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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • XI
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XI.

 

La famiglia dell'ingegnere Sermanni era una delle più conosciute e stimate di Siena; la nobiltà n'era antica, e il nome de' Sermanni figura nella storia senese ogni qualvolta si è trattato di difendere una causa giusta. I Sermanni furono tra coloro che contribuirono maggiormente a sollevare il popolo alla morte dell'orgoglioso Pandolfo Petrucci; essi combatterono sino all'ultimo per l'indipendenza del nostro paese, e non s'acquetarono se non quando ogni speranza di rialzarne le sorti fu perduta per sempre.

Le vicende, forse una poco savia amministrazione, avevano consumato gli averi della famiglia Sermanni, come quelli dei Monteroni. Giuliano e Ida Sermanni erano oramai i soli discendenti dei fieri repubblicani senesi. Giuliano, povero, avuto riguardo al nome che portava, era stato indirizzato da un padre intelligente verso quegli studii, da cui potesse trarre un serio partito. Difatti, rimasto solo a ventitrè anni, aveva saputo provvedere onoratamente a se sesso, serbando tuttavia quello che rimaneva dell'avito patrimonio, per darlo in dote alla sorella.

Della sua origine non v'era altro in lui che una nobile fierezza, e quella garbata sicurezza nei modi, quella misura in ogni atto, in ogni parola che si succhiano, si può dire, col latte, e che i plebei arricchiti non giungono ad acquistare giammai. Egli non voleva udire, del resto, parlare di nobiltà, e andava solo glorioso della fama che cominciava ad acquistarsi col suo lavoro.

Benchè giovane, aveva già viaggiato assai. Era stato in Inghilterra ed in Australia, ove aveva fatto molti studii sulle miniere, specialità, a cui egli poteva dedicarsi, soprattutto nelle nostre Maremmeabbondanti di terreni metalliferi.

Mi pareva un poco singolare che un tal uomo potesse essere invaghito di Virginia. Ma le sue relazioni colla famiglia Contucci, originate dall'amicizia per Ippolito, di cui era stato un poco il Mentore in collegio, furono sempre delle più strette: nelle vacanze, fin da giovinetto, il signor Giuliano, come tutti lo chiamavano a Monteroni, soleva recarsi al castello: aveva veduto crescere Virginia, e più tardi forse l'affetto, che comprese d'inspirare alla fanciulla, lo commosse: il fatto è che, senza possibili calcoli da parte sua sulla dote della giovinetta, era venuto ad una promessa formale di matrimonio.

Pure il suo amore per lei non era vivo. Lo vedevo spesso distratto al fianco della fanciulla, che lo molestava con mal celati sarcasmi. Il lampo di gelosia che aveva brillato negli occhi di Virginia nella sera dell'arrivo del fidanzato, non era ancora spento interamente. Egli indovinava, senza dubbio, i di lei sentimenti, perchè, da quella sera in poi, pareva evitare con cura di dirigermi la parola.

Ma sovente, quando stavo silenziosa in un angolo, avevo sorpreso gli occhi dell'ingegnere fissi sopra di me.

Mi studiava forse come un enigma vivente, domandandosi quale era il motivo della malinconia che mi opprimeva. Senza che io avessi mai data veruna adesione ai progetti del mio tutore, mi avvedevo bene che oramai ero risguardata da tutti come la fidanzata d'Ippolito. Un'apatia piena di disperazione mi tratteneva dal provocare uno scandalo con un aperto prematuro rifiuto. Il signor Giuliano doveva credere che io fossi di pieno accordo colla famiglia Contucci.

Perciò forse gli occhi dell'ingegnere sembravano talvolta indagare i miei pensieri: ne provavo una specie di malessere e, nello stesso tempo, una soddisfazione piena d'inquietudine: ahimè! presentivo forse sino d'allora quale terribile catastrofe la reciproca simpatia che nasceva, nostro malgrado, doveva apportare per l'avvenire.

Un dopo pranzo, per caso straordinario, ci trovammo soli un istante. Io stavo nel salotto, quando egli entrò; guardò intorno, poi venne a me senza esitanza.

