IV.
L'ingegnere Sermanni stette parecchi giorni prima di dare
notizia alcuna di sè. Finalmente una lettera giunse un mattino all'ora
dell'asciolvere; era diretta al Contucci, e non racchiudeva verun biglietto per
Virginia.
Fu questa una crudele delusione per lei. Ella respinse il
suo piatto, e posò i gomiti sulla tavola, dicendo con qualche asprezza a suo
padre:
- Che può scrivere a voi solo Giuliano? La leggerete almeno
forte quella lettera?
- Certamente, - rispose il Contucci, - non vi possono essere
segreti. -
Il mio cuore palpitava. Tutto il mio pensiero era rivolto al
genitore: stavo forse per udir parlare di lui. Comprendevo bene che egli aveva
dovuto rifiutare l'offerta di venire alla miniera; ma se Giuliano lo aveva incontrato
di nuovo, rimanevo sicura oramai che si trovava a Firenze, e avrei potuto
scrivergli immediatamente.
Cominciai tosto a fantasticare a questo proposito, mentre il
mio tutore dava un'occhiata sommaria alla sua lettera prima d'intraprenderne la
lettura ad alta voce. Formavo già il progetto di dirigere la mia missiva sotto
coperta a Giuliano, per maggior sicurezza che potesse giungere al suo
indirizzo, mi pareva che l'ingegnere dovesse essere un intermediario di buon
augurio fra mio padre e me: ma venni interrotta nei miei progetti dalla voce
sempre più aspra di Virginia.
- Che avete, - sclamò ella rivolta a me, - che avete per
rimanere lì come incantata, cogli occhi fissi sulla lettera del mio fidanzato?
che può ella contenere d'importante per voi? L'asciolvere è finito, mi pare che
dovreste ritirarvi in camera vostra. -
Fui tanto sorpresa da un tale discorso che, a tutta prima,
non seppi che rispondere. Ma Ippolito, avanti che suo padre, sorpreso egli
pure, avesse aperto le labbra, assunse la mia difesa con energìa, avanzandosi
verso la sorella coi pugni levati, e gridando con accento formidabile:
- Rispetta la Pia, o ch'io ti do una correzione, di cui ti
sovverrai per un pezzo! -
Mi levai immediatamente per frappormi tra i due fratelli;
Virginia si era rizzata ella pure, sfidando Ippolito collo sguardo e col gesto;
la voce autorevole del Contucci ci arrestò tutti.
- Silenzio! - sclamò; - non voglio guai, lo sapete. Tu,
Virginia, sei una trista: sai la mia opinione a tuo riguardo. Devi rispettare
tua sorella, la sposa del tuo fratello, quella che sarà, in fine de' conti, la
padrona di questa casa. Tu, Ippolito, tieni le mani a te; non credere che
guadagnerai l'affetto della tua fidanzata colla violenza. La Pia....
- La Pia, la Pia! Non sento parlare che della Pia! -
interruppe Virginia sempre in piedi e con accento minaccioso. - Se ella deve
essere la padrona assoluta di casa, preferisco cederle il posto fin d'ora.
Debbo cederle anche il mio fidanzato? Ditelo!
- Una parola ancora e ti schiaccio! - gridò Ippolito, le cui
labbra erano bianche e convulse. - Il solo pensiero che vi possa essere qualche
cosa di comune fra Giuliano e la mia sposa, mi condurrebbe ad un terribile
eccesso! -
Mi posi a tremare, e lasciai cadere il capo nelle mie mani.
Paventavo che Ippolito mi leggesse in viso tutto l'affetto che mi si annidava
in fondo al cuore per Giuliano.
- Continuate, - disse il Contucci: - continuate pure. Tu,
Ippolito, finirai con spaventare talmente la tua fidanzata, che ella ritirerà
la parola data, ed avrà ragione di farlo. In quanto a Virginia non diverrà, in
tal caso, la sposa di Giuliano, perchè ho deciso che i due matrimonii s'abbino
a fare insieme. -
Ippolito e Virginia si acquetarono alquanto: Ippolito venne
a me, e mormorò quasi con timidezza:
- Ditemi che mio padre s'inganna; che non avete paura di me.
