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ALESSIO
OSSIA
GLI ULTIMI GIORNI DI
PSARA.
ROMANZO ISTORICO.
ALESSIO
OSSIA
GLI ULTIMI GIORNI DI
PSARA.
Cominciava il giugno del
1824; i Greci minacciati da imminente pericolo sentivano il bisogno della
concordia, e i sollevati contro il Governo vinti, più che dalla forza, da
carità della patria, rivolgevano le armi contro il comune nemico. Il figlio di
Colocotroni avea, per comando del padre, ceduta Napoli di Romania alle milizie
del Governo, ed erasi stabilito che i rappresentanti della nazione terrebbero
per l’avvenire le loro sessioni in quell’importante fortezza. Il pascià
d’Egitto preparava la sua flotta, quella uscita dai Dardanelli era tuttavia a
Mitilene, e la flotta greca stava raccogliendosi nel porto d’Idra per recare ai
Cretensi soccorso d’uomini e di munizioni, e andar poi in traccia delle navi
nemiche per costringerle ad un conflitto. Correa voce fosse intenzione
dell’ammiraglio turco tentare uno sbarco nelle isole d’Idra, di Spezia e di
Psara, le quali avendo equipaggiati quanti più legni potevano, dopo la partenza
dei medesimi rimanevano vuote di difensori; niuno però tra quegl’isolani lo credeva
capace di osar tanto contro popoli, ch’ei ben sapeva non potersi sottomettere,
nè trucidare come mandrie di agnelli. La prudenza voleva che quei tre baluardi
della libertà di Grecia fossero presidiati da truppe di terraferma; ma da una
parte indugiavasi a domandarle, nè si ebbe in mente dall’altra di offrirle
prima che venissero domandate.
In questo stato di cose
due legni psariotti mandati a protegger Samo, dove i Turchi avean pur
minacciato uno sbarco, tornavano a Psara per riattarsi, e raggiunger quindi la
flotta stanziata nel porto d’Idra; erano carichi di prigionieri e di prede
mercè una scorrerìa fatta sulle coste dell’Asia. Il giovine Alessio,
proprietario e capitano di questi due legni, salutò da lungi la patria dalla
quale da tre mesi era assente; Amina, moglie di uno dei primarii agà di Scala
Nova e prigioniera d’Alessio, stava muta al suo fianco, riflettendo, raccolta
in sè stessa, come fra tanti motivi di dolore e di lutto il suo animo potesse
abbandonarsi in preda a speranze incomprensibili a lei medesima. Vesti
rilucenti d’oro lasciavano trasparire tutta l’eleganza della sua persona; aveva
nei lineamenti del viso non la regolarità della bellezza, e non quell’aria di
capriccio, indizio della leggerezza della mente e del nulla dell’anima, ma quei
lineamenti scolpiti, che indicano esservi qualche cosa di straordinario nella
persona che li possiede. Alessio fissava i suoi negli occhi nerissimi della
prigioniera, e in quei momenti la memoria degli azzurri languidi occhi della
tenera Evantia si dileguava dalla sua mente; Evantia eragli bensì carissima, e
dai primi anni dell’adolescenza l’amò e ne fu riamato. La morte del padre del
giovine e dei genitori della donzella ritardò le loro nozze, e quando il giorno
n’era finalmente stabilito, morì anche la madre d’Alessio pochi giorni prima
ch’egli fosse costretto a imbarcarsi per Samo; così vennero ritardate fino al
ritorno.
Egli tornava, era giunto
quasi al momento di possedere l’oggetto tanto a lungo desiderato, e il suo
fervido sospiro non volava al porto che stava per afferrare, e il pensiero
rimaneva immoto al suo fianco!
È giunto; balza a terra;
abbraccia gli amici che lo circondano, e accennando ad Amina di seguirlo, si
dirige verso la casa, dove Evantia dimorava con la vecchia Sebastì nutrice del
suo diletto. La vecchia gli viene incontro:
“Dov’è Evantia?” egli
domanda dopo averla abbracciata.
“In chiesa,” risponde
Sebastì; “vi si canta per tua madre l’ufficio de’ morti;... compiono oggi tre
mesi da che l’abbiamo perduta!”
“Pur troppo;... ma lasci
tu Evantia escir sola?”
“Non ho potuto
accompagnarla, ed è andata con le vicine.”
“Ho inteso.” E dopo
averle consegnata la prigioniera, corre alla chiesa di San Niccola, situata
sull’erta del colle, sul quale è fabbricata parte dell’unica città ch’è
nell’isola.
