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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE SECONDA.
      • X
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X.

 

Contro la nostra aspettativa non incontrammo verun ostacolo a varcare la soglia del castello. La zia Marta venne a me dopo le sei, dicendomi che Ippolito non doveva tornare a cena, e che la Cesira stava in cucina colle donne di servizio.

C'incamminammo un poco tremanti. Era buio fitto, ma la cieca sapeva guidarsi meglio di notte che di giorno. Pigliammo la via del parco, per timore del giardiniere, e fummo abbastanza fortunate da trovare ancora nel muro una breccia più che sufficiente per le nostre persone.

La casa rustica, ove mio padre mi aveva dato appuntamento, era discosta di qualche miglio da Monteroni: la via non era però disastrosa, e vi giungemmo in un'ora e mezzo o poco più.

Eravamo ansanti e trafelate. Verso l'ultimo, avevo dovuto sostenere, per quanto potevano le mie forze, la povera cieca. La sua età, la sua pessima salute non le permettevano di camminare a lungo con tanta prestezza: mi confessò che non aveva mai fatto quella via così tutta d'un fiato.

Era avvezza a fermarsi in una piccola fattoria appartenente ancora al Contucci prima di compire l'ultimo tratto di cammino, il più faticoso, essendo un'erta scoscesa che conduceva in cima al colle, ove sorgeva la Rocchetta. Io la pregai di fare altrettanto in quella sera dopo che mi avesse condotta sino ai piedi del colle.

Per tutta la via, a dire il vero, avevo mulinato tra me circa la maniera d'allontanare la mia compagna, allorchè avessi raggiunto mio padre. La ferma decisione, in cui ero di supplicarlo di condurmi seco, la certezza che non mi avrebbe niegato di accompagnarmi almeno, ove gli fossi stata d'imbarazzo, all'Istituto Carmignani, mi facevano desiderare vivamente di trovarmi sola con lui, onde evitare ogni diverbio colla sorella del mio tutore; le feci dunque le più vive istanze, perchè mi lasciasse salire l'erta da me, mentre ella se ne tornerebbe addietro verso la fattoria.

Non acconsentì subito: non voleva lasciarmi sola a quell'ora: ma io le feci osservare che la salita, sebbene scoscesa, era breve assai, e che ella poteva fermarvisi ai piedi, finchè non le avessi dato avviso che ero giunta alla mèta: insistetti vivamente; il mio infausto destino mi spingeva alla cieca verso l'abisso.

La zia Marta rimase; io volai per l'erta e mi trovai bentosto all'uscio della Rocchetta, a cui bussai con premura, mentre mandavo l'avviso convenuto alla mia compagna.

Dall'interno della Rocchetta non si venne così presto ad aprirmi: potei vedere dall'alto nella mezza oscurità di una notte stellata la zia Marta che si dirigeva speditamente verso la fattoria.

L'uscio finalmente si aperse, ed entrai nella casa: una vecchia donna, tutta imbacuccata in uno scialle, stava dinanzi a me: ella mi piantò in faccia due occhi curiosi che mi spiacquero assai.

- È venuta sola? - disse guardando dietro di me: - tanto meglio: avevo l'ordine di condurre via la vecchia.

- La Marta si è recata alla fattoria qui appresso, - risposi un poco maravigliata.

- Sta bene, sta bene, me ne vado ancor io. -

La contadina mi spinse quasi da un lato e si pose sull'uscio.

- Perchè ve ne andate? - le chiesi. - Dov'è mio.... -

Mi arrestai in tempo: stavo per dire mio padre.

- Dov'è la persona che mi attende? - ripigliai.

- Disopra, disopra: salga pure, si troverà in perfetta libertà. -

Così dicendo, la donna mi additava una scala interna che si scorgeva in fondo alla camera.

- Ella non ha a fare altro che spingere l'uscio di sopra che troverà a capo alla scala: vada, vada, - soggiunse la contadina.

Ed uscì risolutamente, traendo la porta dietro di .

