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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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III.
Terminato l'asciolvere, io corsi in traccia della cieca. La trovai nel giardino seduta sopra una panca di legno al sole. La buona donna mi prese le mani e me le baciò. Tornò sulla mia felice decisione di sposare Ippolito; il pensiero che sarei divenuta sua nipote, l'inebriava; me lo lasciò intendere con tutto il rispetto possibile; ella era poi persuasa che Ippolito era un buon ragazzo; lo aveva sempre amato più di Virginia; tutti le dicevano che era bello: io non potevo essere affatto indifferente a suo riguardo. Provavo un gran dispetto e una voglia immensa di mortificarla con qualche acerba parola: ma temevo d'indisporla, e di renderla muta sulle cose del passato, circa le quali volevo nuovamente interrogarla. Non potei però tacere quando, parlando del matrimonio di Virginia, ella venne a dire come aveva inteso che il di lei fidanzato era fisicamente inferiore ad Ippolito. - Non v'è confronto possibile fra di loro, - diss'io con asprezza. - Giuliano è un Sermanni e Ippolito un Contucci. - Oh, lo so, - rispose la zia Marta senza alcun risentimento. - I Sermanni sono nobili: v'è sempre una grande differenza fra la bellezza di un nobile e quella dei contadini nostri pari. Se avesse veduto il conte Graziano, suo padre, che fisionomia nobile, fiera e dolce ad un tempo egli aveva! E che modi garbati poi anche con noi, povera gente di servizio! - La zia Marta era venuta da sè all'argomento da me desiderato: la lasciai continuare un poco senza interromperla, e quando la vidi ben lanciata nelle ricordanze della sua vita passata, cercai di condurre il discorso sulla catastrofe che aveva separati i miei genitori, soggetto, su cui l'avevo sempre trovata piuttosto restia. Non ci volle poco per indurre la cieca a compiacermi. Forse il pensiero che sarei stata fra poco stia congiunta, contribuì a renderla meno prudente. Tornò sul fatto doloroso che aveva determinato la separazione dei suoi padroni, cercando però sempre di attenuare i torti del padre mio. - Che vuole? - diceva essa, - era giovane, ardente, educato con tutte le raffinatezze dell'alta società; amava alla follìa i cani da caccia ed i cavalli; era di una generosità senza pari, e la signora contessa non gli aveva portato nulla in dote, benchè fosse di una famiglia anche più nobile della sua. In queste condizioni si fa presto a vedere sfumare un patrimonio. - Tutto ciò me lo avete già detto, - sclamai con impazienza: - ma v'è ben altro, lo sapete. - Eh, lo so, ed hanno fatto male a parlargliene, - rispose ella: - il conte Graziano non era però un giuocatore di professione: si guardi dal crederlo, quand'anche qualcheduno glielo avesse detto: era gentiluomo, e quando si trovava in qualche conversazione, giuocava da pari suo. Generalmente era sventurato, e trovandosi a Firenze, frequentò una casa, ove si giuocava assai. Cominciò a fare delle piccole perdite, che la cortesia di un amico aiutò a saldare: una sera fu più sventurato del solito; s'incontrò con un tale, lo intesi dire dalla sua signora madre, un tale, con cui c'erano state certe rivalità antiche. Costui giuocava un giuoco d'inferno; suo padre non voleva essere da meno, e durò tanto nella partita, che finì con trovarsi debitore di quarantamila lire sulla parola. - Mio Dio, in una sola sera? - sclamai. - Eh sì, i gentiluomini non sanno contare. La è questa una qualità tutta plebea, a quanto pare, - ripigliò la zia Marta con una leggiera amarezza nell'accento. - Il conte Graziano si volse nuovamente all'amico che lo aveva già tratto prima d'impiccio; ma questa volta la cosa era troppo seria: l'amico non aveva quarantamila lire. Bisognava ricorrere ad un prestito. Si trovò la persona che le poteva procurare, ma voleva naturalmente una guarentigia, e i pochi beni del conte erano già ipotecati: chiese la firma dello zio Pandolfo, il più fiero dei Monteroni, il quale dimorava a Firenze, ed aveva fama d'eccentrico e d'avaro. Il domandare la firma allo zio gli era come scavare un abisso fra esso e il nipote, che sperava d'averne più tardi l'eredità. Suo padre lo sapeva bene, e si rifiutò di fare alcun passo in proposito. L'amico allora suggerì un mezzo termine: quello di imitare quella firma, la quale doveva servire solo momentaneamente agli occhi della persona che procurava