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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • VIII
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VIII.

 

Da tutto quanto era avvenuto, si può argomentare che la partenza della famiglia Contucci doveva essere un momentaneo sollievo per me. Nei primi giorni mi sentii felice di trovarmi sola e di poter meditare a mio bell'agio sui casi miei; se non che la riflessione non doveva avere che un solo risultato: quello di rendermi anche più triste e scoraggiata.

Era proprio vero che non vi fosse mezzo alcuno di uscire dalla crudele condizione, in cui mi trovavo? Dovevo proprio rassegnarmi a divenire la sposa d'Ippolito? Non dovevo fare qualche cosa per allontanare da me il calice amaro?

Oh se avessi potuto tornare al mio Collegio! Se avessi potuto essere accolta colà come maestra! Se le mie buone istitutrici mi avessero saputa tanto infelice, non mi avrebbero certamente respinta. Divisai di scrivere loro. Non lo avevo mai fatto, dacchè ero a Monteroni: ne provavo vero rammarico, perchè nello scrivere ormai per la prima volta non potevo assolutamente chiedere assistenza ed aiuto. Un rimasuglio d'orgoglio, che non riescivo a dominare, me lo vietava.

Scrissi dunque un poco vagamente, nella speranza che la loro risposta avrebbe potuto incoraggiarmi a parlare più liberamente. Ma, ahimè! fu tutto il contrario.

La direttrice del Collegio Carmignani era morta recentemente: l'istituto rimaneva bene in mano alle sue due figlie, maestre esperte e piene di zelo: ma la madre era l'anima dello stabilimento; dotata di grande fermezza, severa quando occorreva, ma buona e giusta nelle circostanze ordinarie, era amata e temuta nel tempo stesso dalle allieve. Le due figlie sentivano la perdita fatta, e avevano deciso di non continuare a lungo la carriera intrapresa.

La più giovane sperava di maritarsi fra sette od otto mesi, avrebbe allora tolta la sorella con , e rinunziato all'insegnamento.

“Non credete, cara Pia, continuava la signorina Carmignani che mi scriveva, non credete che ciò possa avvenire senza dolore e distacchi amari. Le nostre alunne ci sono tutte care: voi eravate delle più dilette: il separarci da voi fu un vero affanno; ma una alla volta siamo destinate a lasciarci tutte! ciascuna deve seguire la sua via; bisogna rassegnarsi.

“In qualunque condizione però possiamo trovarci, vi rammenteremo sempre con vero affetto. Qui, nel Collegio, tutte parlano ancora di voi: perfino la piccola Ida Sermanni, di cui, vi sovvenite? pigliaste un giorno la difesa: ella non vi vide che un istante, ma ha serbato per voi un affetto veramente singolare, e piange al pensiero di non vedervi forse mai più....”

Ancor io piangevo e dovetti interrompere la mia lettura. In quel Collegio avevo vissuto felice, ma non avevo più speranza di ritornarvi. La debole illusione che mi aveva mantenuta in lena per parecchi giorni, attendendo la risposta della mia maestra, svaniva per sempre: ciascuno segue la sua via; io dovevo procedere per la mia arida e spinosa.

Dopo queste notizie veramente desolanti per me, io sentii con maggiore amarezza l'isolamento in cui mi trovavo. La zia Marta era, al solito, di umore variabile: la compagnia della Cesira mi era uggiosa: nella mia solitudine avevo persino stretta amicizia con un vecchio cane respinto da tutti, e che accarezzato qualche volta da me aveva preso l'abitudine di seguirmi dovunque. Era un brutto cane da pagliaio, preposto alla guardia del podere, il quale rispondeva al volgarissimo nome di Fido. Gli anni avevano reso raro il suo pelo, ma aveva un muso intelligente e due occhi che parevano voler esprimere un mondo di dolori.

