| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
IV.
Tale fu l'accoglienza che ricevetti nella famiglia Contucci. Virginia, in quella prima sera, mi fece traversare quasi tutto il castello per condurmi in camera mia; questa camera remota, situata nella parte più abbandonata di quell'antica dimora, non era stata riparata da molti anni in poi. Alta, spaziosa, ghiacciata, benchè la primavera fosse già avanzata, m'ispirò, al primo entrarvi, una vera ripugnanza. Colà stavano raccolti i mobili più vecchi della casa; avanzi di uno splendore fuggito per sempre, i quali non offrivano comodità, nè ben essere. Virginia non aveva aperto le labbra per tutto il tempo che mi aveva accompagnata: ruppi io stessa il silenzio, dicendo: - Dovrò dunque dormire qui? Perchè non mi avete assegnata una stanza più piccina, e soprattutto più vicina alla vostra? - Vi consiglio di lagnarvi, - rispose Virginia con accento gelato: - vi ho lasciata la camera che era, ai tempi dello splendore della vostra famiglia, la più bella del castello. Il vostro bisnonno è morto in quel letto. - Un certo brivido mi corse per le vene, e guardai con poca tenerezza quel letto a baldacchino, che sembrava una fortezza, tanto era difficile il salirvi, e in cui potevano capire quattro persone almeno. - Non so quello che abbia fatto il mio bisnonno, - risposi; -ma credo che avrò paura in questa camera così isolata. - Paura! - sclamò Virginia - e di che? Via, ora mi avvedo che non siete poi tanto istruita come pretende mio padre. Le persone istruite non temono mai nulla. Qui starete benissimo: siete in libertà perfetta: solo vi consiglio di rinchiudervi a chiave, perchè.... Ippolito è intraprendente. - Ella se ne andò con una gran risata, che risuonò a lungo pei corridoi deserti. Ippolito era intraprendente! Che voleva ella dire? Sì, ero tuttavia una bambina, malgrado de' miei diciassette anni che s'avanzavano, e non compresi il vero significato delle parole di quella fanciulla più giovane di me. Ma non mi perdetti in lunghe meditazioni a questo proposito: dovevo pensare a stabilirmi per la notte, e ciò non mi pareva tanto facile. Tuttavia riescii ad accomodarmi alla meglio, e se non dormii saporitamente a cagione della durezza del giaciglio, e del rumore che facevano i topi annidati nei vecchi mobili, giunsi al mattino meno peggio di quello che mi attendeva. Prima di pormi a letto avevo disposte le cose mie, celando le carte, datemi dalla mia povera madre, bene in fondo al canterano: il mio pensiero era rimasto rivolto a lei, e i piccoli inconvenienti trovati nella camera non avevano più avuto importanza per me. E quando potei esaminare quel luogo ai primi raggi del sole nascente, trovai che con un poco di pazienza avrei potuto ridurlo un tantino a modo mio, e starvi senza troppo disagio. Divisai perciò di non lagnarmi di nulla: la solitudine stessa che mi aveva spaventata a tutta prima, nel silenzio della sera, mi parve, considerata di giorno, un vantaggio per me che dovevo vivere con persone, le quali non mi erano punto simpatiche. Non ero nella falsa via; Virginia s'attendeva, senza dubbio, a lagnanze, a gemiti, e aveva preparate le risposte che occorrevano, secondo lei. Fu meravigliata udendomi dire che avevo riposato benissimo, ed ero proprio soddisfatta del mio nido. Potei convincermi, del resto, che il mio tutore non entrava per nulla nella scelta di quella camera, poichè Virginia stessa gli disse, appena lo vide all'ora dell'asciolvere: - Vedi, babbo, la Pia è contentissima della camera. - Eh, tanto meglio; la trovo solo un po' discosta, - disse il Contucci, venendo a me, e chiedendomi poscia notizie della mia salute. - Se fosse stata più vicina a noi, avremmo potute fare un po' di chiasso la sera, - osservò Ippolito. Trovai immediatamente che la mia camera era divina. La vicinanza d'Ippolito mi sarebbe stata al sommo molesta. Ma non è mia intenzione di narrare per disteso le piccole peripezie che dovevo incontrare nei primi tempi di soggiorno presso il mio tutore. Basti sapere che la Virginia era padrona assoluta, quando suo padre era assente ed occupato; che, del rimanente, il signor