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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE SECONDA.
      • XI
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XI.

 

Giunta a questo punto della mia narrazione, provo una immensa stanchezza e uno scoraggiamento profondo. Le cose orribili, dolorose che mi rimangono a dire, rendono tremante la mia mano, e incerta la mia mente. Tutto mi è ancora presente al pensiero come se fosse avvenuto ieri soltanto, e un brivido corre ancora per le mie vene come se lo spettacolo miserando mi stésse tuttavia dinanzi.

Non fui fortunatamente testimone di quello che accadde, ma il risultato di quella lotta avvenuta per amor mio mi agghiaccia ancora di spavento. Mi pare d'essere colpevole di quel fatto atroce, e guardo talvolta le mie mani con terrore come se fossero intrise di sangue.

Il mio svenimento dovette durare a lungo. Quando riapersi gli occhi, ero tuttavia distesa a terra e la zia Marta cercava di soccorrermi. Grosse lagrime cadevano dai suoi occhi spenti, e il suo aspetto era così desolato, che il presentimento di qualche irreparabile sciagura si ridestò in me col sentimento della vita.

Coll'animo ancora ripieno di Giuliano, sclamai:

- Che avvenne? Il signor Giuliano è ferito?

- E chi parla del signor Giuliano? - disse la cieca con visibile dispetto, allontanandosi alquanto da me. - V'è qualche cosa di ben più terribile per lei e per la nostra famiglia! -

Feci uno sforzo supremo e mi rialzai: barcollavo come ebbra, e dovetti aggrapparmi al braccio della cieca.

- Eh, mi reggo appena ancor io, - mormorò essa con un gemito doloroso; - scenda, scenda quella scala, e vedrà! Io fortunatamente non ho più occhi.

Un tremito violento mi assalse. Udivo di sotto un vociferare confuso: sordi gemiti giungevano pure di tanto in tanto al mio orecchio: mi mancavano assolutamente le forze per discendere, quando afferrai distintamente questo parole pronunziate dal dottor Ciampini.

- Bisogna trasportarlo disopra, è impossibile lasciarlo qui più a lungo. -

L'uscio che stava ai piedi della scala si aperse, e potei vedere nella cucina appena rischiarata due robusti contadini che portavano un uomo inerte: il medico li precedeva, e cominciò a salire vivamente la scala.

Ero immobile, atterrita; il medico giunse accanto a me, mi vide e mi prese amorevolmente per la mano cercando di allontanarmi.

- Si rassicuri, signorina, - diss'egli. - I contadini hanno narrato quello che sapevano e ho compreso ogni cosa. Ma procuri di farsi coraggio; ne avrà bisogno assai. -

Non potei rispondere; i miei occhi stavano fissi sull'uomo che i contadini portavano con fatica su per la scala. Aveva il capo fasciato e le sue vestimenta erano intrise di sangue.

Quando i contadini furono sulla soglia della camera, potei discernere una parte di quel viso bianco come quello di un cadavere; non lo avevo veduto prima che una volta sola, ma lo ravvisai, ed esclamai disperatamente:

- Padre, padre mio! -

Il medico si ritrasse quasi con rispetto, lasciandomi avvicinare al letto, che stava nel fondo, nel quale veniva deposto il mio infelice genitore.

Caddi in ginocchio accanto al giaciglio, presi una delle mani inerti e fredde che pendevano, e le baciai con ardore delirante.

Sentii che una leggiera pressione rispondeva ai miei baci, e una voce fioca mormorò:

- Sei tu, Pia, angelo mio? Se avrò dato la mia vita per te, sia benedetto il Cielo! Non avrò fatto che il mio dovere. L'uomo che voleva offenderti, è punito.

- Gran Dio, Ippolito? - sclamai.

- Non è più, - disse gravemente il medico, mentre il capo di mio padre, che s'era sollevato un istante, ricadeva sul ruvido capezzale.

Quell'orrenda notizia, lo stato non meno orrendo, in cui vedevo il mio genitore, mi tolsero quasi di senno. No, non posso narrare i particolari di quanto avvenne nei primi momenti intorno a me. Udivo parole confuse, vedevo ombre che si muovevano, mi pareva che la vecchia Marta si affaccendasse presso mio padre; ma io, adagiata dal medico sopra una seggiola, stetti colà immobile per lungo tempo come se fossi in preda ad un sogno tormentoso.

Non era un sogno pur troppo! La sventura era intera, irreparabile. La Marta mi narrò dappoi come, vicino alla fattoria, ella avesse incontrato mio padre, il quale giungeva allora, e si recava naturalmente nella casa, ove aveva già dimorato prima nel suo soggiorno a Monteroni. Egli riconobbe la cieca, e l'arrestò sorpreso di vederla in giro a quell'ora: costei, meravigliata, all'udire la voce del suo antico padrone, l'esortò a recarsi immantinente al convegno, ove stavo attendendolo.

Ci volle un poco prima che essi potessero intendersi; mio padre, il quale stava ostinatamente celato, dopo di avere ricevuto alquanto in ritardo la mia lettera per mezzo di Giuliano, accorreva bene a Monteroni coll'intenzione di vedermi, ma non sapeva nulla dell'appuntamento, di cui gli parlava la cieca, e se ne inquietò, temendo qualche tranello per me: la Marta lo calmò, lasciandogli comprendere ciò che indovinava ella stessa in quel momento, vale a dire che l'inganno doveva venire da Ippolito.

