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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • III.   LA LOCANDA DELL'ORSO.
      • III
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III.

 

Ero solo.

Confesso che il sonno cominciava a dileguarsi dalle mie palpebre; il mio malessere pareva crescere in pari tempo, e un'agitazione penosa invadeva le mie membra.

Ma non avevo alcun timore, posso dirlo con sincerità: l'idea che una banda d'assassini si trovasse celata nel sottopalco non capiva nel mio cervello; e in quanto agli spiriti, mi credevo abbastanza sicuro di me stesso da sfidarli tutti in massa se si presentavano.

Prevedevo però che, dopo tante interruzioni, avrei penato non poco a ripigliare la mia naturale tranquillità: lasciai perciò la candela accesa (il Vernon aveva portato seco la lanterna), e mi cacciai col capo sotto le lenzuola pronto a fare qualunque tentativo per ritrovare il sonno perduto.

Qualche minuto dopo cominciai a udire il romore del lento lavorìo sotto l'impalcatura: mi convinsi sempre maggiormente che ciò non poteva essere che l'opera dei topi, e che il miglior partito per me era quello di non badarvi e cercare di dormire.

La volontà che avevo di riescire nel mio intento mi condusse a quella mezza sonnolenza, durante la quale i romori ci giungono quasi indistinti, e dinanzi agli occhi socchiusi stendesi una specie di nebbia, dietro cui ogni oggetto appare coperto da un velo.

Mi compiacevo quasi in questo stato: affranto, indolenzito, cullato dal romore irregolare e più precipitoso sotto l'impalcatura, mi pareva già di sognare che miriadi di topi giganteschi riescivano a forare il pavimento e si precipitavano a stormi sopra di me.

Ad un tratto uno strepito violento mi tolse da quel dormiveglia, in cui ero caduto. Balzai assiso sul letto, lo strepito si rinnovò più forte, più irritante: volsi lo sguardo in giro, e la più sinistra, la più fantastica apparizione si affacciò ai miei occhi smarriti.

Nell'angolo della camera, ove avevo udito lo strepito, una parte dell'impalcatura di legno erasi sollevata quanto bastava per lasciare passare la testa di un essere strano, mostro o fantasma, il quale mi fissava con occhi tremolanti. Era una testa orribilmente scapigliata, una faccia cadaverica, sparuta, colle gote incavate come quelle di un teschio. Gli occhi sembravano quasi accecati dalla debole luce della candela, e mentre io guardavo inorridito quel ceffo singolare, dalle sue labbra scolorite uscì un gemito prolungato, e la visione sparve, lasciando cadere la tavola del pavimento che aveva sollevata colla sua arruffata cervice.

Intesi quindi altri gemiti ripetuti nel sottopalco; gli uni più forti e sinistri, gli altri più sommessi, più deboli, come se parecchi fossero gli esseri di quella specie esistenti sotto: finalmente il silenzio si ristabilì e io ricaddi inerte sul letto.

Debbo dirlo, un terrore immenso mi aveva colto: dubitavo però, e con ragione, della piena conoscenza di me stesso. Era un sogno certamente, un incubo spaventevole che aveva prodotto quella cupa allucinazione: l'essere mostruoso che avevo veduto, era figlio della mia fantasia riscaldata dalle parole e dai timori del mio compagno Vernon.

Mi tastai perciò da tutte le parti, mi strofinai fortemente gli occhi, mi pizzicai le membra per vedere se era desto: il male che ne risentii, avrebbe dovuto provarmi che ero tutt'altro che addormentato; eppure ripetevo fra me stesso che sognavo sicuramente.

Mi chiedevo intanto con trepidanza se tutte le storie di morti risuscitati e di fantasmi che avevano provocato così spesso le mie risa, non fossero, per avventura, singolari verità, a cui l'evidenza dovesse costringermi oramai a prestare fede; oppure se i sospetti del Vernon non fossero giusti, e il sottopalco non fosse un covo di assassini pronti a scagliarsi contro lo sciagurato abbastanza ardito da venirli a sfidare in quella dimora.

La figura orrenda che avevo veduta non assomigliava, per verità, a quella di un uomo feroce, sibbene a quella di un estinto. La mia immaginazione accesa dalla febbre l'aveva, senza dubbio, rivestita della più spaventevole apparenza: e qui il fantastico si confondeva in tal guisa col reale nel mio povero cervello, che non sapevo più in qual mondo mi fossi.

Il Vernon avrebbe potuto ridere bene di me, vedendomi, appena che potei ritrovare qualche presenza di spirito, scendere come un pazzo dal letto ed afferrare i miei vestiti. Le mie gambe tremavano, e non solo pel freddo; le mie mani convulse non riescivano ad infilare i bottoni; il tempo che dovetti impiegare per vestirmi, mi permise però di fare qualche riflessione.

