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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE SECONDA.
      • II
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II.

 

Un grido soffocato mi sfuggì. Lasciai cadere la lettera di mia madre, e mi posi a girare come pazza intorno alla camera.

Mio padre esisteva! Mio padre non era polvere, ed io vivevo in mezzo ad una famiglia, che, a dispetto di tutte le parole di conciliazione di mia madre, doveva essere nostra nemica! Dov'era esso? Come conoscerlo, dove raggiungerlo?

Strinsi il capo nelle mie mani: pareva che mi volesse scoppiare. Se mia madre parlava in tal guisa, doveva avere le sue ragioni: ripigliai la di lei lettera: i caratteri danzavano dinanzi ai miei occhi: stetti cinque buoni minuti prima di comprendere qualche cosa.

“Tutto (lessi finalmente), tutto dovrebbe accertarmi che il mio povero Graziano è estinto. Egli mi ha abbandonata in un momento di disperazione, e ciò che mi scrisse dappoi, non dovrebbe incoraggiarmi a credere alla sua esistenza. Eppure sono quasi convinta del contrario: ascolta, cara Pia, da che nascono i miei dubbi.”

Qui ella si perdeva di nuovo in lunghe frasi per pormi sott'occhio il caso, in cui mio padre avesse commesso un fallo, che non spettava a me di giudicare. Questo fallo aveva offeso mortalmente un vecchio zio, Pandolfo Monteroni, da cui mio padre sperava una ricca eredità. Lo zio era stato inesorabile e aveva obbligato il nipote ad abbandonare la patria e la sua sposa.

La sentenza era iniqua: tuttavia il colpevole vi si rassegnò, partì, e le scrisse come uomo disposto ad uccidersi. Ella non intese più parlare di lui, ma più tardi il vecchio Pandolfo Monteroni si trovò in fine di vita. Mia madre accorse a Firenze per visitarlo, sebbene in fondo al cuore odiasse quel parente inesorabile, da cui ella stessa non era mai stata amata; ma si recava presso di lui sperando qualche cosa per me. Giunse tardi, quando lo zio Monteroni si trovava agli ultimi aneliti.

Egli aveva già disposto di tutti i suoi averi in favore di un prete, don Ferdinando Opprandini, suo amico e suo commensale; il vecchio Pandolfo era un uomo orgoglioso, eccessivamente severo su quanto riguardava l'onoratezza: accolse malamente mia madre, anzi, vedendola, si pose quasi tosto a delirare, riparlando di quel fallo che non aveva saputo perdonare. Ed essendo solo con l'infelice sposa del colpevole, lasciò sfuggire dal labbro accenti che gettarono lo scompiglio nel di lei animo.

Ella credette comprendere, in una parola, che il suo Graziano non aveva mai pensato ad uccidersi: allora perchè le aveva egli scritto il contrario? Ciò rimase un profondo mistero per lei; ma quando supplicò, a mani giunte, il vecchio zio Pandolfo di dirle a questo riguardo la verità, egli la guardò beffardamente, e rispose:

- Fate come se foste vedova: se vi capita un buon partito, accettatelo: così Graziano imparerà a profanare il mio nome. -

Le ultime convulsioni lo assalirono tosto, e mia madre non potè più ottenere da lui una parola sensata. Aveva egli delirato parlando in tal guisa, oppure?...

Ciò che mi diceva ancora la mia povera madre esprimeva un'incertezza così dolorosa per riguardo allo sposo, che vivea forse in qualche angolo del mondo, solitario, infelice, che mi strappò delle lagrime amarissime sul destino di quell'uomo, più debole certamente che colpevole. S'illudeva essa? E m'illudevo ancora io, perchè, senza avvedermene, cominciavo a sperare come ella aveva sperato?

Ma se mio padre viveva, perchè stava egli celato? Qual era il motivo che lo teneva lontano? Il disonore, lo comprendevo: ma sapendosi tanto amato dalla madre mia, perchè non scriverle almeno, non farle sapere che esisteva ancora?