V'erano i cani d'Ippolito al castello, ma non gli avevo mai guardati; non so perchè i cani da caccia mi sono sempre stati antipatici: sono troppo turbolenti e troppo servili. Preferivo il mio vecchio Fido, con cui discorrevo talvolta, tanto la sua natura modesta e grave si confaceva colla malinconia che mi opprimeva.

Con esso vagavo quasi tutto il giorno nel parco: la Cesira mi teneva d'occhio: avevo rifiutato più volte d'accompagnarla sino al borgo, ove si recava per qualche faccenda, ed ella me ne aveva serbato il broncio. Cominciavo però ad essere stanca del giardino e del parco, ed anelavo a un poco d'aria più libera. Un dopo pranzo vedendo la zia Marta che si disponeva ad uscire, mi risolsi di andare con lei.

- La badi che è pazza, pazza davvero, - mi disse la Cesira. - Non so come si possa preferire la sua compagnia a quella delle persone ragionevoli.

- La sua pazzia non mi spaventa, - risposi; - sono persuasa che sarebbe incapace di farmi del male.

- Che intende di dire? V'è forse qualchedun'altra qui capace di farle del male? - cominciò l'antica cameriera con piglio quasi minaccioso.

Ma io non avevo alcuna volontà di discutere con lei, e trascinai meco la zia Marta.

Quando fummo fuori, le offersi il braccio.

- Oh, conosco la via meglio di lei, - disse la cieca. - Quando sto bene, ciò che non mi è avvenuto da un pezzo, esco sempre sola. Tuttavia è un grande onore per me e una vera festa il darle il braccio. Voglio che tutti mi vedano a Monteroni.

- Ma io non ho alcuna intenzione di recarmi al villaggio, - dissi arrestandomi: - volevo passeggiare per la campagna.

- Non faremo che traversare il villaggio, poi andremo pei boschi verso l'abbadia San Salvadore. È una bella passeggiata: quando i miei occhi ci vedevano, ero innamorata di quel sito quieto e ombroso. Ora non posso più vederlo, ma ella lo ammirerà per me, signorina. -

Così parlava la cieca, e io mi lasciai guidare da lei.

Potei convincermi allora che ella era veramente amata da tutti gli abitanti di quel paesello: ogni persona che scontravamo, la salutava amichevolmente e l'arrestava per informarsi della sua salute. Io stessa venivo guardata in modo assai differente dal consueto trovandomi in sua compagnia: mi ero recata molte volte a Monteroni, ma sempre con Virginia, la cui alterigia teneva ognuno lontano: mi era parso ogni volta che mi osservassero più con curiosità che con rispetto. In quel giorno invece ciascuno mi sorrideva, e una vecchia contadina giunse sino al punto di dirmi con una garbata famigliarità.

- La scusi, signorina, se non abbiamo mai fatto il nostro dovere con lei; ma l'abbiamo sempre incontrata colla signorina Virginia, che è tanto fiera! Era capace di mortificarci se non la salutavamo la prima, ciò che, in coscienza, non si poteva fare. Ella è la figliuola dei nostri signori, che Dio benedica in cielo!

- E chi vi disse chi sono? - chiesi commossa da quel linguaggio pieno di schiettezza.

- Oh, si seppe subito pel paese, - replicò la contadina: - ella era attesa da tutti: il sor Michele parlava di lei prima della sua venuta: sì, sì, le faccia almeno del bene: non saremo contenti se non quando la sapremo ridivenuta la padrona del castello. -

La padrona del castello! Per ridivenire tale, dovevo sposare Ippolito. I progetti del mio tutore non erano dunque un segreto per nessuno? Quella buona gente mi augurava mille felicità, credendomi, senza dubbio, innamorata del mio rustico fidanzato. Forse qualcuna di quelle fanciulle, che mi salutavano per la via, era gelosa di me! Sentii ribollire l'ira che dormiva da parecchi giorni, e trascinai la cieca fuori del villaggio.

Era il pomeriggio avanzato, ma la notte non ancora scesa. Entrammo nel bosco, di cui la Marta mi aveva parlato. La passeggiata era bella assai, e ad ogni momento certi squarci negli alberi mi permettevano di ammirare i più pittoreschi punti di veduta.

