II.
E tale appunto era il destino che mi era serbato! Invano,
mentre le sorelle maggiori si adornavano con tutta l'eleganza possibile, io
ricorsi ad un semplice vestito bianco; il garbo della mia persona, il candore
della mia carnagione, l'oro dei miei capelli inanellati, spiccavano anche in
mezzo a quella semplicità: e dopo aver dato un ultimo sguardo allo specchio,
quando portai i miei occhi sulle tre sorelle seppellite sotto un monte di seta
e di trine, non potei fare a meno di riconoscere che io le superavo d'assai.
Il barone di Campochiaro giunse il giorno stabilito. Egli
stette un buon pezzo in sala coi genitori attendendo l'ora del pranzo. Le
sorelle erano andate tutte a guardare dal buco della chiave. Virginia aveva
detto che era un bell'uomo, Maria che aveva l'aspetto di un brigante; Agnese
non ci comunicò le sue impressioni: tenuta fra noi come la sposa designata, non
voleva compromettersi esprimendo un'opinione qualunque. Fui spinta dalle altre
a guardare anch'io, ma non potei vedere nulla, perchè in quel momento il
pretendente voltava appunto le spalle all'uscio.
Un poco prima che la campanella, solita a raccoglierci a pranzo,
squillasse, noi fummo chiamate in sala. Non oblierò mai quel momento. Sfilammo
una alla volta, Agnese in capo a tutte, le altre dopo, secondo l'ordine di età:
mio padre ci nominava, noi facevamo una riverenza profonda, mentre il barone
dal canto suo s'inchinava appena. Io non lo vidi affatto: v'era come una nebbia
dinanzi a me. Distinsi appena che teneva una lente nell'occhio sinistro, e che
da quel punto luminoso ci osservava con insolenza. Andai a sedermi dietro mia
madre, la quale mi prese la mano e me la strinse con ardente tenerezza.
Compresi poi a poco per volta che Agnese era stata
particolarmente presentata, e che ella discorreva con molta libertà di spirito
col barone, rimasto in piedi in mezzo alla sala. Parlava ad alta voce vantando
le bellezze di Napoli, ove eravamo state l'anno addietro a trovare la zia,
donna Maria Letizia: si mostrava entusiasta della cortesia napoletana,
dell'allegria, del brio, con cui sono animati i convegni, le feste della
miglior società. Il barone la lasciò dire per un poco, poi rispose con fare
sdegnoso:
- Per me abborrisco le grandi città. Amo le mie selve, i
miei campi, amo vivere piuttosto coi pastori e coi contadini anzichè annoiarmi
in società. Vede dunque, signorina, che siamo mediocremente d'accordo. -
Un momento di penoso silenzio seguì. Agnese si era fatta
livida. Per buona ventura il domestico venne ad annunziare che la signora
principessa era servita.
Se la povera Agnese sperava che il barone le offerisse il braccio,
dovette rimanere delusa. Al postutto non l'offerse a nessuna, al punto che mio
padre, imbarazzato, fu costretto dirgli:
- Caro barone, la principessa attende il vostro braccio.
- Ah, è vero, scusate! - esclamò esso; - stavo a vedere
sfilar le signorine.
A mensa, seduto accanto ad Agnese, come era stato designato
dapprima, non le diresse mai la parola; volgeva quasi esclusivamente il
discorso a mio padre, come se una fanciulla non fosse degna di parlare con lui.
Ci osservava però del continuo con quella sua odiosa lente nell'occhio
sinistro, la quale, a mio sommo terrore, si fissava con una frequenza ostinata
sopra di me: essa mi tolse interamente l'appetito.
Il barone parlò molto dei suoi vasti beni. Cercava forse di
farci comprendere che era un partito quale nessuna di noi avrebbe mai osato
sperare, data la poca dote che avevamo. Doveva pensare che eravamo cinque
fanciulle tutte disposte a sposarlo, e che la prescelta si sarebbe mostrata
piena di felicità.
In quanto a lui, non perdeva l'appetito per questo; mangiava
senza complimenti, ridomandando di un piatto, rifiutando di un altro, cui
trovava da censurare, e tracannando ampii bicchieri di vino che i domestici
erano sempre affaccendati a riempire. In fine di tavola il suo umore si fece
più che gaio: le sue gote erano accese e i suoi occhi brillavano come due
carboni ardenti.
Poteva dirsi realmente un bell'uomo: alto, ritto come un
pioppo, aveva il colorito bruno dei paesi meridionali, e i lineamenti nobili e
fieri, tanto fieri che m'incutevano una specie di sgomento. Si comprendeva che
doveva scendere da una grande famiglia, di cui aveva l'arroganza mista alla
rozzezza del campagnuolo. Un'orribile barba poi gli copriva la metà del viso: a
me era superiormente antipatico.
Quando le parve che il pranzo avesse durato abbastanza, mia
madre credette di poter far servire il caffè; ma il barone respinse la sua
tazza, dicendo:
- Vino, vino! Io non prendo mai caffè se non quando mi trovo
fra persone di soggezione: ora, se dobbiamo divenire parenti, bisogna bandire
ogni cerimonia. Datemi ancora del vino, e risparmiatemi il caffè. -
Varie bottiglie gli furono poste davanti, mentre i cuori di
noi fanciulle, a giudicare dal mio, battevano vivamente. Il barone parlava già
di divenire parente, la scelta era dunque fatta? Su quale di noi era caduta?
Credo di non esagerare, dicendo che più nessuna di noi, colla educazione che
avevamo ricevuta, bramava oramai d'essere l'eletta. Io tremavo solo pensando
che quella trista ventura poteva capitare a me.
Bentosto i miei timori crebbero a dismisura. Vedendo che la
seduta col bicchiere alla mano si prolungava, mia madre si levò, accennando che
noi, donne, dovevamo ritirarci. Io sorsi in piedi con impeto, disposta quasi a
pigliare la fuga; ma il barone allora si volse appunto a me, e mi disse:
- Di grazia, signorina, rimanete ancora un momento. Finora
non ho potuto udire il suono della vostra voce. -
Uno sguardo imperativo di mio padre mi arrestò; mentre mia
madre, ferita, senza dubbio, in ogni sentimento di dignità, si ritirava seguita
dalle altre sorelle.
- Come vi chiamate? - mi disse il barone levandosi da
tavola, e traendo dalla sua tasca un lungo sigaro che si disponeva ad
accendermi sotto il naso.
- Valeria, - risposi come un soffio.
- Ebbene, signorina Valeria, porgetemi la mano: volete che
siamo amici? -
La mia mano non si mosse, si fu la sua che venne a cercarla.
Allora si avvicinò, e tenendomi sempre per la mano mi
susurrò:
- Siete bella come un amore: mi piacciono le belle donne:
voi sarete mia sposa. -
Mandai un grido acuto e ritirai con prontezza la mia mano
che il barone non fu in tempo a ritenere, e fuggii come il fulmine, non senza
che una risata sonora di quell'orribile pretendente mi seguisse sin quasi in
camera mia.
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