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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • III.   LA LOCANDA DELL'ORSO.
      • I
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III.

 

LA LOCANDA DELL'ORSO.

 

 

I.

 

Contavo ventidue anni appena; uscivo di fresco dalla Università, e non avevo quasi mai abbandonata la mia città natìa.

Ma gli studii medicali da me intrapresi di buonissima ora avevano resa la mia mente riposata e serena. Positivo per natura, la mia fantasia soleva vagare per sentieri conosciuti e chiari; in una parola, non credevo se non a quello che potevo spiegare a me stesso naturalmente. Questa dichiarazione mi sembra necessaria prima di narrare quanto segue.

Addottorato da poco, lasciai la mia famiglia per intraprendere un viaggio scientifico: volevo visitare la Francia e la Svizzera, e fu per questo che, in una giornata d'autunno avanzato, mi trovai in mezzo ai monti della Savoia.

Eravamo sulla via di Francia, tra il povero villaggio di Les Echelles e la stretta gola chiamata La Chaille, oltre la quale si trova il grosso borgo di Pont-Beauvoisin, mezzo francese, a quel tempo, e mezzo piemontese.

Le prime nevi avevano cominciato a cadere da alcuni giorni con tale abbondanza, che la Diligenza si trovò, ad un tratto, arrestata a mezza via. Un turbinìo di vento faceva volteggiare certi fiocchi mostruosi di neve, che acciecavano il postiglione ed i cavalli: l'ampio strato del bianco lenzuolo non permetteva più di distinguere il sentiero battuto, i cui margini rasentavano pericolosi precipizii.

La notte si avvicinava: nella carrozza eranvi due signore colla loro cameriera, un sacerdote, due vecchi, uno de' quali era un magistrato piemontese, e due giovanotti, di cui uno ero io.

Il postiglione fermò la Diligenza ad un passo difficile, e il Conducteur venne a noi col berretto in mano.

Era cosa impossibile, egli disse, di continuare il cammino in una serata tanto burrascosa; a un mezzo miglio circa di distanza la via si restringeva improvvisamente, lasciando, fra due precipizii, appena lo spazio necessario pel passo di una carrozza: il piegare di un palmo più a destra che a manca poteva essere fatale a tutti noi: e esso il postiglione potevano rispondere di azzeccare, in mezzo alla neve, il punto giusto, oltre il quale poteva stare inesorabile la morte.

Le signore mandarono dal coupé, ove si trovavano, due o tre esclamazioni di terrore, e sporsero il capo fuori, quasi volessero cercare aiuto e protezione tra i loro compagni di viaggio rinchiusi nell'interno della Diligenza.

Noi fummo tosto a terra in mezzo alla neve, e ci ponemmo a far crocchio accanto allo sportello del coupé per deliberare.

Il Conducteur non vedeva altro mezzo, fuorchè quello di lasciare la carrozza ove si trovava, e di scendere onde ire in traccia di qualche ricovero per la ventura notte. A breve distanza eravi una borgata chiamata Saint-Just, ove trovavasi una locanda, nella quale avremmo potuto riposare, mentre si sarebbe cercato di sbarazzare la via dalla neve ammonticchiata.

Le signore mossero altissime strida, quando intesero che faceva d'uopo continuare la via a piedi: si cercò di consolarle alla meglio; il Conducteur propose loro di salire sui cavalli che si stavano staccando dalla Diligenza; ma esse avevano paura dei cavalli, e si disposero, piagnucolando, ad avventurare i delicati piedini in mezzo alla solida neve delle Alpi.

Non perderò il tempo a descrivere la nostra camminata; si crederà senza stento che non fu una partita di piacere. Il vecchio magistrato, poco solido sulle sue gambe, si era impadronito del Conducteur, sul braccio del quale si appoggiava con tenacità: gli altri due viaggiatori se ne andavano barcollando; l'uno bestemmiava, e l'altro invocava tutti i santi del Paradiso.

Noi due giovanotti sorreggevamo le signore, che facevano udire di quando in quando certi guaiti da muovere a pietà; e avremmo sentito assai meno il peso del delicato ufficio, se le nostre compagne fossero state almeno giovani e belle.

A notte chiusa giungemmo finalmente malconci e intirizziti a Saint-Just. È questa la più orrida borgata che io abbia mai veduta in vita mia. Le case sono capanne, le vie uno scoscendimento di terreno a rompicollo: si può immaginare quale ci apparve tra il ghiaccio, le nevi e in mezzo alla più cupa oscurità.

S'ebbe non poco a fare per rintracciare nel tenebrìo che ci avvolgeva, l'unica locanda di quel paesello alpestre: questa locanda aveva un nome degno del luogo, si chiamava la Locanda dell'Orso. Un lumicino tremolava sulla porta mal connessa, e sbatacchiata a tutti i venti si vedeva appesa ad un anello di ferro un'insegna, la quale mi assicurarono dovesse rappresentare un orso.

Il Conducteur ci disse che la Locanda dell'Orso era celebre nei dintorni: che, nell'estate, molti solevano venire da Thibaut, da Entremonts e da altri paesi circonvicini per farvi una merenda (goûter). Io credetti quanto ci diceva; ma ammirai fra me stesso coloro che osavano avventurarsi, per piacere, in quel vero covo da orsi.

Quattro o cinque rouliers (carrettieri) sedevano, al nostro entrare, intorno al vasto cammino della cucina: la locandiera, robusta e bionda matrona, dotata di una fisionomia quasi mascolina, vestita alla moda del paese, stava in mezzo a loro ciarlando e bevendo. Un bambino di nove o dieci anni, paffuto e roseo, mesceva il vino caldo, épicé, di cui gli avventori si regalavano voluttuosamente.