Le di lui lettere stavano dinanzi ai miei occhi: mi sentivo divorata dalla curiosità di leggerle: la raccomandazione fattami da mia madre era superflua: il Contucci mi aveva già parlato del tristo fatto che aveva posto in tanta collera il defunto zio: non potevo trovare in quelle carte nulla che aggravasse maggiormente la colpa commessa.

Le percorsi dunque ad una ad una: erano poche: la maggior parte di esse, sebbene avessero un'importanza grandissima per me, non offrivano nulla di notevole riguardo al fatto doloroso che mi aveva privata del genitore. Respirava solo in quelle pagine un affettopieno di delicatezza, quantunque vivissimo e sincero, che la figlia poteva leggerle con commozione e venerazione nel tempo stesso.

La loro data era saltuaria. Si comprendeva facilmente che erano state scritte in diverse occasioni, nelle quali la separazione dei due sposi era momentaneamente necessaria. Trovai finalmente una lettera, nella quale mio padre parlava del Contucci. Costui gli aveva reso servigio salvandolo da certi impicci, ma non diceva quali.

In un'altra, fra l'ultime, parlava di una serata del marchese Fontanini, nella quale aveva perduto orribilmente al giuoco. Nutriva però la speranza di riparare la breccia con qualche vincita futura.

Non so che gli rispondesse mia madre, ma v'era una lettera posteriore, nella quale trovai queste parole:

“Mia cara Virginia, le tue ammonizioni furono profetiche; sono uno sciagurato, un uomo senza cuore, senza cervello; sono indegno del tuo affetto: mi trovo in condizione disastrosa; ma non però affatto senza speranza, se mi riesce una combinazione che ti spiegherò a voce.”

Quale era questa combinazione? Le cambiali forse che avevano provocato l'ira dello zio Pandolfo? Doveva essere così, perchè la bomba scoppiava poco dopo. Si comprendeva che, di ritorno appena a Siena, mio padre era volato di nuovo a Firenze, chiamato dal vecchio Monteroni. Scriveva di colà questo laconico e doloroso biglietto:

“Lo zio è inesorabile: non tutti sono misericordiosi e buoni al pari di te, mio povero angelo, che meritavi ben altro destino. Temo qualche cosa di terribile; bisogna essere preparati a tutto.”

Qui terminava, si può dire, la corrispondenza: non v'era più che un'unica lettera, l'ultima, sciupata e mezza cancellata dalle lagrime che la mia povera genitrice aveva dovuto spargere leggendola. Mio padre era certamente partito in quel frattempo per l'esiglio decretato dallo zio: quest'ultima lettera era un addio de' più strazianti.

“Non ci rivedremo mai più (scriveva mio padre): non ho avuto la forza di farti palese, a voce, la mia intenzione: dinanzi a te mi sento debole: ma ora ho riacquistato il coraggio che un gentiluomo è obbligato di volgere contro se stesso, quando ha avuto la sventura di obbliare un istante ciò che deve al suo nome. Allorchè riceverai questa lettera, io avrò cessato d'esistere.”

Terminai singhiozzando quella dolorosa lettura. Dopo quanto diceva, era possibile che mio padre non si fosse ucciso?

Passai la notte intera a meditare sulla probabilità della di lui morte. La pallida alba del verno mi sorprese ancora levata, colle lettere del padre mio sparse intorno a me: le avevo lette e rilette, le sapevo quasi a memoria, e mi torturavo il cervello per vedere in quale maniera avrei potuto giungere a conoscere qualche cosa di più.

V'erano bene le lettere del Contucci, e un momento pensai di aprirle nella speranza di attingervi qualche altro schiarimento; ma la riflessione mi arrestò di nuovo: esse non potevano contenere nulla che valesse a illuminare maggiormente la mia mente: mia madre non lo avrebbe taciuto. Quantunque non amassi il mio tutore, avevo accettato di far parte della sua famiglia, era meglio che io ignorassi i suoi torti. Li presentivo, del resto; era forse stato un amministratore infedele: a che mi serviva il saperlo?

Ma a chi rivolgermi per ottenere qualche altro schiarimento a proposito di mio padre? Alla zia Marta! Ella conosceva ogni cosa sino alla partenza del padre mio; ella pure credeva però alla di lui morte, tuttavia anelavo di parlarle ancora: non l'avevo mai interrogata bene: qualche circostanza poteva esserle sfuggita; era necessario che la vedessi al più presto.

