VI.
Ma il tempo correva: la strada della Chaille, sgomberata
dalla neve, poteva oramai permetterci di proseguire la via sino a
Pont-Beauvoisin: il Conducteur della Diligenza venne alla
locanda, e quantunque stordito e curioso ancor esso, c'invitò con insistenza a
partire.
Dopo quegli avvenimenti, ai quali avevamo preso tutti la
nostra parte, ci saremmo trattenuti volentieri una giornata ancora a
Saint-Just; ma i nostri affari ci chiamavano altrove. Il Vernon era atteso a
Lione, le signore avevano premura di giungere a Parigi, e io stesso volevo
trovarmi quanto prima in questa città onde incontrarmi con un medico tedesco,
al quale ero raccomandato.
Il solo tenace nel rimanere fu il vecchio magistrato; egli
presentiva un processo, e gl'istinti del giudice si erano risvegliati in lui
così potentemente, che si dichiarò pronto a non muoversi da Saint-Just,
fintanto che qualche Autorità giudiziaria dei paesi circonvicini non avesse
preso nelle sue mani il filo intricato del tenebroso affare. Non occorre dirlo:
a Saint-Just, come al villaggio di Les Echelles, non si trovavano, a quei
tempi, magistrati di sorta.
Gli è dunque per mezzo del mio vecchio compagno di viaggio,
il quale era nato in Savoia, ma domiciliato in Piemonte, che potei conoscere lo
scioglimento di quella singolare avventura.
Dopo non poche difficoltà, l'identità dei figliastri della
Pauline potè essere legalmente stabilita. Toinot, curato e trattato con
amorevolezza, ritrovò, in breve, l'uso della favella e quello della ragione,
che parevano smarriti nei primi giorni. Egli potè dare i seguenti ragguagli
circa la maniera con cui era stato rinchiuso, e quella con cui aveva vissuto
nel sottopalco del châlet.
Rammentava confusamente che la Pauline gli aveva parlato di
una zia, della quale non sapeva più dire il nome: rammentava d'essere partito
un giorno a piedi in compagnia della sorellina e della madrigna; ma, invece di
prendere la via della Chaille, avevano fatto un lungo viaggio, e si erano
ritrovati, a notte fitta, al loro punto di partenza, nelle vicinanze del châlet.
La mamma, giurando che aveva smarrita la via, gli aveva
allora fatti entrare in quel luogo, ove trovarono la Margot, la vecchia parente
stessa che la Pauline aveva lasciata ostensibilmente alla custodia della
locanda. La botola del châlet era aperta in quel momento, e i due
fanciulli, entrati colà senza diffidenza, vi furono precipitati dentro e
caddero malconci nella sottostante cantina. Le due megere, già intese prima fra
loro, dovettero lavorare poi tutta la notte per inchiodare la botola, senza che
le grida e le preghiere degl'infelici sepolti vivi mutassero in nulla i loro
infami propositi.
Toinot intelligente, svegliato assai per la sua età,
credette giunta l'ultima sua ora; egli tentò invano di calmare la sorellina, la
quale non cessava dal piangere. Nel domani la Pauline, ferocemente codarda
dinanzi al delitto, mutò pensiero e apparve ad uno spiraglio della cantina per
gittare agli sciagurati rinchiusi un tozzo di pane nero: venne poscia ogni
giorno a compiere il suo spietato ufficio, e si fu in tale guisa che i poveri
fanciulli vissero e crebbero colà per lo spazio interminabile di sette anni.
Il vecchio magistrato visitò minutamente il teatro di quel
mostruoso delitto, e trovò infatti lo spiraglio indicato da Toinot praticato
rasente il suolo dalla parte dell'orto: ma la Pauline aveva tanta cura di
ricoprirlo ogni giorno, dopo di avere recato il cibo ai prigionieri, che
nessuno ne conosceva l'esistenza.
