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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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VI.
Quando rinvenni in me, ero coricata nel mio letto, col capo fasciato e colle membra tutte indolenzite e peste. Il capo mi doleva pure immensamente, e un ardore febbrile serpeggiava nelle mie vene. Pareva essere corso qualche tempo dalla mia caduta in poi: m'avevano trasportata al castello senza che me ne fossi avveduta, e non mi sovvenivo in alcuna maniera delle cure che m'erano state prodigate. Girai, per quanto la benda che mi fasciava il capo me lo permetteva, lo sguardo intorno alla camera. Era di sera e una lampada coperta da una densa ventola mandava un fioco chiarore. Vidi delle ombre che si movevano lentamente, e udii quel confuso mormorio che è prodotto dalle parole sommesse di chi veglia al capezzale di un ammalato. Tentai di fare un movimento: ma le doglie che ne provai per tutta la persona mi strapparono un gemito. Una delle ombre si avanzò vivamente verso il mio letto: una donna si chinò con fare amorevole verso di me: era la zia Marta. - Che è accaduto? - chiesi ancora mezzo stordita. - Come sono giunta al mio letto, senza avvedermene? Chi sono coloro che stanno là in fondo? - I suoi migliori amici, signorina, - disse la voce gioviale del medico che frequentava il castello ed era sempre stato eccellente per me. - Io sono il dottore, e desidero che ella stia ben tranquilla: ella ha bisogno di gran riposo: mi riconosce: non è vero? - soggiunse, venendomi vicino. - Oh, perfettamente: è il dottor Ciampini, - risposi sorridendo: - ma come è che mi trovo in questo stato? Ah, mi rammento; sono caduta nel pozzo: qualcuno mi vi ha spinta! - V'era un altr'uomo accanto al dottore, che non avevo ancora ravvisato nella mezza oscurità; egli si scosse violentemente. - Povera signorina! - disse tosto il medico, - è cosa tanto facile il mettere un piede in fallo: ma si faccia coraggio, non sarà nulla. Ci vorrà un poco di pazienza soltanto. Ora che la vedo pienamente in sè, non ho più timore di alcuna commozione cerebrale, e non esito a dichiarare che fra quindici giorni al più sarà vispa come prima. - A queste parole pronunziate dal medico udii un gran sospiro dall'altro canto del mio letto. Colà stava una quarta persona che non avevo osservata. Guardai, meglio che potei, da quel lato colla coda dell'occhio, e riconobbi Ippolito. Allora rivoltai di nuovo il capo verso il medico, fingendo di non avere veduto nulla. L'uomo che era accanto al dottore si appressò: era il mio tutore. Mi parlò con un accento affettuoso, quasi timido: egli era felice del parere del dottore: doveva allontanarsi da Monteroni per poco tempo, ma non aveva voluto partire prima di essere rassicurato sul conto mio: ora credeva di poterlo fare, e sperava di trovarmi pressochè guarita al suo ritorno. Nella sua assenza la zia Marta non mi avrebbe abbandonata mai. - Io pure veglierò su di lei, di giorno come di notte, - disse la voce d'Ippolito. - No, no, - sclamai con un movimento d'impazienza, - voglio rimanere sola colla Marta. - Ippolito, - disse la voce grave del medico, - voi dovete uscire di qui: non spetta a voi, per ora almeno, a vegliare sulla vostra fidanzata. La signorina ha ragione. - La zia è cieca, come possiamo fidarci di lei? - ripigliò Ippolito con voce concitata. - Posso fare meglio di tutti senza vederci, - disse la cieca. - È vero, - replicò il medico; - l'ho veduta alla prova. - E poi la Cesira l'aiuterà, - disse il Contucci. A questo nome, che mi era uggioso, mi riscossi di nuovo; e giacchè m'avvedevo che intorno a me si era in