L'intesi scendere a sbalzi per l'erta petrosa, e non so quale inquietudine mi assalse. Mi pareva che mio padre avrebbe dovuto corrermi incontro: ma poi mi dissi che non aveva voluto certamente che ci fossero testimoni al nostro primo vederci, e che io cominciavo assai male se paventavo in tal guisa una momentanea solitudine. Ascesi dunque prontamente la scala interna e spinsi l'uscio indicato.

La cameraccia, in cui entrai, mi parve, a tutta prima, deserta; era debolmente rischiarata da una lucerna, feci due passi innanzi con precauzione, e intesi tosto il richiudersi violento dell'uscio dietro di me. Mi volsi. Orrore! Dinanzi alla porta chiusa stava Ippolito!

Era pallido e i suoi occhi avevano un bagliore sinistro. Appoggiava il dorso allo sportello e mi guardava quasi ferocemente.

No, non potrò mai esprimere tutto quello che provai in quel momento. Ira, confusione, dolore, disperazione, terrore, mi assalirono e mi dilaniarono a vicenda. Le mie gambe tremarono come per febbre, dinanzi a' miei occhi si stese quasi un velo, e un sudore gelato scese dalla mia fronte. Ma compresi istintivamente che non avevo speranza che nella mia fermezza e nel mio coraggio, e riescii a domare il timor pánico che minacciava di prostrare interamente il mio corpo.

Non ebbi però la forza di parlare: mi chiedevo con disperazione come avrei potuto difendermi contro quell'uomo offeso, da cui non osavo sperare mercede.

Egli pure taceva. Teneva le braccia incrociate e mi fissava con tenacità. Stemmo così due buoni minuti a guardarci in silenzio: finalmente potei dirgli con voce ansante:

- Apritemi quell'uscio, non voglio, non posso rimanere in questo luogo.

- Ah, si? - rispose Ippolito con un riso sardonico e quasi convulso: - so bene che credevate di trovare qui ben altra persona; ma pensate dunque che io abbia immaginato e combinato uno stratagemma con tanta cura per condurvi in questa casa isolata ad unico scopo di avere il piacere di accompagnarvi a casa ? -

Pronunziava queste parole con lentezza, guardandomi sempre beffardamente. La sua calma, la sua sicurezza, mi inasprivano. L'ira vinse in me la paura, e ricuperai come per incanto le forze che stavano per abbandonarmi.

- L'azione che commettete è degna di un pari vostro, - dissi: - se volevate vendicarvi di me, potevate uccidermi almeno, anzichè ingannarmi in tal guisa.

- Non ignoro che preferireste morire al divenire mia. Ma io v'amo! e voglio che viviate e siate felice con me. Ho disposto ogni cosa per ottenere un tale scopo; udite. Questa casa, in cui credevate d'incontrare vostro padre, è interamente abbandonata. Con poco denaro ho ottenuto che i suoi abitatori ne sgombrassero per tutta la notte. La donna che avete incontrata doveva condurre seco mia zia, ignara del mio disegno, come potete pensare: voi siete venuta sola, tanto meglio; qui siamo dunque voi ed io soli; potete gridare e piangere, nessuno vi ascolterà. L'alba ci troverà riuniti, e conviene sperare che rischiarerà due felici di più. -

Fece un passo verso di me, io indietreggiai mandando un grido: egli parve perplesso, e ripigliò:

- Non cominciate a gridare tanto presto: la notte è lunga e spero di giungere a persuadervi: venite qui accanto a me, discorriamo come due buoni amici, o meglio, come due fidanzati. -

Si assise, facendomi un cenno d'invito, accanto ad un tavolino, su cui stavano un bicchiere e una bottiglia mezzo vuota. Lo sciagurato aveva bevuto certamente per darsi coraggio nella sua ignobile azione.

Io non mi mossi, ma rinfrancata alquanto, gli dissi:

- Non so perchè mi abbiate trascinata fin qui: vi siete messo d'accordo con vostro padre per compire una tale viltà? -

Vidi la fronte d'Ippolito colorirsi vivamente: si morse le labbra e mi diede un'occhiata irritata.

