III.
LA LOCANDA DELL'ORSO.
I.
Contavo ventidue anni appena; uscivo di fresco dalla
Università, e non avevo quasi mai abbandonata la mia città natìa.
Ma gli studii medicali da me intrapresi di buonissima ora
avevano resa la mia mente riposata e serena. Positivo per natura, la mia
fantasia soleva vagare per sentieri conosciuti e chiari; in una parola, non
credevo se non a quello che potevo spiegare a me stesso naturalmente. Questa
dichiarazione mi sembra necessaria prima di narrare quanto segue.
Addottorato da poco, lasciai la mia famiglia per
intraprendere un viaggio scientifico: volevo visitare la Francia e la Svizzera,
e fu per questo che, in una giornata d'autunno avanzato, mi trovai in mezzo ai
monti della Savoia.
Eravamo sulla via di Francia, tra il povero villaggio di Les
Echelles e la stretta gola chiamata La Chaille, oltre la quale si trova il
grosso borgo di Pont-Beauvoisin, mezzo francese, a quel tempo, e mezzo
piemontese.
Le prime nevi avevano cominciato a cadere da alcuni giorni
con tale abbondanza, che la Diligenza si trovò, ad un tratto, arrestata
a mezza via. Un turbinìo di vento faceva volteggiare certi fiocchi mostruosi di
neve, che acciecavano il postiglione ed i cavalli: l'ampio strato del bianco
lenzuolo non permetteva più di distinguere il sentiero battuto, i cui margini
rasentavano pericolosi precipizii.
La notte si avvicinava: nella carrozza eranvi due signore
colla loro cameriera, un sacerdote, due vecchi, uno de' quali era un magistrato
piemontese, e due giovanotti, di cui uno ero io.
Il postiglione fermò la Diligenza ad un passo
difficile, e il Conducteur venne a noi col berretto in mano.
Era cosa impossibile, egli disse, di continuare il cammino
in una serata tanto burrascosa; a un mezzo miglio circa di distanza la via si
restringeva improvvisamente, lasciando, fra due precipizii, appena lo spazio
necessario pel passo di una carrozza: il piegare di un palmo più a destra che a
manca poteva essere fatale a tutti noi: e nè esso nè il postiglione potevano
rispondere di azzeccare, in mezzo alla neve, il punto giusto, oltre il quale
poteva stare inesorabile la morte.
Le signore mandarono dal coupé, ove si trovavano, due
o tre esclamazioni di terrore, e sporsero il capo fuori, quasi volessero
cercare aiuto e protezione tra i loro compagni di viaggio rinchiusi
nell'interno della Diligenza.
Noi fummo tosto a terra in mezzo alla neve, e ci ponemmo a
far crocchio accanto allo sportello del coupé per deliberare.
Il Conducteur non vedeva altro mezzo, fuorchè quello
di lasciare la carrozza ove si trovava, e di scendere onde ire in traccia di
qualche ricovero per la ventura notte. A breve distanza eravi una borgata
chiamata Saint-Just, ove trovavasi una locanda, nella quale avremmo potuto
riposare, mentre si sarebbe cercato di sbarazzare la via dalla neve
ammonticchiata.
Le signore mossero altissime strida, quando intesero che faceva
d'uopo continuare la via a piedi: si cercò di consolarle alla meglio; il Conducteur
propose loro di salire sui cavalli che si stavano staccando dalla Diligenza;
ma esse avevano paura dei cavalli, e si disposero, piagnucolando, ad
avventurare i delicati piedini in mezzo alla solida neve delle Alpi.
Non perderò il tempo a descrivere la nostra camminata; si
crederà senza stento che non fu una partita di piacere. Il vecchio magistrato,
poco solido sulle sue gambe, si era impadronito del Conducteur, sul braccio
del quale si appoggiava con tenacità: gli altri due viaggiatori se ne andavano
barcollando; l'uno bestemmiava, e l'altro invocava tutti i santi del Paradiso.
Noi due giovanotti sorreggevamo le signore, che facevano
udire di quando in quando certi guaiti da muovere a pietà; e avremmo sentito
assai meno il peso del delicato ufficio, se le nostre compagne fossero state
almeno giovani e belle.
A notte chiusa giungemmo finalmente malconci e intirizziti a
Saint-Just. È questa la più orrida borgata che io abbia mai veduta in vita mia.
Le case sono capanne, le vie uno scoscendimento di terreno a rompicollo: si può
immaginare quale ci apparve tra il ghiaccio, le nevi e in mezzo alla più cupa
oscurità.
S'ebbe non poco a fare per rintracciare nel tenebrìo che ci
avvolgeva, l'unica locanda di quel paesello alpestre: questa locanda aveva un
nome degno del luogo, si chiamava la Locanda dell'Orso. Un lumicino
tremolava sulla porta mal connessa, e sbatacchiata a tutti i venti si vedeva
appesa ad un anello di ferro un'insegna, la quale mi assicurarono dovesse
rappresentare un orso.
Il Conducteur ci disse che la Locanda dell'Orso
era celebre nei dintorni: che, nell'estate, molti solevano venire da Thibaut,
da Entremonts e da altri paesi circonvicini per farvi una merenda (goûter).
Io credetti quanto ci diceva; ma ammirai fra me stesso coloro che osavano
avventurarsi, per piacere, in quel vero covo da orsi.
Quattro o cinque rouliers (carrettieri) sedevano, al
nostro entrare, intorno al vasto cammino della cucina: la locandiera, robusta e
bionda matrona, dotata di una fisionomia quasi mascolina, vestita alla moda del
paese, stava in mezzo a loro ciarlando e bevendo. Un bambino di nove o dieci
anni, paffuto e roseo, mesceva il vino caldo, épicé, di cui gli
avventori si regalavano voluttuosamente.