il denaro. Più tardi si sarebbe pensato a restituire la somma senza che lo zio fosse esposto a noie di sorta: ma intanto il tempo stringeva: bisognava pagare le quarantamila lire nel termine di ventiquattro ore. Vi fu certamente una lotta assai viva nell'animo del conte Graziano, ma s'egli non pagava nel limite fissato, si credeva disonorato agli occhi di un uomo che abborriva: cedette alla tentazione, e la firma venne falsificata. - Mi copersi il viso colle mani, cercando invano di soffocare un singulto. - Mio Dio, - sclamò la cieca, - ella sapeva il fatto, ma non ne conosceva i particolari! Avevo ragione, io, di non voler parlare. Si conforti, per carità: l'amico del padre suo meritava bene la sua buona parte del biasimo. Senza di lui, sono persuasa che il conte Graziano non avrebbe mai pensato a un tale espediente. - Lo conoscete costui? - dissi con vivacità: - ditemi il suo nome, perchè io possa maledirlo! - Vidi il viso della cieca farsi livido: si morse violentemente le labbra. - Il suo nome, il suo nome! - continuai esaltata. - Non lo so, - rispose finalmente la Marta con voce spenta; - so solo che l'uomo, il quale aveva prestato il denaro, concepì qualche dubbio sulla validità della firma del signor Pandolfo e andò a porgliela sott'occhio. Di qui vennero tutti i guai, che condussero suo padre alla disperazione. - Alla disperazione, ma non forse alla morte? - diss'io. - Ditemi, non avete voi mai sospettato che egli potesse essere ancora in vita? - La cieca questa volta arrossì: girò il capo intorno come se ci vedesse, e volesse assicurarsi che non v'era nessuno ad ascoltarci: essa tremava come una foglia. - Vergine santa! - sclamò; - ella dubita della morte di suo padre! Ma io non ho mai lasciato sfuggire una parola che potesse fare nascere in lei un dubbio siffatto! Se ne fosse altrimenti, pensi che sono una povera pazza, e che le mie parole non debbono avere alcun valore ai suoi occhi. - No, non siete pazza, - risposi, - non lo siete mai stata, e non avete mai detto nulla che potesse destare i miei sospetti. Ma ho letto stanotte certe lettere datemi dalla mia povera madre: ella credeva che mio padre non si fosse ucciso: voi mutaste colore, quando vi parlai di ciò: sapete dunque di che si tratta. Ditemi tutto. La cieca protestò, si difese a lungo: colta da una vera irritazione le presi le mani e gliele strinsi con una energìa, di cui io stessa non mi credevo capace. - Parlate, lo voglio! - dicevo con accento imperioso: - voglio uscire d'incertezza; forse qui sono la sola ad ignorare ciò che avvenne di lui: vostro fratello.... - No, no, - interruppe vivamente la cieca: - mio fratello non sa veramente nulla; lo giuro. - Ah voi sapete dunque qualche cosa, - replicai con maggiore insistenza. Il ghiaccio era rotto; la cieca non si difese più che debolmente. - Il cielo mi è testimonio, - finì ella col dire, - che era mia ferma intenzione di serbare gelosamente il segreto. Ma come resistere ad una figliuola che supplica e piange per conoscere l'esistenza del proprio padre? Se ella avesse però a risentire qualche amarezza contro di lui? Pensi che ha sofferto tanto! - Vive, vive dunque? Lo conoscete? - sclamai quasi pazza di gioia. - Oh parlatemi di lui; com'è che tutti ignorano la di lui esistenza? Dov'è? Voglio vederlo. - Si calmi, in nome del Cielo, - rispose la cieca. - Egli è partito: non può, non deve vederlo: egli non vuole essere riconosciuto da alcuno: a che gli servirebbe? È povero, si riguarda come proscritto! - E io non posso aiutarlo! - sclamai desolata. - Lo farà più tardi. Per ora dobbiamo contentarlo, e tacere. Me lo ha fatto giurare egli stesso. Ma quando sarà la sposa d'Ippolito, potrà occuparsi di lui. Ippolito è buono, l'ama tanto, che sarà lieto di pensare a suo padre. - Non risposi; mi sentivo come agghiacciata nella mia esplosione d'affetto. Il nome solo d'Ippolito aveva prodotte in me questa sensazione. Un momento di silenzio seguì; la cieca pareva attendere una mia risposta con ansietà: finalmente ritrovai la forza d'interrogarla di nuovo; mio padre era dunque venuto a Monteroni? Quando? Come lo aveva essa incontrato e in qual modo aveva potuto riconoscerlo ella, che era cieca, se nessun altro lo aveva ravvisato? - Gli è forse appunto perchè sono cieca che l'ho riconosciuto, - rispos'ella. - Egli mi disse che è immensamente cangiato: in poco più di tredici anni è invecchiato come se ne fossero passati