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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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VI.
Intanto il tempo correva, e la mia condizione era sempre la stessa nella famiglia Contucci. L'ostilità di Virginia si faceva sempre più aperta, e vestiva spesso l'aspetto d'un odio incomprensibile per me. Ippolito, dopo avermi tenuto il broncio per un pezzo, a motivo della scena avvenuta durante le prime lezioni della sorella, era ridivenuto meco importuno. Mi dirigeva la parola ad ogni momento e usava meco certe galanterie villereccie, che non potevo respingere senza provocare qualche nuovo disgustoso diverbio. Talora, quando il tempo era cattivo, o un motivo altro qualunque gl'impediva d'uscire, voleva che Virginia ed io giuocassimo con lui a gatta cieca, oppure a celarsi negli angoli più oscuri della casa. Qualche volta, per non mostrarmi troppo sdegnosa, mi prestavo a questi giuochi infantili, e qualche rara volta anche la mia giovinezza pigliava, quasi mio malgrado, il sopravvento, e finivo con ridere di cuore nonostante tutte le tristezze dell'animo mio. Una sera, fra l'altre, in cui mi abbandonai un poco storditamente ad un tantino d'allegria, Virginia si allontanò, ad un tratto, da noi con dispetto, sclamando: - Ah, che voi altri vi divertiate, lo comprendo, ma io faccio un bel mestiere e ne ho abbastanza. - Mi fermai in mezzo alla camera e sentii come una mano di ghiaccio serrarmi il core. - Che intendete di dire? - gridai un momento dopo con accento di collera. - Intendo dire, - replicò bruscamente Virginia, - che se avessi qui l'innamorato anch'io, mi divertirei a gatta cieca. - Ippolito scoppiò in una sonora risata, e rispose cinicamente. - Ebbene, lo faremo venire; acquètati. - Ella non si acquetò; e io mi allontanai piena di uno sgomento indefinito. Ma nel domani, appena mi trovai sola con Virginia, le dissi improvvisamente, guardandola fissa in viso: - Mi spiegherete ora le vostre parole d'ieri sera? - Quali parole? - rispos'ella, scrollando sdegnosamente le spalle. - Quello che mi diceste a proposito d'innamorati: avete voi dunque l'innamorato? - E se l'avessi? - rispose Virginia con un riso beffardo. - Sarebbe un affare che riguarderebbe voi sola; ma dove avete veduto che ci sieno altre qui che lo abbiano, l'innamorato? - Veh, l'innocentina! - sclamò Virginia con accento sempre più ironico, - come se non si vedesse che siete innamorata cotta di mio fratello! - Badate a quello che dite ! - risposi con ira. - Per chi mi pigliate? - La signorina Contucci mi guardò con vero stupore: io mi morsi le labbra onde non lasciare sfuggire nulla di offensivo per Ippolito. - Per chi vi piglio? - replicò essa dopo un momento: - probabilmente per una fanciulla povera che ama un bel giovinotto, il quale ha un vistoso patrimonio. - Siete veramente senza pietà! - diss'io colle lagrime agli occhi, sentendomi piena d'amarezza: - avete compreso che non amo e non amerò mai altrimenti Ippolito che come un fratello; perchè volete tormentarmi affermando il contrario? - Come! - ripigliò Virginia guardandomi con insistenza, - non sareste lieta d'inspirare qualche affetto più che fraterno ad un bel giovane come Ippolito? - No, - risposi freddamente. - Non sapete che egli è adorato da tutte le fanciulle del villaggio e potrebbe, volendolo, cambiare d'amante ogni settimana? - Ciò non m'importa in alcuna maniera. - Non sapete che è l'amante riconosciuto di una signora che viene a villeggiare nelle vicinanze, e che la notte esce sovente per andare a visitarla? - Mi sentii arrossire a quei particolari che stuonavano singolarmente in bocca di una fanciulla, e risposi quasi con severità: - Sono cose che voi ed io dobbiamo ignorare; io non mi curo di saperlo; fate altrettanto anche voi. - Il viso di Virginia si rischiarò alquanto: si pose finalmente a ridere, e ripigliò: - Davvero che tutto ciò vi lascia indifferente? Ah, ah, la cosa sarà anche più bella: ne godo in verità. - Di che godete? - sclamai veramente offesa: - voglio saperlo. - Di nulla, - rispose ridivenendo piena di serietà - vi faccio osservare che l'ora passa e che io non ne posso dare più d'una alle nostre noiose lezioni. - Conoscevo abbastanza Virginia da sapere che l'insistere sarebbe stato tempo perduto, e mi posi al mio ufficio giornaliero colla morte nell'animo. Sì, colla morte nell'animo, perchè un dubbio che mi travagliava già da qualche tempo, si era fatto ormai certezza in quel momento. Le parole velate del mio tutore, gli slanci di galanteria d'Ippolito, le ire compresse della sua sorella, certe allusioni incomprensibili per me, nei primi giorni, mi rivelavano infine progetti che mi recavano sgomento. Io ero destinata