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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • VI
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VI.

 

Non voglio dilungarmi troppo nel parlare dei primi tempi del mio matrimonio. Dopo quanto ho narrato, ulteriori particolari sul carattere del mio marito mi sembrano assolutamente inutili. Rinunzio a descrivere i giorni che passammo in Napoli. Ella può immaginare che non furono lieti per me. Tuttavia debbo dire che don Gaetano, un poco vergognoso forse per quanto era accaduto il giorno del nostro matrimonio, si mostrò meno sgarbato e grossolano di quanto io temevo. Risoluta ad essere una buona moglie, tentavo di vincere la ripugnanza che m'inspirava, o almeno di fargliela sentire il meno possibile.

In complesso quei giorni furono ancora i meno tristi della mia vita maritale, e io sono persuasa che malgrado della vera antipatia che risentivo pel barone, avremmo forse potuto accordarci più o meno insieme, ove fossimo stati interamente abbandonati a noi stessi. Ma l'influenza di una terza persona è sempre notevole per due sposi, tanto più quando questa influenza sta nelle mani di una donna come quella che ci attendeva ad Altamura.

I beni di mio marito, situati sui confini della Puglia, entrano nella Basilicata per vasti spazii di terreno: la tenuta migliore però è quella che tocca la città di Altamura, ove sorge l'antico e maestoso palazzo dei Campochiaro. In questo palazzo dovevo passare la mia vita.

Il titolo di maestoso non deve darle un'idea esagerata dello splendore di quella dimora. Benchè il fabbricato sia tanto esteso da poter accogliere un reggimento, l'interno della casa mancava naturalmente di quella eleganza e di quelle comodità, alle quali, anche nella nostra povertà, eravamo avvezze in famiglia. Malgrado delle ricchezze immense possedute da don Gaetano, ogni cosa presso di lui camminava alla buona, regolata all'uso campagnuolo, di cui donna Maria Concetta amava mantenere le tradizioni: ma ciò non aveva gran peso nella mia vita: mi sarei, senza dubbio, avvezzata a poco a poco a qualunque disagio, ove avessi potuto trovare intorno a me un'atmosfera di pace e di dolcezza, di cui avevo tanto bisogno nella desolazione della mia vita.

Ma donna Maria Concetta non era tale da permettermi alcuna soddisfazione di questo genere. Quando giunsi ad Altamura, la trovai stabilita in casa come una regina sopra il suo trono. Ella mi offriva sempre con una dolcezza inimmaginabile la sua servitù, ma mi fece subito capire che non mi avrebbe mai permesso di spingere lo sguardo negli affari domestici, i quali, al suo dire, la riguardavano esclusivamente. In compenso cominciò subito a mischiarsi di ciò che riguardava me sola; rimproverò mio marito, perchè ero pallida e triste: era indubitato che mi aveva fatto girare troppo a Napoli; non era uomo capace di conoscere ciò che conveniva ad una giovinetta educata delicatamente al pari di me. Fortunatamente ella si sarebbe incaricata di vegliare al mio benessere, di cui egli poteva risparmiare di occuparsi. Don Gaetano dovette credere che io mi fossi lagnata di lui con donna Maria Concetta; non pensò, o non volle interrogarmi in proposito, ma si mostrò tosto più freddo, più impacciato con me, e, per conseguenza, più stizzoso e irritato, dando così nuovo appiglio ad altri rimproveri della cognata che peggioravano la situazione.

Un giorno supplicai donna Maria Concetta di non occuparsi tanto di me e della maniera con cui il mio sposo si conduceva meco. Io non mi ero lagnata ancora; perchè prendeva ella senza necessità le mie difese?

Donna Maria Concetta mi guardò sorpresa ed afflitta. Come! non comprendevo che ella faceva e diceva tante cose solo nel mio interesse? Io non conoscevo ancora don Gaetano; bisognava tenerlo a freno contro se stesso. Eppoi, ella era sincera, amava dire la verità a tutti, anche al cognato, a cui doveva molto. Vedeva che io non ero contenta, ci voleva entrambi felici, e avrebbe fatto tanto che ci avrebbe resi interamente beati. Io doveva fidarmi di lei e narrarle tutti i miei piccoli dolori, ai quali ella avrebbe procurato di portare rimedio.

