107 Diodorus Siculus, lib. III. § 59.
108 De secreto confl., coll. 2, an. 1343. Senil.,
lib. XIII, ep. 7, an. 1372.
109 Rerum Memor., lib. III, cap. IV. — L'Autore di questi Saggi ammira e fa ammirare a'
lettori la elevazione di alcuni pensieri del Petrarca, ma sembra tuttavia non
avvertire abbastanza come essa abbia radice in una squisita sensibilità, e in
un profondo sentimento religioso. Sembra commiserare il Petrarca di essersi
abbandonato soverchiamente a tali sentimenti. In più luoghi l'Autore giudica
duramente della tenerezza del Poeta, e trascorre anche ad accusarlo d'invidia
verso Dante. Il traduttore, non volendo rappiccar note ad ogni luogo ove
dissenta dal testo, non crede domandar troppo a' lettori, pregandoli a non
iscambiare la fedeltà con l'assentimento, e a rimanersi paghi di questa sola
nota. Per toccare alquanto più largamente dell'ultima e più grave accusa,
diremo:
L'abate
De Sade fece conoscere la lettera del Petrarca al Boccaccio, sepolta prima
nell'edizione di Ginevra e non avvertita. Il Tiraboschi nella prima edizione
della sua Storia impugnò l'autenticità della lettera, e la verità di più cose
in essa contenute. Nelle note alla seconda edizione, dalle nuove ragioni addotte
dal De Sade nella sua Risposta, ch'egli ottenne manoscritta, e ch'è tuttavia
inedita, costretto a disdire le più delle sue obbiezioni, non cessa però dalle
sofisticherie. Ora nella lettera il Petrarca si duole dell'accusa, che il volgo
gli dava, d'invidiar Dante. Parve al De Sade che ciò facesse in guisa da
confermare piuttosto che distruggere quell'opinione: ma il De Sade non fa che
esporre un dubbio. L'autore di questi Saggi, uscendo dal campo ampio e
lubrico de' sospetti, li converte in esplicita e formale accusa, fondandola
egli pure nelle ambagi della difesa; e aggiugne: «che il Petrarca affettò di
non leggere mai le opere di Dante»: ma perchè dissimularne la cagione, espressa
nella stessa lettera del Petrarca? Il Petrarca dice dunque, che non le leggeva,
non perchè non le avesse in sommo pregio, ma perchè, datosi egli pure alla
poesia volgare, temeva di essere tratto a ricalcarne le orme, ed era ben
risoluto di stamparne di proprie; quella cagione, che fece abbandonare
all'Alfieri la lettura di Shakespeare. Che se più innanzi, nel Parallelo fra
Dante e Petrarca, il Foscolo reca altre parole di essa lettera, con le
quali il Petrarca dà nota di ruvido allo stile di Dante, in ciò si vuol
ravvisare non l'invidia, ma il gusto e il giudizio del Petrarca, gusto e
giudizio comuni a tant'altri allora e poi. In quel Parallelo vedremo
come, nel secolo di Leon X, proclamato il Petrarca superiore a Dante, e rimasa
la sentenza in vigore fino a' di nostri, ciò venga dall'Autore attribuito al
preferirsi allora l'eleganza del gusto agli ardimenti del genio. Ora quant'egli
dice dell'universale — e con verità, ci pare — perchè non potrà dirsi di un
solo,... del Petrarca, ad esempio? Era egli l'eleganza in persona; e per ciò
stesso o per altro, la teneva forse, comparativamente ad altre doti o possedute
o richieste da uno scrittore, in soverchio pregio. Oggidì, che la venerazione a
Dante salì a superstizione, a vera Dantelatria, i giudizi che ne vanno scevri
riescono incomportabili. Il solo che a buon dritto dovrebbe riuscir tale,
perchè negazione del nome di poeta a Dante, è il verso
Fiorenza avria fors'oggi il suo poeta,
che allude non a Dante, ma al
Petrarca che lo scriveva in quel sonetto, dal quale s'avrebbe a inferire, che,
mentre Arunca del suo Lucilio può inorgoglire, a Firenze manchi il suo poeta.
Che un tal verso dal nostro punto di vista ci muova a dispetto, chi vorrà
negarlo? Eppure l'autore de' Saggi, se anche non avesse passato in
silenzio questo, che è il vero torto fatto dal Petrarca a Dante, e non in lettere
latine e confidenziali poco lette, ma nelle Rime, che tutti leggono,
l'unico torto che valga a provocare doglianze legittime, ce ne porgerebbe pur
sempre egli stesso la scusa, o piuttosto la spiegazione, senza punto ricorrere
a sentimenti bassi. In fatti, e qui e dove verrà a raffrontarli, non parla egli
della discrepanza assoluta di genio, di gusto e di studi tra i due
grand'uomini? Rechiamci col pensiero a' dì del Petrarca, e troveremo la Divina Commedia
mancante ancora di quella fama universale, che è agli occupatissimi necessaria
per determinarli a serie e lunghe letture, e tali da equivalere a uno studio, e
sole bastanti a ben giudicarne. Quindi il non leggersi il poema di Dante non
era allora tal cosa da farne ora stupore... Erane la fama nascente, gli
esemplari non comuni, sicchè il Boccaccio, tra' primi a predicarlo e primo a
spiegarlo da una cattedra, volendo indurre l'amico a leggerlo, dovette
mandarglielo. Di qui quella fama cominciò a mettere le radici, ma passò lungo
tempo prima che fosse ben radicata. Conchiudiamo, che l'attenzione del Petrarca
volgevasi tutta alla ricerca di codici antichi, e molti infatti ne scoprì;
ch'egli sovra tutti cercava poeti fatti sacri non solo dal lauro ma da' secoli:
che sì fatta consecrazione a Dante, che l'ha oggidì, allora mancava; che il non
leggerne le opere, oltre la ragione sovra esposta, il timore cioè di divenirne
servile imitatore, non era lo scandalo che oggi pare o sarebbe; che quindi
l'accusa d'invidia data al Petrarca manca di solido fondamento, ov'anche se ne
allegasse la prova più forte e più pubblica, trasandata ne' Saggi; però
che del suo dire e del suo tacere intorno a Dante si hanno motivi più veri e
più onesti. [T.]
110 Inter bonos amor communis patriæ
potens valde est, sicut inter malos odium. Senil., lib. XV, ep. 6.
111 De sua ips. et al. ignorantia.
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