccogliere i brani della lettera che
il conte e la contessa, storditi, esagitati, abbandonavano imprudentemente alla
curiosità altrui.
Una volta che i padroni furono partiti, l'Annita raccolse
con diligenza quei brani sparsi e li consegnò all'uomo d'affari del conte.
Radunati con minuta e paziente cura quei brani informi,
s'era ottenuto il seguente incompiuto risultato:
“Finalmente potrò.... a Terni.... giungerò quasi colla mia
lettera.… vederti.... abbracciarti.... quanto ti.... sempre.... più
ardentemente.... vedrò quel caro.... a cui ho dato la.... sotto il nome di un
altro.... giusta punizione.... colpevole.... durerà quanto me stesso....
Geltrude.... Silvio.... rivedremo.... rammenta.... padiglione.... ti
attendo.... addio.”
La firma e la data mancavano.
Chi poteva scrivere alla contessa in termini, i quali,
sebbene tronchi, facevano nascere tristi sospetti? Il ministro mi giurò che non
ne sapeva nulla; io non volli insistere per non indurlo a tradire certi segreti
che poteva avere sorpresi; ma mi persuasi che le parole andate smarrite
dovevano essere terribilmente accusatrici, e che il povero conte, se era
colpevole da un lato, era dall'altro degno di compatimento e di simpatia.
I brani della lettera avevano accresciuto i miei timori: il
ministro ed io fummo d'accordo nel porre in opera tutta la nostra diligenza
onde scoprire la dimora del conte e della sua famiglia a Firenze. Giunti a
questo risultato, io ero deciso di espormi anco alla collera del marito offeso
per indurlo a una spiegazione amichevole, piuttosto che lasciarlo esposto ad
una terribile tentazione.
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