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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • VIII
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VIII.

 

Ma non anticipiamo sui fatti. Al profluvio di parole della cognata stimai inutile rispondere; conoscevo la tenacità che ella poneva nei suoi propositi: risolsi invece imprudentemente di cogliere la prima occasione per cercare di smascherarla un poco agli occhi del barone. Ella me ne offerse appunto il destro in quel giorno medesimo.

A mensa, temendo forse che io stessa ne parlassi, narrò con quel suo fare misericordioso, del desiderio che io avevo espresso con lei di aiutarla nel pesante fardello di dirigere la casa. Era questa, diss'ella, certamente una prova del mio buon cuore, fors'anco - e in ciò potevo avere mille volte ragione - un indizio della poca soddisfazione da me provata per la maniera, colla quale essa, donna Concetta, sapeva ordinare le cose. Riconosceva benissimo, che fra i principi romani, e sottolineò in modo particolare la parola principi, vi dovevano essere ben altre esigenze; ma ad Altamura tutto si faceva più alla buona. Don Gaetano era sempre stato contento; se io la pensavo però diversamente, come padrona assoluta di casa, non avevo che a parlare, a comandare. Essa non era nulla in famiglia, era fatta per servirmi, per compiacermi, e io non avevo che a spiegarle i miei desiderii, ma non dovevo uscire perciò dalle dolci abitudini che solo convenivano allo stato della mia cagionevole salute, alle grazie soavi della mia persona.

Credo che donna Maria Concetta avrebbe continuato per un pezzo a parlare in questa maniera senza che io potessi trovare sufficiente fiato per interromperla, se don Gaetano stesso, impazientito, non le avesse imposto autorevolmente silenzio.

- Siete pazza! - diss'egli con subitanea irritazione; - che cosa è quest'umiliarvi dinanzi a Valeria? Che vuole essa, che pretende? Il padrone di casa sono io, e in ogni caso, gli è a me che dovreste rendere dei conti e non a lei. Quando io sono soddisfatto vorrei vedere che ella si lagnasse: colla famosa dote che ha avuto dal principe suo padre! -

Anch'esso sottolineò, con una specie d'ironia, la parola principe, e non era la prima volta che alludeva alla povertà della mia famiglia; non già che il suo animo fosse interessato, ma perchè l'idea di ferirmi gli sorrideva di quando in quando. In quel momento l'umiltà calcolata di donna Maria Concetta aveva ravvivato il suo orgoglio in un coi sentimenti di affetto che nudriva  pei congiunti, al punto che la sola supposizione che io volessi offenderli lo poneva fuori di . Questi suoi modi che indicavano una prevenzione ingiusta a mio riguardo, m'irritarono profondamente e risvegliarono tutto quel poco coraggio, di cui mi sentivo capace. Stesi la mano verso di lui pregandolo di lasciarmi parlare almeno prima di condannarmi.

- E che volete dire? - sclamò esso con cera brusca: - spiegatevi, eppoi finiamola....

- Per carità, don Gaetano, - interruppe tosto donna Concetta, - non siete buono che a spaventarla. Non vedete come trema? Mio Dio, come si fa pallida, ella sta per cadere in isvenimento. -

Così dicendo, veniva a me colle mani tese come se volesse accogliermi nelle sue braccia; la mia pazienza con lei era giunta al termine; sentivo che l'ira, da cui ero dominata, mi faceva momentaneamente forte, mi levai risoluta e la respinsi, dicendo:

- Non tremo, no, non sto per cadere in sincope: state addietro, ve ne prego, donna Concetta, e risparmiatemi una volta almeno l'insulto della vostra commiserazione. Io non mi sono mai lagnata di nulla in questa casa, non vi ho mai pregata di farvi interprete mia verso mio marito. Siete voi che mi perseguitate con una benevolenza che mi è divenuta odiosa. So, che non possedendo alcuna dote mi competono ben pochi diritti; ma appunto perchè sono povera, vorrei cercare di rendermi utile anch'io vigilando sull'andamento della casa. Nessuno più di me può avere a cuore gl'interessi di don Gaetano; io sono sua moglie; voi non siete che sua cognata, avete delle affezioni più vive di quella che gli portate, avete vostro figlio.... -

Qui la mia voce si affievolì. Cominciavo a comprendere che il terreno scottava; che, trascinata dalla mia giusta ira, andavo fuori del seminato. Donna Maria Concetta ne profittò per mandare acute grida, che soffocarono totalmente 1e mie parole.

Aveva ella vissuto sino a quel giorno per sentirsi accusata in tal guisa? Si dubitava dunque di lei, della sua devozione alla casa del cognato, che era il suo sostegno e quello del suo figliuolo? La si credeva incapace così d'ogni sentimento di riconoscenza e d'onestà? E don Gaetano, che la conosceva da tanto tempo, poteva tollerare che ella venisse trattata quasi come una serva infedele? Ma aveva torto di dolersi; che cosa era essa? Lo avevo detto io, non era che la cognata; doveva cedere il posto alla sposa amata, uscire forse di casa....

Qui ella diede in forti singulti, in urla disperate, e finì per cadere sopra un sofà dibattendosi come se fosse assalita da crudeli convulsioni. Vedendo ciò, mio marito mi tolse furiosamente per una mano, e mi disse:

- Siete un mostro di perversità e d'invidia. Donna Concetta vi è venuta in odio, perchè possiede la mia confidenza ed è degna di averla. Ella è piena di cuore, esperta in tutto; voi siete inetta ed insensibile. Maledetto il giorno, in cui vi ho sposata! La mia casa è sempre stata tranquilla, bene ordinata grazie all'attività di donna Concetta: voi volete attraversarle la via, sperando di disgustarla; ma l'avete sbagliata d'assai: io non ascolterò mai nulla di biasimevole sul conto suo, persuaso che non potrebbe essere che una invenzione, e saprò obbligarvi a rispettarla: è come una cara sorella per me: a questo titolo dovete mostrarvi dolce e buona verso di lei: è più attempata di voi, dovete esserle sottomessa; tale è la mia volontà e imparerete ad eseguirla. Vergognatevi di avere posto una donna forte come lei in quello stato. -

Donna Maria Concetta era omai circondata da tutte le donne della casa accorse alle sue grida. Si dibatteva ancora gemendo sommessamente. Don Gaetano le si avvicinò, e vedendo che i di lei occhi semiaperti erano pieni di lagrime, tornò a me sempre più incollerito.

Io non avevo fatto un passo un gesto. Confesso che credevo poco alle convulsioni di donna Concetta; ma l'aspetto irritato di mio marito mi spaventava. Indietreggiai vedendolo venire a me, ma egli mi seguì, mi ripigliò per la mano e trascinandomi dinanzi alla cognata, mi disse con accento imperativo

- Chiedetele scusa. -

Non volevo, non potevo. Stetti immobile e muta.

- In ginocchio, - gridò allora mio marito, cercando di piegarmi; - in ginocchio!

Tentai resistergli. L'umiliazione era troppo crudele; ma bentosto la sua mano pesante mi obbligò a chinarmi con tale violenza, che caddi malamente battendo il capo contro la mensa che stava ancora apparecchiata; mandai un sordo gemito e non intesi più nulla.

 




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