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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • III.   LA LOCANDA DELL'ORSO.
      • VI
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VI.

 

Ma il tempo correva: la strada della Chaille, sgomberata dalla neve, poteva oramai permetterci di proseguire la via sino a Pont-Beauvoisin: il Conducteur della Diligenza venne alla locanda, e quantunque stordito e curioso ancor esso, c'invitò con insistenza a partire.

Dopo quegli avvenimenti, ai quali avevamo preso tutti la nostra parte, ci saremmo trattenuti volentieri una giornata ancora a Saint-Just; ma i nostri affari ci chiamavano altrove. Il Vernon era atteso a Lione, le signore avevano premura di giungere a Parigi, e io stesso volevo trovarmi quanto prima in questa città onde incontrarmi con un medico tedesco, al quale ero raccomandato.

Il solo tenace nel rimanere fu il vecchio magistrato; egli presentiva un processo, e gl'istinti del giudice si erano risvegliati in lui così potentemente, che si dichiarò pronto a non muoversi da Saint-Just, fintanto che qualche Autorità giudiziaria dei paesi circonvicini non avesse preso nelle sue mani il filo intricato del tenebroso affare. Non occorre dirlo: a Saint-Just, come al villaggio di Les Echelles, non si trovavano, a quei tempi, magistrati di sorta.

Gli è dunque per mezzo del mio vecchio compagno di viaggio, il quale era nato in Savoia, ma domiciliato in Piemonte, che potei conoscere lo scioglimento di quella singolare avventura.

Dopo non poche difficoltà, l'identità dei figliastri della Pauline potè essere legalmente stabilita. Toinot, curato e trattato con amorevolezza, ritrovò, in breve, l'uso della favella e quello della ragione, che parevano smarriti nei primi giorni. Egli potè dare i seguenti ragguagli circa la maniera con cui era stato rinchiuso, e quella con cui aveva vissuto nel sottopalco del châlet.

Rammentava confusamente che la Pauline gli aveva parlato di una zia, della quale non sapeva più dire il nome: rammentava d'essere partito un giorno a piedi in compagnia della sorellina e della madrigna; ma, invece di prendere la via della Chaille, avevano fatto un lungo viaggio, e si erano ritrovati, a notte fitta, al loro punto di partenza, nelle vicinanze del châlet.

La mamma, giurando che aveva smarrita la via, gli aveva allora fatti entrare in quel luogo, ove trovarono la Margot, la vecchia parente stessa che la Pauline aveva lasciata ostensibilmente alla custodia della locanda. La botola del châlet era aperta in quel momento, e i due fanciulli, entrati colà senza diffidenza, vi furono precipitati dentro e caddero malconci nella sottostante cantina. Le due megere, già intese prima fra loro, dovettero lavorare poi tutta la notte per inchiodare la botola, senza che le grida e le preghiere degl'infelici sepolti vivi mutassero in nulla i loro infami propositi.

Toinot intelligente, svegliato assai per la sua età, credette giunta l'ultima sua ora; egli tentò invano di calmare la sorellina, la quale non cessava dal piangere. Nel domani la Pauline, ferocemente codarda dinanzi al delitto, mutò pensiero e apparve ad uno spiraglio della cantina per gittare agli sciagurati rinchiusi un tozzo di pane nero: venne poscia ogni giorno a compiere il suo spietato ufficio, e si fu in tale guisa che i poveri fanciulli vissero e crebbero colà per lo spazio interminabile di sette anni.

Il vecchio magistrato visitò minutamente il teatro di quel mostruoso delitto, e trovò infatti lo spiraglio indicato da Toinot praticato rasente il suolo dalla parte dell'orto: ma la Pauline aveva tanta cura di ricoprirlo ogni giorno, dopo di avere recato il cibo ai prigionieri, che nessuno ne conosceva l'esistenza.

