VI.
Non voglio dilungarmi troppo nel parlare dei primi tempi del
mio matrimonio. Dopo quanto ho narrato, ulteriori particolari sul carattere del
mio marito mi sembrano assolutamente inutili. Rinunzio a descrivere i giorni
che passammo in Napoli. Ella può immaginare che non furono lieti per me.
Tuttavia debbo dire che don Gaetano, un poco vergognoso forse per quanto era
accaduto il giorno del nostro matrimonio, si mostrò meno sgarbato e grossolano
di quanto io temevo. Risoluta ad essere una buona moglie, tentavo di vincere la
ripugnanza che m'inspirava, o almeno di fargliela sentire il meno possibile.
In complesso quei giorni furono ancora i meno tristi della
mia vita maritale, e io sono persuasa che malgrado della vera antipatia che
risentivo pel barone, avremmo forse potuto accordarci più o meno insieme, ove
fossimo stati interamente abbandonati a noi stessi. Ma l'influenza di una terza
persona è sempre notevole per due sposi, tanto più quando questa influenza sta nelle
mani di una donna come quella che ci attendeva ad Altamura.
I beni di mio marito, situati sui confini della Puglia,
entrano nella Basilicata per vasti spazii di terreno: la tenuta migliore però è
quella che tocca la città di Altamura, ove sorge l'antico e maestoso palazzo
dei Campochiaro. In questo palazzo dovevo passare la mia vita.
Il titolo di maestoso non deve darle un'idea esagerata dello
splendore di quella dimora. Benchè il fabbricato sia tanto esteso da poter
accogliere un reggimento, l'interno della casa mancava naturalmente di quella
eleganza e di quelle comodità, alle quali, anche nella nostra povertà, eravamo
avvezze in famiglia. Malgrado delle ricchezze immense possedute da don Gaetano,
ogni cosa presso di lui camminava alla buona, regolata all'uso campagnuolo, di
cui donna Maria Concetta amava mantenere le tradizioni: ma ciò non aveva gran
peso nella mia vita: mi sarei, senza dubbio, avvezzata a poco a poco a
qualunque disagio, ove avessi potuto trovare intorno a me un'atmosfera di pace e
di dolcezza, di cui avevo tanto bisogno nella desolazione della mia vita.
Ma donna Maria Concetta non era tale da permettermi alcuna
soddisfazione di questo genere. Quando giunsi ad Altamura, la trovai stabilita
in casa come una regina sopra il suo trono. Ella mi offriva sempre con una
dolcezza inimmaginabile la sua servitù, ma mi fece subito capire che non mi
avrebbe mai permesso di spingere lo sguardo negli affari domestici, i quali, al
suo dire, la riguardavano esclusivamente. In compenso cominciò subito a
mischiarsi di ciò che riguardava me sola; rimproverò mio marito, perchè ero
pallida e triste: era indubitato che mi aveva fatto girare troppo a Napoli; non
era uomo capace di conoscere ciò che conveniva ad una giovinetta educata
delicatamente al pari di me. Fortunatamente ella si sarebbe incaricata di
vegliare al mio benessere, di cui egli poteva risparmiare di occuparsi. Don
Gaetano dovette credere che io mi fossi lagnata di lui con donna Maria
Concetta; non pensò, o non volle interrogarmi in proposito, ma si mostrò tosto
più freddo, più impacciato con me, e, per conseguenza, più stizzoso e irritato,
dando così nuovo appiglio ad altri rimproveri della cognata che peggioravano la
situazione.
Un giorno supplicai donna Maria Concetta di non occuparsi
tanto di me e della maniera con cui il mio sposo si conduceva meco. Io non mi
ero lagnata ancora; perchè prendeva ella senza necessità le mie difese?
Donna Maria Concetta mi guardò sorpresa ed afflitta. Come!
non comprendevo che ella faceva e diceva tante cose solo nel mio interesse? Io
non conoscevo ancora don Gaetano; bisognava tenerlo a freno contro se stesso.
Eppoi, ella era sincera, amava dire la verità a tutti, anche al cognato, a cui
doveva molto. Vedeva che io non ero contenta, ci voleva entrambi felici, e
avrebbe fatto tanto che ci avrebbe resi interamente beati. Io doveva fidarmi di
lei e narrarle tutti i miei piccoli dolori, ai quali ella avrebbe procurato di
portare rimedio.