via di concessioni, sclamai: - No, non voglio la Cesira; voglio la zia Marta sola. - Sarà fatto secondo il vostro desiderio, - ripigliò allora il mio tutore. - Marta rimarrà esclusivamente al vostro fianco e si farà aiutare, se occorre, dalle donne di servizio. In quanto a te, Ippolito, devi rassegnarti; entrerai in questa camera, quando la tua fidanzata te lo permetterà. - Così dicendo, il Contucci si chinò sopra di me, depose un bacio sulla benda che mi fasciava la fronte, e mormorò al mio orecchio - Siate buona, mia cara Pia, mantenete il silenzio, e vi amerò più che una figlia. - Mantenere il silenzio! Oh! comprendevo. Non mi ero ingannata: non ero caduta nel pozzo da me stessa: qualcuno mi aveva spinta. Perciò, quando il mio tutore, il medico e Ippolito stesso si furono allontanati, chiamai la Marta presso di me, e le dissi: - Non mi celate la verità; non sono caduta da me. Chi è che mi spinse verso una morte probabile? - Signorina, cara e buona signorina, - sclamò la cieca giungendo le mani, - si calmi per l'amor del Cielo! Speravamo tutti che non si fosse avveduta di nulla. - V'è dunque un colpevole? - dissi con voce fremente. - È Ippolito? - Si guardi dal crederlo, in nome del Cielo, - sclamò la cieca con voce lagrimosa; - il povero giovane è innocente. Era disperato dell'accaduto: non ha veduto come stava inquieto e tremante al suo fianco? - Ciò non proverebbe nulla, - ripigliai bruscamente: - è di quegli amanti che sono capaci di uccidere la donna amata, salvo a piangere dopo sul suo cadavere. Lo detesto! - - Gli è un pezzo - mormorò quasi fra sè - che temo di udire una tale parola! Oh, i nobili e i plebei non si possono amare; v'è un abisso fra loro! - Non pensate che sia orgogliosa, - diss'io inquieta, nel timore di allontanare da me quell'amica devota; noi ci possiamo amare tutti: vi giuro che vi voglio un gran bene. - Sì, sì, ella è buona, amorevole, ma non potrà mai amare un plebeo; gli è questo che volevo dire. Avrei dato la mia vita per saperla sposa felice ad Ippolito, ma non posso offendermi alla rivelazione dei suoi veri sentimenti. Ho troppo rispetto pei Monteroni, e se il disegnato matrimonio deve costarle delle lagrime, sono disposta a difenderla anche contro la mia famiglia. Ma per ora è inutile parlare di ciò; il medico ha raccomandato la tranquillità e il riposo: ella può essere sicura che Ippolito non porrà mai il piede in questa camera: non lo detesti tanto; è rozzo, come lo siamo tutti, ma non è cattivo: vale meglio assai di Virginia. - Queste ultime parole le pronunziò certamente più per lei che per me: le afferrai nondimeno. Ippolito era migliore di Virginia! Ogni dubbio era sparito; le mie idee si erano fatte chiare e precise: Virginia sola poteva avermi spinta ad una morte quasi sicura: Virginia sola aveva potuto avanzarsi al mio tergo nella oscurità e precipitarmi al mal passo. Se non avevo parlato fino allora di lei, gli è che qualche cosa mi tratteneva dal toccare un soggetto che vibrava troppo profondamente nel mio cuore: accusando Ippolito, lo avevo fatto per una maligna irritazione verso colui che s'arrogava pubblicamente dei diritti sopra di me, mentre l'uomo che riempiva tutto il mio cuore, colui che avrei voluto vedere il primo al mio svegliarmi, se ne stava forzatamente in disparte. Comprendevo che la famiglia Contucci, spaventata dell'accaduto, volesse spiegare ogni cosa con un accidente; che il medico, per amicizia, cercasse egli pure d'ingannarmi, e finalmente che il mio tutore, in un accesso di sincerità, mi avesse supplicata di mantenere il silenzio. Ma quest'inganno, nel quale ero facilmente disposta a lasciare il mondo