II.
Un grido soffocato mi sfuggì. Lasciai cadere la lettera di
mia madre, e mi posi a girare come pazza intorno alla camera.
Mio padre esisteva! Mio padre non era polvere, ed io vivevo
in mezzo ad una famiglia, che, a dispetto di tutte le parole di conciliazione
di mia madre, doveva essere nostra nemica! Dov'era esso? Come conoscerlo, dove
raggiungerlo?
Strinsi il capo nelle mie mani: pareva che mi volesse
scoppiare. Se mia madre parlava in tal guisa, doveva avere le sue ragioni:
ripigliai la di lei lettera: i caratteri danzavano dinanzi ai miei occhi:
stetti cinque buoni minuti prima di comprendere qualche cosa.
“Tutto (lessi finalmente), tutto dovrebbe accertarmi che il
mio povero Graziano è estinto. Egli mi ha abbandonata in un momento di
disperazione, e ciò che mi scrisse dappoi, non dovrebbe incoraggiarmi a credere
alla sua esistenza. Eppure sono quasi convinta del contrario: ascolta, cara
Pia, da che nascono i miei dubbi.”
Qui ella si perdeva di nuovo in lunghe frasi per pormi
sott'occhio il caso, in cui mio padre avesse commesso un fallo, che non
spettava a me di giudicare. Questo fallo aveva offeso mortalmente un vecchio zio,
Pandolfo Monteroni, da cui mio padre sperava una ricca eredità. Lo zio era
stato inesorabile e aveva obbligato il nipote ad abbandonare la patria e la sua
sposa.
La sentenza era iniqua: tuttavia il colpevole vi si
rassegnò, partì, e le scrisse come uomo disposto ad uccidersi. Ella non intese
più parlare di lui, ma più tardi il vecchio Pandolfo Monteroni si trovò in fine
di vita. Mia madre accorse a Firenze per visitarlo, sebbene in fondo al cuore
odiasse quel parente inesorabile, da cui ella stessa non era mai stata amata;
ma si recava presso di lui sperando qualche cosa per me. Giunse tardi, quando
lo zio Monteroni si trovava agli ultimi aneliti.
Egli aveva già disposto di tutti i suoi averi in favore di
un prete, don Ferdinando Opprandini, suo amico e suo commensale; il vecchio
Pandolfo era un uomo orgoglioso, eccessivamente severo su quanto riguardava
l'onoratezza: accolse malamente mia madre, anzi, vedendola, si pose quasi tosto
a delirare, riparlando di quel fallo che non aveva saputo perdonare. Ed essendo
solo con l'infelice sposa del colpevole, lasciò sfuggire dal labbro accenti che
gettarono lo scompiglio nel di lei animo.
Ella credette comprendere, in una parola, che il suo
Graziano non aveva mai pensato ad uccidersi: allora perchè le aveva egli scritto
il contrario? Ciò rimase un profondo mistero per lei; ma quando supplicò, a
mani giunte, il vecchio zio Pandolfo di dirle a questo riguardo la verità, egli
la guardò beffardamente, e rispose:
- Fate come se foste vedova: se vi capita un buon partito,
accettatelo: così Graziano imparerà a profanare il mio nome. -
Le ultime convulsioni lo assalirono tosto, e mia madre non
potè più ottenere da lui una parola sensata. Aveva egli delirato parlando in
tal guisa, oppure?...
Ciò che mi diceva ancora la mia povera madre esprimeva
un'incertezza così dolorosa per riguardo allo sposo, che vivea forse in qualche
angolo del mondo, solitario, infelice, che mi strappò delle lagrime amarissime
sul destino di quell'uomo, più debole certamente che colpevole. S'illudeva essa?
E m'illudevo ancora io, perchè, senza avvedermene, cominciavo a sperare come
ella aveva sperato?
Ma se mio padre viveva, perchè stava egli celato? Qual era
il motivo che lo teneva lontano? Il disonore, lo comprendevo: ma sapendosi
tanto amato dalla madre mia, perchè non scriverle almeno, non farle sapere che
esisteva ancora?
Le di lui lettere stavano là dinanzi ai miei occhi: mi
sentivo divorata dalla curiosità di leggerle: la raccomandazione fattami da mia
madre era superflua: il Contucci mi aveva già parlato del tristo fatto che
aveva posto in tanta collera il defunto zio: non potevo trovare in quelle carte
nulla che aggravasse maggiormente la colpa commessa.