Ognuno in tali luttuose
funzioni rammenta i proprii morti e sta nel raccoglimento delle care e dolorose
memorie. Quando Alessio entrò nella chiesa, tutti gli astanti tenevano in mano
un cero, il cui fioco chiarore spandendosi sopra i visi ne faceva più spiccare
la mestizia; i cantori salmeggiavano in tono lugubre, e gl’inservienti in cappa
nera stavano accanto alla porta con un canestro pieno di còliva (grano
bollito con uva passa, mandorle e noci) da distribuirsi fra tutti coloro che
assistevano al funerale. Evantia stava nella parte superiore della chiesa
riservata alle donne; ella riteneva a stento le lagrime, e il cero tremava
nella vacillante sua mano. Alessio si fermò sulla porta, parevagli tornato il
momento, in cui la madre moribonda lo abbracciò e unì la sua mano a quella
d’Evantia.... pensò come la buona madre gli pose la propria mano sul capo
benedicendolo.... come un grido d’Evantia lo avvertisse, che esalava lo
spirito.... ed egli rialzò il capo.... e quella mano cadendo priva di vita
sdrucciolò fredda sul viso di lui. Un brivido lo assalì, come allora avealo
assalito;... come allora vacillò, e cadde tramortito sul pavimento. Gli astanti
gli si affollano intorno a rialzarlo, a soccorrerlo.
“Un uomo si è svenuto,”
dice una delle compagne di Evantia.
“È Alessio,” dice
un’altra più lontana, “l’ho conosciuto.”
La donzella appena udite
queste parole traversa la chiesa..., eccola al fianco del caro giovine, e
poichè la sua casa è assai meno lontana, di quella d’Alessio, fa che egli tosto
vi sia trasportato. Son giunti.... entrano.... Amina, veduto Alessio privo di
sensi sulle braccia degli amici, si fa largo disperatamente fra il cerchio di
persone che circonda il letto, ove è stato deposto, e osserva smaniosa se ancor
respira; commozione le accresce vaghezza.... Evantia guardandola prova per la
prima volta il più amaro d’ogni dolore, – il solo cui niun dolce è frammisto, –
teme d’aver perduto il cuore, al quale fidò tutte le speranze del suo!... Gli
occhi d’Alessio si riaprono, e il loro primo sguardo non è per Amina: essi
cercano la compagna del proprio lutto, colei che prestò gli estremi ufficii a
sua madre. – Evantia, accogliendo quello sguardo, si conforta e torna a
sperare. Gli amici si congedano; Evantia, Amina e Sebastì rimangono sole al suo
fianco; egli sente il bisogno del pianto, Evantia piange con lui: “L’abbiamo
perduta!” esclamano, e ambedue giurano di piangerla e di vivere sempre insieme.
Il giorno cade: Alessio
fa accostare Amina, e ponendone la mano in quella della vergine:
“È una disgraziata,” le
dice; “questa parola basta per te, io te l’abbandono.”
Ciò detto egli esce, ed
Evantia premendo quella mano sul cuore accenna alla prigioniera, che troverà in
lei una pietosa sorella. Si separano per trovar pace nel sonno, ma il sonno non
scende colà, dove le passioni fan guerra!
Evantia è ancor certa
d’essere amata, ma Amina è compianta! La virtuosa giovinetta senza desiderare
che cessi di esser l’oggetto di quella pietà, le invidia la sventura che le dà
dritto alla compassione d’Alessio.
Amina, essendo stata
servita da schiave greche, imparò a comprenderne e a parlarne il linguaggio;
ella ha quindi saputo, conversando con Sebastì, che Evantia dev’esser moglie
d’Alessio;... l’idea d’un amore libero, spontaneo, si presenta per la prima
volta alla sua mente, e la sconvolge. Spuntava per lei l’ultima aurora del
terzo lustro, quando Selim, senza averla mai fino a quel giorno veduta, la
salutò col nome di sposa; egli era giovine, dotato di maschia bellezza,
l’amava, nè aveva concesso tal nome ad altra donna, ma amava anche le odalische
dell’aremme. Fieramente geloso, avrebbe trafitta la moglie per uno sguardo
vòlto ad altr’uomo; guai però se ella avesse osato proferire un lamento contro
di lui! Favorito dalle leggi e dal culto, egli aveva in fatti il dritto di non
patirne, e Amina consapevole di questo dritto taceva, dovendo anche mostrarsi
grata d’aver sola il nome di sposa. Partendo per unirsi alla spedizione contro
Scio, Selim aveva lasciato la moglie in una casa campestre sulla riva del mare;
colà, mentre stava mollemente distesa sopra gli aurei sofà del suo chioscho,
godendo l’olezzo de’ boschetti d’arancie di rose che circondavano la sua
abitazione, udì le grida delle schiave.... vide spalancarsi le porte; dieci
marinari de’ legni d’Alessio le comparvero davanti, e la costrinsero a seguirli
alla spiaggia. Il giovine capitano tornava allora col rimanente delle sue genti
dall’avere sparso il terrore e la morte in mezzo a un’orda di assassini, pronta
a imbarcarsi per mietere gli avanzi delle stragi di Scio; la sua vista, il
dolce suono della sua voce destarono nell’animo della prigioniera una
commozione, la cui soavità le era ignota: egli le sorrise pietosamente, e già
gli occhi d’Amina esprimevano l’estasi dell’amore. Ora Alessio è vicino alla
sposa, nè potrà occuparsi della povera prigioniera, – l’ha abbandonata ad
Evantia, e la pietà d’Evantia è nulla per lei!... Immersa in queste penose
riflessioni essa non trova quiete in tuttaquanta la notte.