in isposa ad Ippolito! Ogni sentimento di delicatezza si rivoltava in me al pensiero di divenire la compagna di quel contadino insolente, ineducato, tenero della sua persona; e si rivoltava tanto più che fino allora nulla mi faceva presentire che Ippolito potesse amarmi sinceramente. I cinici racconti che andava facendo dei suoi amori, la noncuranza che dimostrava talvolta a mio riguardo, lo provavano ampiamente ai miei occhi: perchè allora mi avrebbe sposata? Perchè? Perchè ero nobile forse? Ma dal canto mio non sentivo il coraggio di sposare un uomo pei suoi denari, come aveva detto Virginia. Questo sospetto mi riesciva tanto amaro, il timore che si supponesse in me una mira interessata mi umiliava cotanto, che risolsi di mutare affatto contegno con Ippolito, e di fargli comprendere che mi era, non solo indifferente, ma uggioso. Vi riescii oltre le mie speranze. Il giovane mi osservò dapprincipio con stupore, poi si figurò che fossi indispettita a motivo de' suoi amori, che non erano un segreto per nessuno, e volle giustificarsi meco. Io mi meravigliai che m'intrattenesse di simili cose, gli dissi che tutto ciò che lo riguardava mi era perfettamente indifferente, convinta come ero, che non vi sarebbe mai stato nulla di comune fra lui e me. - Non posso credervi, - rispos'egli coll'ostinatezza del presuntuoso: - qualche cosa vi spinge a parlare così, ma sapete benissimo che è tutto il contrario: non voglio dunque tormentarmi a questo proposito. - E mi lasciò sempre più persuaso che la gelosia sola m'induceva a trattarlo in tal modo. Il mio tutore non fu dello stesso avviso. Ippolito era certamente per lui tutto ciò che v'è di più bello e di più attraente; ma aveva bastante esperienza da comprendere che io potevo vedere le cose diversamente. Gli è perciò che si decise a parlarmi. Mi condusse un giorno nel suo gabinetto, mi fece sedere con una specie di solennità, e mi tenne un lungo discorso, per convincermi che le scappatine di suo figlio erano affatto senza conseguenza; riconosceva tuttavia che io avevo ragione d'essere adirata con lui, e mi chiedeva mille scuse. L'interruppi per dirgli che non comprendevo affatto le sue parole, e non dovevo ricevere scuse da nessuno: egli parve sommamente sorpreso, e replicò che mi credeva molto offesa, dietro le parole stesse da me dette ad Ippolito, cioè che non vi sarebbe mai nulla di comune fra lui e me. - Ebbene, - rispos'io, fingendo una grande ingenuità, - che potremmo mai avere di comune Ippolito ed io? - Ah per dio, fanciulla mia, - sclamò il Contucci levandosi da sedere, e facendo tre o quattro giri intorno alla camera, - che avete imparato nel vostro Collegio? Ho sempre sentito dire che, uscendo dal ritiro, le fanciulle ne sanno generalmente più del diavolo. Non mi fate perdere la pazienza: non potete ignorare che ciò che vi può essere di comune fra voi e Ippolito è un matrimonio bello e buono. - Per la prima volta il Contucci mi aveva parlato con qualche asprezza; dal canto mio provai un sussulto violento e un'ira sorda contro di lui: avevo però deciso di non ribellarmi troppo apertamente ai suoi desiderii, e risposi con pacatezza: - Sono troppo giovane da pensare al matrimonio, e credo che, nelle mie condizioni di fortuna, il meglio per me, gli è di rinunziarvi. - Siete una savia fanciulla, - disse allora il Contucci ripigliando il suo posto, e facendosi più dolce. - La mancanza assoluta di dote è certamente un guaio grave; il mio Ippolito potrebbe trovare una ragazza con cinquanta o sessantamila scudi, non lo nego: ma noi siamo disinteressati e abbiamo scelto voi, malgrado la vostra povertà. - Avevano scelto me come si sceglie un agnello in un gregge! Avevo io bisogno d'essere consultata? Tutto il mio orgoglio patrizio si accese a questo pensiero: temetti di prorompere in parole troppo violente, e mi rinchiusi in uno sdegnoso silenzio. Dopo di avere atteso inutilmente una risposta, il Contucci si pose a guardarmi con una certa inquietudine, e ripigliò: - Non so al giusto quali siano i vostri sentimenti per Ippolito; egli si è condotto un poco imprudentemente forse, ma ha il cuore sulla mano, e voi potreste trovare difficilmente un marito più buono di lui. - Ho detto di non volermi maritare, - risposi, facendo uno sforzo per mantenermi tranquilla. - Baie! non dovete sentirvi umiliata, perchè siete caduta in povertà. Ippolito sarà ricco, voi siete nobile. Io mi sono trovato in grado, col mio lavoro, di acquistare i beni della vostra famiglia; posseggo ora quasi la metà del paese; dovreste essere contenta di ritornare al possesso delle terre, di cui la follìa di vostro padre vi rese priva. Voi potrete, del resto, serbare anche il vostro nome: credo che otterrete facilmente un decreto