- Viltà! Viltà! - borbottò quasi parlando a stesso: - ci vuole più coraggio di quello che credete: siete terribilmente imponente, malgrado della vostra debolezza, quando vi ci mettete. Ma ho giurato di domarvi, - continuò animandosi, e battendo il pugno sulla tavola che gli stava accanto, - otterrò il mio scopo, lo giuro! Vi meravigliate perchè vi ho fatta venire fin qui; ma quand'è che si può avere un'ora di tranquillità al castello? Credete forse che supponessi facile cosa il vincervi? Non mi chiamate vile, non lo sono, per Dio! -

Si levò in piedi, io continuai a ritirarmi indietro, finchè mi accostai alla finestra: ahimè! gli sportelli erano chiusi e una grossa sbarra di ferro li teneva fissi.

- Non sono vile, - continuò Ippolito, senza preoccuparsi dei miei movimenti. - Affronto ogni cosa per farvi mia. Affronto la collera di mio padre che abborrisce la violenza, dopo di essere stato violento alla sua volta. Voi non sapete quanto ha sofferto egli pure a cagione di vostra madre! L'ha amata svisceratamente, me lo ha confessato dopo quanto gli avete detto l'altro ieri: voleva ottenerne l'affetto: essa era una fanciulla povera e orgogliosa al pari di voi: le scrisse, non n'ebbe risposta, e un giorno, incontrandola a diporto per la campagna, l'arrestò per parlarle; si gettò ai suoi piedi, le disse quanto soffriva, ma ella si pose a gridare, un servo, che non era lontano, accorse, vi fu una specie di lotta fra loro, durante la quale vostra madre fuggì in casa. Mio padre ebbe torto di arrestarla per la via: se avesse potuto tenerla sola per qualche ora, l'avrebbe conquistata.

- E voi avete pensato meglio di lui, non è vero? - cominciai con ironia.

- Ebbene, sì, - interruppe Ippolito, - spero di conquistarvi. Ad ogni modo, vi piaccia o no, voi dovrete darmi la vostra mano. Un tentativo qualunque nel castello avrebbe potuto passare inosservato, qui, no, sebbene la casa sia isolata. Le persone che l'abitano parleranno; ho contato appunto sulla loro loquacità: ho detto loro che mi avevate dato un appuntamento, che voi stessa, giungendo qui, desideravate liberarvi da mia zia: hanno creduto naturalmente alle mie parole, e stasera stessa a Monteroni non parleranno d'altro. Voi sarete dunque pubblicamente disonorata: dopo di ciò, niegatemi la vostra mano!

- Ve la negherò sì, - dissi dopo un momento, durante il quale, misurando l'abisso in cui ero caduta, cercai di rendere ferma la mia voce; - la mia coscienza basterà per farmi rassegnata al mio destino: non sperate nulla da me.

- Che non speri nulla? - proruppe egli avanzandosi ancora, e poi arrestandosi al vedere che io mi allontanavo sempre da lui, - che io non speri nulla? E volete che abbia tradita la fiducia di mio padre, il quale mi aveva ingiunto di vegliare su di voi durante la sua assenza, che mi sia data la pena di rovistare nelle vecchie carte per trovare una lettera del conte Graziano onde imitarne più o meno la scrittura, e tutto per nulla? Siete in errore: voglio un compenso al biasimo, a cui vado incontro; questo compenso siete voi, è la vostra mano, e l'avrò, dovessi esporre la mia vita per ottenerlo! -

Stava dinanzi a me coi pugni serrati, gli occhi fiammeggianti: io tremavo dal capo alle piante: pensai che forse potevo vincerlo colla dolcezza: soffocai ogni mia irritazione, e gli dissi supplichevole:

- Siate buono, Ippolito, lasciatemi uscire di qui e raggiungere vostra zia: più tardi parleremo di quanto dovrà avvenire, fra noi. Vostra sorella ha già cercato di togliermi la vita, non vi ostinate voi a volermi involare la sola cosa che io possieda al mondo; l'onore. -

Il giovane Contucci mi guardava incerto: ebbi per un istante la speranza di vederlo cedere alle mie preghiere: se ciò fosse avvenuto, lo avrei certamente amato come un fratello, ma la sua fronte ad un tratto si rannuvolò: fece un gesto quasi minaccioso, e disse:

- Siete una sirena: se mi lasciassi adescare dalle vostre parole, sarei canzonato domani. No, no! Sto fermo nel mio proposito. Voi volevate abbandonare Monteroni, ebbene lo abbandoneremo insieme dopo lo scandalo provocato; sarete allora abbastanza felice di divenire mia sposa.