trenta sul suo capo. La vita che ha condotta, a cui non era per nulla preparato, gli affanni, le alternative di speranza e di disperazione, mi disse, lo hanno posto in questo stato. Ma il suono della sua voce è rimasto lo stesso: fu ciò che mi colpì: non ero sviata dal mio sguardo, che avrebbe potuto farmi credere a un'illusione, ed ella ha veduto quale commozione provai all'udire quell'accento. - Ho veduto, io? - interruppi quasi con un grido: intendete forse parlare di colui che abbiamo incontrato una sera nel bosco? - Trattavo ancora la povera donna con una impazienza irritata: per placarmi, ella si affrettò a rispondere che avevo indovinato. Ricaddi sul banco di legno spossata. Quell'uomo vecchio, miseramente vestito, che avevo quasi toccato, passando, era il mio genitore! E io non avevo provato nulla di diverso in quel momento! Il mio cuore non aveva battuto più celere! Avrei potuto abbracciarlo, chiamarlo col dolce nome di padre, porgere qualche conforto alla sua travagliata esistenza, e invece lo avevo respinto quasi con alterigia, allorchè si era offerto ad accompagnarmi. Quale rimorso ne risentivo! Eppoi si vanta sì spesso la voce del sangue! Mi colse un'immensa brama di riparare alla mia condotta: dissi alla cieca che volevo assolutamente vederlo; in qualunque luogo si trovasse, volevo raggiungerlo: qualunque fosse la sua condizione, parteciparvi: le difficoltà che si potevano opporre a questo mio desiderio mi sembravano di poco conto. Non ero più sola al mondo: avevo un essere da amare e da cui sarei stata amata: non riflettevo più, non potevo più ragionare. La zia Marta era spaventata: vi volle parecchio tempo prima che ella giungesse a farsi ascoltare da me: volevo conoscere ad ogni costo l'indirizzo del padre mio. Ella mi giurò con accento quasi disperato che non lo sapeva. Il conte Graziano non voleva essere ravvisato da nessuno a Monteroni; vi era venuto spinto dal desiderio ardente di vedermi, ma senza alcuna intenzione di farsi conoscere da me: mi sapeva stabilita in casa del suo antico fattore e ne era contento; era fermamente deciso di non turbare colla sua presenza il bene che il mio tutore pareva disposto a farmi. Il caso lo aveva favorito quella sera, in cui ero uscita a diporto; ma la sua presenza, mi disse la cieca, lo aveva quasi intimorito: stette celato a lungo e vi volle non poco prima che ella, fissa nell'idea che era il suo antico padrone, lo ritrovasse dappoi. Stava in una casipola di contadini situata verso l'Abbadia San Salvatore, ove finì collo snidarlo. Mi lagnai, perchè non mi avesse condotta seco, quando andava per ricercarlo. - E come potevo io parlarle di una cosa, di cui non ero affatto sicura? - rispos'ella. - Quando lo incontrai di nuovo, egli cominciò col negare d'essere il conte Graziano: ma a poco a poco fu vinto dalle mie parole di devozione. Sapeva bene che non avrei mai potuto tradirlo per amore della mia buona signora. Mi fece nondimeno giurare di serbare con tutti il segreto. Egli doveva essere morto per ognuno. Lo zio gli aveva imposto una tale condizione in ricambio del suo silenzio circa la frode commessa a suo danno, e lo sborso di denaro che ne era risultato. Il conte Graziano diede la sua parola d'onore, e schiavo della promessa fatta, lasciò perfino la povera signora Virginia nell'inganno. - Era una mostruosità! - sclamai angosciata, pensando al cordoglio di mia madre. - Lo zio era stato crudele e inesorabile: ma suo padre, mantenendo la parola data, nudriva però una speranza, mi disse: ed era che sarebbe riescito a crearsi uno stato, da cui avrebbe tratto in breve una somma sufficiente per tornare, e restituire al signor Pandolfo le quarantamila lire sborsate per lui; allora avrebbe ritirata la propria parola, sarebbe ito a cercare la sua sposa, la sua bambina e le avrebbe condotte seco. - Povero padre mio! - mormorai singhiozzando. - Oh, ella avrebbe pianto ben maggiormente se lo avesse inteso, - replicò la zia Marta, asciugandosi ella pure qualche lagrima. - Egli finì col confidarsi in me, povera serva, che sapeva devota e pronta a serbargli il segreto: mi narrò le sue vicende: il poveretto aveva tanto bisogno d'espandere il suo cuore! Aveva menato una vita orrenda: le sue speranze di porsi in grado di riabilitarsi agli occhi dello zio non si erano avverate così presto: non fu che in capo a dodici anni che si trovò possessore di circa cento mila lire. Partì allora