reale che vi permetterà di trasmetterlo al vostro consorte: mio figlio si chiamerà così Ippolito Contucci de' Monteroni: mi pare che potreste essere contenta. - Avevo ascoltato fino allora apparentemente impassibile: a questo punto non resistetti più, e balzai in piedi, accesa in viso. Tale era dunque il calcolo che avevano fatto su di me? Gli era perciò che m'avevano introdotta nella famiglia, persuasi tutti che avrei venduto la mia persona, il mio nome ad un contadino per un poco d'oro? Vergogna! vergogna! La collera stessa che mi dominava, mi rendeva audace: fissai in viso il mio tutore, e gli dissi: - Se dipende da me, il nome de' Monteroni non apparterrà mai a nessun altro. Credevo, per verità, che nessuno avrebbe osato pensare di accoppiarlo a quello de' Contucci. - Vidi il viso del mio tutore impallidire, i suoi occhi lanciarono veramente fiamme: fece un gesto violento: io mi ritrassi un poco spaventata: egli si contenne, e replicò con accento amaro: - Ah, gli è su questo metro che la pigliate? Credete dunque che il nome de' Contucci potrebbe disonorare col suo contatto quello de' Monteroni? Rassicuratevi: il nome aristocratico, di cui andate tanto superba, non ha atteso fino ad oggi ad essere disonorato. - Volete impazzire? - sclamai tremante d'ira. - No, - rispose il Contucci con uno sguardo sprezzante: - il conte Graziano vostro padre s'incaricò egli stesso della bisogna. - Quelle parole, l'accento con cui furono pronunziate, finirono col pormi fuori di me stessa. Laonde sclamai, obliando anch'io ogni misura: - Rispettate mio padre, di cui foste il dipendente! - O piuttosto il protettore e l'amico, - replicò il Contucci con calma studiata. - Sapete voi qualche cosa sul conto del padre vostro? Lo avete solo conosciuto? Ahimè! povera fanciulla, voi siete ignara ed innocente di tutto, lo so; e, ve lo giuro, non vi avrei mai parlato di queste cose, se non mi aveste punto al vivo colle vostre parole inconsiderate. - Tutta la mia baldanza era svanita: mille confuse rimembranze tornavano in folla al mio pensiero: sentivo corrermi un brivido per le vene, e si fu con accento mite, quasi umile, che pregai il Contucci di dirmi quali erano le accuse che intendeva muovere contro mio padre. Muovere accuse? egli diceva, se ne sarebbe guardato bene. Era tanto tempo che taceva, che ne aveva ormai l'abitudine: ma io insistetti; una fatale curiosità mi spingeva: egli si lasciò vincere apertamente dalla mia insistenza, e disse: - Non voglio narrarvi alcun particolare: vi basti sapere che il conte Graziano, trovandosi in imbarazzi pecuniarii a cagione delle sue follie, falsificò certe cambiali a nome di suo zio, un Monteroni fiero ed avaro, che lo avrebbe tratto innanzi ai tribunali, senza il timore di macchiare maggiormente il suo nome. Costui non perdonò al nipote, il quale seppe punirsi da se stesso. - Un lampo della tremenda verità rischiarò il mio pensiero: - Si uccise? - sclamai con voce soffocata. - Lo avete detto, - rispose il Contucci. Ricaddi seduta; mi sentivo venir meno. Ero la figlia di un falsario! Il Contucci aveva ragione, era il nome de' Monteroni che poteva disonorare il suo. - È la verità? - dissi timidamente dopo un istante di angoscioso silenzio. Un sorriso pieno d'ironia sfiorò il labbro del mio tutore. - È un fatto che nessuno sventuratamente potrebbe smentire, - rispose. - È un affare che passò per le mie mani: io calmai lo zio e lo indussi a pagare per l'onore del nome. Sono io che portai il denaro a chi lo aveva prestato, e ritirai le cambiali. Ne ho serbata qualcuna, e se volete vederle?... - Singhiozzavo amaramente. Il Contucci sedette allora accanto a me e volle consolarmi. La cosa aveva fatto forse qualche romore, ma era oramai dimenticata a Siena. Grazie ai sacrificii dello zio e alla prudenza di lui, Michele Contucci, il nome de' Monteroni era uscito, si poteva dire, illeso: non era men vero che tutto ciò appianava la distanza che vi poteva essere fra Ippolito e me. Egli non mi chiedeva una decisione pronta, immediata. Avevo tutto il tempo per riflettere. Desiderava per mille motivi che Virginia si maritasse prima o contemporaneamente a noi: sperava di conchiudere fra poco qualche cosa anche per lei: allora si sarebbe tornato su quel soggetto: io intanto dovevo acquetarmi, e trattare il povero Ippolito meglio che potevo. Egli ignorava ogni cosa circa il passato: mi avrebbe sempre rispettata ed amata: non vi poteva essere al mondo un partito più conveniente per me. Se avesse parlato anche un'ora di seguito, non avrei mai avuto il coraggio di rispondergli. Ero prostrata, umiliata, convulsa, e non desideravo altro che di ritrovarmi sola per piangere in libertà.
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