Un'impazienza febbrile mi colse. Non potevo andare a svegliarla prima del giorno per interrogarla; mi posi di nuovo a girare per la mia camera con agitazione: ma qualche cosa mi distrasse bentosto da quel pensiero insistente e penoso.

In casa qualcheduno era levato. Intesi aprire l'uscio del vestibolo: stavo col capo appoggiato ai cristalli della mia finestra, la quale, per essere situata all'una delle due estremità dell'edificio, ne dominava perfettamente il centro. Vidi un uomo uscire all'aperto: lo riconobbi, malgrado dell'oscurità ancora densa, alla statura elevata; era Giuliano.

Traversò lentamente la prima parte del giardino; pareva camminare con precauzione per non fare romore. Ad un tratto si rivolse indietro, e guardò il castello: i suoi occhi non si fermarono alla parte abitata dalla famiglia Contucci, ma a quella opposta, ove mi trovavo.

Partiva egli così solo, quasi celatamente? Forse non voleva disturbare nessuno. A mezza via, nel giardino, incontrò un contadino che veniva verso di lui: tornarono addietro insieme: rientrarono in casa un istante e riuscirono tosto. Il contadino portava una valigia sulle sue spalle: avevo indovinato, Giuliano partiva inosservato.

I passi gravi del contadino risuonarono sull'arena: intesi nello stesso tempo aprirsi una finestra: era quella di Virginia.

La fanciulla avanzò il busto fuori, facendo udire una tosse leggiera per richiamare l'innamorato. Il contadino si arrestò tosto, e dovette avvisare Giuliano di questa chiamata; ma egli non si rivolse, e incalzò maggiormente il passo. Un istante dopo la finestra di Virginia si richiuse con violenza.

Tutto ciò diede un altro indirizzo alle mie idee. Il mio affetto per Giuliano ripigliò, pur troppo, ancora in quel punto il sopravvento. Era possibile che fossimo disgiunti per sempre? Saremmo dunque passati l'uno accanto all'altro soffocando i nostri palpiti, scavando colle nostre stesse mani la fossa, in cui seppellire quei sentimenti che avrebbero potuto farci beati?

Lasciai trascorrere il tempo in queste desolanti riflessioni, tanto che la Cesira venne ad avvisarmi che l'asciolvere era servito.

Scesi combattuta e straziata. Ippolito e Virginia non parevano più lieti di me. Il viso della fanciulla era cupo; ella mi lanciò uno sguardo scrutatore e mi disse:

- Veggo che siete singolarmente spettinata per una persona che s'è levata prima del giorno.

- E come potete sapere a che ora si è levata? - disse tosto Ippolito con asprezza alla sorella.

- Oh bella, ho veduto il lume in camera sua, - ripigliò Virginia non meno duramente: - ho anzi veduto di più: la signorina stava col capo appoggiato ai cristalli, quando Giuliano è partito. -

Era vero. In preda alle mie preoccupazioni, avevo obliato di spengere il lume che mi aveva tradita agli occhi di Virginia: era stato lo stesso a quelli di Giuliano? Arrossii vivamente: Ippolito impallidì.

- È naturale, - disse, intervenendo, il Contucci. - La Pia avrà inteso romore e avrà voluto vedere chi era: non è vero? - soggiunse guardandomi con un sorriso. - Non dovete però levarvi tanto per tempo: sapete che il medico vi ha ordinato il riposo. In quanto all'ingegnere è un traditore: aveva quasi promesso di fermarsi per l'asciolvere, eppoi è partito così alla chetichella, senza permettere neppure che gli si allestisse il calessino: è andato a pigliare la carrozza di Monteroni. Ma già è nel suo carattere di non recare mai disturbo a chicchessia: bisogna avvezzarti a ciò, mia cara Virginia. -

L'accento del Contucci voleva essere allegro; ma il suo riso era forzato. Nessuno di noi gli rispose: io non sapevo che dire, temendo ad ogni istante di tradirmi: i due fratelli mangiavano copiosamente con una specie di furore. Il mio tutore finì con discorrere di cose di casa colla Cesira.

 




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