Mio padre chiese allora con furore se Ippolito non era amato da me, mentre egli se ne stava in disparte appunto per non intorbidare la mia supposta felicità. La Marta gli confessò la verità, ed egli, dandosi un gran colpo nel capo, s'incamminò a furia verso la Rocchetta.

Ma la salita era rapida: il mio povero genitore, indebolito dalle sventure, non giunse nella casa che nel momento, in cui il mio grido di - Guliano! Giuliano! - risuonava nella stanza superiore.

La cieca gli aveva tenuto dietro, per quanto le sue forze lo permettevano; ma ella non potè impedire che la catastrofe avvenisse: quando intese aprirsi la porta di sopra, udì quasi nello stesso tempo che un corpo pesante rotolava giù per la scala: era il mio infelice genitore respinto furiosamente da Ippolito, che lo aveva scambiato con Giuliano: ma egli stringeva un revolver nella sua mano: col cranio spaccato, per l'urto violento contro la scala, ebbe egli ancora forza sufficiente, vedendo venire a lui il mio nemico, per tirare un colpo che colse lo sciagurato giovane in mezzo al core? Pare di sì. Ma nessuno poteva dirlo. La cieca non aveva potuto vedere, e il mio misero padre non si rammentava altro, se non che Ippolito era caduto accanto a lui.

Ora tutto era finito pel figlio del mio tutore, e mio padre agonizzava. La ferita al capo era gravissima: il medico disperava di salvarlo.

A che arrestarmi a lungo sopra un sì doloroso soggetto? Vi fu qualche momento durante la notte, in cui parve riconoscermi e mi parlò con un affetto che mi riempiva di commozione e di disperazione al tempo stesso: del rimanente delirò quasi sempre, confondendo il passato col presente, parlando a me stessa come se fossi stata mia madre.

Mi giurava che era meno colpevole di ciò che appariva: che era stato tentato e spinto all'ultimo momento dal Contucci, il quale gli aveva promesso, a tutta prima, il denaro; eppoi, quando le ventiquattro ore stavano per spirare, gli aveva confessato che non vedeva altro mezzo per non sfigurare in faccia al suo creditore che la falsificazione della firma dello zio Pandolfo. Era però nell'intendimento di rivelare tosto ogni cosa al suo parente, di chiedergli misericordia, impegnando tutti i pochi beni che gli rimanevano: ma non ne ebbe il tempo: l'usuraio, che aveva fornite le quarantamila lire, fu più svelto di lui nel rivolgersi allo zio: forse era stato consigliato dal Contucci medesimo: mio padre, al momento della sua morte, lo credeva fermamente.

Perchè la morte, ahimè! si avanzava a grandi passi. Nel mattino il Contucci giunse alla Rocchetta. Intesi le sue grida nella cucina della rustica casa, ove il corpo dell'infelice Ippolito giaceva tuttora. Nessuno aveva potuto trattenere il misero padre, il quale, dopo di avere pianto e smaniato assai sul corpo dell'amato figlio, s'incamminò su per la scala con passo vacillante.

Il medico era uscito da un poco; la cieca ed io eravamo sole in quella camera, ove la morte stava per entrare. Mi levai istintivamente e mi posi dinanzi al letto. Il Contucci apparve sull'uscio con aspetto spaventevole.

Pareva l'ombra di se stesso: i suoi capelli erano ritti sulla fronte e si avanzava traballando e gridando:

- Dov'è, dov'è l'assassino? -

Io stendevo le braccia per difendere mio padre: ma allora, cosa terribile! il moribondo stesso si sollevò quasi da sul letto, e cominciò con accento così vibrante, che rese il mio tutore attonito e immobile per un momento:

- Assassini voi tutti! - gridò. - Sei tu, ti riconosco!... tu che m'hai ucciso moralmente.... rivelando ogni cosa a mio zio!... La tua perfidia non la comprendo..., ma la vedo oramai.... la sento!... Hai mangiato il mio pane e mi hai tradito!... Sei un mostro!... Ed ora volevi sacrificare la mia creatura.... e una femmina stolta mi diceva che ella amava tuo figlio!... tuo figlio che voleva disonorarla! Ma io l'ho vendicata! Godo di vederti soffrire... ne muoio però, ne muoio!... Oh la mia povera Pia!... -

Furono queste le sue ultime parole: un anelito più affannoso lo soffocò, e ricadde immobile sul letto.

Quella specie di stupore che aveva trattenuto il Contucci, si dileguò: si lanciò innanzi; io cercai di respingerlo; egli diede allora uno sguardo a quel corpo immoto, comprese ogni cosa, e si volse a me con impeto.

- Tu, - disse, - tu che hai ucciso mio figlio, vieni a dargli il bacio di sposa! -

Il mio tutore era come impazzito, mi sollevò nelle sue braccia, stringendomi freneticamente, e cominciò a discendere la scala. Non so che sarebbe avvenuto di me senza il medico che tornava appunto allora alla rustica casa con un altro. Entrambi si gettarono sul Contucci e mi tolsero a lui.

L'uomo che stava col medico era Giuliano.

 




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