XVII.
Questo robusto senso di religione tenne tutte le passioni di lui in lotta
costante, e acquistando forza dall'esercizio, non ad altro servì che ad
irritarle e a turbare le facoltà della mente sua, le quali furono anzi veementi
che vigorose. Le azioni più consuete, i casi più ovvii erano bastanti a
trattenerlo in una serie di meditazioni sopra l'eternità. Essendosi, da giovane
tuttavia, sentito esausto e senza lena prima di poter giugnere alla cima di una
montagna su cui tentava d'inerpicarsi, scrisse a un amico: «Comparai lo stato
della mia anima, che brama di guadagnarsi il paradiso, ma non cammina per la
strada che vi conduce, a quello del mio corpo, ch'ebbe tante difficoltà per
arrivare al vertice della montagna, con tutto che la curiosità mi aizzasse a
tentarlo. Tal riflessione m'inspirò maggior forza e coraggio. Se, diss'io, non
ricusai tanta e sì penosa fatica al fine di vie più avvicinarmi al cielo con la
persona, che non dovrei fare e patire affinchè l'anima mia potesse giungervi
essa pure?»139 — La morte di Laura e di molti amici della sua gioventù,
di tutti i Colonna, e specialmente del cardinale che uscì di vita per
crepacuore, — la vergognosa fine di Cola di Rienzo, — le civili guerre
d'Italia, — l'apice della consumata corruzione della Chiesa, — la pestilenza
che desolò il mezzodì d'Europa, — e Napoli invasa dagli Ungheri, — tutto
congiurò nel corso dello stesso anno ad opprimerlo di afflizioni nel vigore
della virilità.140 In una lettera scritta a quel tempo esclama: «Che!
Potrebb'egli esser vero, come tanti filosofi congetturarono, che Iddio non
s'ingerisca nelle faccende de' mortali? Sì, eccelso Creatore! tu ti pigli
pensiero dell'uomo; ma quanto sono imperscrutabili le tue vie! A qual fine ordinaronsi
le umane calamità? Un intelletto limitato ne investigherebbe indarno le
cagioni. Pure tali calamità sono estreme: le veggo, le soffro; e so che già
vissi due anni più che non doveva.»141
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