intero, si poteva esso estendere anche a Giuliano? Che sapeva egli? Che cosa aveva indovinato? Mi sovvenivo ormai che, al momento stesso in cui la lettera, che destinavo a mio padre, cadeva nelle mani dell'ingegnere, io m'ero sentita spinta verso l'abisso. Aveva esso celata la mia lettera? Aveva concorso a salvarmi? Aveva egli chiesto di me dopo l'accaduto? Ed.... era egli partito da Monteroni? Tutte queste domande stavano sul mio labbro senza che osassi ancora formolarle: ma a poco a poco dovevo ritrovare qualche coraggio, e cominciai col chiedere alla zia Marta a chi dovevo precisamente la mia salvezza. - Al signor Giuliano, - rispose prontamente la cieca. - Intesi dire che, senza di lui, non si sarebbe mai giunti in tempo per impedire che ella precipitasse sino al fondo e vi lasciasse la vita. Ma non parliamo di ciò, - riprese quasi pentita di quanto aveva detto. - Tutti hanno contribuito a soccorrerla e, lo creda, Ippolito si adoperò più di tutti. Il signor Giuliano era come pazzo dal dolore: fu egli stesso che venne a dare l'annunzio dell'accaduto al castello, e a raccomandarci che tutto fosse disposto per poterla mettere subito a letto. E quando ella giunse costì sopra una lettiga, poco mancò che Ippolito ed egli non disputassero per trasportarla senza inconvenienti sino in camera sua. - E chi è che mi portò? Mi morsi le labbra, e lacerai una pezzuola che stava sulla mia coltre. - E Virginia? - ripigliai dopo un lungo momento di silenzio? Il viso della zia Marta mutò colore. Comprese la sua imprudenza d'essersi lasciata condurre a quei discorsi, e non seppe, a tutta prima, che rispondere. - Non temete di parlarmi di lei, - continuai: - so perfettamente di che si tratta: ella voleva la mia morte. - Per pietà, non dica così! - gridò la cieca: - fu un momento di delirio per lei. - Non lo dirò mai a nessuno, - risposi, - siate tranquilla. Vorrei solo sapere se il signor Giuliano è al fatto d'ogni cosa. - Pur troppo! - rispose la cieca con un gran sospiro. - Egli è sempre a Monteroni, perchè non vuole allontanarsi prima d'essere bene rassicurato circa la sua guarigione, ma non dimora al castello, ove ha giurato di non riporre il piede. - Il matrimonio è dunque infranto? - sclamai con un grido di gioia, e balzando quasi sul letto malgrado degli atroci dolori che mi tormentavano. - Santa Vergine! che è ciò? - disse la cieca, venendo a me tutta sorpresa. - Il signor Giuliano piange e si dispera sapendo che soffre, ed ella.... - La Marta non osò proseguire: metà per lo spasimo, e metà per la vergogna, io sprofondai nel mio letto. Sentii che il mio viso era divenuto di fuoco. Fortunatamente la zia d'Ippolito non mi poteva vedere. Ella rimase preoccupata per un poco, ma poscia mi disse dolcemente d'essere tranquilla: il dottore lo aveva tanto raccomandato: essa avrebbe voluto sapermi contenta: solo mi supplicava di pensare che due persone della sua famiglia potevano trovarsi infelici per cagion mia. La povera Virginia era in uno stato di prostramento indicibile.... L'interruppi a questo punto per assicurarla che perdonavo di tutto cuore alla fanciulla, e che anzi avrei voluto vederla per dirglielo. - Non la vedrà per ora, - replicò la cieca, scuotendo il capo. - In questo stesso momento ella sta disponendosi a partire. Mio fratello non attendeva altro che la certezza della sua guarigione per portare seco la figlia in casa di una parente che dimora lontano assai. Ma ogni speranza di farla sposa al signor Giuliano non è affatto perduta. Il tempo accomoda molte cose, e la gelosia può essere una grande scusa agli occhi di un uomo. - Tacqui. Che potevo dire? Il meglio era di fingermi