Alessio è anch’egli ben
lungi dall’esser tranquillo: esce dalla città appena albeggia, e si dirige
verso la parte alta dell’isola; colà alle falde d’un colle sulla riva del mare
era un’ampia grotta, e le onde venivano a frangersi contro gli scogli, che ne
circondavano l’ingresso; un cipresso coronava la vetta della rupe pendente
sopra la grotta: era solo, come l’abitatore della grotta! Da tre anni uno
straniero vi aveva stabilito la sua dimora, e niuno, tranne Alessio, sapeva da
qual terra venne a cercarvi un asilo; si faceva chiamare Eutimio, non
oltrepassava l’ottavo lustro, aveva forma alta e maestosa, occhi azzurri e
scintillanti; i solchi d’un profondo dolore rigavano le sue guance, e la sua
bocca pareva non essersi da molti anni aperta al sorriso. Negò sempre di
mischiarsi nelle pubbliche faccende degli Psariotti, nè può dirsi se negasse
per diffidenza della propria capacità, o per un sentimento d’apatia, frutto
d’irreparabili disavventure. Quando gli Psariotti tornarono dall’aver arsa la
nave dell’ammiraglio turco davanti alla devastata Scio, egli corse al porto, li
abbracciò; una sua lagrima cadde sulla mano dell’intrepido Costantino Canaris,
poi tornò anche più mesto del solito alla spiaggia deserta. Egli amava Alessio,
si compiaceva d’istruirlo, e aveagli confidati gli avvenimenti, dai quali fu
costretto ad abbandonare la patria. Il giovine lo trovò immobile sull’ingresso
della grotta, contemplando il nascer del sole; al vederlo fece un leggiero
gesto di sorpresa, gli strinse la mano, e dopo essersi informato de’ motivi del
suo ritorno, gli parlò della patria e de’ pericoli che le sovrastavano.
“La distruzione è colà,”
disse additando Scio, che appariva da lontano circondata dalla mattutina
nebbia; “d’un passo può varcar l’onde, e inghiottire anche Psara.”
“Venga,” rispose
Alessio, “qui si muore uccidendo.”
“Pensa” replicò il
Saggio “alle donne, ai vecchi, ai bambini, a questi esseri, a cui manca la
forza di dar morte, e il coraggio d’andarle incontro per sottrarsi alla
schiavitù.... li ucciderete dunque voi stessi all’apparire delle vele nemiche.
Tu inorridisci!... Ma, dimmi, concederesti che Evantia vivesse per soddisfare
della sua bellezza il sozzo delirio di un feroce assassino?... Ah no! lo
sprezzo dei pericoli non è concesso ai figli, ai padri, ai mariti: bello è il
coraggio della disperazione allorchè inatteso arriva il bisogno di farne uso;
ma chi può far sicura l’esistenza di quanto ha di più caro dopo la patria e
l’abbandona al caso, o è un infame, o uno stolto.”
“Qui si ha la certezza
che i Turchi non oseranno assalirci.”
“Ed è appunto questa
certezza che può farli osare; affrettatevi a chiedere aiuto al Governo; Scio vi
sta davanti, per avvertirvi a non dormire in una ingannevole sicurezza. Dimmi
ora” continuò Eutimio “se le discordie cessarono nel Peloponneso!”
“Sì,” rispose Alessio,
“grazie all’imminente pericolo, tutto è quieto. O Eutimio, quando l’orizzonte è
più nero, allora devi posar tranquillo sulla gloria della mia nazione! I Greci
dotati dalla natura d’un’energia infaticabile, quando non possono adoprarla
contro i nemici, la volgono a distrugger sè stessi; perciò i campi illustrati
dalle vittorie contro il Perso, furono inondati di greco sangue da mani greche
versato; perciò, caduti sotto il giogo degli Osmanli, schiavi avviliti,
null’altro potendo, si calpestavano l’un l’altro sulla soglia della reggia del
despota, che poi con un cenno tutti li annientava sprezzandoli. Ora tu li hai
veduti eroi in campo, e spesso discordi, facinorosi nell’Assemblea nazionale;
non tremare per essi, mentre un nuovo nemico si accinge a comparir nell’arena
giurando di sterminarli.”
Tacque, e rimasero
ambidue muti e pensosi. Eutimio ruppe primo il silenzio, domandando se avea
condotti molti prigioni.
“Sì,” disse l’altro, “e
condussi una donna nel fior degli anni; seppi bensì rispettarla, e sta con
Evantia.”
“Perchè qui
trascinarla!” riprese il solitario, “io non pretendo oppormi al dritto di
render male per male, ma la vendetta dei generosi non si sfoga sui deboli.”
“L’anima mia non sa
nulla celarti,” replicò Alessio, “io volea dir: rilasciatela, e non potei....”
“Sciagurato, che mi fai
intendere!...” esclamò Eutimio: e fissando lo sguardo nel viso d’Alessio lo
vide coperto del rossore della vergogna.... “Povera Evantia!” soggiunse.
E Alessio: “Che pensi?