La nostra entrata recò in quel luogo lo scompiglio e la
confusione: i carrettieri, modesti e cortesi, secondo le abitudini savoiarde,
si ritirarono tosto in un angolo. L'ostessa, alquanto spaventata alla vista di
tanta gente, si fece nondimeno innanzi col sorriso sul labbro, ponendo la sua
povera casa a nostra disposizione. Ella si cacciò le mani nei capelli,
osservando in quale stato si trovavano le signore, e pianse quasi pensando alla
ristrettezza della locanda.
L'essenziale, pel momento, era di riscaldarci e di darci un
boccone da cena: la brava donna si pose tosto in movimento e, aiutata dal suo
figliuolo, Jacquet, ci ammannì in breve una cena discreta, migliore assai di
quanto potevamo attenderci a Saint-Just.
Lasciata da parte ogni soggezione, seduti in cerchio intorno
alla rozza tavola, si cominciò a discutere circa la maniera con cui avremmo
passata la notte. Pauline, l'ostessa, ci disse apertamente che non vedeva la
possibilità di collocarci tutti.
Ell'era pronta a dormire sopra una seggiola col suo
figliuolo; ma per quanto facesse, non poteva mettere che tre letti a nostra
disposizione: ora i letti erano assai piccoli e noi eravamo otto.
L'imbarazzo ci parve grave. Il Conducteur aveva
trovato ad accasarsi presso uno dei carrettieri che stavano nella locanda al
nostro giungere. Ma costui era il solo che potesse caricarsi di un ospite: gli
altri, sebbene rimasti con noi, non erano in grado di farci alcuna proposta di
questo genere.
Il giovane viaggiatore, che si chiamava il signor Vernon, mi
propose di stendere i nostri mantelli sul pavimento di legno della cucina e di
coricarvici sopra, lasciando i letti per le signore e gli uomini attempati.
Tale era il nostro dovere verso compagni di viaggio meno robusti di noi, e in
ciò fummo tosto d'accordo: ma la prospettiva di dormire in mezzo al fumo, agli
odori della cucina, e per soprappiù sul nudo legno, non mi sorrideva gran
fatto: ero stanco, avevo le membra indolenzite, e sentivo scorrermi per l'ossa
certi brividi che mi facevano desiderare vivamente un letto qualunque e la
comodità di un guanciale.
Mi posi perciò a tormentare l'ostessa, onde trovasse il
mezzo di aggiustare qualche altro letto pel Vernon e per me: ma ella rispose
che non esistevano in casa sua materasse, nè guanciali di più, e che non
sarebbe stata in grado di fornirci un giaciglio qualunque, quand'anche si
avesse voluto pagarlo a peso d'oro.
Uno de' carrettieri si rivolse allora alla Pauline, e le
disse:
- Perchè dunque, mamma Pauline, non allestireste il châlet
per questi signori? In altri tempi vi si trovava pure un letto....
- Un letto, - interruppi tosto con esplosione, - è tutto
quanto ci vuole per noi: dove si trova codesto chalet? -
La Pauline s'era scossa vivamente alle parole del
carrettiere, e mi avvidi che mutava colore. Alzò nondimeno le spalle con un
sorriso, come se il carrettiere Michel avesse detto una barzelletta: un altro
carrettiere cercava d'imporre silenzio al compagno, il quale si ostinava a dire
che il letto del châlet valeva meglio che nulla.
- Vediamo, mamma Pauline, - dissi, battendo sulla spalla
della locandiera, - voi non potete rifiutarvi di condurci in codesto luogo: se
non volete accompagnarci insegnatecene la via, e ci rifaremo il letto da noi:
sarà sempre più soffice che il tavolato della cucina.
- Ma che! - sclamò l'ostessa con visibili segni
d'impazienza, e squadrando in isbieco il carrettiere che aveva parlato il
primo: - Michel è matto: ciò che egli chiama il châlet è veramente un
bel nido per collocarvi i forestieri! È aperto a tutti i venti, e la via che vi
conduce impraticabile in mezzo alla neve.
- Non lo sarà maggiormente di quella che abbiamo fatta per
venire a Saint-Just, - risposi: - via, andiamovi e senza indugio. -
La Pauline di bel nuovo si rifiutò; i carrettieri ci
ascoltavano dimenando il capo. Il solo Michel c'incoraggiava ad insistere.
- Badino, signori, che non abbiano a trovarsi malcontenti
poi d'esservi andati, - disse uno di quei brav'uomini. - Corrono certe voci
intorno al châlet.
- Quali voci?
È abitato; vi sono gli spiriti.
- Ah, ah, ah! -
Diedi in una forte risata, e il Vernon seguì il mio esempio.
- Hanno torto di ridere, - disse la Pauline buia in viso.
Ma noi ridemmo più forte: eravamo ben lungi dal lasciarci
intimorire dalla minaccia degli spiriti. In quanto a me, non avessi anche
desiderato un letto per riposarmi, sarei sempre divenuto più tenace dopo la
rivelazione dei carrettieri, che risvegliava la mia naturale curiosità.
Insistetti dunque con tale energìa presso la Pauline, dissi con
tale serietà che in qualunque maniera avrei trovata da me la via del châlet,
che l'ostessa, quantunque di pessima voglia, dovette cedere al nostro
desiderio. Ella si armò d'una lanterna con un gesto che significava quasi
disperazione, e disse che sarebbe andata a prepararci il letto. Il Vernon ed io
la seguimmo risolutamente pronti ad impadronirci del châlet a qualunque
costo.
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