Sono sempre stata troppo timida: non ebbi in quel momento
sufficiente energìa da dirle che non credevo all'affetto che dimostrava a mio
riguardo; le assicurai solo che non avevo alcun dolore da narrarle, ma la mia
aria abbattuta smentiva le mie parole, ed essa me lo fece intendere, lagnandosi
perchè non avevo confidenza in lei.
M'armai allora di coraggio e tentai qualche allusione con
don Gaetano circa l'intervento inopportuno della cognata; ma alle mie prime
parole egli mi guardò con una specie di disdegno e replicò ruvidamente:
- Non mentite, almeno, poichè non fate altro che lagnarvi e
raccomandarvi a lei.
- Vi giuro.:.. - ricominciai.
- Ah, non mi tormentate! - interruppe esso con maggiore
asprezza. - Debbo dirvi che detesto le menzogne; sono un uomo rozzo, ma
sincero; la vostra faccia pallida, le lagrime che avete sempre agli occhi
smentiscono le vostre parole e non quelle di mia cognata, che è la sincerità
personificata. Se vi è qualche cosa che abborro più delle menzogne sono i
piagnistei. Risparmiatemeli, altrimenti mi farete pensare che ho fatto un ben
triste acquisto collo sposarvi. -
Così dicendo, se ne andò dando un violento colpo all'uscio.
Non desideravo l'amore di don Gaetano, anzi lo temevo, ma
ambivo un poco di benevolenza da parte sua; senza la quale sentivo che la mia vita
sarebbe stata sempre più tormentata. Compresi che donna Maria Concetta si
conduceva in guisa da togliermi l'una e l'altra cosa, che mi presentava agli
occhi del mio poco tollerante consorte come un essere eternamente malcontento,
piagnucoloso, invocante la di lei assistenza e pronto a negare di farlo per
codardia. Ciò doveva stancare l'affetto tutto materiale di don Gaetano e
imporre silenzio perfino a quel poco di stima che avrebbe almeno giovato a
farmi rispettar da lui.
Ma come difendermi? Io lo conoscevo appena, mentre donna
Maria Concetta viveva al suo fianco da lunghi anni, ne aveva studiato il
carattere e sapeva in quale maniera ottenere ascolto da lui. Per me egli non
poteva avere che qualche slancio appassionato, a cui la mia freddezza e la mia
timidità imponevano facilmente ritegno. Per lei aveva quell'affetto reso tenace
dall'abitudine e dai vincoli di famiglia a cui, nella generosità del suo cuore,
dava un'importanza forse esagerata. Ma questi vincoli erano sacri per lui, e
creavano ai suoi occhi doveri che si proponeva di adempire tanto più
coscienziosamente dopo un matrimonio, il quale rendeva assai problematica pel
giovane Corrado la speranza di raccogliere un giorno l'eredità dello zio.
Verso di me non aveva doveri: mi aveva sposata povera,
credendo di farmi molto onore, mi aveva scelta semplicemente per la mia
bellezza; le mie lagrime, la mia apparenza abbattuta lo irritavano, lo
umiliavano e lo rigettavano con maggior vigore nella tenerezza che nutriva pei
congiunti, i quali avevano bastato fino allora alla sua felicità. Tutto ciò io
lo vedevo, lo comprendevo. Ella mi dirà che avrei dovuto cercare di
contrabilanciare l'influenza di donna Concetta e del suo figliuolo
coll'espressione di un affetto che egli ambiva, senza dubbio, di trovare in me.
Vi pensavo spesso, ma oltrechè, come le ho confessato, non m'inspirava alcuna
simpatia, ero trattenuta dal mostrarmi affettuosa da un sentimento di dignità
forse malinteso, ma pure naturale nell'animo altero di una giovinetta.
Se egli fosse venuto a me con dolcezza perseverante non
dubito che mi avrebbe vinta. Talvolta nei miei sogni me lo figuravo almeno
quale lo avevo trovato durante il nostro viaggio di Napoli; eppoichè eravamo
vincolati per sempre, sentivo che, ove si fosse serbato soltanto come era
allora, avrei forse potuto divenire una compagna affettuosa per lui. Invece,
alla tenerezza irreflessiva ed impetuosa succedevano ora così improvvisamente
il ritegno, l'asprezza, l'ira persino, che ne rimanevo tutta sgomentata e
spesso offesa.
Questo cambiamento era veramente dovuto all'influenza di
donna Concetta, oppure alla tristizia del suo carattere? Ardua quistione a
risolversi, che mi teneva in uno stato d'animo sempre più doloroso, e mi faceva
desiderare di trovarmi il meno possibile con lui.
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