La nostra entrata recò in quel luogo lo scompiglio e la confusione: i carrettieri, modesti e cortesi, secondo le abitudini savoiarde, si ritirarono tosto in un angolo. L'ostessa, alquanto spaventata alla vista di tanta gente, si fece nondimeno innanzi col sorriso sul labbro, ponendo la sua povera casa a nostra disposizione. Ella si cacciò le mani nei capelli, osservando in quale stato si trovavano le signore, e pianse quasi pensando alla ristrettezza della locanda.

L'essenziale, pel momento, era di riscaldarci e di darci un boccone da cena: la brava donna si pose tosto in movimento e, aiutata dal suo figliuolo, Jacquet, ci ammannì in breve una cena discreta, migliore assai di quanto potevamo attenderci a Saint-Just.

Lasciata da parte ogni soggezione, seduti in cerchio intorno alla rozza tavola, si cominciò a discutere circa la maniera con cui avremmo passata la notte. Pauline, l'ostessa, ci disse apertamente che non vedeva la possibilità di collocarci tutti.

Ell'era pronta a dormire sopra una seggiola col suo figliuolo; ma per quanto facesse, non poteva mettere che tre letti a nostra disposizione: ora i letti erano assai piccoli e noi eravamo otto.

L'imbarazzo ci parve grave. Il Conducteur aveva trovato ad accasarsi presso uno dei carrettieri che stavano nella locanda al nostro giungere. Ma costui era il solo che potesse caricarsi di un ospite: gli altri, sebbene rimasti con noi, non erano in grado di farci alcuna proposta di questo genere.

Il giovane viaggiatore, che si chiamava il signor Vernon, mi propose di stendere i nostri mantelli sul pavimento di legno della cucina e di coricarvici sopra, lasciando i letti per le signore e gli uomini attempati. Tale era il nostro dovere verso compagni di viaggio meno robusti di noi, e in ciò fummo tosto d'accordo: ma la prospettiva di dormire in mezzo al fumo, agli odori della cucina, e per soprappiù sul nudo legno, non mi sorrideva gran fatto: ero stanco, avevo le membra indolenzite, e sentivo scorrermi per l'ossa certi brividi che mi facevano desiderare vivamente un letto qualunque e la comodità di un guanciale.

Mi posi perciò a tormentare l'ostessa, onde trovasse il mezzo di aggiustare qualche altro letto pel Vernon e per me: ma ella rispose che non esistevano in casa sua materasse, guanciali di più, e che non sarebbe stata in grado di fornirci un giaciglio qualunque, quand'anche si avesse voluto pagarlo a peso d'oro.

Uno de' carrettieri si rivolse allora alla Pauline, e le disse:

- Perchè dunque, mamma Pauline, non allestireste il châlet per questi signori? In altri tempi vi si trovava pure un letto....

- Un letto, - interruppi tosto con esplosione, - è tutto quanto ci vuole per noi: dove si trova codesto chalet? -

La Pauline s'era scossa vivamente alle parole del carrettiere, e mi avvidi che mutava colore. Alzò nondimeno le spalle con un sorriso, come se il carrettiere Michel avesse detto una barzelletta: un altro carrettiere cercava d'imporre silenzio al compagno, il quale si ostinava a dire che il letto del châlet valeva meglio che nulla.

- Vediamo, mamma Pauline, - dissi, battendo sulla spalla della locandiera, - voi non potete rifiutarvi di condurci in codesto luogo: se non volete accompagnarci insegnatecene la via, e ci rifaremo il letto da noi: sarà sempre più soffice che il tavolato della cucina.

- Ma che! - sclamò l'ostessa con visibili segni d'impazienza, e squadrando in isbieco il carrettiere che aveva parlato il primo: - Michel è matto: ciò che egli chiama il châlet è veramente un bel nido per collocarvi i forestieri! È aperto a tutti i venti, e la via che vi conduce impraticabile in mezzo alla neve.

- Non lo sarà maggiormente di quella che abbiamo fatta per venire a Saint-Just, - risposi: - via, andiamovi e senza indugio. -

La Pauline di bel nuovo si rifiutò; i carrettieri ci ascoltavano dimenando il capo. Il solo Michel c'incoraggiava ad insistere.

- Badino, signori, che non abbiano a trovarsi malcontenti poi d'esservi andati, - disse uno di quei brav'uomini. - Corrono certe voci intorno al châlet.

- Quali voci?

 È abitato; vi sono gli spiriti.

- Ah, ah, ah! -

Diedi in una forte risata, e il Vernon seguì il mio esempio.

- Hanno torto di ridere, - disse la Pauline buia in viso.

Ma noi ridemmo più forte: eravamo ben lungi dal lasciarci intimorire dalla minaccia degli spiriti. In quanto a me, non avessi anche desiderato un letto per riposarmi, sarei sempre divenuto più tenace dopo la rivelazione dei carrettieri, che risvegliava la mia naturale curiosità.

Insistetti dunque con tale energìa presso la Pauline, dissi con tale serietà che in qualunque maniera avrei trovata da me la via del châlet, che l'ostessa, quantunque di pessima voglia, dovette cedere al nostro desiderio. Ella si armò d'una lanterna con un gesto che significava quasi disperazione, e disse che sarebbe andata a prepararci il letto. Il Vernon ed io la seguimmo risolutamente pronti ad impadronirci del châlet a qualunque costo.

 




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