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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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VII.
Passai una giornata orribile. Fra le sventure, a cui mi credevo serbata, quella di vedermi avvilita al cospetto della famiglia Contucci non si era mai presentata alla mia mente. A dispetto della mia povertà e delle tristi condizioni, in cui mi trovavo nella casa stessa, ove avrei dovuto essere padrona, m'ero sentita spesso tranquilla e serena, grazie a quell'involontario orgoglio patrizio che le sventure non avevano domato interamente. Mi dicevo che quei vanitosi plebei che mi ospitavano, non potevano vantare altra superiorità fuori di quella della ricchezza; io mi credevo mille volte al disopra di loro, e la mia apparente compiacenza, la mia docilità ai loro desiderii provenivano assai più da un istintivo disprezzo che risentivo per essi, che da una ragionata rassegnazione al mio destino. Ed ora ero costretta a riconoscere che non io, ma essi dovevano disprezzarmi! Quel nome, di cui ero sì fiera, grazie al quale ero tenuta come qualche cosa di superiore dalle mie compagne nel Collegio, quel nome era disonorato! M'ero rivoltata all'idea di accoppiarlo a quello de' Contucci, ed erano i Contucci che potevano esitare ad unirlo al loro. Qual uomo, uscito da una famiglia onorevole, avrebbe voluto sposare la figlia di un falsario? Dovevo dunque essere grata ad Ippolito di accettare la funesta eredità lasciatami dal padre mio? Un tale pensiero mi straziava veramente il cuore. Più comprendevo la necessità di aderire al progetto del mio tutore, e più la mia ripugnanza pel fidanzato che mi si presentava si faceva viva, invincibile. Avrei mai potuto domarla? Non volli discendere a pranzo per quel giorno, e insistetti per rimanere sola. Il Contucci diede forse ordine di non molestarmi in alcuna guisa, perchè nessuno si presentò onde vedere quello che facevo. A notte inoltrata soltanto, tre colpi leggieri si fecero udire dietro l'uscio, mentre una voce un poco tremante diceva: - Apra, signorina; son io, sono la povera cieca. - Ebbi volontà di mandarla via, ma temetti che quella donna, la quale conosceva certamente molte cose del passato, credesse ad un orgoglio che dovevo ormai bandire lungi da me; le apersi. La zia Marta entrò come un'ombra in camera mia. - Sta ancora al buio? - disse ella, avanzandosi senza il più lieve imbarazzo come se ci vedesse. - Come lo sapete? - rispos'io, cercando di rendere tranquilla la mia voce. - Eh, me ne avvedo bene. Per me non ho bisogno di lume, ma ella deve vederci: dove sono i fiammiferi? - Volli cercarli ed accenderli, ma nella oscurità ella fu più svelta, e li trovò immantinente. - Ora, - diss'ella, scoprendo un pentolino che aveva deposto sulla tavola, - pigli un poco di minestra: alla sua età non si deve stare tanto digiuni. - E che sapete voi se sono digiuna? - risposi con qualche dispetto. - Ho sentito dire che non era scesa a pranzo a motivo di una forte emicrania, e ho pensato che qualche cosa di caldo le avrebbe fatto bene. - La povera donna aveva l'aspetto tutto mortificato per la mia accoglienza. Pensai che non avevo diritto di mortificare nessuno, e mi affrettai a ringraziarla, chiedendole se i suoi parenti sapevano della visita che mi faceva. - Che vuole che sappiano? - rispose ella un po' bruscamente: - gli uomini sono usciti, e Virginia è in camera sua. In quanto a me sono avvezza a girare nella oscurità. La notte sovente vengo da questa parte. Molte volte le avrei fatto una visita, ma vedendo l'uscio chiuso non ho osato bussare. Se non si richiudesse in camera, sarebbe lo stesso: io veglio sempre su di lei. L'accento, l'aspetto medesimo della vecchia donna erano affatto differenti da quel giorno, in cui le avevo parlato la prima volta. Le chiesi perchè, scontrandomi talora pel castello, mi avesse quasi evitata, e un giorno mi avesse vietato di entrare in camera sua. Ella rispose sempre la stessa cosa, che era strana, che non facessi attenzione a ciò, e terminò con mille proteste di devozione e d'affetto, eguale a quello che aveva nodrito tanti anni per la mia povera madre. - Oh, parlatemi