stanca, e la zia Marta rispettò tosto il mio riposo. Ella era la miglior infermiera: attenta, non distratta mai, piena di delicatezza e d'affetto, malgrado dei punti su cui dissentiva da me. Ippolito si presentò parecchie volte per visitarmi, ma essa lo rinviò senza riguardo. Per imporgli anzi soggezione chiamò, sotto pretesto di farsi aiutare, una grossa contadina addetta alla cucina, la quale, se non sapeva fare nulla, giovava almeno a tenere a freno l'impazienza d'Ippolito. Il giorno dopo il mio risveglio, la cieca uscì un momento, e al suo ritorno venne a me con una serietà che mi turbò alquanto. - Ho accettata una commissione ben mio malgrado, - mi disse. - Il signor Giuliano mi aveva fatto promettere che mi sarei recata da lui a Monteroni per avvisarlo, sia che ella peggiorasse, sia che s'incamminasse verso la guarigione: oggi ho mantenuta la mia promessa. Trovai il signor Giuliano già informato dal medico circa il suo stato. Egli si dispone a tornare a Firenze, ma prima di partire ha voluto scriverle, e mi ha consegnata la sua lettera. Non volevo assolutamente accettarla, ma mi ha giurato che tutti potrebbero leggere quello che le dice. Io non ho alcuna curiosità a questo riguardo, voglio solo avvisarla che, quand'anche il signor Giuliano rimanesse a Monteroni, non m'incaricherei mai della di lei risposta. - Ell'era piuttosto accigliata parlando così: io la supplicai, colla mia voce più dolce, di darmi la lettera, e le promisi formalmente di fare tutto quello che avrebbe desiderato. Il mio cuore batteva profondamente: mi sentivo quasi venire meno di gioia, e si fu con una pena infinita che giunsi a leggere quanto Giuliano mi scriveva. Cominciava col dire, come credeva suo dovere di dichiararmi, che, dopo quanto era accaduto, ogni legame fra la sua fidanzata e lui era irrevocabilmente sciolto. Dovevo comprenderlo senza maggiori spiegazioni; era anzi persuaso che, buona e dolce, come mi conosceva, avrei trovato naturale di serbare il silenzio e di perdonare: egli pure avrebbe serbato un silenzio assoluto, ma l'impressione provata, vedendomi insanguinata e pallida come un cadavere, non si sarebbe mai più cancellata dalla sua mente e dal suo cuore. Mi chiedeva quindi perdono se mi parlava di sè: sapeva che ero la fidanzata d'Ippolito e si condannava al silenzio: ma non voleva allontanarsi senza assicurarmi che avevo in lui un amico devoto, rispettoso e sincero, a cui potevo fare ricorso in qualunque congiuntura della mia vita. Cercava poi di tranquillarmi circa la lettera che gli aveva consegnata. La custodiva gelosamente, e sua prima cura, recandosi a Firenze, sarebbe stata di ricercare dell'uomo che tanto mi premeva. Non sapeva quali fossero i vincoli che esistevano fra il signor Monti e me, ma era persuaso che dovevano essere onesti e legittimi. Indovinava un segreto fra me e quello sventurato, e se egli avesse potuto parlarmi liberamente, mi avrebbe detto prima che il Monti non solamente aveva rifiutato l'impiego nella miniera, ma che al nonne del Contucci aveva mostrato un certo sgomento e mosso preghiera a lui di lasciare ignorare a tutti di averlo di bel nuovo incontrato a Firenze. Giuliano gli aveva giurato il segreto, ma non credeva di tradirlo rivelando a me quanto sapeva. Qualche cosa gli diceva che ci serviva entrambi conducendosi in tal guisa. Egli terminava con assicurazioni d'amicizia tanto vive, che assomigliavano a quelle d'un innamorato: esse fecero una profonda impressione su di me, e poco mancò che la felicità stessa che ne risentii non peggiorasse, momentaneamente almeno, lo stato della mia salute.
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