- Non muoverete un passo solo verso di me, - sclamai risolutamente, riparandomi nell'angolo più remoto della camera.

- Può darsi che v'obbedisca, - rispose Ippolito con calma beffarda, - ma sarà lo stesso. Tutta la notte dovrete passarla qui, sola con me; e domani non vi sarà più nessuno che crederà alla vostra virtù. E fra coloro che non vi crederanno, sapete chi vi sarà pure? Vi sarà Giuliano.

All'udire questo nome, provai una scossa dolorosa al cuore; un gemito involontario mi sfuggì.

- Sì, Giuliano! - ripetè Ippolito. - Gli ho scritto, gli ho dato appuntamento per domani mattina in questo luogo, ove avrebbe saputo qualche cosa di bello sul conto vostro. Egli non mancherà certamente all'appello, ma sarà tardi per difendervi e vi schiaccierà col suo disprezzo. -

M'appoggiai al muro; mi sentivo veramente affranta. Tutto era dunque finito per me? Avrei proprio dovuto sposare Ippolito per non vivere disonorata? Perchè non ero morta per mano di Virginia? A che mi serviva il lottare ancora? Quand'anche Giuliano fosse persuaso che ero vittima e non colpevole, non mi avrebbe egli disprezzata lo stesso? Ciò che non aveva potuto il terrore, il pensiero del disprezzo di lui lo produsse in me. Ogni mio coraggio venne meno, e scoppiai in lagrime.

- Ah piangete ora, piangete! - disse Ippolito con accento rabbioso: - siete divenuta debole: l'amate dunque, l'amate immensamente colui, chè il solo suo nome produce in voi un tale effetto? -

Venne a me con tanta prontezza, che, strema di forze come mi sentivo, non mi fu possibile di respingerlo; mi afferrò ambo le mani e me le strinse convulsivamente.

- L'amate? - gridava, - rispondete! L'amate?

- Abbiate pietà di me, - mormorai fra i singulti - lasciatemi uscire di qui, ve ne scongiuro!

- Oh, lo amate! - ruggì egli freneticamente.

E mi prese con violenza nelle sue braccia: mi dibattei con energìa gridando, e chiamando involontariamente e disperatamente:

- Giuliano! Giuliano! -

Con mia immensa sorpresa, e con ira somma d'Ippolito, una voce maschia rispose ai piedi della scala interna:

- Coraggio, Pia, coraggio! -

Non so in quale maniera ritrovai la forza di svincolarmi da Ippolito e di respingerlo con tanto impeto, che andò quasi ad urtare contro la parete.

Passi precipitosi risuonavano intanto su per la scala, e colpi furiosi s'intesero bentosto dietro l'uscio.

- Aprite, aprite, o infrango la porta! - gridò la stessa voce ansante, irritata.

Quel soccorso inaspettato, calmando momentaneamente l'eccitazione, a cui ero in preda, mi ritolse ogni forza. Volli parlare e non potei, feci atto di muovermi e vacillai di nuovo: caddi sulle ginocchia, mentre Ippolito urlava come un forsennato:

- Ah sei tu, Giuliano! A me! A me! -

Aperse l'uscio con violenza e lo richiuse dietro di : intesi bentosto due imprecazioni simultanee e un rovinare orribile giù per la scala accompagnato da gemiti dolorosi.

Volli rialzarmi, ma l'orrore m'inchiodava al mio posto; un velo denso calò sui miei occhi, e svenni interamente al romore tremendo di un colpo d'arma da fuoco,

 




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