di mia madre! - sclamai. - L'avete voi conosciuta ancora fanciulla? - Certamente; ella non aveva quindici anni, quando entrai al suo servizio, - rispose: - era priva di madre, e si fu la signora Monteroni, madre del conte Graziano, che mi pose al suo servizio. - Il nome di mio padre risvegliò maggiormente i miei dolori. La Marta doveva sapere ogni cosa, e ciò mi tormentava: volevo interrogarla a proposito del suo antico padrone, e non osavo. Finalmente dissi con voce tremante: - Non ho conosciuto mio padre, lo sapete; ditemi, che uomo era? - Era l'uomo più amabile, più cortese, più buono che io abbia mai incontrato in vita mia, - rispos'ella con serietà. - La signora Virginia, sua madre, lo amava immensamente. - Vi fu un lungo momento di silenzio: la cieca non ravvivava il discorso da sè; sembrava temere di dire più di quello che voleva. Io ripigliai: - E vostro fratello era il suo uomo d'affari? - Dica pure il suo fattore, - rispose la Marta con calore. - I Contucci furono, per parecchi secoli, fattori, di padre in figlio, dei Monteroni. - Furono ricchi assai i Monteroni? - Lo furono, - rispose la cieca con aspetto grave, - ma da parecchie generazioni, sull'ultimo, vennero dei prodighi nella famiglia. Un solo Monteroni, del ramo secondogenito, il signor Pandolfo, fu, ciò che si può dire, avaro: era lo zio del signor Graziano, voleva ad ogni costo che il nipote rialzasse le sorti della famiglia sposando una fanciulla ricca. Il conte Graziano non aderì, perchè amava la signorina Virginia, e di lì cominciarono certi dissapori fra zio e nipote che non si acquetarono mai. - Chinai il capo: gli era dello zio Pandolfo senza dubbio, che il mio povero padre aveva falsificata la firma. Lo zio era stato inesorabile e aveva spinto il colpevole a quella disperazione, che rese mia madre e me prive d'ogni appoggio sulla terra! Incoraggiata dalla mia curiosità, persuasa che quella donna, sorella del Contucci, la quale si trovava al servizio di mia madre durante la catastrofe, non doveva ignorare nulla, dissi ancora con accento sommesso: - Voi dovete sapere, perchè mio padre si uccise: narratemi tutto. - La cieca trabalzò a queste parole e rimase un lungo momento meditabonda. - È follìa il parlare di cose tanto tristi, - disse finalmente con voce cupa: - il conte Graziano era debole: lo era assai: i forti sono talvolta i più colpevoli. Del resto egli ha espiato.... - Rimasi muta, accasciata: forse a mia insaputa speravo ancora che il Contucci avesse mentito per indurmi a dare il mio consenso al matrimonio con Ippolito: le parole di quella donna, che mi pareva tutta devota alla mia famiglia, mi tolsero ogni dubbio. La Marta intanto continuava: - Ella non si può rammentare dell'ultimo addio del suo genitore! Fu uno strazio per la sua povera mamma. Egli era deciso di partire e recarsi in lontani paesi per rifare un patrimonio. La signora Virginia voleva seguirlo. Ma egli la respinse quasi, eppure l'amava tanto! Ma aveva già in mente.... - Un mio singulto troncò la parola sul labbro alla vecchia cieca. La rimembranza di quella notte fatale era rimasta, lo dissi, nella mia mente. Rivedevo in quel momento col pensiero quei due, a cui dovevo la vita, quei due che si amavano tanto, e comprendevo l'immensità del loro strazio, sentendomi in pari tempo senza rancore per la colpa del padre mio. La cieca si desolò per essersi lasciata trascinare a parlare: mi venne intorno con affetto, si pose a carezzarmi come se fossi stata ancora una bimba, e mi obbligò a mettermi a letto. In quel momento, per non so quale magia, mi pareva di rivedermi quando ero affidata alle sue cure, e non potei a meno di chiederle: - Ditemi, perchè avete lasciato così presto il servizio di mia madre: dalla morte del mio povero padre in poi non rammento più di avervi veduta: si fu la Cesira che prese il vostro posto? - - Ahimè! sì, - rispose la zia Marta, e per necessità. - Io non ero mai stata molto esperta e la mia vista fu sempre debole assai. Finchè la signora Virginia potè tenere altre cameriere, io la servivo discretamente, e negli ultimi anni mi ero dedicata tutta a lei, signorina. Ma dopo, sua madre aveva bisogno di una donna più