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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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II.
Si fu con piede vacillante che giunsi alla camera di mia madre. Due donne vegliavano al di lei capezzale. Ella giaceva supina; il suo viso era color della cera, e io rimasi spaventata del gran mutamento che s'era fatto in lei. Mi chinai sovr'essa: la Cesira le si appressò dall'altra parte. La moribonda aperse gli occhi, e li fissò a tutta prima sulla Cesira, dicendo quasi con severità: - Che fate voi qui? La mia bimba non è ancora giunta? Andatela, andatela a chiamare. - Madre, madre mia! - gridai con un singulto. Si volse allora a me, mi riconobbe e mi stese le braccia sclamando: - Povera la mia Pia, povera fanciulla! - Stemmo a lungo abbracciate; poi di nuovo ella si volse alle donne che le stavano d'attorno, e disse loro con impazienza: - Lasciateci dunque, debbo parlare alla signorina. - Le donne si allontanavano, ma mia madre chiamò indietro la Cesira per dirle: - Il Contucci non è venuto? - - Se viene, introducetelo subito, - replicò mia madre con energìa: - non v'è tempo da perdere. - Col cuore serrato, incapace di soffocare le lagrime, io stavo attendendo che mia madre parlasse. Ma ella era ricaduta spossata sul letto, mentre sospiri affannosi le sollevavano il seno. Non fu se non dopo parecchi minuti che ritrovò la forza di spalancare gli occhi e di dirmi: - Piangi, piangi sul tuo destino, mia infelice figliuola; io fui una cattiva madre per te. Assorta nel mio dolore, pasciuta di folli speranze, non pensai ad iniziarti alla vita di dolori che ti si apriva dinanzi. Che farai ora? - Non vi tormentate, madre mia, - cominciai. - Non potrai avere che un solo protettore, - continuò essa, quasi parlando più a se medesima che a me. - Sì, il Contucci solo: è cosa dura, ma è così! - Rimase come assorta nei suoi pensieri: pareva lottare contro una volontà interna e possente. Infine fece un gesto come se avesse presa una risoluzione, e trasse, non senza stento, un piego di sotto il capezzale. - Il mio testamento è fatto, - mormorò: - ma queste sono carte che confido a te: nessuno deve vederle, e tu stessa non devi leggerle per una vana curiosità. Non ne torrai conoscenza se non in circostanze dolorose per te, e al punto di pigliare qualche grave decisione; rammentalo. - Presi le carte, che erano suggellate in una busta, e le introdussi nella tasca del mio vestito: mia madre seguiva ansiosa ogni mio movimento. Quando ebbi terminato, ella mi attrasse a sè e mi disse che doveva parlarmi a lungo. Ma, prima che ritrovasse la forza necessaria per riordinare le sue idee, la Cesira sporse la sua figura arcigna attraverso all'uscio, e disse; - Mio cugino, Michele Contucci, chiede di vedere la signora. - Michele Contucci, il sor Michele, come lo chiamavano generalmente, era l'antico fattore della famiglia Monteroni. Io lo conoscevo da lungo tempo, e mi rammentavo che, nella primissima infanzia, avevo ruzzato spesso coi suoi figliuoli, quando mi trovavo nell'antico castello de' Monteroni situato presso un villaggio dello stesso nome, il quale non è già il Monteroni d'Arbia a poche miglia da Siena, ma il Monteroni dell'Amiata, là su pei monti, verso Santa Fiora. Da un pezzo io non ero più tornata a Monteroni, e avevo perciò perduto affatto di veduta la famiglia del fattore. In quanto a lui, lo avevo incontrato qualche volta in casa di mia madre, e la sua persona mi era sempre stata piuttosto antipatica. Poteva avere un cinquant'anni ed anche più: era ciò che si chiama un bell'uomo, e si mostrava ognora per me pieno di deferenza e di rispetto. Andò difilato al letto di mia madre, dopo avermi fatto un saluto pieno di mestizia. La moribonda lo guardò fisso e con una eloquenza che egli parve comprendere perfettamente, poichè disse il primo, e con una specie di solennità: - Ella può contare sopra di me, signora Virginia. - Grazie, - rispose la moribonda: - ma non vi sono notizie? - Il Contucci scrollò le spalle con leggiera impazienza. - Gli è un pezzo che ella dovrebbe avere deposto codesti pensieri, - diss'egli. - Non ha mai potuto persuadersi della verità. - Il viso di mia madre si scolorì maggiormente: ripiombò sul letto con un gemito: tutti ci affrettammo intorno a lei. Io mi posi a gridare che ci voleva un medico. - Ahimè! signorina, - mi disse all'orecchio il Contucci, - il medico non può più farle nulla. - Scoppiai in singulti: tutti conoscevano lo stato della mia povera madre, e io sola vivevo nella ignoranza, lieta e felice. Mia madre si riebbe alquanto, ma per poco. Volle risollevarsi sul letto, e non potè: fece cenno al Contucci di appressarlesi, e intesi che gli diceva con voce appena distinta: - Ho fatto il mio testamento, e vi rammenterete delle vostre promesse: obbliate tutto, e pensate a lei! - Il Contucci si pose una mano sul petto in segno di adesione. Mia madre si volse allora a me e balbettò: - Avrai un protettore.... - Furono le ultime parole che avessero un senso chiaro per me. Un fiero delirio la colse ben tosto: chiamava ad ogni istante Graziano (era il nome del mio estinto genitore), e gli parlava come se fosse stato vicino. Giurava che gli aveva perdonato e mi raccomandava a lui. Poi respingeva il Contucci e la Cesira, dicendo che la tradivano. Io venni strappata a viva forza da quel letto di angoscia: non volevo staccarmi assolutamente da esso, ma il Contucci finì col prendermi nelle sue braccia e portarmi in un'altra camera, dicendomi: - Obbedisca a me, signorina; io non voglio che il suo bene. - Non rividi più la mia povera madre.
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