I meschini rimanevano così privi d'acqua, d'aria, di luce,
eppure vissero in quelle condizioni e più o meno si svilupparono: supplizio più
atroce non si sarebbe potuto inventare per quegl'innocenti. Gli abitanti di
Saint-Just ne furono tanto indignati, che si posero tutti in movimento per
rinvenire la colpevole Pauline. Il piccolo Jacquet, pel quale quella megera era
un'ottima madre, andava con loro riempiendo l'aria dei suoi lamenti per
richiamare la mamma.
Ma della vedova Bernard non si doveva rinvenire più altro
che il cadavere. Conscia del misfatto commesso, certa del castigo, ella aveva
cercato di fuggire, abbandonandosi ad una corsa folle in mezzo ai monti. Da un
sentiero scosceso era precipitata in fondo a un burrone, ove aveva trovata la
morte.
Nessuno potè comprendere se la disperazione l'aveva
consigliata a compire quel salto mortale, oppure se, posto un piede in fallo,
era rotolata per quel dirupo contro la propria volontà.
In quanto alla Margot, complice della sciagurata, era morta
da un pezzo; cosicchè la giustizia non ebbe ad occuparsi maggiormente del
misfatto della Locanda dell'Orso.
E i disgraziati fanciulli poterono essi vivere e svilupparsi
dopo quell'atroce prigionia?
Ahimè! Toinot era dotato, in origine, di una grande energìa
e di una vigorìa non comune: egli aveva sostenuta la sorellina, più giovane e
debole, ed era naturalmente egli solo che, mediante un frammento di stoviglia,
e coll'aiuto di qualche pietra trovata a tentoni nel sottopalco, aveva
cominciata e condotta quasi a termine l'ardua impresa della propria
liberazione.
Egli lavorava da parecchi anni al taglio della tavola del
pavimento, quando io mi trassi a passare la notte nel châlet; il suo
lavoro era ormai giunto a compimento, ed egli sperava di poter sorgere, colla
sorella, dal suo sepolcro, e mettere il piede nel châlet, donde, aprendo
una finestra, era deciso di fuggire in qualunque maniera.
Ma allorchè intese romore sopra di lui, si credette
naturalmente perduto: rinchiuso da tanto tempo, non aveva più coscienza del
bene e del male, e quantunque non avesse alcun motivo per temere altri che la
Pauline o la Margot, la vista di un uomo lo spaventò e lo indusse a rinunziare
momentaneamente al suo progetto.
Gli era perciò che durante la notte da me passata nel châlet,
a malgrado dell'opera compita e dei tentativi già fatti, aveva finito con
rimettere egli stesso ogni cosa in ordine e ritornare a celarsi nel sottopalco.
Toinot durante una sì lunga prigionia cominciata in tanto
giovane età, aveva dunque dato prova di una rara tenacità di propositi: una
volta libero e rimesso alquanto dallo stordimento naturale nei primi momenti,
ridivenne un uomo intelligente e attivo; ma sventuratamente la sua salute si
risentì delle torture sofferte, e il suo dorso, come le sue gambe, rimasero
curvi e contorti per tutto il tempo della sua breve vita.
Io lo vidi, parecchi anni dopo la sua liberazione, in un
altro viaggio, nel quale volli arrestarmi una giornata a Saint-Just. Il
poverino, senza riconoscermi, serbava di me una viva e grata memoria, avendo
saputo che la mia ostinatezza nel passare una notte nel châlet aveva
determinata la scoperta della sua orrenda prigionia.
L'infelice, a quel tempo, era però già ammalato di una
bronchite lenta, che doveva condurlo in breve alla tomba.
In quanto alla piccola Péronne, non si riebbe mai dai
patimenti sopportati: ella era morta due mesi dopo la sua liberazione senza
comprendere nulla, senza rispondere ad altra voce che a quella del fratello suo
compagno di sventura per tanti anni!
Ed ecco come io pure, positivo e medico per giunta, credetti
per un momento di vedere uno spettro. Debbo soggiungere però che fu quella
l'unica volta, in cui ebbi che fare con fantasmi od apparizioni.
FINE.
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