Io l’amo, io le appartengo, tant’anni d’amore, tante promesse formano tra noi
indissolubil legame, e se anche lecito fosse l’abbandonarla senza mancare
all’onore, ti giuro che non potrei separarmene; essa mi è cara, molto cara!
pure io ho dei rimorsi, io provo per Amina un sentimento indefinibile. Quando
mi fu condotta, stava muta in mezzo a coloro che la scortavano; era senza velo
e coi suoi grandi occhi neri fissi a terra; li alzò per guardarmi, e parean
dirmi: – A te solo non ricuso chieder pietà; – a me in quel momento, non so
come, parea pietà il non abbandonarla, nè mi cadde in mente che ella impetrasse
libertà con quel supplichevole sguardo; gliela offersi nel punto di levar
l’àncora; impallidì, fissò con dolorosa commozione la terra nativa: “È bella,”
disse, “ma la terra del mio signore dev’esser più bella.” – “Non vuoi dunque
restare,” domandai. – “Gettami in mare,” rispose, “e mi vedrai morire, tentando
di risalire sulla tua nave.”
“Rendila a suo marito,”
riprese Eutimio, “o ti perdi.”
“La renderò; sei tu
soddisfatto di tal promessa?”
“Io sono:” e si
separarono.
Alessio tornò in città;
un battello proveniente da Idra aveva confermata la notizia della pace tra i
capitani moreotti e i membri del Governo; aggiungevasi che i Turchi erano stati
battuti in più luoghi, che la flotta egiziana non sarebbe uscita sino alla fine
del luglio, che quella ancorata a Mitilene, desolata dalla peste, e atterrita
dai preparativi de’ Greci, non s’arrischiava a scostarsi dal suo rifugio.
Queste notizie dileguarono interamente l’idea del pericolo che parea minacciar
gl’isolani. Alessio si affrettò a parteciparle ad Evantia. Egli la trovò nel
piccolo giardino, ove si dilettava coltivare i più bei fiori a dispetto
dell’aridità del terreno. Nel dolcissimo viso della vergine stava scolpito
l’animo mite e gentile, e l’azzurro de’ suoi occhi era più vago che l’azzurro
del bel cielo, sotto cui nacque. Additò all’amante un mirto e una rosa, che
intrecciati l’uno con l’altro parean nascer dalla stessa radice.
“Furono piantati dalle
mie mani,” gli disse, “quand’io diceva: – Il mirto è il mio fiore; – e tu: – La
rosa è il mio, – rispondevi. Vedi, qui crescono insieme, e ogni giorno
inaffiandoli io prego il Cielo di tener unite l’anime nostre, come uniti stanno
i rami di queste piante.”
“Tenera Evantia,”
esclamò Alessio,”come potrebbe il Cielo non esaudirti!”
In quel punto alzò gli
occhi verso la casa, e vide Amina appoggiata alla porta; i vivaci e variati
colori delle sue vesti ne rendevano anche più pittoresco l’atteggiamento;
Alessio suppose vedere in lei il genio della sventura, che lo avvertiva di non
fidarsi alle speranze dell’avvenire: sospirò, ed Evantia, che erasi pure
accorta d’Amina, comprese che quel sospiro era diretto alla prigioniera.
“Guardala,” gli disse il
giovine additandola; “tranquilla nel palazzo del suo sposo, ella forse non aveva
nemmeno ideato l’esistenza della sventura, adesso ne presenta l’immagine!... O
Evantia!... tel giuro, la mia compagna non presenterà mai questa immagine
desolante nelle case de’ nostri nemici; prima che lasciarviti trascinare io ti
ucciderei di mia mano.... Io avrei questo atroce coraggio....”
“Ed io quello di
ringraziartene,” rispose Evantia; “ma puoi tu confrontare lo stato della
prigioniera d’un Greco con quello della schiava d’un Turco? L’una va incontro
alle fatiche, al disonore, agli strazii; l’altra trova la pietà che consola,
che le dà un sospiro.... e chi ottiene un sospiro non è poi tanto da
compiangere quanto tu dici....”
Il tono di voce col
quale furono proferite queste parole, rivelò ad Alessio il sentimento che
aveale ispirate: ne fu dolente, ma tacque. Evantia si avviò per uscir dal
giardino, ed egli la seguitò per prender congedo; passò accanto ad Amina, essa
s’inchinò incrociando le mani sul petto, ed egli non ardì nemmeno guardarla;
colpita da quest’atto d’insolita noncuranza, la prigioniera sentì allora tutta
l’amarezza del presente suo stato.... non pianse però, il suo animo era tanto
altero da non permetterle di versar lagrime là dove colui, dal quale vedevasi
disprezzata, poteva esserne testimone. Avvi una delicatezza di sentimento che
non deriva dalla educazione, e nasce (per così dire) con noi, o ci è negata per
sempre; Amina la possedeva. Per meglio nascondere il suo turbamento andò a
chiudersi nella sua piccola stanza, e quando Sebastì venne a chiamarla, era già
nell’aspetto bastantemente tranquilla. La vecchia le propose d’accompagnarla
fuori di casa; accettò l’offerta, ed escirono.
Dopo aver traversato
alcune strade, Sebastì entrò colla sua compagna in una casa, dove consegnò a
un’altra vecchia, che le venne incontro, un canestro contenente dei dolci, e un
mazzo di fiori, dicendole:
“Questi doni manda
Evantia al mio caro figlio.”
“Come!” esclamò Amina,
“siamo nella casa d’Alessio?”
“Sicuramente.”
“Perchè mi vi hai tu
condotta?”