Potevo io fuggire senza guardare dietro di me? Sogno o apparizione, il ceffo che avevo veduto non doveva avere lasciato traccia di sorta. Ma se invece un essere umano aveva tentato di uscire dal sottopalco, il segno del suo tentativo doveva essere rimasto impresso nel suolo. Dovevo dunque, sotto pena d'essere chiamato il più codardo fra gli uomini, accertarmi almeno, prima di partire, dello stato di quel luogo.

Mi armai dunque di coraggio, e mi avvicinai colla candela in mano nell'angolo, ove era sorta la fantastica apparizione. Mentirei se dicessi che mi attendevo a scoprire qualche cosa: quale non fu invece la mia meraviglia, il mio stordimento, nello scorgere in quell'angolo segni manifesti del lavoro umano.

Una tavola del pavimento era stata evidentemente tagliata con uno strumento informe e grossolano, pietra o coltello che fosse: un lavorìo singolare aveva dovuto compirsi in quel punto lentamente, faticosamente, poichè il legno appariva squarciato, quasi segato, e lo strepito da me inteso un istante prima del mio intero risveglio era stato, senza dubbio, l'ultimo sforzo fatto per istrappare la tavola malamente tagliata dal rimanente dell'impalcatura.

Dovetti cedere dinanzi all'evidenza: la mia immaginazione era affatto innocente: un fantasma non avrebbe avuto bisogno di compire quel penoso lavoro per venire a spaventare i viventi.

La mia subitanea paura, quel terrore confuso indefinito, provocato in noi da un incognito pericolo, cominciò a dileguarsi: non avevo che fare con un essere impalpabile, contro cui non valgono, per difesa, i mezzi umani; sibbene con qualche sciagurato mio pari, verso il quale l'energìa, la forza, le armi possono valere.

Stetti un poco incerto e impensierito circa quello che dovevo fare: il sudore, di cui, un momento prima, avevo la fronte cospersa, disparve; tornai in breve al mio stato normale, e finii con decidermi a tentare la scoperta del tenebroso mistero.

Tornai verso il letto, m'impadronii delle mie pistole, due vecchie armi eccellenti donatemi dal padre mio, le posi nelle mie tasche e trassi un coltello che avevo sempre meco, mediante il quale speravo di poter risollevare la tavola del pavimento, da cui erasi affacciato l'orrendo ceffo che mi aveva tanto spaventato.

Ma ai primi tentativi che feci, compresi tosto l'impossibilità dell'impresa: l'assito era solido, grave, ed era follìa il volerlo sollevare in poco tempo mediante la punta delicata di un coltello. Questa difficoltà inattesa m'irritò e mi conturbò non poco.

La vista del lavoro umano aveva risvegliata la mia energìa, la mia attività infiammando la curiosità naturale del mio carattere: nella speranza di soddisfarla, avrei ritrovata la forza necessaria per combattere i confusi terrori dell'animo mio. Ma una volta persuaso che, pel momento almeno, non potevo da me solo appagare il mio desiderio, avevo perciò altra prospettiva dinanzi a me fuori che quella di rimanere per tutta la notte nell'incertezza spaventosa, in cui mi trovavo, sentii rinascere i dubbii, le paure, e, arrossisco nel confessarlo, provai una brama irresistibile di fuggire.

L'umile fantaccino, il quale è rimasto imperterrito per lunghe ore sotto il fuoco nemico, alla vista del compagno che cade al suo fianco, sente talvolta nascere in quel terror pànico, quella subita costernazione che non può reprimere e che lo costringe a gettare improvvisamente le armi dando le spalle al periglio.

Così feci io. Corsi alla porta esterna del châlet e tentai convulsivamente d'aprirla. La porta era di quelle che si chiudono per di fuori: nell'interno non eravi che un chiavistello; ma il Vernon uscendo, senza pensarvi certamente, aveva dato un giro alla chiave, cosicchè il chiavistello rimaneva immobile e io prigioniero per tutta la notte!

Un altro incidente che avrei dovuto prevedere, e al quale pensai soltanto allora, produsse in me un effetto penoso: l'unica candela di sego che avevo meco era tutta consunta; me ne avvidi, allorchè la fiammella cominciò a vacillare, mentre facevo inutili e strenui sforzi per ismuovere il chiavistello della porta.

Ero dunque prigioniero: ero dunque al buio in quell'orrido luogo. Il mio stato cominciava a divenire veramente intollerabile.

 




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