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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • V
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V.

 

Ero però decisa di non iscoraggirmi così presto. Il mio tutore vietò, del resto, ad Ippolito di venirci a disturbare: egli mi fece molte scuse circa la condotta piuttosto brutale di suo figlio, e cercò di spiegarla favorevolmente per lui.

Ippolito era al sommo infelice, mi disse; lo sentiva egli sospirare, quando io lo trattavo duramente.

Niegai di averlo mai trattato duramente, tolto quella volta, in cui confessavo di avere perduta un poco la pazienza. Allora il Contucci replicò che mi mostravo troppo fredda, e che suo figlio non era avvezzo a incontrare indifferenti sul suo cammino.

Indifferenti sul suo cammino? Queste parole mi colpirono vivamente, ma temevo troppo una qualche spiegazione spiacevole per chiederne il significato: collegandole però con altre intese di qua e di , cominciai a sentirmi tormentata da un timore vago ed inquietante.

Senza di ciò, sarei stata quasi riconciliata colla mia condizione: non amando Virginia, ero divenuta facilmente insensibile alle piccole malvagità che non trascurava mai di commettere per farmi dispetto. Le giornate erano spesso moleste, ma la sera, ritirata in camera mia, potevo vegliare, piangere e pensare alla mia povera madre quanto volevo.

I lunghi anditi, le camere deserte che conveniva traversare per giungere al mio nido, mi erano divenuti famigliari, ma non mi ero mai avventurata oltre la camera mia dal lato opposto a quello restaurato da poco, ove dimorava la famiglia Contucci; sapevo che Virginia non vedeva di buon grado che mi presentassi nelle parti del castello, per cui non mi era necessario passare.

Ero naturalmente curiosa di conoscere minutamente tutta quell'antica dimora, che avrebbe dovuto essere la mia. Profittai perciò di una domenica, in cui tutti i Contucci erano stati invitati a pranzo in una villa vicina, per soddisfare al mio desiderio.

Traversai una sfilata di stanze interamente abbandonate, e somiglianti a vasti granai, al termine delle quali mi trovai in una lunga galleria che riconobbi, quantunque non l'avessi ancora percorsa per intero. Essa comunicava, sempre dalla parte opposta ove dimoravo io, coll'appartamento occupato dalla famiglia; lungo quella galleria si aprivano varie stanze destinate alle persone di servizio.

Tutti gli usci erano chiusi: compresi finalmente per la prima volta la disposizione del castello, che nessuno mi aveva invitata a visitare fino allora, e stavo già per tornare addietro, quando un lungo gemito mi ferì l'orecchio.

Sembrava partire da una delle camere chiuse. Pensai che qualcuna delle donne di servizio fosse ammalata e abbisognasse di qualche cosa: mi avvicinai dunque alla camera donde il gemito era partito, e stetti un poco ad origliare.

Un lamento più distinto venne sino a me.

Bussai allora leggermente colle nocca della mano; una voce rauca, affannata, mi rispose queste parole:

- Da bere, datemi da bere: è un'ora che chiamo! -

Apersi vivamente l'uscio, e in fondo ad una cameretta buia travidi un letto malconcio su cui stava una donna, o piuttosto il fantasma di una donna. In mezzo a un viso giallo e scarno si aprivano due occhi biancastri e immobili, che mi recarono quasi sgomento.

Stetti un istante incerta se dovevo avanzarmi, mentre la donna ripeteva con voce più rauca.

- Da bere, datemi da bere! -

Ebbi vergogna di me stessa ed entrai risolutamente nella camera, ove cercai l'occorrente per porgere da bere all'ammalata. Ma non v'era neppure una goccia d'acqua in quel luogo.

La sconosciuta intanto continuava:

- Oh, che mai cercate? Chi siete? Non siete la Lena, altrimenti sapreste benissimo che oggi, come gli altri giorni, avete obbliato di portarmi la boccia d'acqua. Se vi fosse, la saprei trovare da me, quantunque cieca. -

- Cieca! - Guardai con maggiore premura la sconosciuta. Sì, i suoi poveri occhi erano privi di luce. Sentii una pietà profonda e corsi a prendere dell'acqua in camera mia.

La giacente bevette con un'avidità spaventevole; quando fu sazia, sclamò:

- Come avete fatto presto a recarmi l'acqua! Chi siete? Siete una nuova cameriera? Mi sembrate garbatina assai. -

Ed ella allungò una delle sue mani aggrinzite e scarne, sicchè giunse a posarla sopra una delle mie.

- Che cameriera! - gridò allora ritirando in furia la sua mano, quasichè ne temesse per me il contatto. - Ella è una signora. Com'è venuta in questa cameraccia? Mi dica qualche cosa.

- E che ho da dirvi? - risposi maravigliata: - non mi conoscete probabilmente: voi stessa chi siete?

- Sono la pazza, - replicò con un riso amaro; - tutti dicono che sono pazza. -

E siccome io mi ritraevo un poco indietro a queste parole, ella soggiunse con ironia:

- Ah! ella ha paura di me? Stia tranquilla, la mia pazzia non esiste: ma sono strana, lo riconosco, eppoi sono stata tanto infelice, dacchè mi hanno allontanata dalla mia signora!

