III.
Ero solo.
Confesso che il sonno cominciava a dileguarsi dalle mie
palpebre; il mio malessere pareva crescere in pari tempo, e un'agitazione
penosa invadeva le mie membra.
Ma non avevo alcun timore, posso dirlo con sincerità: l'idea
che una banda d'assassini si trovasse celata nel sottopalco non capiva nel mio
cervello; e in quanto agli spiriti, mi credevo abbastanza sicuro di me stesso
da sfidarli tutti in massa se si presentavano.
Prevedevo però che, dopo tante interruzioni, avrei penato
non poco a ripigliare la mia naturale tranquillità: lasciai perciò la candela
accesa (il Vernon aveva portato seco la lanterna), e mi cacciai col capo sotto
le lenzuola pronto a fare qualunque tentativo per ritrovare il sonno perduto.
Qualche minuto dopo cominciai a udire il romore del lento
lavorìo sotto l'impalcatura: mi convinsi sempre maggiormente che ciò non poteva
essere che l'opera dei topi, e che il miglior partito per me era quello di non
badarvi e cercare di dormire.
La volontà che avevo di riescire nel mio intento mi condusse
a quella mezza sonnolenza, durante la quale i romori ci giungono quasi
indistinti, e dinanzi agli occhi socchiusi stendesi una specie di nebbia,
dietro cui ogni oggetto appare coperto da un velo.
Mi compiacevo quasi in questo stato: affranto, indolenzito,
cullato dal romore irregolare e più precipitoso sotto l'impalcatura, mi pareva
già di sognare che miriadi di topi giganteschi riescivano a forare il pavimento
e si precipitavano a stormi sopra di me.
Ad un tratto uno strepito violento mi tolse da quel
dormiveglia, in cui ero caduto. Balzai assiso sul letto, lo strepito si rinnovò
più forte, più irritante: volsi lo sguardo in giro, e la più sinistra, la più
fantastica apparizione si affacciò ai miei occhi smarriti.
Nell'angolo della camera, ove avevo udito lo strepito, una
parte dell'impalcatura di legno erasi sollevata quanto bastava per lasciare
passare la testa di un essere strano, mostro o fantasma, il quale mi fissava
con occhi tremolanti. Era una testa orribilmente scapigliata, una faccia
cadaverica, sparuta, colle gote incavate come quelle di un teschio. Gli occhi
sembravano quasi accecati dalla debole luce della candela, e mentre io guardavo
inorridito quel ceffo singolare, dalle sue labbra scolorite uscì un gemito
prolungato, e la visione sparve, lasciando cadere la tavola del pavimento che
aveva sollevata colla sua arruffata cervice.
Intesi quindi altri gemiti ripetuti nel sottopalco; gli uni
più forti e sinistri, gli altri più sommessi, più deboli, come se parecchi
fossero gli esseri di quella specie esistenti là sotto: finalmente il silenzio
si ristabilì e io ricaddi inerte sul letto.
Debbo dirlo, un terrore immenso mi aveva colto: dubitavo
però, e con ragione, della piena conoscenza di me stesso. Era un sogno
certamente, un incubo spaventevole che aveva prodotto quella cupa
allucinazione: l'essere mostruoso che avevo veduto, era figlio della mia
fantasia riscaldata dalle parole e dai timori del mio compagno Vernon.
Mi tastai perciò da tutte le parti, mi strofinai fortemente
gli occhi, mi pizzicai le membra per vedere se era desto: il male che ne
risentii, avrebbe dovuto provarmi che ero tutt'altro che addormentato; eppure
ripetevo fra me stesso che sognavo sicuramente.
Mi chiedevo intanto con trepidanza se tutte le storie di
morti risuscitati e di fantasmi che avevano provocato così spesso le mie risa,
non fossero, per avventura, singolari verità, a cui l'evidenza dovesse
costringermi oramai a prestare fede; oppure se i sospetti del Vernon non
fossero giusti, e il sottopalco non fosse un covo di assassini pronti a
scagliarsi contro lo sciagurato abbastanza ardito da venirli a sfidare in
quella dimora.
La figura orrenda che avevo veduta non assomigliava, per
verità, a quella di un uomo feroce, sibbene a quella di un estinto. La mia
immaginazione accesa dalla febbre l'aveva, senza dubbio, rivestita della più
spaventevole apparenza: e qui il fantastico si confondeva in tal guisa col
reale nel mio povero cervello, che non sapevo più in qual mondo mi fossi.
Il Vernon avrebbe potuto ridere bene di me, vedendomi,
appena che potei ritrovare qualche presenza di spirito, scendere come un pazzo
dal letto ed afferrare i miei vestiti. Le mie gambe tremavano, e non solo pel
freddo; le mie mani convulse non riescivano ad infilare i bottoni; il tempo che
dovetti impiegare per vestirmi, mi permise però di fare qualche riflessione.