“Sei meco, non v’è alcun
male.”
“Andiamo via subito.”
“No davvero, voglio
prima riposarmi:” e seguìta dalla custode della casa entrò in un’altra stanza.
Amina rimasta sola
sarebbe volentieri partita, ma non ardiva per non disgustar la nutrice;
irresoluta, agitata, si pose a passeggiare, porgendo orecchio ad ogni più lieve
rumore. La sala, ove si trovava, conteneva la porta d’ingresso e quella di
quattro stanzini, i quali unitamente alla sala medesima formavano tutta la
casa. Alessio non poteva in conseguenza entrare nè uscire senza incontrarsi con
lei. “Dirà che vengo a cercarlo,” pensò Amina. L’idea di questa umiliante
supposizione superò ogni riguardo; s’incamminò verso la porta d’ingresso,
risoluta d’andarsene, senza più aspettar la nutrice; ma ne aveva appena toccata
la soglia, che s’incontrò con Alessio. Ambidue rimasero immobili....
“Qui Amina!...” egli
disse con l’accento d’una grata sorpresa, e la memoria del disprezzo, con cui
l’aveva trattata nel giardino d’Evantia, agitando con maggior violenza l’animo
della prigioniera, ella si mosse per uscire; ed egli la trattenne afferrando un
lembo della sua sopravveste.... ella si fermò, ma senza guardarlo.
Accorgendosi del mazzo
di fiori, lasciato sopra un desco dalla custode, egli lo prese e l’offrì col
gesto ad Amina, sperando che lo avrebbe accettato. Vedendo che non stendeva la
mano:
“Prendilo,” disse
supplichevole; “perchè non ho io altri doni da offrirti?... “
Vide il seno d’Amina
sollevarsi agitato da violento palpito, e in quel punto ella fissò gli occhi in
quelli di lui.
“Non sono per me i tuoi
fiori,” rispose; “perchè me li porgi?”
“Hai ragione! non sono
quelli de’ tuoi giardini.”
“Sono più belli, ma se
qui comparisse Evantia, tu li strapperesti dal mio seno per darli a lei.”
“Piacesse a Dio ch’io me
ne sentissi la forza!”
“Evantia è bella, io non
sono, perciò quando le stai vicino, nemmeno mi guardi.”
“Evantia è gelosa, vuol
ch’io ami lei sola.”
“Anche Selim mi
comandava d’amarlo, ed io m’avveggo ora che l’amore non può comandarsi.”
“Tu non gli offristi
spontaneo il tuo amore, ed io mi sono per me stesso impegnato a non amar che
Evantia in tutta la vita.”
“Fortunata Evantia!
povera Amina!...” tacque, e s’avviò per uscire.
Alessio più che mai
intenerito la trattenne di nuovo, prendendone la mano che essa gli abbandonò in
atto mestissimo.
“Perchè,” esclamò il
giovine, “non sei tu nata sopra il mio scoglio!... io avrei amata te prima, te
sola, ed Evantia sarebbe felice con altro sposo.”
“Mi avresti amata!... ed
io t’amerei come nessuno può amarti;... ma.... doveva esser così!”
“Accetta almeno i miei
fiori.”
Ella prese il mazzo, e
il ritorno di Sebastì interruppe il loro colloquio. La vecchia, dopo salutato
Alessio, disse ad Amina esser tempo d’andarsene, ed uscì, precedendola, dalla
casa; l’appassionata femmina, seguendola lentamente, baciò i fiori, dono dell’amato,
se ne ornò il seno, e si dileguò dagli occhi, che teneri e desiosi la
seguitavano.
Evantia vede tornare
Amina col viso animato, riconosce i fiori colti poc’anzi da lei medesima per
inviarli ad Alessio, e smaniosa interroga Sebastì, che le racconta d’aver
condotta la prigioniera in casa di lui.
“E i fiori?”
“La vecchia Marina li ha
lasciati sopra una tavola, Amina li avrà presi.”
“Sarà,” replica Evantia;
e benchè non rimanga persuasa, non ardisce cercar nuovi schiarimenti.
La nutrice meno
delicatamente curiosa, appunto perchè non ha interesse di esserlo, corre a
domandare ad Amina il perchè ha preso quei fiori.
“Me li ha dati Alessio,”
risponde alteramente la prigioniera. E la vecchia, chiamata Evantia, le ripete
la sua risposta; la vergine impallidisce.
“Egli ti ha dato i miei
fiori!” esclama con dolorosa sorpresa.
“Ebbene, non v’è di che
disperarsi,” riprende la nutrice, “Alessio non sapeva che tu li avessi colti
per lui, a momenti tornerà qui, costei ti renda il mazzo, glielo darai, e così
tutto è finito.”
“Rendere il regalo
d’Alessio!” dice Amina, “è impossibile.”
“Straniera,” risponde
Evantia, “credi tu che lo prenderei?”
“Che puntigli sciocchi!”
grida la vecchia, “andrò io a coglierne un altro; lode al Cielo, nel giardino
non mancan fiori;” e s’incammina, ma Evantia la trattiene, dicendole:
“È inutile, ei può dare
di quelli del suo giardino....” E vedendo entrare Alessio, incapace di più
frenarsi prorompe in un pianto dirotto, e si ritrae precipitosamente nella sua
stanza.