Mi disse, senza preamboli, che era felice di trovarmi sola, perchè aveva ricevuto una lettera della sua sorellina, a cui aveva scritto di me. La piccola Ida era beata che egli mi conoscesse, e lo pregava di rammentarla a me.

- Povera bimba! - conchiuse Giuliano: - se osassi, andrei a pigliarla e la condurrei qui: sarebbe così felice di rivederla, signorina!

- E io dunque? - sclamai con calore; - avrei tanto bisogno di un'amica! -

Queste parole le pronunziai impensatamente e ne arrossii tosto.

- Di un'amica? - disse allora il signor Giuliano con lentezza, e fissandomi con quei suoi occhi profondi che mi turbavano l'anima. - E perchè no di un amico? Io amo Ippolito sino dalla infanzia; non è un essere perfetto, ma lo credo migliore assai di quello che appare: so che ella sarà sua sposa.... -

Provai una scossa violenta: un accento di diniego mi venne alle labbra, ma ebbi sufficiente impero su di me per reprimerlo.

Giuliano, osservando quel movimento involontario, si era arrestato e mi guardava con maggiore insistenza; chinai il capo per non vedere il suo sguardo.

- L'amico dello sposo, - ripigliò Giuliano, - può essere l'amico della sposa. È forse indiscrezione la mia? Saremo quasi parenti.... -

La sua voce tremava: egli era commosso, perchè? In quanto a me tremavo come se stéssi per commettere un'azione colpevole. Non v'era nulla di più innocente del nostro colloquio; nulla di più rispettoso dell'attitudine di Giuliano, eppure una voce secreta mi diceva di fuggire, di non ascoltare quell'accento pieno di dolcezza, se non volevo che la mia vita avesse ad essere funestata un giorno da qualche orrenda tragedia!

Gli è che sentivo, pur troppo, che avrei finito con amare quell'uomo, e paventavo tremendamente che qualcuno leggesse nel mio pensiero. Mi allontanai perciò vivamente da lui udendo aprire l'uscio del salotto.

Era Ippolito. Corrugò il sopracciglio vedendomi sola coll'amico: dovevo avere l'aspetto imbarazzato. L'ingegnere invece ricuperò tosto la sua calma: non badò al cipiglio di Ippolito, e mi tese francamente la mano, dicendo mezzo rivolto a lui e mezzo rivolto a me

- Chiedevo alla signorina Pia la sua amicizia; mi pare che la tua fidanzata non possa essere una persona indifferente per me.

- Hai tutto il tempo per fare la tua domanda, - rispose Ippolito con accento sgarbato. - La signorina Pia non si è mai decisa a darmi una risposta definitiva. Essendo una Monteroni, sdegna probabilmente un Contucci come me. -

Queste parole potevano essere un biasimo diretto a Giuliano, che aveva chiesta la mano di Virginia. Egli dovette pigliarla in questo senso, perchè mi guardò con sorpresa: aveva sposato con troppa franchezza le idee dei nostri tempi per serbare alcun pregiudizio nobilesco. Stava a me certamente dire qualche cosa contro i sentimenti attribuitimi da Ippolito, ma per nulla al mondo avrei potuto formulare in quel momento un'adesione, oppure motivare una ragionata ripulsa al mio fidanzato. Stetti dunque muta, impacciata; avrei voluto essere a due metri sotto terra.

Sopraggiunse, per fortuna, il rimanente della famiglia, e quell'incidente non ebbe altro seguito. Ma ne nacque un certo imbarazzo per tutti e tre, e una freddezza mal definita fra i due amici, che doveva produrre, pur troppo, le più disastrose conseguenze.

Ad aggravare gl'inconvenienti delle nostre rispettive posizioni venne un altro piccolo episodio, sciocco, se vogliamo, ma che pure contribuì non poco a fissare il mio destino.

Al suo ritorno dal viaggio, Ippolito aveva riso assai della mia affezione pel vecchio Fido: diceva che era una bestiaccia buona a nulla, fuori che ad abbaiare, e ogni qual volta lo vedeva al mio fianco, mi chiamava scema, perchè non mi decidevo a cacciare quel povero vecchio amico.

