XII.
Molti mesi sono trascorsi dai fatti terribili che ho
narrati, ma la calma non è ancora entrata perfettamente nel mio cuore: quando
ripenso a quell'orribile notte, provo ancora brividi di raccapriccio e
d'angoscia.
Ma non voglio dilungarmi sulle mie sensazioni: ognuno le
comprenderà facilmente; è tempo di chiudere questa lunga narrazione.
Il Contucci, dopo di essersi difeso assai, si lasciò
finalmente condurre al castello. In quanto a me, non potendo rientrare sotto
quel tetto, venni ricoverata provvisoriamente alla fattoria. Giuliano mi
raggiunse colà.
Il medico gli aveva già narrato l'accaduto: egli venne a me
pieno di rispetto, e mi offerse la sua protezione e la sua compagnia, ove
avessi voluto allontanarmi da Monteroni e ritirarmi in qualche casa amica. Ebbi
appena la forza d'indicare l'Istituto Carmignani.
Partimmo quel giorno stesso: ero tanto abbattuta, che non
comprendevo neppure le parole di conforto che il giovane ingegnere mi dirigeva.
Non so come giunsi a Firenze; posso dire che i miei sensi quasi sopiti non si
risvegliarono del tutto che per le cure affettuose delle mie antiche maestre.
Allora il mio cuore traboccò, e piansi lungamente.
Ci volle più di un mese prima che la mia salute, fortemente
scossa, migliorasse un poco. Le mie compagne fecero a gara colle maestre per
distrarmi dai miei desolanti pensieri; la piccola Ida divenne in quel tempo una
vera sorellina per me.
Un giorno infine, ero nell'Istituto da circa due mesi, la
mia maestra favorita mi disse che qualcuno mi chiamava in sala. Mi accompagnò
sino all'uscio e poi mi spinse dolcemente innanzi, dicendomi che la persona che
mi attendeva voleva vedermi sola.
Entrai col core palpitante e mi trovai di fronte a Giuliano.
Stava in piedi in mezzo alla sala; io mi arrestai sulla
soglia, non osavo avanzarmi. Per due buoni minuti ci guardammo senza voce,
quasi senza respiro: ma i nostri occhi parlavano per noi.
Giuliano venne finalmente a me, mi prese ambe le mani e mi
attrasse verso di lui.
- Mia dolce Pia, - diss'egli, chinandosi al mio orecchio, -
v'amo con adorazione; volete voi essere mia sposa? -
Mi sfuggì un grido, e non so come, un momento dopo, mi
trovai col capo appoggiato al suo petto: piangevo dirottamente: era di gioia.
Così fummo fidanzati. Giuliano mi disse che ogni difficoltà
era appianata per la nostra unione. Il Contucci, caduto gravemente infermo,
dopo la perdita del figlio, s'era dimesso naturalmente dalle sue funzioni di
tutore. Il Consiglio di famiglia, radunato di nuovo, aveva delegato un mio
lontano parente ad assumere provvisoriamente questo incarico, e costui era
pronto a rassegnarlo nelle mani del mio futuro consorte.
II nostro matrimonio ebbe luogo sei mesi dopo la morte del
mio infelice genitore. Si compì quasi segretamente, senza pompa e senza
allegria. Eravamo poveri e i nostri mezzi non ci permettevano di viaggiare.
Quantunque Giuliano guadagnasse discretamente coll'esercizio della sua
professione, aveva avuto ultimamente tante spese, che sul principio dovevamo
contentarci di poco.
Mi condusse in un quartierino arredato modestamente, ma ove
compresi che sarebbe venuta ad assidersi la felicità: non quella felicità
romorosa delle anime volgari, ma quel soave appagamento del core che assomiglia
quasi talvolta alla mestizia, e che si trovava sì bene in armonia coi nostri caratteri.
Era la prima sera, in cui stavamo soli, beati; ponevamo
ordine alle cose nostre, quando un colpo di campanello si fece sentire.
Giuliano stesso andò ad aprire; era un prete, il quale
chiedeva di venire presentato a me.