“È una bambina,” dice
Sebastì; “piange, perchè hai dato quei fiori ad Amina: io la seguo per cercar
di calmarla, tu se vuoi far bene torna domani.”
Amina rimasta sola con
Alessio se gli avvicina, ed egli pensando siasi vantata del dono de’ fiori, per
viepiù ingelosire Evantia e turbarne la pace, la respinge sdegnoso. La
prigioniera alza gli occhi al Cielo, stringendo fortemente l’una mano con
l’altra, poi strappandosi i fiori dal seno li getta ai piedi di lui, e
s’allontana. Lo sfortunato rimane smarrito, non può versare in un petto il
balsamo del conforto senza straziare altro petto; il dovere, la virtù,
l’affetto, lo chiamano ad asciugare il pianto d’Evantia; ma ha sotto gli occhi
i fiori gettati da Amina, e quella vista l’obbliga ad un confronto, dove la
moglie di Selim si presenta sotto un aspetto molto più sublime della sua
piangente rivale. Si risolve a seguire il consiglio di Sebastì, ed esce
dirigendosi verso la grotta d’Eutimio.
Sopraggiunge la notte:
le onde percotono la spiaggia con cupo muggito: il Saggio seduto sopra uno
scoglio sta pensando ai dì che fuggirono, portando seco le sue speranze; scosso
dalla voce d’Alessio, si alza, e lo conduce dentro la grotta. Il giovine espone
le angosce del suo stato, e gli opposti affetti che gli straziano il cuore.
“O Eutimio,” egli dice,
“credo che soffrirei meno, se il mio delirio per Amina mi avesse costretto a
non amar più Evantia; ma io l’amo, io sento che se un rivale tentasse rapirmela
correrei a strapparla dalle sue braccia; perchè dunque provo così impetuosi
palpiti al fianco d’Amina? perchè l’idea della celeste felicità dell’amore è
per me indivisa dalla sua immagine? Oh mio amico, mia unica guida, insegnami a
ravvisare me stesso, la mia ragione si smarrisce, e l’animo non regge fra tanti
contrasti!...”
“Calmati,” risponde Eutimio,
“calmati, o fortunato anche nell’eccesso de’ tuoi tormenti.... Il fervido
sospiro di due cuori è tuo!.., guardati però dal demeritare il più soave tra i
doni che la Provvidenza comparte; rendi Amina al suo sposo, e la sua immagine
rimanga nella tua mente. Vi sono de’ momenti, in cui l’uomo sente il bisogno di
rifugiarsi in un mondo ideale, e che niuna felicità posseduta può mai
riempire.... Amina presieda ai sogni di quei momenti, ma nemmeno l’eco della
solitudine ti ascolti proferire il suo nome.... Io non atterrirò il tuo spirito
in tempesta, imponendoti a nome della virtù ciò che ora deve parerti
impossibile, di obliarla. Lunge da me l’atra bile di quei moralisti, che
chiedendo troppi sacrificii dall’umana fralezza terminano col non ottenerne
nessuno. Evantia ti è sempre cara, tu vuoi viver per lei, non sei dunque
colpevole. Oh! s’ella avesse l’arte di nasconderti parte dell’amor suo, se
minore fosse in te la certezza d’esser l’arbitro solo dei suoi pensieri, la
straniera non avrebbe ottenuto un solo de’ tuoi; ma quella stessa ignoranza
d’ogni artificio, quella fiducia d’un cuore ingenuo che tutto a te s’abbandona,
sono appunto i sacri nodi che devono ritenerti dal deluderne le speranze.”
“Io disprezzo” rispose
Alessio “le donne che fondano il loro impero sull’arte che le degrada, perciò
vissi fra popoli inciviliti senza incontrarne una sola capace di costarmi un
rammarico.... Amina è ben altro che le artificiose sirene delle vostre
contrade! Torni a languire nell’aremme del suo sposo, io sarò quello d’Evantia
fra pochi giorni: poi condurrò i miei legni là dove i Turchi tremano sin
dell’ombra che le proprie navi spandono sul mare coll’immensa mole; mi sento
capace di ardite imprese, e se perirò voi mi piangerete;... così potessi esser
sepolto sotto l’ombra del tuo cipresso; essa mi è cara!”
“No,” disse Eutimio,
“quell’ombra lugubre è mia: fra quell’aride zolle poserà questo petto inaridito
anch’esso dalla sventura; a te sorgerà la tomba allato a quella de’ tuoi padri,
e il cantico della libertà vi accompagnerà il tuo cadavere circondato dagli
amici e dai figli. È per me il solitario cipresso! Deh! quando i figli della
mia patria verranno a visitar questa spiaggia, ed io sarò già polve sotto
quell’albero, venga loro additato. Disingannato di tante e tante illusioni, io
non chieggo più che un sospiro de’ figli della mia patria!”
Egli tacque, e Alessio
non osava turbarne il silenzio, accorgendosi che il suo animo errava fra le
memorie de’ tempi scorsi; lo vide uscire dalla grotta, e contemplar fissamente
la stellata vôlta del firmamento. Lo seguitò.