fiducioso dal paese lontano, in cui si era recato, e del quale non sovvengo più il nome: ma vi sono degli esseri che nascono quaggiù colla sventura.... - Posai la mia mano sul braccio della vecchia donna per interromperla: un pensiero era sorto in me, e mi faceva tremare dal capo alle piante. - Questo paese, di cui non sapete il nome, - dissi con voce soffocata, - non sarebbe, per caso, l'Australia? - Sì, sì, appunto ! - gridò la cieca. - E la somma acquistata nel faticoso lavoro delle miniere? - Come sa che suo padre ha lavorato nelle miniere? - sclamò la Marta maravigliata. - Ahimè, tutto è andato perduto! Il bastimento che lo portava fece naufragio: il conte Graziano si salvò a stento, ma non potè salvare il denaro che teneva con sè. - È desso! - pensai, convinta che mio padre era l'uomo che Giuliano voleva presentare al Contucci come futuro direttore della miniera. Sapevo oramai a chi dirigermi per averne notizie. La Marta era stupefatta, ma non volli spiegarle nulla; solo mi assicurai che non m'ingannavo, facendomi confermare che mio padre aveva assunto il nome tanto comune di Monti. Continuai quindi a interrogarla: ma poco le rimaneva a dirmi. Mio padre era giunto disperato in Toscana. A Firenze raccolse le più disastrose notizie: lo zio Pandolfo era morto da lungo tempo, e invece di perdonare e di cercare di compensarlo della durezza, da cui era stato spinto all'esiglio, aveva disposto di tutti i suoi beni in favore di un prete, don Ferdinando Opprandini, intimo di lui amico. A Siena venne pure a conoscere la morte di mia madre; e seppe che io ero stata raccolta dal suo antico fattore. Si recò a Monteroni con l'unico scopo di vedermi, ma fermo nell'intendimento di non turbare colla sua presenza il progetto di matrimonio, di cui intese naturalmente parlare. Aveva voluto che io non subissi alcuna influenza particolare, e che potessi pigliare liberamente la decisione che credevo migliore. E quando io diedi la mia adesione a quell'unione abborrita, egli ne fu lieto come d'una buona ventura, mi disse la cieca: non desiderava più nulla per sè, ma sicuro che io sarei ritornata la padrona del castello dei padri suoi, si dispose a ripartire soddisfatto, pronto a ripigliare un lavoro faticoso qualunque per procacciarsi l'esistenza. Avevo le mani incrociate sulle ginocchia e grosse lagrime cadevano dagli occhi miei; la Marta non poteva vedermi, nè indovinare il mio strazio. Anche mio padre col suo inconscio abbandono mi spingeva verso Ippolito! Come resistere a tante forze riunite? Rimasi muta, accasciata: la zia Marta mi disse ancora, che mio padre sapeva come il Contucci avesse già ottenuta, per me, la facoltà di trasmettere al mio sposo il nome de' Monteroni. Egli non voleva porre alcun ostacolo a una tale combinazione. La sua presenza avrebbe guastato tutti i disegni del mio tutore: gli è perciò che volle partire subito; ma prima di abbandonare Monteroni, desiderò avvicinarmi un istante a mia insaputa, deporre un bacio e una benedizione sulla mia fronte. - Fu mio padre, - sclamai, - il notturno visitatore? - Sì, - rispose la cieca. - Non ebbi coraggio di rifiutargli una tale soddisfazione. Non mi sgridi, per carità: rifletta che si trattava di suo padre. - Non avevo alcuna intenzione di sgridarla; ma pensavo con disperazione che, se avessi potuto indovinare che si trattava di mio padre, gli avrei gettato le braccia al collo, lo avrei supplicato di condurmi seco in qualunque luogo, purchè fossi stata libera con lui. Ma egli era partito, e non sapevo oramai ove rintracciarlo. La cieca parlava sempre; io non l'ascoltavo più, e anelavo di ritrovarmi sola per pensare a ciò che potevo fare per ritrovare mio padre. Il sapere che Giuliano lo conosceva, era stato, a tutta prima, un gran sollievo per me, e l'idea di rivolgermi a lui per averne notizie era tosto balenata alla mia niente. Ma mi domandavo ormai in quale maniera avrei potuto giustificare agli occhi dell'ingegnere l'affetto che quello sconosciuto m'inspirava. Rivelargli la verità mi ripugnava assai. Avrei dovuto narrargli la storia del passato, e arrossivo al solo pensiero che egli potesse comprendere che v'era un disonore in famiglia. Ero perplessa, agitata, e finii col decidere d'attendere che Giuliano scrivesse qualche cosa in proposito del signor Monti, di cui aveva promesso al Contucci di occuparsi appena giunto a Firenze.
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