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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • IV
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IV.

 

Era la prima volta che in famiglia si udiva parlare di questa cognata, e l'idea di una convivenza non piacque neppure ai miei genitori. Mio padre si rivolse alla sua zia, la duchessa di San Goffredo, chiedendole dei particolari in proposito. La zia, invece di rispondere, annunziò la sua venuta a Ceprano per assistere alle nozze.

Questa visita venne giudicata da tutti noi come un favore, poichè donna Maria Letizia si avvicinava all'ottantina e, sebbene vegeta ancora, non lasciava volentieri il suo nido di Napoli. Tutti in casa l'amavamo, perchè era, ed è ancora, la donna più amabile e gentile del mondo. Avevo sempre sentito dire che era stata un astro fulgente del suo tempo, e a dispetto dell'età si vedevano tuttavia gli avanzi di una reale bellezza. Rammentando il suo sorriso benevolo, la bontà che ella mi aveva sempre dimostrata, mi diedi follemente a sperare nella sua venuta, quantunque fosse ella appunto l'autrice del mio imminente matrimonio.

Qual sogno! Appena giunta a Ceprano, la zia si rinchiuse coi genitori, e le spiegazioni che dovette dar loro furono, senza dubbio, soddisfacenti, perchè mio padre e soprattutto mia madre parvero assai più ilari dopo il colloquio avuto. In quanto a me, non potei trovarmi che nel domani mattina sola con la zia.

Ella stava ad acconciarsi, ma pur mi ammise, senza badare al malcontento della sua elegante cameriera.

- Lasciala venire, Nunziata, - le disse la buona zia. - Nessuno si figura che i miei capelli biondi non siano una parrucca, e Valeria potrà imparare a farsi bella pel giorno, in cui amoreggerà colla ottantina al pari di me.

- Zia mia, non vivrò tanto, - sclamai quasi involontariamente.

- Ta! Ta! Ta ! Chi lo dice? Non vuoi forse invecchiare? - sclamò la zia; - ma che vedo? hai le lagrime agli occhi. Nunziatella, lascia stare la mia parrucca per poco non sia affatto di traverso, e va a prepararmi la cioccolata. -

Nunziata se ne andò borbottando, e donna Letizia ripigliò, osservandomi con quei suoi occhi lucenti e ancora belli.

- Scommettiamo che ti leggo nel cuore? Anche tu hai dei dubbii a proposito di una certa cognata: credevo però che tuo padre e tua madre ti avessero tranquillata a questo proposito.

- E che m'importa della cognata? interruppi con dispetto, temendo che la zia mi credesse gelosa: - è il fidanzato che detesto! -

Donna Letizia mi guardò maravigliata.

- Come! - sclamò - non ti piace don Gaetano barone di Campochiaro? Eppure è un bell'uomo, e ricco sfondato. Io ti confesso, fanciulla mia, che ti credevo gelosa della cognata, che è vecchia e brutta. È la moglie del fratello maggiore di don Gaetano: hai da sapere che il titolo di barone e le ricchezze del tuo fidanzato gli provengono da uno zio: il fratello maggiore avrebbe dovuto ereditarli, ma essendo morto prima dello zio, costui ottenne di disporre del tutto in favore del proprio nipote, anzichè del fanciullo lasciato dall'altro nipote estinto. Così donna Ilaria Concetta Campochiaro e il suo figliuolo rimasero poveri, ma don Gaetano, eccellente di cuore e generoso, volle che la cognata dimorasse con lui in un col giovane Corrado, e la tratta con ogni riguardo come se ella fosse sua vera sorella. Non ti pare che ciò venga in appoggio di tutto il bene che ti dico del tuo futuro sposo?

- Sì, sì, - risposi con impazienza: - ma non m'importa affatto della cognata: solo, lo confesso, ebbi un istante la speranza che, a cagione di costei, il mio matrimonio potesse non avere più luogo.

- Quale follìa! E perchè? - gridò la zia quasi in collera: - troverai difficilmente un partito eguale. Il barone poi mi ha detto, passando per Napoli, che gli piaci immensamente: che cosa vuoi di più?

- Che cosa voglio? - replicai irritata. - Amare il mio fidanzato, e il barone mi è antipatico: esserne amata, e don Gaetano non sa neppure che sia l'amore inteso nel senso delicato e poetico della parola. Eppoi, lo ripeto, lo detesto! -

La duchessa si pose a ridere, guardandomi per un poco diritto negli occhi, quindi finì per dirmi con una certa serietà che non escludeva il buon umore:

- M'arresto al punto capitale: prima di tutto, conosci tu degli uomini che sappiano amare nel senso delicato e poetico, immaginato dalla tua testolina fantastica? Io ti assicuro che sono giunta all'età di settantotto anni suonati senza avere mai incontrato nulla di simile. Gesù mio, che cosa è l'amore, del resto? Un fantasma, dietro a cui corrono tutte le donne; ci sono corsa anch'io a mio tempo, ma più furba di tante altre, non ho perduta l'allegria, sciupata la mia bellezza per questo. Mi sono divertita un pochino, non lo nego; farai lo stesso anche tu un giorno o l'altro, e te lo auguro di tutto cuore....

- Zia mia! - interruppi, sentendomi tutta sorpresa a questo strano discorso.

- Lasciami dire, - continuò essa: - sei ancora una bimba, ma vai a marito ed è bene per te che certe cose non ti sieno ignote. Tua madre è una santa donna, ma non ha alcuna esperienza della vita, e non ti può consigliare in ciò efficacemente. Credi a me, è meglio non amare punto poco il proprio consorte. Pensi forse che io abbia mai voluto bene allo zio di tuo padre? Che follìa! Non lo potevo vedere quando lo sposai: tu non l'hai conosciuto, ma ti posso affermare che avevo ben migliori ragioni di te per detestare il mio fidanzato; era brutto d'aspetto, stizzoso e maligno. Eppure mi trovai ben contenta di averlo accettato, giacchè libera di spirito in grazia alla mia indifferenza imparai ben tosto il modo di governarlo e ottenere da lui tutto quello che volevo, facendo pel resto a modo mio. Quando sarai maritata, verrai da me e t'insegnerò il segreto. Mio marito non mi ha mai molestata in nulla, e io ho potuto essere così una delle più corteggiate dame della reggia di Napoli. -

Sapevo che quando donna Letizia entrava nel capitolo della Corte del re di Napoli non si stancava più di chiacchierare; nata a Roma, ma maritata giovanissima a un duca napoletano, era divenuta borbonica di cuore, ed era rimasta tale malgrado di tutte le vicende politiche compitesi in Italia. Deplorava soprattutto la perdita di una Corte a Napoli, sebbene alla sua età non vi avrebbe più potuto brillare. In quel mattino non mi fece neppure grazia dei mille particolari che già conoscevo, e tutto ciò per convincermi che, anche colla mia antipatia per l'uomo che dovevo sposare, sarei stata, col tempo, la donna più felice della terra. Terminò col dirmi che essa, avendo avuto la prima idea di questo matrimonio, non poteva oramai aiutarmi in nulla; in compenso sarebbe sempre stata pronta a difendermi contro mio marito, e m'invitava fino d'allora a recarmi spesso da lei a Napoli, ove il soggiorno d'Altamura mi fosse parso troppo noioso.

Compresi che da quell'ottima donna non potevo sperare nulla: oh! non prenda, signor avvocato, una trista idea di lei dopo queste mie parole. La duchessa di San Goffredo è piena di cuore ed anche di sentimento inteso alla sua maniera; ma ha serbato tutte le idee del suo tempo, quando al suo dire medesimo - perchè io non ho mai udito da altri siffatte cose - si stipulava nel contratto nuziale quale doveva essere il cavaliere servente della signora. Convinta che una fanciulla deve cercare di maritarsi al più presto possibile con un uomo ricco, era sicura di avere provveduto alla mia felicità avvenire, e non si preoccupava di certe piccole rivolte, per le quali era probabilmente passata anche essa. Ma, ahimè! non pensava che il mio carattere non assomigliava punto al suo, e che io sarei stata esposta a torture neppure sognate da lei. Tuttavia ella era di buona fede, e non ho potuto serbargliene rancore.

Cinque o sei giorni prima di quello fissato per gli sponsali, donna Maria Concetta di Campochiaro giunse a Ceprano, annunziando che don Gaetano sarebbe arrivato più tardi in compagnia del di lei figliuolo Corrado. Vidi una donna sulla quarantina, alta, robusta, un po' barbuta, tutta miele nel sorriso e nell'accento, che mi abbracciò una diecina di volte al primo incontrarmi.

Andò in estasi dinanzi alla mia bellezza, mi chiamò coi vezzeggiativi più esagerati, e mi giurò che era la donna più beata del mondo al pensiero che avremmo vissuto insieme. Mi colmò insomma di una infinità di carezze, a cui la mia natura piuttosto riservata non seppe come corrispondere.

Le mie sorelle trovavano che era un ideale di cognata, e mi sgridavano del continuo, perchè mi mostravo troppo fredda. Ma le persone espansive assai mi hanno sempre inspirato una specie di diffidenza: sotto il sorriso perpetuo di quella donna mi pareva già di leggere una perfidia celata, e mio malgrado udivo una voce segreta che mi consigliava di andare guardinga con lei. Eppure mia madre stessa, tanto bramosa di vedermi felice, si sentiva l'animo tutto sollevato al pensiero che avrei avuta una vera amica in donna Maria Concetta, tanto simpatica ai suoi occhi.

- Se tu sai fare, - mi diceva, - troverai una vera madre nella cognata di tuo marito. Suo figlio è un poco discolo, me lo ha quasi confessato; ella ha sempre desiderato d'avere una figliuola; ti riguarderà come tale e sarà una eccellente intermediaria fra il barone e te. Ti consiglio di farti buona con lei. -

Tentai di uniformarmi ai consigli che mi si prodigavano. Una intimità appassionata da parte di donna Maria Concetta, una condiscendenza piuttosto apatica da parte mia, si stabilirono fra noi. Bentosto sotto il pretesto che eravamo destinate a vivere insieme, ella non mi lasciò quasi più. Ad ogni ora del giorno me la vedevo apparire in camera sempre sorridente, sempre pronta a rendermi qualsiasi servigio riguardante anche la cameriera. Voleva vestirmi, pettinarmi, lodandomi in tutto, colmandomi di una cortesia che mi stordiva, e alla quale non potevo rispondere con sgarbatezza. In queste circostanze l'arrivo del barone fu quasi un sollievo per me.

Giungeva proprio all'ultimo momento a cagione di certi lavori che aveva dovuto sorvegliare in campagna, e che probabilmente gl'importavano più di me, benchè io gli avessi inspirato un grande amore. Era accompagnato dal nipote Corrado, un giovanotto lungo lungo, nero e sfacciato che mi spiacque pure a prima vista: costui abbandonava il meno possibile il fianco dello zio, e fra esso e sua madre fecero così bene, che don Gaetano ed io non giungemmo mai a scambiarci una parola da soli a soli. In quanto a me non mi lagnavo di certo: ormai avevo dovuto deporre l'idea di sciogliermi dall'odioso impegno, in cui ero caduta, e non avevo nulla di tenero da dire al mio fidanzato; egli invece s'indispettiva, ma era avvezzo ad avere tanti riguardi verso i congiunti che cercava di non dimostrarlo.

 




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