Le percorsi dunque ad una ad una: erano poche: la maggior
parte di esse, sebbene avessero un'importanza grandissima per me, non offrivano
nulla di notevole riguardo al fatto doloroso che mi aveva privata del genitore.
Respirava solo in quelle pagine un affetto sì pieno di delicatezza, quantunque
vivissimo e sincero, che la figlia poteva leggerle con commozione e venerazione
nel tempo stesso.
La loro data era saltuaria. Si comprendeva facilmente che
erano state scritte in diverse occasioni, nelle quali la separazione dei due
sposi era momentaneamente necessaria. Trovai finalmente una lettera, nella quale
mio padre parlava del Contucci. Costui gli aveva reso servigio salvandolo da
certi impicci, ma non diceva quali.
In un'altra, fra l'ultime, parlava di una serata del
marchese Fontanini, nella quale aveva perduto orribilmente al giuoco. Nutriva
però la speranza di riparare la breccia con qualche vincita futura.
Non so che gli rispondesse mia madre, ma v'era una lettera
posteriore, nella quale trovai queste parole:
“Mia cara Virginia, le tue ammonizioni furono profetiche;
sono uno sciagurato, un uomo senza cuore, senza cervello; sono indegno del tuo
affetto: mi trovo in condizione disastrosa; ma non però affatto senza speranza,
se mi riesce una combinazione che ti spiegherò a voce.”
Quale era questa combinazione? Le cambiali forse che avevano
provocato l'ira dello zio Pandolfo? Doveva essere così, perchè la bomba
scoppiava poco dopo. Si comprendeva che, di ritorno appena a Siena, mio padre
era volato di nuovo a Firenze, chiamato dal vecchio Monteroni. Scriveva di colà
questo laconico e doloroso biglietto:
“Lo zio è inesorabile: non tutti sono misericordiosi e buoni
al pari di te, mio povero angelo, che meritavi ben altro destino. Temo qualche
cosa di terribile; bisogna essere preparati a tutto.”
Qui terminava, si può dire, la corrispondenza: non v'era più
che un'unica lettera, l'ultima, sciupata e mezza cancellata dalle lagrime che
la mia povera genitrice aveva dovuto spargere leggendola. Mio padre era
certamente partito in quel frattempo per l'esiglio decretato dallo zio:
quest'ultima lettera era un addio de' più strazianti.
“Non ci rivedremo mai più (scriveva mio padre): non ho avuto
la forza di farti palese, a voce, la mia intenzione: dinanzi a te mi sento
debole: ma ora ho riacquistato il coraggio che un gentiluomo è obbligato di
volgere contro se stesso, quando ha avuto la sventura di obbliare un istante
ciò che deve al suo nome. Allorchè riceverai questa lettera, io avrò cessato
d'esistere.”
Terminai singhiozzando quella dolorosa lettura. Dopo quanto
diceva, era possibile che mio padre non si fosse ucciso?
Passai la notte intera a meditare sulla probabilità della di
lui morte. La pallida alba del verno mi sorprese ancora levata, colle lettere
del padre mio sparse intorno a me: le avevo lette e rilette, le sapevo quasi a
memoria, e mi torturavo il cervello per vedere in quale maniera avrei potuto
giungere a conoscere qualche cosa di più.
V'erano bene le lettere del Contucci, e un momento pensai di
aprirle nella speranza di attingervi qualche altro schiarimento; ma la
riflessione mi arrestò di nuovo: esse non potevano contenere nulla che valesse
a illuminare maggiormente la mia mente: mia madre non lo avrebbe taciuto.
Quantunque non amassi il mio tutore, avevo accettato di far parte della sua
famiglia, era meglio che io ignorassi i suoi torti. Li presentivo, del resto;
era forse stato un amministratore infedele: a che mi serviva il saperlo?
Ma a chi rivolgermi per ottenere qualche altro schiarimento
a proposito di mio padre? Alla zia Marta! Ella conosceva ogni cosa sino alla
partenza del padre mio; ella pure credeva però alla di lui morte, tuttavia
anelavo di parlarle ancora: non l'avevo mai interrogata bene: qualche
circostanza poteva esserle sfuggita; era necessario che la vedessi al più
presto.