- Quale signora? - diss'io.

- Oh, ne ho pianto tanto, - continuò la cieca senza badare alla mia domanda e come se parlasse a se stessa: - non dovevo più vederla! Ora m'hanno detto che è morta.

- Di chi parlate? - dissi con impazienza, poichè un lampo della verità cominciava a colpirmi. - Ditemi il vostro nome, voglio assolutamente saperlo.

- Ebbene, sono la zia Marta, la sorella del signor Contucci, - rispos'ella con qualche dignità. -

Rimasi per un lungo momento pensosa. Marta! Quel nome non mi giungeva nuovo: rammentavo confusamente una Marta che aveva speciale cura di me nella mia infanzia, e di cui non avevo più sentito parlare dopo la morte del padre mio. Ne avevo affatto obbliate le sembianze, l'età, ma il nome m'era rimasto impresso come la sua angelica pazienza a piegarsi ai miei capricci.

Il cuore mi batteva un poco: ritrovare un'antica amica, per quanto umile ella fosse, era un gran conforto per me: ma essa non mi lasciò il tempo di dirle nulla, e ripigliò:

- Comprendo che ella ha ancora paura di me: mi tiene davvero per una pazza: forse, trovandomi in questo luogo, non crede che io sia la sorella del padrone di casa. Eppure è così. Nessuno si occupa di me nella famiglia, e Virginia non vuole assolutamente vedermi a tavola con lei, anche quando sto bene; dice che il mio aspetto le toglie l'appetito.

- Ma non avete sempre dimorato con vostro fratello, - diss'io; - parlavate poco fa di una signora: non sarebbe essa già la signora Virginia Monteroni? -

Un grido sfuggì alla vecchia donna; rimase colla bocca aperta e cogli occhi fissi su di me come se volesse penetrare le tenebre che mi toglievano alla sua vista.

- La conosce! - sclamò finalmente: - cioè, no, m'hanno detto che è morta! L'avevo quasi obliato: sono avvezza ad obliare molte cose, ma ve ne sono delle altre che non mi usciranno mai dalla memoria! Perciò mi dicono stramba. Sì, sì, la signora Virginia Monteroni era la mia buona signora....

- E io sono la sua figliuola, - dissi interrompendola allora con uno slancio di vero affetto; - io sono la piccola Pia: mi rammento confusamente di una donna che si chiamava Marta, dovete essere voi. -

La cieca si diede un gran colpo nel capo: grosse lagrime cominciarono a sgorgare dai suoi occhi spenti. Nello stesso tempo mi aveva attratta a lei e mi baciava le mani con una specie di frenesia.

- Sono davvero una pazza, una smemorata per non avere compreso prima d'ora che doveva essere la signorina ! - balbettava. - Quando dico che dimentico tante cose! Eppure, lo sapevo bene che doveva venire a dimorare qui con noi. Ma ella deve essere la padrona del castello, lo sarà....

- Sì, sì, parliamo d'altro, - diss'io sorridendo alquanto, senza dare importanza alcuna alle sue parole: -, vi giuro che sono lieta d'avere incontrata un'amica. Come va che non vi ho mai veduta prima d'ora?

- Ah, non ci badi, signorina, il mio umore non è sempre eguale: bisogna prendermi come sono: ma ora escirò, sì, ho tante cose a dirle e, se mi permette, verrò qualche volta a trovarla in camera sua.

- Oh sì, sì, parleremo di mia madre, - sclamai.

In questo momento il battere e il ribattere degli usci ci avvisarono che la famiglia Contucci doveva essere di ritorno: non desideravo troppo di essere sorpresa presso la cieca, ed ella pure prestò l'orecchio quasi inquieta, come se temesse d'essere rimproverata di stare con me.

La lasciai perciò prontamente, e corsi a rinchiudermi in camera mia.

Ma quell'incontro m'aveva tanto commossa che non trascurai d'informarmi più ampiamente, presso qualcuna delle donne di servizio, della zia Marta.

Era difatti una stramba: qualche volta le sue parole e certi atti stravaganti facevano supporre che fosse pazza davvero: nessuno le dava retta: talvolta rimaneva parecchi mesi rinchiusa nella sua camera, com'era avvenuto ultimamente, dacchè aveva saputo la notizia della morte di una signora, al cui servizio era stata nella sua gioventù: altra volta invece veniva colta da una specie d'umor vagabondo, che la mandava in giro per giornate intere. Tutti la conoscevano a Monteroni e la veneravano come santa, vedendola girare sola, senza alcuna preoccupazione, sebbene cieca.

Tutto ciò era la pura verità; e potei convincermi da me stessa della stranezza del suo carattere. Ad onta delle sue grandi dimostrazioni d'affetto, la Marta non venne a trovarmi così presto, e un giorno in cui volli penetrare in camera sua, mi gridò dietro all'uscio di tornare addietro, con queste parole:

- Sono d'umor nero, non posso ricevere nessuno: non posso! -

Mi preoccupai meno di lei, disposta a lasciarla fare a suo piacimento.

 




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