“Che cercano là i tuoi
sguardi?” gli disse.
“Una larva” rispose
Eutimio “disparve dall’orizzonte della mia terra nativa; e non potendo a
dispetto della mia ragione cessar d’adorarla, la seguitai sotto questo cielo,
ove spande adesso il suo abbagliante fulgore. Vedi là dentro quegli ampii
volumi? tutti insegnano che la sua luce si dilegua appena ha brillato; lessi,
credei, e nonostante mi posi sulle sue tracce; mi trascinò sulle vie della
sventura, mi ridusse esule, mendico.... e si dileguò: ora qui splende, e qui
venni a morire. Tu vivi, combatti per la salvezza della tua nazione; giura
sull’altare della religione di consacrare ad Evantia i giorni, di cui la patria
non ti chiederà conto; acquista il dritto d’esser padre per offrirle il braccio
de’ figli, quando il tuo, indebolito dall’età grave, non potrà reggere al peso
dell’armi.”
Infiammato da queste
parole Alessio si separa dall’amico risoluto di non lasciarsi più soggiogare da
una colpevole debolezza. Appena il nascer del sole gli permette di tornare al
fianco d’Evantia, si affretta a incaricare Sebastì di chiederle un colloquio, e
va ad attenderla nel giardino. Ella viene, è pallida, abbattuta; s’inoltra
lentamente, e pare rattenga a stento le lagrime; Alessio le va incontro.
“Dovrò ripartire fra
pochi giorni,” le dice, “vengo a chiederti con qual nome dovrò chiamarti nel
nostro addio.”
Evantia tace.
“Non vuoi dirmelo?” egli
soggiunge.
“Chiamami la povera
Evantia.”
“No, la mia diletta, la
mia sposa.”
“Ti costerebbe troppo
dolore, ed io non voglio costartene.”
“Amare parole!” esclama
Alessio; “che mi giurasti quand’io partiva?”
“Partisti solo!”
“T’intendo; ma sappi che
Amina tornerà al suo sposo, ch’io la rendo senza riscatto.... ti basta?”
Evantia non sa frenare
la sua gioia: con moto rapido, involontario, prende la mano d’Alessio e se
l’accosta alle labbra; poi, pentita di quel che ha fatto, l’abbandona e si
volge altrove. Alessio intenerito stringe l’ingenua vergine al cuore, che in
quel momento palpita per lei sola.
“Dolce Evantia,” le
dice, mentre si scioglie dal caro amplesso, “permettimi di stabilire il dì
delle nozze.”
Un cenno di
consentimento è la risposta d’Evantia; resta stabilito che fra otto giorni
saranno uniti, e si dividono concordi e felici.
Questa felicità per
Alessio non è che un lampo. Appena diviso da Evantia, egli pensa alla
prigioniera; deve dichiararle avere stabilito di rimandarla là donde fu tolta;
nè vuol farlo presente ad Evantia, temendo mal celare la commozione, da cui sa
non potersi difendere. Ma come aver seco un colloquio senza ridestare i gelosi
sospetti della sua sposa? Dopo avere scorse più ore occupandosi del riattamento
de’ suoi legni, egli s’incammina verso la vetta d’un colle per abbandonarsi
liberamente in preda alle riflessioni che lo tormentano; inoltrandosi fra
alcuni arboscelli ode un suono di voci, e vede Amina seduta sull’erba al fianco
della vecchia nutrice. All’improvvisa comparsa di Alessio, le gote d’Amina
s’infiammano, s’alza e rimane ferma al suo posto.
“Figlio mio,” dice
Sebastì, “rallegrati, la tua prigioniera rinunzia alla credenza di Maometto: la
credenza d’Alessio, mi ha ella detto, dev’essere certamente la migliore, ed è
risoluta di credere tutto quello che credi tu stesso; la condurremo al sacro
fonte, e sarà il più bel giorno della mia vita.”
“Madre mia,” le risponde
Alessio, già mal potendo vincere l’agitazione in cui lo pongono gli sguardi
d’Amina e quanto ha udito di lei, “il vostro zelo è lodevole; ma vi prego di
rinunziare all’intenzione di catechizzar questa giovine, perchè non deve vivere
tra i Cristiani.”
“Come! il suo sposo ha
offerto i suoi tesori per riscattarla?”
“Nulla mi è stato
offerto: la rendo spontaneamente senza alcun prezzo.”
“Insensato!” grida la
vecchia, “qual cattivo genio ti ha inspirata questa intenzione? Lasciala, in
nome del Signore, lasciala rimanere presso di me; lavorerà, non ti sarà a
carico, e avrai il merito d’aver salvata un’anima dalla perdizione.”
“È impossibile,” replica
Alessio, “non me lo chiedete, perchè non posso.”
Allora Sebastì si volge
disperatamente ad Amina che tace.
“Ti manda via,” le dice,
“non v’è rimedio, l’ostinato ha risoluto così.”
“Mi manda via!...”
Queste parole suonano sulle labbra d’Amina, come se le ripetesse l’eco
insensibile; non v’è nel suo modo di proferirle rimprovero nè dolore: “Mi manda
via....” ripete, mentre Sebastì continua a disperarsi, e a pregare Alessio che
cangi risoluzione.