Un'impazienza febbrile mi colse. Non potevo andare a
svegliarla prima del giorno per interrogarla; mi posi di nuovo a girare per la
mia camera con agitazione: ma qualche cosa mi distrasse bentosto da quel
pensiero insistente e penoso.
In casa qualcheduno era levato. Intesi aprire l'uscio del vestibolo:
stavo col capo appoggiato ai cristalli della mia finestra, la quale, per essere
situata all'una delle due estremità dell'edificio, ne dominava perfettamente il
centro. Vidi un uomo uscire all'aperto: lo riconobbi, malgrado dell'oscurità
ancora densa, alla statura elevata; era Giuliano.
Traversò lentamente la prima parte del giardino; pareva
camminare con precauzione per non fare romore. Ad un tratto si rivolse
indietro, e guardò il castello: i suoi occhi non si fermarono alla parte
abitata dalla famiglia Contucci, ma a quella opposta, ove mi trovavo.
Partiva egli così solo, quasi celatamente? Forse non voleva
disturbare nessuno. A mezza via, nel giardino, incontrò un contadino che veniva
verso di lui: tornarono addietro insieme: rientrarono in casa un istante e
riuscirono tosto. Il contadino portava una valigia sulle sue spalle: avevo
indovinato, Giuliano partiva inosservato.
I passi gravi del contadino risuonarono sull'arena: intesi
nello stesso tempo aprirsi una finestra: era quella di Virginia.
La fanciulla avanzò il busto fuori, facendo udire una tosse
leggiera per richiamare l'innamorato. Il contadino si arrestò tosto, e dovette
avvisare Giuliano di questa chiamata; ma egli non si rivolse, e incalzò
maggiormente il passo. Un istante dopo la finestra di Virginia si richiuse con
violenza.
Tutto ciò diede un altro indirizzo alle mie idee. Il mio
affetto per Giuliano ripigliò, pur troppo, ancora in quel punto il sopravvento.
Era possibile che fossimo disgiunti per sempre? Saremmo dunque passati l'uno
accanto all'altro soffocando i nostri palpiti, scavando colle nostre stesse
mani la fossa, in cui seppellire quei sentimenti che avrebbero potuto farci
beati?
Lasciai trascorrere il tempo in queste desolanti
riflessioni, tanto che la Cesira venne ad avvisarmi che l'asciolvere era
servito.
Scesi combattuta e straziata. Ippolito e Virginia non
parevano più lieti di me. Il viso della fanciulla era cupo; ella mi lanciò uno
sguardo scrutatore e mi disse:
- Veggo che siete singolarmente spettinata per una persona
che s'è levata prima del giorno.
- E come potete sapere a che ora si è levata? - disse tosto
Ippolito con asprezza alla sorella.
- Oh bella, ho veduto il lume in camera sua, - ripigliò
Virginia non meno duramente: - ho anzi veduto di più: la signorina stava col
capo appoggiato ai cristalli, quando Giuliano è partito. -
Era vero. In preda alle mie preoccupazioni, avevo obliato di
spengere il lume che mi aveva tradita agli occhi di Virginia: era stato lo
stesso a quelli di Giuliano? Arrossii vivamente: Ippolito impallidì.
- È naturale, - disse, intervenendo, il Contucci. - La Pia
avrà inteso romore e avrà voluto vedere chi era: non è vero? - soggiunse
guardandomi con un sorriso. - Non dovete però levarvi tanto per tempo: sapete
che il medico vi ha ordinato il riposo. In quanto all'ingegnere è un traditore:
aveva quasi promesso di fermarsi per l'asciolvere, eppoi è partito così alla
chetichella, senza permettere neppure che gli si allestisse il calessino: è
andato a pigliare la carrozza di Monteroni. Ma già è nel suo carattere di non
recare mai disturbo a chicchessia: bisogna avvezzarti a ciò, mia cara Virginia.
-
L'accento del Contucci voleva essere allegro; ma il suo riso
era forzato. Nessuno di noi gli rispose: io non sapevo che dire, temendo ad
ogni istante di tradirmi: i due fratelli mangiavano copiosamente con una specie
di furore. Il mio tutore finì con discorrere di cose di casa colla Cesira.
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