Un giorno, mentre ci trovavamo tutti sparsi nel giardino, Fido ebbe la malaugurata idea di seguirmi dappresso.

Ippolito non era lontano, e sui suoi talloni camminava il suo più bel cane da caccia. I due animali si odiavano: Oreste, il bel levriero, meglio trattato, era più insolente, e cominciò a grugnire vedendo avvicinarsi il vecchio Fido.

Bentosto il cane d'Ippolito si pose a ringhiare: Fido, che era prudente assai, s'avviò per allontanarsi: il mio fidanzato, che si trovava di pessimo umore, fece un gesto al suo favorito come per incoraggiarlo a inseguire il suo innocuo nemico: Oreste non se lo fece dire due volte e si precipitò sul povero Fido.

Sebbene prudente, quest'ultimo non era affatto codardo. Si rivoltò cercando di difendersi; ma egli era più piccolo, più vecchio: fu bentosto malconcio, e si pose a guaire miserevolmente.

Giuliano era indietro con Virginia: Ippolito pareva incitare malignamente la mischia: io non mi fermai a riflettere, ma udendo i guaiti del mio vecchio amico mi lanciai per separare i combattenti.

Se non che Oreste, il quale non aveva mai ricevuto una carezza da me, mi si rivoltò fieramente. Si rizzò in piedi e mi addentò un braccio con tanta furia, che io pure mandai un grido di dolore.

Fido aveva potuto fuggire colla coda fra le gambe, Ippolito cacciava a calci il suo cane, ma io non mi reggevo più, quando sentii due braccia vigorose che mi sollevavano, e la voce di Giuliano che mi susurrava di avere coraggio.

Chiusi gli occhi. Il primo spasimo era stato veramente atroce; ma quando mi trovai sollevata nelle braccia di Giuliano, provai tosto una specie di benessere. Lasciai cadere il mio capo sulla sua spalla e finsi d'essere svenuta, confessando a me stessa che avrei voluto che quell'istante durasse un'eternità.

L'ingegnere mi trasportò in casa. Il Contucci sopravvenne e mostrò una grande premura. Tutti m'erano attorno: si parlò di chiamare lo speziale di Monteroni e di cauterizzare la ferita. Mi difesi energicamente: non volevo soffrire un male inutile, persuasa che il cane non era punto arrabbiato.

- Egli è soltanto cattivo, - dissi.

- E Ippolito ebbe il torto d'aizzarlo, - soggiunse quasi severamente Giuliano.

- Che! Oseresti dire che l'ho spinto contro la signorina? - sclamò Ippolito che aveva quasi la schiuma alle labbra.

- No, - rispose Giuliano pacatamente, - ma contro una povera vecchia bestia innocente che va rispettata.

- La farò uccidere, - gridò Ippolito.

- Silenzio! - disse il Contucci intervenendo. - Nessuno toccherà il vecchio Fido: è sotto la protezione della mia pupilla, e basta. La Pia andrà a riposare e tutto sarà finito: il male è meno grande di quello che credevo. -

Accettai immantinente di ritirarmi. La ferita era medicata alla meglio dalla Cesira; mi levai per uscire. Ippolito stava ingrugnito in un angolo, Giuliano mi offerse il suo braccio.

Ma Virginia gli passò dinanzi, scostandolo senza complimenti, e facendogli intendere che toccava a lei l'accompagnarmi nella mia camera.

Giuliano s'inchinò in atto di adesione: io uscii con Virginia.

Non pronunziammo una parola, finchè non fummo sulla soglia di camera mia. Giunte colà, Virginia tolse il suo braccio dal mio e disse con accento amaro:

- Sarete contenta: avete posto la discordia fra tutti: ma ve ne pentirete, lo giuro!

- Che intendete di dire? - sclamai.

- Che Ippolito è stanco della vostra condotta a suo riguardo, e che se le cose durano ancora a lungo a questo modo, si spargerà ben altro sangue da quello che è uscito dal vostro braccio! -

E dette queste parole, che dovevano esseretremendamente profetiche, ella mi respinse nella mia camera e si allontanò correndo.

 




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