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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • II
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II.

 

E tale appunto era il destino che mi era serbato! Invano, mentre le sorelle maggiori si adornavano con tutta l'eleganza possibile, io ricorsi ad un semplice vestito bianco; il garbo della mia persona, il candore della mia carnagione, l'oro dei miei capelli inanellati, spiccavano anche in mezzo a quella semplicità: e dopo aver dato un ultimo sguardo allo specchio, quando portai i miei occhi sulle tre sorelle seppellite sotto un monte di seta e di trine, non potei fare a meno di riconoscere che io le superavo d'assai.

Il barone di Campochiaro giunse il giorno stabilito. Egli stette un buon pezzo in sala coi genitori attendendo l'ora del pranzo. Le sorelle erano andate tutte a guardare dal buco della chiave. Virginia aveva detto che era un bell'uomo, Maria che aveva l'aspetto di un brigante; Agnese non ci comunicò le sue impressioni: tenuta fra noi come la sposa designata, non voleva compromettersi esprimendo un'opinione qualunque. Fui spinta dalle altre a guardare anch'io, ma non potei vedere nulla, perchè in quel momento il pretendente voltava appunto le spalle all'uscio.

Un poco prima che la campanella, solita a raccoglierci a pranzo, squillasse, noi fummo chiamate in sala. Non oblierò mai quel momento. Sfilammo una alla volta, Agnese in capo a tutte, le altre dopo, secondo l'ordine di età: mio padre ci nominava, noi facevamo una riverenza profonda, mentre il barone dal canto suo s'inchinava appena. Io non lo vidi affatto: v'era come una nebbia dinanzi a me. Distinsi appena che teneva una lente nell'occhio sinistro, e che da quel punto luminoso ci osservava con insolenza. Andai a sedermi dietro mia madre, la quale mi prese la mano e me la strinse con ardente tenerezza.

Compresi poi a poco per volta che Agnese era stata particolarmente presentata, e che ella discorreva con molta libertà di spirito col barone, rimasto in piedi in mezzo alla sala. Parlava ad alta voce vantando le bellezze di Napoli, ove eravamo state l'anno addietro a trovare la zia, donna Maria Letizia: si mostrava entusiasta della cortesia napoletana, dell'allegria, del brio, con cui sono animati i convegni, le feste della miglior società. Il barone la lasciò dire per un poco, poi rispose con fare sdegnoso:

- Per me abborrisco le grandi città. Amo le mie selve, i miei campi, amo vivere piuttosto coi pastori e coi contadini anzichè annoiarmi in società. Vede dunque, signorina, che siamo mediocremente d'accordo. -

Un momento di penoso silenzio seguì. Agnese si era fatta livida. Per buona ventura il domestico venne ad annunziare che la signora principessa era servita.

Se la povera Agnese sperava che il barone le offerisse il braccio, dovette rimanere delusa. Al postutto non l'offerse a nessuna, al punto che mio padre, imbarazzato, fu costretto dirgli:

- Caro barone, la principessa attende il vostro braccio.

- Ah, è vero, scusate! - esclamò esso; - stavo a vedere sfilar le signorine.

A mensa, seduto accanto ad Agnese, come era stato designato dapprima, non le diresse mai la parola; volgeva quasi esclusivamente il discorso a mio padre, come se una fanciulla non fosse degna di parlare con lui. Ci osservava però del continuo con quella sua odiosa lente nell'occhio sinistro, la quale, a mio sommo terrore, si fissava con una frequenza ostinata sopra di me: essa mi tolse interamente l'appetito.

Il barone parlò molto dei suoi vasti beni. Cercava forse di farci comprendere che era un partito quale nessuna di noi avrebbe mai osato sperare, data la poca dote che avevamo. Doveva pensare che eravamo cinque fanciulle tutte disposte a sposarlo, e che la prescelta si sarebbe mostrata piena di felicità.

In quanto a lui, non perdeva l'appetito per questo; mangiava senza complimenti, ridomandando di un piatto, rifiutando di un altro, cui trovava da censurare, e tracannando ampii bicchieri di vino che i domestici erano sempre affaccendati a riempire. In fine di tavola il suo umore si fece più che gaio: le sue gote erano accese e i suoi occhi brillavano come due carboni ardenti.

Poteva dirsi realmente un bell'uomo: alto, ritto come un pioppo, aveva il colorito bruno dei paesi meridionali, e i lineamenti nobili e fieri, tanto fieri che m'incutevano una specie di sgomento. Si comprendeva che doveva scendere da una grande famiglia, di cui aveva l'arroganza mista alla rozzezza del campagnuolo. Un'orribile barba poi gli copriva la metà del viso: a me era superiormente antipatico.

Quando le parve che il pranzo avesse durato abbastanza, mia madre credette di poter far servire il caffè; ma il barone respinse la sua tazza, dicendo:

- Vino, vino! Io non prendo mai caffè se non quando mi trovo fra persone di soggezione: ora, se dobbiamo divenire parenti, bisogna bandire ogni cerimonia. Datemi ancora del vino, e risparmiatemi il caffè. -

Varie bottiglie gli furono poste davanti, mentre i cuori di noi fanciulle, a giudicare dal mio, battevano vivamente. Il barone parlava già di divenire parente, la scelta era dunque fatta? Su quale di noi era caduta? Credo di non esagerare, dicendo che più nessuna di noi, colla educazione che avevamo ricevuta, bramava oramai d'essere l'eletta. Io tremavo solo pensando che quella trista ventura poteva capitare a me.

Bentosto i miei timori crebbero a dismisura. Vedendo che la seduta col bicchiere alla mano si prolungava, mia madre si levò, accennando che noi, donne, dovevamo ritirarci. Io sorsi in piedi con impeto, disposta quasi a pigliare la fuga; ma il barone allora si volse appunto a me, e mi disse:

- Di grazia, signorina, rimanete ancora un momento. Finora non ho potuto udire il suono della vostra voce. -

Uno sguardo imperativo di mio padre mi arrestò; mentre mia madre, ferita, senza dubbio, in ogni sentimento di dignità, si ritirava seguita dalle altre sorelle.

- Come vi chiamate? - mi disse il barone levandosi da tavola, e traendo dalla sua tasca un lungo sigaro che si disponeva ad accendermi sotto il naso.

- Valeria, - risposi come un soffio.

- Ebbene, signorina Valeria, porgetemi la mano: volete che siamo amici? -

La mia mano non si mosse, si fu la sua che venne a cercarla.

Allora si avvicinò, e tenendomi sempre per la mano mi susurrò:

- Siete bella come un amore: mi piacciono le belle donne: voi sarete mia sposa. -

Mandai un grido acuto e ritirai con prontezza la mia mano che il barone non fu in tempo a ritenere, e fuggii come il fulmine, non senza che una risata sonora di quell'orribile pretendente mi seguisse sin quasi in camera mia.

 




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