Vidi un vecchio quasi settuagenario, dall'aspetto
venerabile, dal crine canuto. Mi chiese se ero la signorina Pia Monteroni.
- Lo ero, - risposi.
- So che s'è sposata oggi stesso, - replicò con un sorriso
benevolo; - io sono don Ferdinando Opprandini. -
Quel nome non mi giungeva nuovo; ma, a tutta prima, non
rammentai come lo conoscevo.
- Ella sarebbe stato allora intimo amico del signor Pandolfo
Monteroni? - disse con qualche freddezza Giuliano, il quale aveva letto tutte
le lettere lasciatemi da mia madre.
- Per l'appunto, - rispose don Ferdinando, cercando una
seggiola che Giuliano gli offerse di mala voglia. - Sono stato amicissimo del
vecchio Pandolfo Monteroni, e oso dire che nessuno lo conobbe meglio di me.
Egli era strambo e un poco avaro, non lo nego, ma aveva buon cuore, e se si
condusse piuttosto bruscamente col nipote Graziano, vi fu spinto da un cumulo
di circostanze aggravanti per lo stesso Graziano, e che qualcuno seppe troppo
bene mettergli sott'occhio. Ma non rivanghiamo un passato troppo doloroso: in
quanto a me, se ho accettato l'incarico che vengo a compire, lo feci nel timore
soltanto che un altro lo ricevesse in vece mia, e non lo adempisse dappoi a
dovere. -
Lo guardavamo meravigliato. Don Ferdinando, vedendo che
nessuno di noi parlava, ripigliò il discorso.
E ci spiegò che egli non era mai stato che erede fiduciario
dello zio Monteroni. Il vecchio Pandolfo era morto tuttavia irritato contro il
nipote Graziano, il quale lo aveva già disobbedito, sposando una fanciulla
povera: i Ramieri, come i Monteroni di Siena, avevano sprecato tutti i loro
averi; lo zio Pandolfo era il solo della nostra famiglia che fosse oculato in
affari d'interesse: non aveva avuto fiducia nella fermezza di mia madre per
trattenere il nipote Graziano sull'orlo dell'abisso, non ne aveva alcuna nelle
sue qualità d'amministratrice. Non volendo che ella ponesse mano ai di lui
proprii beni, gli aveva lasciati a don Ferdinando coll'incarico di restituirli
soltanto a me, nel giorno del mio matrimonio, ove però avessi sposato un
patrizio.
Don Ferdinando soggiunse che questo testamento era stato un
gran peso e un grande affanno per lui. All'udire che io stavo per divenire
sposa ad Ippolito, ne aveva provato un immenso rammarico, prima perchè
sospettava fortemente egli pure che il Contucci avesse inasprito l'animo del
suo amico Pandolfo contro il nipote, eppoi perchè la mia unione con un plebeo
l'obbligava a disporre diversamente dei beni avuti in custodia. Ma il mio
matrimonio con Giuliano lo aveva confortato: egli veniva a deporre nelle mie
mani il testamento dell'estinto zio, e a mettersi a mia disposizione per tutto
ciò che poteva occorrermi in quella congiuntura.
Giuliano ed io eravamo estatici; e ringraziammo il buon
sacerdote con effusione: egli divenne bentosto nostro amico, e fece quanto
dipendeva da lui, perchè io fossi rimessa al più presto in possesso delle
dovizie dello zio Pandolfo.
La nostra sorte era affatto mutata. Il castello di
Monteroni, essendo stato posto in vendita dal Contucci, a cui rammentava troppo
dolorose vicende, Giuliano ed io fummo pienamente d'accordo nel riacquistarlo.
Colà ritrovai la cieca e il mio vecchio Fido. La sorella del
Contucci, udendo che sarei tornata a Monteroni, non volle abbandonare il paese.
Il mio antico tutore era partito per un lungo viaggio in compagnia di Virginia.
Speriamo che entrambi possano ritrovare la pace, come l'avrò io stessa tra il
mio Giuliano e la piccola Ida che, per la chiusura definitiva del Collegio
Carmignani, sta per raggiungerci a Monteroni.
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