Egli nemmeno l’ascolta:
vede il viso d’Amina turbarsi a grado a grado; la vede portar la mano alla
fronte, come per richiamare le idee smarrite: il coraggio della virtù
l’abbandona, e sente che al fianco suo la voce d’ogni altro affetto è debole a
confronto di quella che parla per lei; se fosse solo con Amina le esprimerebbe
parte almeno di quel che prova, ma la presenza di Sebastì lo ritiene, ed è
questo ritegno che lo riconduce a fare attenzione ai lamenti della vecchia.
“Vi giuro” le dice “che
la rendo al suo sposo, perchè sia felice con lui, giacchè non può esserlo qui.”
“Siete troppo pietoso!”
esclama Amina.... “Selim non ha bisogno di me per esser felice, io non lo fui
seco.... nè potrò esserlo mai.... ma non mangerò per forza il pane del mio
padrone: partirò anche nel momento, s’ei lo comanda.”
Alessio le dichiara che
partirà fra due giorni per Samo, donde si avrà cura di rimetterla sulle coste
dell’Asia; e profittando poi d’un momento in cui Sebastì si è allontanata di
qualche passo:
“Domani,” le dice,
“all’ora del vespro sarai sola.... verrò nel giardino....”
Amina, abbassando
languidamente il capo, accenna d’acconsentire, e si separano; le due donne
s’incamminano verso la città, mentre Alessio torna alla grotta del Solitario.
Solo nell’alpestre
sentiero, egli riflette, e si rimprovera d’aver chiesto un segreto colloquio
alla rivale d’Evantia; i suoi rimorsi sono bensì calmati dall’idea, che sia
lecito concedere un ultimo sfogo innocente ad una passione immolata al dovere.
Fatale inganno che può immergere nel baratro della colpa colui che in quel
punto medesimo si tiene per inalzato al trono della virtù. Nè evvi al certo
momento più pericoloso per l’umana fralezza di quello, in cui l’uomo ha fatto
un gran sacrificio alle convenzioni sociali e a’ proprii doveri. Le potenze
dell’animo, esauste di forze, rimangono come annientate e le passioni
soffocate, ma rinascenti, combattono contro un nemico debole, e persuaso
dall’orgoglio d’una vittoria d’esser divenuto invincibile.
Intanto Sebastì, appena
tornata in casa, narra piangendo ad Evantia che Amina deve partir fra due
giorni.
“È dunque vero!” esclama
l’amante di Alessio,”egli me l’aveva promesso; ma io cominciava a temere.”
“Come!” risponde la
vecchia, “sei tu che hai chiesta la sua partenza? mentre io m’affatico per
acquistare quell’anima al Cielo, tu la vuoi restituire all’Inferno! Sciagurata!
bada.... il Signore non benedirà le tue nozze, sarai disprezzata da tuo marito,
starai nella tua casa deserta come sta il corvo, e il tuo albero non avrà
rami.... Povera vittima,” continua, dirigendosi ad Amina che esce in quel
momento dalla sua stanza, “ecco chi ti scaccia, questa tigre dal dolce viso.”
Quanto ora ascolta è per
la prigioniera un lampo di luce; ella comprende per qual motivo Alessio vuol
farla partire, ed è pur meno penoso per lei l’esser vittima della gelosia piuttosto
che del disprezzo!
“Essa ha uno sposo,”
replica Evantia punta dai rimproveri della nutrice.... “viva in pace con lui, e
mi lasci in pace col mio.”
“Hai paura che costei te
l’usurpi?”
“E se la gelosia mi
tormentasse, perchè vorreste ostinarvi a tormentarmi ancor voi?”
“Non arrossiresti di
anteporre una pazza gelosia agl’interessi della tua religione?... te l’ho già
detto, sarai disgraziata.”
“Ma” riprende Evantia
“non è forse colpa tenere una moglie divisa da suo marito? Se Amina lo ama, non
vorrà nemmeno andare in un cielo, ove è sicura di non incontrarlo.”
“Tu bestemmi, tu parli
come una stolida; Amina già persuasa da me aveva risoluto di abbracciare la
vera fede, di credere tutto quello che crede Alessio.”
“Come!”
“L’ho inteso io, io
medesima.”
“E volete ch’io non sia
gelosa! ma se la religione lo comanda, rimanga pure, io non voglio mettermi sul
cammino dell’empietà.”
Ciò detto Evantia si
ritira, e Sebastì, scuotendo il capo:
“È pazza,” va ripetendo
più volte, “è pazza davvero! Tu però, figlia mia,” continua, dirigendosi ad
Amina, “sei veramente risoluta di darti al Dio dei Cristiani? Interroga bene la
tua coscienza, e se non vacilla, ti giuro che non tornerai fra i mostri
dell’Asia, dovessi anche ridurmi a chiedere l’elemosina per nutrirti: ti giuro
che lo farò volentieri.”
“Buona madre,” le
risponde Amina, “Alessio è mio padrone, obbedirò a tutto quello che vorrà
comandarmi; vi protesto bensì che non servirò mai altri che lui, che non mi
farò cristiana che per lui, e non accetterò elemosina che da lui.”
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