- Sì, - risposi con lentezza calcolata, - ho paura di voi,
quando parlate di far del male a qualcheduno: ho sofferto immensamente alla
vista di un povero animale ucciso per cagion mia; pensate che sarebbe se si
trattasse di un essere umano.
- Amatemi un poco, siate buona con me, e ciò non avverrà
mai, - replicò Ippolito, mezzo brusco e mezzo pentito. - Voi potete fare la
calma, o provocare la tempesta a piacimento.
- Sta bene, sta bene, - disse il Contucci con qualche
impazienza, vedendo che Virginia batteva con agitazione il piede per terra. -
Tutto finirà con aggiustarsi a poco per volta. Udite intanto quello che scrive
Giuliano: mi pare che importi a voi tutti quanti.
L'ingegnere scriveva che aveva trovato un quartierino
discreto in una via un po' secondaria, nelle vicinanze del ponte Santa Trinita:
lo avrebbe voluto nella via de' Tornabuoni, secondo il desiderio di Virginia,
ma le case erano troppo care in una tale posizione: egli aveva dovuto pensare anche
un poco all'economia.
- Direte alla Virginia, - scriveva, - che io non ho
ricchezze da offrirle; so bene che ella è ricca assai, ma io non intendo far
calcolo sopra ciò che non mi appartiene. -
Il viso della fanciulla andava facendosi più buio.
- Perchè non vuole far calcolo sulla mia dote? - disse
irritata. - Ciò che è mio, non sarà dunque suo? Non mi ama forse abbastanza per
accettare qualche cosa da me?
- Il suo è un sentimento di delicatezza rispettabilissimo, -
replicò il Contucci: - e io ne lo stimo anche maggiormente. Ciò non t'impedirà
di spendere tutto quello che hai in casa tua: ma lasciami terminare. -
Giuliano continuava assicurando che tutti i preparativi per
accogliere la sua sposa sarebbero stati ultimati quanto prima. Egli si trovava
appunto in grado di porsi nello stesso tempo in libertà. Non eravamo ancora al
Natale, tuttavia pensava che, se non esistevano difficoltà da parte mia e da
parte d'Ippolito, i due matrimonii si sarebbero potuti compire prima del tempo
fissato: il motivo che gli faceva suggerire quest'accomodamento, era il
seguente.
Non aveva potuto rintracciare in alcuna maniera il signor
Monti, su cui contava per far sorvegliare, nei primi tempi, i lavori alla
miniera. Aveva scritto fermo in posta, secondo le indicazioni stesse che il
Monti gli aveva date; aveva fatto ogni possibile indagine, senza scoprire la
sola persona che conoscesse capace di adempiere bene un tale ufficio. Non
sapendo chi altri indicare, pensava di addestrare, per quest'ufficio, il
giovane che stava provvisoriamente a capo degli operai, il quale gli pareva
intelligente. Ma per condurlo al punto voluto ci voleva qualche tempo, ed egli
offriva al suo futuro suocero di rimanere a Monteroni tutti quei giorni che
potea procurarsi di libertà pel suo matrimonio. Pensava che Ippolito ed io,
appena sposati, saremmo partiti in viaggio: invece di viaggiare esso e Virginia
potevano passare i primi tempi della loro unione al castello; così egli avrebbe
potuto occuparsi assiduamente della miniera....
- Occuparsi della miniera ! - gridò a questo punto Virginia;
- così io passerei la luna di miele in questo orribile luogo, mentre mio marito
starà assente tutto il giorno? No, no, è impossibile: non voglio, non voglio!
- La miniera non gli può dare molto da fare, - rispose il
Contucci, che vedeva il suo tornaconto in una tale proposta. - Del resto potrai
tenere compagnia al tuo sposo quanto vorrai: la miniera non è lontana.
Passerete la luna di miele qui come altrove.
- Per me accetto di tutto cuore. Cederemo volentieri il
posto a Giuliano: che ne dice la signorina Pia? - sclamò Ippolito quasi
lietamente.
Mi sentivo oppressa e scoraggiata. Avevo tanto sperato di
udire notizie del padre mio, che la lettera di Giuliano mi aveva veramente
fatto male.