Contucci, allorchè voleva, sapeva benissimo farsi obbedire dalla figliuola per quanto caparbia ella fosse. Ma egli non si curava dell'andamento interno della casa; era sindaco del paesello che si stendeva ai piedi del castello; si affaticava assai per fare parlare di sè, era membro di due o tre Società agrarie, e correva i mercati, ove stringeva contratti sempre vantaggiosi per lui. S'intendeva meravigliosamente dei suoi affari, e ne aveva tanti, che non poteva occuparsi di ciò che avveniva nella sua famiglia. Con me era sempre cortese; eravamo venuti, a poco a poco, a una famigliarità inevitabile fra persone che convivono, e che la sua qualità di tutore doveva autorizzare. Non mancava però di lasciare intendere talvolta che aveva fatto gravi sacrificii per la mia famiglia e sperava che io ne lo avrei compensato per l'avvenire. In quale maniera avrei potuto compensarlo? Non lo sapevo davvero, se non fosse coll'insegnare qualche cosa alla Virginia; e sebbene questa impresa mi ripugnasse assai, fui io stessa la prima a parlarne per dimostrargli almeno la mia buona volontà. Egli ne fu soddisfattissimo e mi ringraziò con effusione. Aveva certi progetti per sua figlia, mi disse, che rendevano necessaria un poco d'istruzione per lei. A giudicare dal viso di Virginia, dovetti argomentare che la prospettiva delle nostre lezioni era poco seducente tanto per essa, quanto per me. E per verità io mi chiedevo, piuttosto preoccupata, in quale maniera avrei potuto acquistare qualche autorità sulla mia allieva. Fisicamente sfiguravo affatto accanto a lei. A sedici anni, era già alta quattro dita buone più di me, e aveva le forme ampie di una matrona: il suo portamento era altero, sebbene poco garbato, e il suo viso regolare e bello. Ella doveva guardare la mia personcina sottile con vera compassione. Moralmente era avvezza a tenere lo scettro, allorchè suo padre lo deponeva. Le donne di servizio erano trattate da lei con una durezza singolare, e la Cesira stessa diveniva piccina dinanzi a lei. Intellettualmente si credeva, come il fratello, superiore a chicchessia: riconosceva solo che la sua educazione era stata molto negletta, e mi faceva intendere che, se avesse passato dieci o dodici anni in un collegio, ne avrebbe saputo assai più di me. Si fu sotto questi auspicii che cominciai l'ufficio mio: non era dei più facili: Virginia voleva comprendere a mezza parola; era persuasa di avere colto nel segno, ma in realtà non ne sapeva nulla ed eravamo sempre daccapo. Ippolito la canzonava. Sul principio volle assistere alle lezioni, e ci tormentava entrambe. Con me cercava sempre di venire a una famigliarità, che facevo di tutto per non concedergli; ma egli continuava imperturbabile, e ne toglieva argomento per darmi consigli a rovescio, i quali non avevano altro risultato che di turbarci e di farci sciupare il tempo. Un giorno perdetti la pazienza, lo confesso, e gli dimostrai con quattro parole asciutte che egli ne sapeva, supppergiù, quanto sua sorella. Si piantò allora dinanzi a me colle braccia incrociate, sbarrandomi in faccia due occhi infuriati, e sclamando con voce formidabile: - Ah, credete forse che io tollererò una cosa simile; quando sarete?... - S'interruppe da sè. - Che cosa? - diss'io, sorpresa e inquieta. - So quello che voglio dire, - ripigliò brusco brusco; - vi basti sapere per ora che vi tengo per una insolente, una ingrata e una scema, e che avrete che fare con me! - Così dicendo mi volse le spalle e uscì dando un colpo dolentissimo all'uscio. Ero vivamente commossa, ma non volevo farlo vedere a Virginia. Tentai di continuare, ma alle mie prime parole ella scoppiò in una risata, e mi disse: - Ma se avete più voglia di piangere che di predicare; e ne avete ragione, perchè se la pigliate in tal guisa con Ippolito, non ne caverete nulla di buono. - Ma io non ne voglio cavare assolutamente nulla, - risposi. - Questo è un altro affare, - replicò Virginia: - pensateci bene; ve lo dico pel vostro meglio. - Per quel giorno, ed era il terzo appena, la lezione terminò così. Cominciavamo a meraviglia.
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |