V.
Tutto era disposto per la nostra pronta unione. Gl'invitati
di mio padre giungevano alla fila. Ceprano intera era in movimento; la nostra
tenuta di Rovigliano essendo a pochi passi dalla città, gli era nella
cattedrale stessa che il matrimonio doveva aver luogo. La chiesa era parata a
festa un giorno prima; ogni cosa doveva essere degna delle due nobili famiglie
che stavano per stringere parentela fra loro.
Come avviene sovente quando si tratta di solennità, il cielo
turbò non poco l'allegria degli abitanti di Ceprano; si rannuvolò ad un tratto,
e nella notte che precedette le mie malaugurate nozze, il più orribile
temporale scoppiò, e parve voler mandare sottosopra tutto il paese. Al sorgere
dell'aurora le nostre campagne rassomigliavano ad un campo di battaglia; dalla
mia finestra vidi gli alberi sradicati giacere come tanti cadaveri sul terreno,
e una tristezza infinita m'invase ritrovando nella natura l'emblema della
desolazione, a cui la mia giovane vita sembrava omai condannata. Pur troppo non
m'ingannavo!
Lo stato dell'atmosfera contribuì non poco a gettare un velo
cupo sulla cerimonia nuziale. L'aria, benchè fosse nella stagione estiva, si
era tanto raffreddata, che le signore tremavano sotto i loro abiti di veli e
trine. In quanto a me, ebbi dei brividi per tutto il tempo, in cui, abbandonata
alle mani di tre cameriere e di una moltitudine di amiche, senza contare le mie
sorelle, venni stiracchiata in tutti i versi, sotto pretesto di essere aiutata
nella grave occupazione del mio acconciamento. Tutte erano nervose e
malcontente, e sembravano quasi irritarsi contro di me che non avevo saputo
avere il cielo propizio nel più bel giorno della mia vita.
Donna Maria Concetta sola era sempre sorridente: adorna di
un vestito celeste che faceva a pugni col colorito bruno-giallo della sua
pelle, ci annoiava tutte coll'eterno cicaleccio e col riso smodato a cui si
abbandonava nell'intendimento di animare il nostro crocchio: ma non vi riescì,
e io mi recai verso le persone che mi attendevano in sala, non col lieto
accompagnamento che si addice ad una fidanzata, ma colla scorta taciturna e
cupa di un mortorio.
Il barone era accigliato anch'esso: non aveva potuto
chiudere occhio durante la notte, era annoiato di trovarsi imprigionato in un
abito nuovo, egli che vestiva quasi sempre da campagnolo, di essere obbligato a
ricevere un mondo di complimenti, che so io? Il fatto è che non mi diede quasi
neppure uno sguardo, borbottando perchè mio padre non aveva pensato a far
allestire una cappella in casa per la celebrazione della cerimonia nuziale.
Ma era tardi per pensare a ciò. Partimmo per la chiesa
appena che il tempo ci lasciò un momento di respiro: in via però un acquazzone
anche più violento ci colse, cosicchè, malgrado di mille precauzioni,
c'inzuppammo discretamente allo scendere di carrozza, e l'idea dei vestiti
sciupati e dei raffreddori in prospettiva accrebbe il malumore delle signore.
Io camminavo come in un sogno, osservando con una specie di sgomento tante
guancie smorte intorno a me, tanti visi contratti che sembravano già piangere
sul mio destino.
Tornammo a casa, Dio sa come. Era cosa stabilita che dopo
una lauta colezione, mio marito (pur troppo era mio marito!) ed io avremmo
presa la via di Napoli, ove dovevamo passare alcuni giorni. Don Gaetano voleva
partire nonostante, ma il cielo era tanto orribile, la pioggia così,
insistente, che tutti cercarono di distoglierlo da questo suo desiderio: egli
allora, per ingannare il tempo, si ripose a bere, e bevette tanto che, quando
un capriccioso raggio di sole fece capolino verso il tramonto, non si trovava
assolutamente più in grado di partire.
Venne nondimeno barcollante verso di me, che stavo abbattuta
in un angolo, e pigliandomi quasi di peso per la vita voleva che mi disponessi
al viaggio. E perchè mio padre, vedendolo in quello stato, si oppose
formalmente, egli cominciò a strepitare e a minacciare tutti in guisa che gli
invitati, rimasti ancora in casa, fuggirono desolati; ai domestici, che gli si
affacciarono, egli voleva spaccare il cranio con una seggiola; divenne, in
breve, tanto furibondo, che dovettero trasportarlo in quattro nella sua camera,
ove è probabile che si addormentasse, perchè nessuno l'intese più sino al
mattino.
Ero così spaventata da quella scena, che mi sentivo quasi
vacillare; bentosto una mano strinse la mia: era quella di donna Maria
Concetta. M'abbracciò come sempre, e mi susurrò in via di consolazione:
- Fatevi coraggio, bambina mia, vedrete che io saprò
difendervi e consolarvi quando vostro marito si oblierà come oggi: ciò non gli
avviene poi tanto spesso. Oggi l'hanno contrariato nel non lasciarlo partire, e
si è consolato a quel modo: che volete? è fatto così, ma non è cattivo, ve lo
affermo io. -
Non risposi nulla: ero tanto angosciata, che cercai solo di
cogliere il destro per fuggirmene in camera mia e rinchiudermi a doppio giro.
Si può ben pensare che non dormii.
Verso mezzanotte, agitata, in preda ai più foschi pensieri,
scesi dal letto, ove m'ero buttata vestita, e apersi piano piano la finestra.
Ogni traccia d'uragano era sparita, il cielo ridivenuto limpido e l'aria
tepida. Un rumore di passi nel giardino ferì il mio orecchio. La luna aveva
cominciato a splendere, riconobbi tosto le due persone che stavano così a
prendere il fresco: erano donna Maria Concetta e il suo figliuolo Corrado.
Passarono sotto la mia finestra discorrendo piuttosto forte,
secondo l'abitudine meridionale. Potei afferrare queste parole:
- Vi dico che è una scioccherella e la faremo presto
camminare, - diceva Corrado.
- Non tanto, - rispose la madre; - è un'acqua cheta, ma avrà
da fare con me: ho uno scopo, e spero che lo conseguirò. -
Si allontanarono e non intesi altro. Parlavano senza dubbio
di me. Avevo ben ragione di diffidare di quella donna tutta miele e tutta
sorriso.
Fra lei e un marito come il mio, quale poteva essere la mia
vita?
Mi rigettai sul letto disperata.
Tale fu la mia prima notte di nozze.
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