- Non v'è dunque più speranza di ritrovare quel signor
Monti? - dissi con voce abbattuta.
- Lo vedete bene! Giuliano non vi pensa più, - rispose il
mio tutore. - Doveva essere, del resto, un avventuriero. Mi sono informato di
lui: nessuno lo conosce nel villaggio; venni finalmente a sapere che dimorò
parecchio tempo in una casipola di poverissima gente, tenendosi ben celato.
Deve essere qualche vagabondo pericoloso: gli uomini onesti non si nascondono.
Non mi sarei dunque probabilmente mai servito di lui. L'ultima proposizione di
Giuliano è la migliore.
- Per voi, ma non per me! - disse Virginia, levandosi in
piedi con tanto impeto che rovesciò la sua seggiola. - Scriverò io stessa a
Giuliano, e spero d'indurlo a mutare proposito: voglio viaggiare come fanno
tutte le persone ammodo. -
Ed ella uscì chiudendo l'uscio con una violenza tale, che
fece traballare tutta la casa.
Il Contucci sbuffava.
- Fate quanto desidera, - diss'io allora con vivacità. - Il
signor Giuliano può continuare ancora nelle sue ricerche. Pregatelo, a nome
mio, di non abbandonare l'impresa se rinviene il signor Monti, possiamo bene
aspettare il Natale.
- Attendere, attendere sempre! - gridò allora Ippolito. - Vi
comprendo: pigliate la parte di Virginia per ritardare il giorno, in cui sarete
mia sposa; se mio padre accetta il vostro consiglio, ne nasceranno davvero dei
guai. Non voglio essere violento, continuava fieramente, ma non bisogna
provocarmi: pensateci ! -
Uscì egli pure dopo queste parole. Il Contucci ed io
rimanemmo soli.
Egli si pose a passeggiare irritato per qualche tempo; si
arrestò infine dinanzi a me che piangevo silenziosamente. Mi chiese se non
amavo davvero il suo Ippolito, il quale mi recava uno stato splendido, potendo
io serbare il mio nome aristocratico. Perchè tremavo tanto all'idea di
divenirgli sposa? Tutto ciò non era naturale. Avevo forse qualche simpatia per
un altro?
- Non è vero! - sclamai con prontezza: - non v'è nulla che
possa autorizzarvi a parlarmi in tal guisa.
- Avete risposto con troppa precipitazione e siete divenuta
di fuoco, - disse il mio tutore osservandomi: - no, non m'inganno, potreste
amare Giuliano: Ippolito no!
- È una menzogna! - risposi irritata, sentendomi arrossire
anche maggiormente.
- Sì, sì, è così, - proseguì il Contucci, facendo due o tre
giri precipitosi intorno alla camera. - Fra voi, nobili, ve la intendete
facilmente. Non è la prima volta che sono testimone di ciò. Oh, l'orgoglio
patrizio! Quanto mi ha già fatto soffrire! -
Cessò dal passeggiare e si lasciò cadere, come spossato,
sopra una seggiola, appoggiando i gomiti alla mensa ancora apparecchiata.
Che voleva dire con quelle parole? Chi è che lo aveva fatto
soffrire per orgoglio patrizio? Rimanevo là, muta, meditabonda, a proposito di
quelli accenti che mi parevano misteriosamente significativi.
Si levò finalmente, e venne a me più tranquillo, ma
risoluto.
- È inutile che cerchiate di mentire, - diss'egli. - Io vi
ho difesa contro la mia figliuola medesima, e dovreste sapermene buon grado: ma
sono persuaso che la gelosia di Virginia non è affatto ingiusta. -
E come io facevo un movimento di diniego irritato:
- Sa il Cielo, - continuò con un gesto atto ad impormi
silenzio, - sa il Cielo se ho intenzione d'offendervi; dacchè siete in casa
mia, sono giunto ad amarvi quasi più di Virginia stessa: ma non già più
d'Ippolito: sarebbe impossibile. Colle vostre ripulse, colla vostra freddezza
avete spinto mio figlio ad amarvi con una intensità spaventevole. Se il
matrimonio si rompesse, lo temo ancor io, ne potrebbe nascere una tragedia. Le
cose sono ormai ad un punto tale, che non si può più tornare addietro. Bisogna
pigliare una decisione.