robusta e più abile, che potesse farle tutto in casa, e la Cesira era adattata per questo. Io me ne tornai a Monteroni. - Ormai ero a letto. Abbracciai la vecchia Marta di cuore, e le dissi con un sospiro: - Non parleremo più di ciò, non è vero? - Ha ragione, - rispose: - ma voglio vederla consolata. Una fanciulla, alla sua età, ha tanti motivi di essere lieta, soprattutto quando è amata come so che ella è.... - Feci un brusco movimento e allontanai la Marta da me: mi rammentai ch'era la zia d'Ippolito, e che ella pure doveva vagheggiare l'idea di una unione con lui. - Addio, addio, buona Marta, le dissi: - l'ora è tarda, andate a riposare. - Ella mi baciò la mano e se ne andò un poco mortificata pensando forse che ero piuttosto stramba anch'io. Da quella sera dolorosa cominciò per me una esistenza nuova. Non so se i figli del mio tutore sapessero qualche cosa del colloquio avuto col padre loro, ma essi poterono notare un gran mutamento nell'essere mio. Vegliavo oramai assiduamente per domare il mio orgoglio, divenuto ingiusto, e i rabbuffi più irragionevoli di Virginia mi trovavano impassibile. Mi dicevo che ella poteva avere in qualche maniera conoscenza delle vergogne della mia famiglia, e credersi autorizzata a farmi sentire il peso della sua incontrastata onorabilità plebea. Con Ippolito tentavo parimente di mostrarmi dolce: ma lo fuggivo per quanto mi era possibile; la mia ripugnanza per lui cresceva sempre, benchè facessi ogni sforzo per persuadermi che, quantunque rozzo e ineducato, egli doveva valere più assai della figliuola d'un uomo disonorato. Così passarono gli ultimi giorni della state. Nell'autunno, i Contucci solevano fare qualche viaggio di piacere, e il mio tutore m'invitò a seguirli con molta cordialità. Ma oltrechè mi sentivo troppo triste ed abbattuta da pigliare parte ad un divertimento, avevo compreso immediatamente che la mia presenza avrebbe reso Virginia di pessimo umore. L'avevo veduta mutare di colore, quando suo padre aveva parlato di condurmi seco, e lo sguardo che gli aveva lanciato era pieno di sdegno e di rimprovero. Ringraziai perciò il Contucci, ma lo pregai di lasciarmi a Monteroni, togliendo il solito pretesto di qualche disturbo di salute: egli si piegò, sebbene un poco forzatamente, ai miei desiderii: mi disse che non voleva contraddirmi in nulla sino a che fosse giunto il momento della decisione che sapevo; intanto sarei rimasta sotto la protezione della Cesira e della zia Marta, quando l'umore singolare di quest'ultima le avesse permesso di fare qualche cosa come le altre. Questo sacrifizio di rimanere a Monteroni, che a me costava poco assai, mi valse quasi uno slancio di riconoscenza da parte di Virginia. Ella mi disse con un accento, che non aveva mai usato con me: - Vi annoierete molto a Monteroni in questi giorni; vi compatisco: avete però fatto bene a non venire con noi, la vostra presenza sarebbe stata osservata, e siccome non siete della famiglia.... - S'arrestò, un poco imbarazzata: io risposi che quello era appunto il motivo, per cui mi ero decisa a rimanere. - Vedo che siete ragionevole, - replicò essa con un mezzo sorriso: - forse qualche volta sono un poco scompiacente con voi: ma al mio ritorno c'intenderemo meglio. - Penso che siamo sempre state amiche, - diss'io: - almeno io lo fui dal canto mio. - Davvero! - sclamò Virginia, guardandomi attentamente. - Pure voi siete una Monteroni. - - In qual senso lo dite? - replicai: - non siamo tutti eguali? I Contucci non valgono forse i Monteroni ? - La pensate proprio cosi? - disse la fanciulla, guardandomi con una meraviglia che mi parve cosa gradita per lei: - ah, comprendo che c'è di nuovo, cominciate ad amare mio fratello: che vale? Un giorno forse mi contenterò di vedervi occupare il primo posto in casa; ma conviene che sia felice ancor io; infine de' conti, sono giovane e bella come qualunque altra. - Si fu in questi termini che ci lasciammo: Virginia doveva amare qualcheduno e sperare d'incontrarlo durante il suo viaggio. Le auguravo tutte le possibili felicità, ma la sua gioia mi conduceva a fermarmi amaramente sulla mia condizione.
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