Ma ad un tratto io mi sentii un poco inquieta nell'osservare un uomo che ci seguiva ostinatamente, mentre cercava in pari tempo di stare celato dietro gli alberi. Chi poteva essere ? Ne parlai alla mia compagna, la quale volle tornare addietro subito, e siccome lo sconosciuto non s'attendeva a quel pronto ritorno, ci trovammo proprio faccia a faccia.

Era un uomo alto e vigoroso, dalla fisionomia affaticata e mesta. Il suo viso era quasi totalmente coperto da una folta barba bigia. I suoi occhi si fissarono su di me con un'insistenza che non aveva per verità nulla di spaventevole; vestiva signorilmente, ma i suoi panni erano logori e la sua persona curva dall'età o dalle sventure.

Dovevo passargli accosto: egli si levò il cappello e disse rivolto a me:

- Fanno bene a tornare indietro queste signore, la notte non è lontana. -

Stavo per aprire le labbra con una di quelle risposte che non dicono nulla, e che pure sono indicate dalla più volgare cortesia, ma un sussulto violento della cieca mi arrestò la parola in gola. Mi volsi verso di lei, e la vidi tanto agitata, che mi spaventai: i suoi lineamenti erano sconvolti, tremava dal capo alle piante, e si pose a sclamare:

- Chi è che ha parlato? Chi è lei? Risponda! -

Il suo accento era quasi convulso. Lo sconosciuto parve immensamente sorpreso e un poco sconcertato. Io toccai leggermente la mia fronte col dito per indicargli che la mia compagna era debole di mente.

- Brava signora, - diss'egli con un suono di voce che mi parve alquanto alterato, - non è probabile che ella mi conosca, perchè non sono di questi paesi. -

La cieca tendeva l'orecchio: attese un momento sperando che continuasse a parlare, ma lo sconosciuto accennava invece di ritirarsi; ella si lanciò allora verso di lui, cercando di pigliargli le mani.

Lo sconosciuto la respinse tutto confuso.

- Zia Marta, - diss'io con accento d'autorità cercando di trattenerla, - sapete bene che non amo codeste scene. State tranquilla, o me ne ritorno sola a Monteroni. -

La mia voce s'era fatta severa e imperiosa. La cieca rientrò tosto in , e mi chiese scusa: ma poi si pose a sclamare da quasi con disperazione:

Oh, i miei occhi! Se ci potessi vedere! Se ci potessi vedere! -

Cercai di trascinarla meco. Lo sconosciuto si chinò intanto verso di me e mi disse, con un accento che mi parve affettuoso:

- Mi permetta, signorina, di accompagnarla sino al castello: quella donna può divenirle molesta.

- Non ho bisogno di nessuno, - risposi piuttosto bruscamente, trovando strana la proposta e l'accento con cui era formulata.

Lo sconosciuto si allontanò mortificato facendomi un saluto profondo. Io obbligai la cieca a venire con me.

Ma ella era talmente agitata che faceva mille gesti e mille esclamazioni bizzarre. Mi chiedeva ad ogni istante che aspetto aveva lo sconosciuto; ma di mano in mano che glielo dipingevo, crollava il capo, mormorando:

- No, non è, non può essere! -

Quale era dunque la rimembranza che la voce di quell'uomo aveva risvegliato in lei? Mi perdetti in varie congetture, e finii con arrestarmi a questa; che si trattava di un antico innamorato.

Non seppi nascondere un tale sospetto alla mia compagna, la quale mi rimbeccò quasi adirata, sclamando:

- Oh, la giovinezza, la giovinezza! Non pensa e non crede che all'amore! - Ami pure a sua posta, signorina, ma non si pigli spasso di una povera vecchia come me. -

Mi morsi le labbra e stetti in silenzio. Chi avrei potuto amare se non Ippolito, l'odioso Ippolito, verso cui mi spingeva una fatalità brutale e inesorabile?

 




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