Mi tolse, così dicendo, le mani con cui mi celavo il viso, e
mi guardò fissamente.
- Non ho mai creduto di potere sfuggire al mio destino, -
diss'io con accento sommamente scoraggiato, pensando che Giuliano stesso era
risoluto a mantenere la parola data a Virginia. - Desideravo solo che il signor
Sermanni si fosse occupato un poco di quello sventurato, di cui aveva parlato.
- E che v'importa di lui? - disse il Contucci con sospettosa
meraviglia. - Che vi cale di uno sconosciuto che avrei cominciato col fare
arrestare come vagabondo, se lo avessi incontrato nel Comune da me
amministrato? -
Mi sentii piena d'inquietudine riflettendo che, quantunque
non pesasse sul mio povero padre alcuna accusa che dovesse comprometterne la
libertà, egli poteva tuttavia andare incontro a qualche grave noia per cagione
della mia imprudenza.
Se il Contucci sospettava la esistenza di lui, se aveva
interesse a liberarsi di lui anche momentaneamente, era certo capace di porre
in pratica la minaccia che a tutta prima pareva arrischiata assai. Dissi perciò
con accento che cercai di rendere indifferente:
- Io non so chi sia, ma è un infelice; la sua storia mi
commosse: avrei voluto recargli conforto. Gli sventurati si comprendono.
- Volete darmi ad intendere che siete sventurata? - sclamò
il mio tutore con aspetto buio. - I nobili sono sempre ingrati! Se vi avessi
abbandonata, sareste stata veramente felice: non sono i vostri parenti che
avrebbero pensato ad aiutarvi: non hanno avuto premura che di sbarazzarsi di
voi. E perchè io, plebeo, mi sono occupato di voi con affetto, perchè desidero
darvi in isposo un giovane bello, ricco e innamorato, mi gettate sul viso che
siete sventurata! Siete un mostro d'ingratitudine: ma non voglio curarmi di
ciò. Il matrimonio è deciso e si farà, secondo le ultime proposte di Giuliano
che mi accomodano assai: spero che non vi opporrete. -
Accennai di no col capo: ero tanto stanca di combattere, che
mi abbandonavo oramai alla corrente che mi trascinava.
Alcune ore dopo, il Contucci venne nondimeno nella mia
camera con una lettera in mano, e mi disse con accento raddolcito, quasi
affettuoso:
- Ho cercato di contentare voi e Virginia nello stesso
tempo. Ho scritto a Giuliano per invitarlo ancora a cercare di quel tale che vi
sta a cuore, e se giunge a ritrovarlo, se è uomo da potersi mettere a capo
della miniera, le nozze non si faranno che a Natale. Va bene così? Siete
contenta? -
Dissi di sì, e lo ringraziai, sebbene quella decisione
improvvisa mi facesse quasi paventare un tranello per mio padre.
Ma la lettera del Contucci, quella che Virginia stessa aveva
scritto in pari tempo al suo fidanzato, non produssero effetto di sorta.
Giuliano non rispose, ma una bella sera giunse improvvisamente a Monteroni con
tutte le carte necessarie pel compimento del matrimonio. Egli recava molti doni
alla sposa, e fu tutto sorpreso vedendo che noi non pensavamo ai preparativi.
- Ho un mese di vacanza, - diss'egli: - bisogna che i due matrimonii
si facciano il più presto possibile, perchè mi possano rimanere quindici o
venti giorni di libertà relativa per dedicarmi alla mia sposa. Il signor Monti
è introvabile, mi occuperò io della miniera.
- Una bella maniera di dedicarvi a me, - rispose Virginia di
pessimo umore, respingendo i doni che le aveva posti dinanzi. - Pensate più
alla miniera che alla vostra fidanzata.
- V'ingannate, poichè desidero di vincolarmi a voi il più
presto possibile. Perchè ritardare la nostra felicità? -
Virginia rimase muta: non era convinta. Anche a me le parole
dell'ingegnere non sembravano sincere. No, egli non amava la sua fidanzata, e
Virginia non aveva torto di essere gelosa di me. Provai quasi pietà della
povera fanciulla; ella invece non doveva averne alcuna per me.
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