I meschini rimanevano così privi d'acqua, d'aria, di luce, eppure vissero in quelle condizioni e più o meno si svilupparono: supplizio più atroce non si sarebbe potuto inventare per quegl'innocenti. Gli abitanti di Saint-Just ne furono tanto indignati, che si posero tutti in movimento per rinvenire la colpevole Pauline. Il piccolo Jacquet, pel quale quella megera era un'ottima madre, andava con loro riempiendo l'aria dei suoi lamenti per richiamare la mamma.

Ma della vedova Bernard non si doveva rinvenire più altro che il cadavere. Conscia del misfatto commesso, certa del castigo, ella aveva cercato di fuggire, abbandonandosi ad una corsa folle in mezzo ai monti. Da un sentiero scosceso era precipitata in fondo a un burrone, ove aveva trovata la morte.

Nessuno potè comprendere se la disperazione l'aveva consigliata a compire quel salto mortale, oppure se, posto un piede in fallo, era rotolata per quel dirupo contro la propria volontà.

In quanto alla Margot, complice della sciagurata, era morta da un pezzo; cosicchè la giustizia non ebbe ad occuparsi maggiormente del misfatto della Locanda dell'Orso.

E i disgraziati fanciulli poterono essi vivere e svilupparsi dopo quell'atroce prigionia?

Ahimè! Toinot era dotato, in origine, di una grande energìa e di una vigorìa non comune: egli aveva sostenuta la sorellina, più giovane e debole, ed era naturalmente egli solo che, mediante un frammento di stoviglia, e coll'aiuto di qualche pietra trovata a tentoni nel sottopalco, aveva cominciata e condotta quasi a termine l'ardua impresa della propria liberazione.

Egli lavorava da parecchi anni al taglio della tavola del pavimento, quando io mi trassi a passare la notte nel châlet; il suo lavoro era ormai giunto a compimento, ed egli sperava di poter sorgere, colla sorella, dal suo sepolcro, e mettere il piede nel châlet, donde, aprendo una finestra, era deciso di fuggire in qualunque maniera.

Ma allorchè intese romore sopra di lui, si credette naturalmente perduto: rinchiuso da tanto tempo, non aveva più coscienza del bene e del male, e quantunque non avesse alcun motivo per temere altri che la Pauline o la Margot, la vista di un uomo lo spaventò e lo indusse a rinunziare momentaneamente al suo progetto.

Gli era perciò che durante la notte da me passata nel châlet, a malgrado dell'opera compita e dei tentativi già fatti, aveva finito con rimettere egli stesso ogni cosa in ordine e ritornare a celarsi nel sottopalco.

Toinot durante una sì lunga prigionia cominciata in tanto giovane età, aveva dunque dato prova di una rara tenacità di propositi: una volta libero e rimesso alquanto dallo stordimento naturale nei primi momenti, ridivenne un uomo intelligente e attivo; ma sventuratamente la sua salute si risentì delle torture sofferte, e il suo dorso, come le sue gambe, rimasero curvi e contorti per tutto il tempo della sua breve vita.

Io lo vidi, parecchi anni dopo la sua liberazione, in un altro viaggio, nel quale volli arrestarmi una giornata a Saint-Just. Il poverino, senza riconoscermi, serbava di me una viva e grata memoria, avendo saputo che la mia ostinatezza nel passare una notte nel châlet aveva determinata la scoperta della sua orrenda prigionia.

L'infelice, a quel tempo, era però già ammalato di una bronchite lenta, che doveva condurlo in breve alla tomba.

In quanto alla piccola Péronne, non si riebbe mai dai patimenti sopportati: ella era morta due mesi dopo la sua liberazione senza comprendere nulla, senza rispondere ad altra voce che a quella del fratello suo compagno di sventura per tanti anni!

Ed ecco come io pure, positivo e medico per giunta, credetti per un momento di vedere uno spettro. Debbo soggiungere però che fu quella l'unica volta, in cui ebbi che fare con fantasmi od apparizioni.

 

 

FINE.




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