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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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VII.
Così mi chiudevo in me stessa, e la mia vita diveniva ogni giorno più scolorita. Le visite non abbondavano ad Altamura: tutte le signore della città erano venute a vedermi, e io avevo reso loro la visita in compagnia della cognata, ma, debbo dirlo, fra esse non avevo trovato nessuna veramente simpatica; se ciò fosse avvenuto però, la presenza eterna di donna Maria Concetta mi avrebbe tolta ogni possibilità di contrarre qualsiasi amicizia. In casa per l'ordinario non veniva quasi nessuno, tolto il dottore De Luca, vecchio medico della famiglia, il quale era trattato un poco come un subalterno nelle relazioni di tutti i giorni, essendo esso figlio di un fattore dell'antico barone di Campochiaro, ma che acquistava subito una seria importanza, quando vi era un male anche piccolo da curare. Era un uomo eccellente, sicuro del fatto suo, allorchè si trattava di scienza, ma incapace di sostenere un discorso dei più semplici sulle cose, di cui si ragiona generalmente in società. La sua compagnia non mi offriva dunque alcuna distrazione. Ero ridotta qualche volta, per sfuggire alla noia che mi assediava, di lasciar ciarlare la vecchia Beatrice, la sola donna che, meno rozza e ignorante delle altre che stavano in casa, aveva potuto venire inalzata al grado di mia cameriera. Me ne servivo assai poco, occupandomi volentieri da me stessa della mia persona; ma ella veniva spesso in camera e mi narrava una infinità di storielle sulle dicerie che correvano per la città, ed anche un poco sull'andamento interno della casa, a cui mi trovavo ancora straniera. Secondo costei, donna Maria Concetta non era tanto economa come pareva, e soprattutto come credeva don Gaetano; il giovane Corrado, sotto pretesto di compire i suoi studii all'Università, viveva a Napoli da gran signore, e non regolava mai le sue spese secondo la pensione fornitagli dallo zio. Faceva dunque dei debiti, che la madre pagava come poteva, limitando ogni cosa in casa e vendendo del grano, dell'olio ed altri oggetti, all'insaputa di don Gaetano. Non potevo comprendere fino a qual punto dovessi prestar fede alle parole della Beatrice: io ascoltavo quasi sempre senza aprir bocca e fingendo di occuparmi d'altro, giacchè alla insistenza con cui quella donna ritornava su certi soggetti, mi figuravo perfino che alcune delle sue ciarle le fossero suggerite dalla padrona per sapere che cosa io pensavo di lei. Ma ciò che pensavo lo tenevo naturalmente per me: solo m'irritavo sempre più verso mio marito che dava ogni fiducia alla cognata, lasciando me, la moglie, nell'ignoranza di tutto quello che riguardava l'interesse della casa: mi proposi perciò di cogliere la prima occasione per uscire un poco dall'apatia scoraggiata, in cui vivevo. M'annoiavo immensamente: un giorno in cui stavo rovistando per disperazione nell'antica biblioteca tutta piena di libri latini, fra i quali avevo snidato qualche romanzaccio del secolo scorso, don Gaetano capitò come un uragano, e veduto quello che facevo, sclamò: - Che diamine fate? Vi ho cercata per tutta la casa: perchè vi nascondete quando ritorno di fuori? - Risposi che non avevo pensato a nascondermi, che essendo annoiata, volevo vedere se non v'era qualche libro possibile per me. Egli mi prese allora per un braccio, e, allontanandomi quasi con violenza, mi disse: - Siete pazza: perchè impolverarvi così per rovistare nei libri? Non potevate chiamare un servitore e ordinare di farlo per voi? Eppoi, che bell'idea di sciuparvi gli occhi su queste scritture antiche: non avete proprio altro da fare che rintanarvi sola nella vostra camera? Si direbbe che voi siete di una pasta differente di quella delle altre donne: tutte si occupano di cose, a cui voi non vi degnate neppure di pensare. - Presi quel rimprovero come un'allusione diretta all'attitudine che mi ero creduta obbligata di tenere fino allora, e replicai: - Vi piacerebbe forse che io fossi una buona massaia come donna Maria Concetta? - Io? Non dico di no, ma non bisogna pensarvi, non siete nata per quello, - rispose. - Perchè? - dissi. - V'è principio a tutto. - Egli si era pacificato; alla irritazione destata dal fatto innocente di non avermi trovata subito al suo ritorno a casa, succedeva una calma relativa, che m'inspirò tosto il desiderio di rendermi migliore agli occhi suoi, cercando di mettere in esecuzione il progetto che andavo mulinando. Forte delle parole che gli erano sfuggite, andai dunque da donna Maria Concetta, e la pregai di confidarmi almeno la metà delle sue attribuzioni, volendo divenire anch'io esperta nella maniera di ordinare e regolare la casa. Ella mi guardò con quell'aria pietosa che cominciava ad offendermi assai; prese le mie mani nelle sue e sclamò, sollevando gli occhi al cielo: - Dio m'è testimone che non avrei mai sognato che un simile pensiero vi sarebbe venuto pel capo. Voi, Valeria, voi vorreste applicarvi alle ingrate funzioni di massaia? Voi, così delicata, così aggraziata, così vaga e poetica, vorreste scendere dal vostro profumato piedistallo e trattare col cuoco e colle serve? No, no, è impossibile. Guardate le vostre mani delicate, i vostri piedini che sembrano fatti solo per premere i più soffici tappeti, e ditemi se è probabile che voi abbiate ad affacciarvi solo alla porta della cucina, o scendere nel cortile a sorvegliare il bucato? Tutto ciò è buono per me che non esco da una famiglia principesca, che ho salute da vendere, e nessun timore di sciupare una bellezza che non ho mai posseduta. No, no, cara, tornate ai morbidi cuscini del vostro sofà, al ricamo incominciato, alla bella veduta che stavate disegnando ieri: queste sono le occupazioni che vi convengono; sapete bene che io sono qui per risparmiarvi ogni noia, al punto che, ve lo giuro sull'onor mio, non v'è sacrificio che mi costi per farvi piacere. - Ho voluto riportare tutto questo profluvio di parole per dare un'idea delle relazioni che esistevano forzatamente fra donna Concetta e me. Avevo finito per convincermi che, ove le avessi anche detto a quattr'occhi qualche grossa insolenza, ella si sarebbe guardata bene dal comprenderla, oppure l'avrebbe posta sul conto dei miei nervi tesi, grazie ai quali si comprendeva che io potessi fare e dire qualunque sproposito. Poichè era una delle sue abitudini più invalse quella di compiangermi sempre a motivo della mia salute; vedendomi smilza, ella sosteneva che avevo appena un soffio di vita: il pallore, generato dalla tristezza in cui passavo i miei giorni, era per lei il sintomo di una malattia latente, e ad ogni istante mi chiedeva con premura affannata se non soffrivo, e sospirava guardandomi come se stéssi per spirare. Mi sforzavo invano di celare qualsiasi sofferenza fisica, non lagnandomi mai di nulla; ella stava salda nella sua opinione, di cui parlava ad ogni istante, in guisa che ad Altamura mi si credeva presso che moribonda. Mi avvedevo che don Gaetano doveva ricevere di quando in quando certi complimenti di condoglianza a mio riguardo, che lo facevano soffrire nel suo amor proprio di marito, e dovevano spingerlo, secondo le previsioni di donna Maria Concetta, a staccarsi sempre maggiormente da me.
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