Sono sempre stata troppo timida: non ebbi in quel momento sufficiente energìa da dirle che non credevo all'affetto che dimostrava a mio riguardo; le assicurai solo che non avevo alcun dolore da narrarle, ma la mia aria abbattuta smentiva le mie parole, ed essa me lo fece intendere, lagnandosi perchè non avevo confidenza in lei.

M'armai allora di coraggio e tentai qualche allusione con don Gaetano circa l'intervento inopportuno della cognata; ma alle mie prime parole egli mi guardò con una specie di disdegno e replicò ruvidamente:

- Non mentite, almeno, poichè non fate altro che lagnarvi e raccomandarvi a lei.

- Vi giuro.:.. - ricominciai.

- Ah, non mi tormentate! - interruppe esso con maggiore asprezza. - Debbo dirvi che detesto le menzogne; sono un uomo rozzo, ma sincero; la vostra faccia pallida, le lagrime che avete sempre agli occhi smentiscono le vostre parole e non quelle di mia cognata, che è la sincerità personificata. Se vi è qualche cosa che abborro più delle menzogne sono i piagnistei. Risparmiatemeli, altrimenti mi farete pensare che ho fatto un ben triste acquisto collo sposarvi. -

Così dicendo, se ne andò dando un violento colpo all'uscio.

Non desideravo l'amore di don Gaetano, anzi lo temevo, ma ambivo un poco di benevolenza da parte sua; senza la quale sentivo che la mia vita sarebbe stata sempre più tormentata. Compresi che donna Maria Concetta si conduceva in guisa da togliermi l'una e l'altra cosa, che mi presentava agli occhi del mio poco tollerante consorte come un essere eternamente malcontento, piagnucoloso, invocante la di lei assistenza e pronto a negare di farlo per codardia. Ciò doveva stancare l'affetto tutto materiale di don Gaetano e imporre silenzio perfino a quel poco di stima che avrebbe almeno giovato a farmi rispettar da lui.

Ma come difendermi? Io lo conoscevo appena, mentre donna Maria Concetta viveva al suo fianco da lunghi anni, ne aveva studiato il carattere e sapeva in quale maniera ottenere ascolto da lui. Per me egli non poteva avere che qualche slancio appassionato, a cui la mia freddezza e la mia timidità imponevano facilmente ritegno. Per lei aveva quell'affetto reso tenace dall'abitudine e dai vincoli di famiglia a cui, nella generosità del suo cuore, dava un'importanza forse esagerata. Ma questi vincoli erano sacri per lui, e creavano ai suoi occhi doveri che si proponeva di adempire tanto più coscienziosamente dopo un matrimonio, il quale rendeva assai problematica pel giovane Corrado la speranza di raccogliere un giorno l'eredità dello zio.

Verso di me non aveva doveri: mi aveva sposata povera, credendo di farmi molto onore, mi aveva scelta semplicemente per la mia bellezza; le mie lagrime, la mia apparenza abbattuta lo irritavano, lo umiliavano e lo rigettavano con maggior vigore nella tenerezza che nutriva pei congiunti, i quali avevano bastato fino allora alla sua felicità. Tutto ciò io lo vedevo, lo comprendevo. Ella mi dirà che avrei dovuto cercare di contrabilanciare l'influenza di donna Concetta e del suo figliuolo coll'espressione di un affetto che egli ambiva, senza dubbio, di trovare in me. Vi pensavo spesso, ma oltrechè, come le ho confessato, non m'inspirava alcuna simpatia, ero trattenuta dal mostrarmi affettuosa da un sentimento di dignità forse malinteso, ma pure naturale nell'animo altero di una giovinetta.

Se egli fosse venuto a me con dolcezza perseverante non dubito che mi avrebbe vinta. Talvolta nei miei sogni me lo figuravo almeno quale lo avevo trovato durante il nostro viaggio di Napoli; eppoichè eravamo vincolati per sempre, sentivo che, ove si fosse serbato soltanto come era allora, avrei forse potuto divenire una compagna affettuosa per lui. Invece, alla tenerezza irreflessiva ed impetuosa succedevano ora così improvvisamente il ritegno, l'asprezza, l'ira persino, che ne rimanevo tutta sgomentata e spesso offesa.

Questo cambiamento era veramente dovuto all'influenza di donna Concetta, oppure alla tristizia del suo carattere? Ardua quistione a risolversi, che mi teneva in uno stato d'animo sempre più doloroso, e mi faceva desiderare di trovarmi il meno possibile con lui.

 




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