Potevo io fuggire senza guardare dietro di me? Sogno o
apparizione, il ceffo che avevo veduto non doveva avere lasciato traccia di
sorta. Ma se invece un essere umano aveva tentato di uscire dal sottopalco, il
segno del suo tentativo doveva essere rimasto impresso nel suolo. Dovevo
dunque, sotto pena d'essere chiamato il più codardo fra gli uomini, accertarmi
almeno, prima di partire, dello stato di quel luogo.
Mi armai dunque di coraggio, e mi avvicinai colla candela in
mano nell'angolo, ove era sorta la fantastica apparizione. Mentirei se dicessi
che mi attendevo a scoprire qualche cosa: quale non fu invece la mia
meraviglia, il mio stordimento, nello scorgere in quell'angolo segni manifesti
del lavoro umano.
Una tavola del pavimento era stata evidentemente tagliata
con uno strumento informe e grossolano, pietra o coltello che fosse: un lavorìo
singolare aveva dovuto compirsi in quel punto lentamente, faticosamente, poichè
il legno appariva squarciato, quasi segato, e lo strepito da me inteso un
istante prima del mio intero risveglio era stato, senza dubbio, l'ultimo sforzo
fatto per istrappare la tavola malamente tagliata dal rimanente
dell'impalcatura.
Dovetti cedere dinanzi all'evidenza: la mia immaginazione
era affatto innocente: un fantasma non avrebbe avuto bisogno di compire quel penoso
lavoro per venire a spaventare i viventi.
La mia subitanea paura, quel terrore confuso indefinito,
provocato in noi da un incognito pericolo, cominciò a dileguarsi: non avevo che
fare con un essere impalpabile, contro cui non valgono, per difesa, i mezzi
umani; sibbene con qualche sciagurato mio pari, verso il quale l'energìa, la
forza, le armi possono valere.
Stetti un poco incerto e impensierito circa quello che
dovevo fare: il sudore, di cui, un momento prima, avevo la fronte cospersa,
disparve; tornai in breve al mio stato normale, e finii con decidermi a tentare
la scoperta del tenebroso mistero.
Tornai verso il letto, m'impadronii delle mie pistole, due
vecchie armi eccellenti donatemi dal padre mio, le posi nelle mie tasche e
trassi un coltello che avevo sempre meco, mediante il quale speravo di poter
risollevare la tavola del pavimento, da cui erasi affacciato l'orrendo ceffo
che mi aveva tanto spaventato.
Ma ai primi tentativi che feci, compresi tosto
l'impossibilità dell'impresa: l'assito era solido, grave, ed era follìa il
volerlo sollevare in poco tempo mediante la punta delicata di un coltello.
Questa difficoltà inattesa m'irritò e mi conturbò non poco.
La vista del lavoro umano aveva risvegliata la mia energìa,
la mia attività infiammando la curiosità naturale del mio carattere: nella
speranza di soddisfarla, avrei ritrovata la forza necessaria per combattere i
confusi terrori dell'animo mio. Ma una volta persuaso che, pel momento almeno,
non potevo da me solo appagare il mio desiderio, nè avevo perciò altra
prospettiva dinanzi a me fuori che quella di rimanere per tutta la notte
nell'incertezza spaventosa, in cui mi trovavo, sentii rinascere i dubbii, le
paure, e, arrossisco nel confessarlo, provai una brama irresistibile di
fuggire.
L'umile fantaccino, il quale è rimasto imperterrito per
lunghe ore sotto il fuoco nemico, alla vista del compagno che cade al suo
fianco, sente talvolta nascere in sè quel terror pànico, quella subita
costernazione che non può reprimere e che lo costringe a gettare
improvvisamente le armi dando le spalle al periglio.
Così feci io. Corsi alla porta esterna del châlet e
tentai convulsivamente d'aprirla. La porta era di quelle che si chiudono per di
fuori: nell'interno non eravi che un chiavistello; ma il Vernon uscendo, senza
pensarvi certamente, aveva dato un giro alla chiave, cosicchè il chiavistello
rimaneva immobile e io prigioniero per tutta la notte!
Un altro incidente che avrei dovuto prevedere, e al quale
pensai soltanto allora, produsse in me un effetto penoso: l'unica candela di
sego che avevo meco era tutta consunta; me ne avvidi, allorchè la fiammella
cominciò a vacillare, mentre facevo inutili e strenui sforzi per ismuovere il
chiavistello della porta.
Ero dunque prigioniero: ero dunque al buio in quell'orrido
luogo. Il mio stato cominciava a divenire veramente intollerabile.
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