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GIULIETTA
OSSIA
LA DONNA TRADITA.
GIULIETTA
OSSIA
LA DONNA TRADITA.
In una piccola città
dell’Italia meridionale viveva pochi anni or sono una coppia felice. Lorenzo
avea consacrato a Giulietta il suo primo palpito d’amore; Giulietta per la
prima volta sentì nel veder Lorenzo che la tenerezza filiale le lasciava
tuttavia nell’animo un vôto immenso, e che l’amore poteva solo riempire. Si amarono
all’eccesso, come due creature nuove alla piena degli affetti, e col divino
entusiasmo della giovinezza che non ragguardò ancora alla strada della crudele
esperienza; si amarono come si amano gli angeli, se all’amore è dato penetrare
nei cieli! – Giulietta era povera, Lorenzo orfano ed erede d’ampie dovizie;
egli sorrise quando la saviezza dei suoi amici volle dissuaderlo da nozze male
assortite, e additargli fanciulle più degne di lui, dicevano, perchè nobili e
ricche. Che cosa erano per lui tutti i tesori dell’universo? Egli amava! La
fanciulla vinta da nobile orgoglio resisteva alle sue preghiere e ricusava di
sposarlo....
“Verrà giorno,” gli
diceva, “che un rammarico ti nascerà nel fondo del cuore; non ti verrà sulle
labbra, ma io te lo leggerò negli occhi e sarò disgraziata per tutto il resto
della vita!”
“O Giulietta,” ei
rispondeva, “io t’amo, io sento in me la certezza d’amarti sempre; ma se il tuo
amante potesse divenirti spergiuro, pensi tu che le ricchezze di un’altra
femmina vincerebbero la sua fede?”
Essa cedè, e l’altare
accolse i loro candidi voti; ed oh! la gioia, l’ebrezza di quel giorno potevano
servire di bastante compenso a una vita intera di lacrime! Era un giorno che
poche coppie vedono spuntare bello di tante speranze, di tanti voti, di tanto
riso dell’universo! Un momento, una parola, unì le loro sorti in una sola per
sempre; confuse in uno i nomi d’ambedue, pose un solo avvenire, una sola strada
in faccia ai due sposi. Questo pensiero che gela di spavento quelli che si
legano senza amarsi, è il pegno della felicità per gli amanti. Ahi, umano
cuore! sempre credulo e sempre deluso!
Una casa campestre che
spirava agiatezza e tranquillità accolse la coppia allora beata. Era cinta da
ridenti colline, da vaghi giardini; e pareva che la felicità non dovesse
stancarsi mai d’abitarla! Giulietta coltivava i fiori, e Lorenzo si occupava
d’agricoltura.
“Amica mia,” ei le
diceva, “sento che preferirei la spada all’aratro, ma l’inerzia è il peggiore
dei mali; vorrei tu fossi la compagna d’un eroe; almeno non sarai quella d’un
neghittoso, di un codardo cultore dei vizii che degradano la generazione
presente!”
Giulietta
abbracciandolo: “Sèrbati quale ora tu sei,” rispondeva, “io non posso nè
desiderarti, nè immaginarti diverso.”
Quattro anni scorsero
rapidi, pieni di soavi commozioni. Due figli accrebbero la felicità di quei
dimenticati dalla sventura. L’amore non era più per essi una passione
impetuosa, una febbre dell’anima, ma era un sentimento dolce, un bisogno per
vivere: e perciò il cessare d’amarsi e il morire pareva ad ambedue una cosa
sola, e la gelosia, le angosce del sospetto erano ignote ai loro pensieri.
Oggetto l’uno per l’altro di tènere cure, di delicate attenzioni, vivevano,
sposi come vissero amanti, lontani dalla gelida trascuranza che spoglia d’ogni
incanto le coniugali catene, e fa che la mente di chi le porta si volga con
doloroso confronto al passato, e dia nome d’illusioni alle speranze che
stettero seco a piè dell’altare: a quelle speranze che diedero lena alla voce
di proferire il giuramento del tremendo per sempre insieme. I due
bambini erano un nuovo stimolo ad amarsi. Giulietta, ignara delle frivole gioie
della vanità, consacrava tutte le sue cure ai pegni adorati dell’amor di uno
sposo, che solo le era più caro dei figli! Oh quante volte cercò nei loro visi
le dilette sembianze, e palpitò di piacere nel ravvisarle! – Lorenzo usciva al
passeggio tenendo fra le braccia il piccolo Giulio, mentre Giulietta sosteneva
i passi incerti della leggiadra Matilde. Essi parlavano dell’avvenire dei due
bambini, delle gioie che se ne promettevano; cercavano indovinarne l’indole,
l’ingegno, e finivano desiderando che fossero felici com’erano i genitori.
Soave quadro di domestica pace! spregiato forse da chi ama di sentire soltanto
la vita nelle tempeste, nelle grandi vicende, e getta appena repugnante uno
sguardo sull’interno giornaliero vivere della famiglia, sui placidi godimenti
di una vita monotona e oscura. Ma, nell’età in cui le virtù degli eroi non sono
che il sogno dei cuori generosi, mentre la gloria è un vano sospiro; sola gioia
pura, degna di essere scopo al vivere, è certo quella che procede da un casto
amore! Perchè spregiarla? – Lorenzo andava qualche volta a diporto nei villaggi
e nelle città vicine. L’uomo ha bisogno di moto, di attività; e Giulietta,
persuasa di questo principio, vedeva senza dispiacere le brevi assenze di suo
marito, perchè ritornava così tenero, così lieto di rivederla, baciava con
tanto trasporto i suoi figli! Egli partiva la mattina, e tutto il giorno era da
lei occupato nell’idea della sera, del momento che i fidi mastini
annunzierebbero abbaiando l’arrivo del loro padrone, ed ella balzerebbe in
piedi per correre ad incontrarlo. Il marito la bacerà dolcemente, entreranno
tenendosi per mano nella stanza dei figli, e seduti presso il leticciuolo
s’interrogheranno a vicenda del come scorsero le ore della separazione!
Una sera Lorenzo tornò
un’ora più tardi. Era mesto, era conturbato, il suo bacio non fu quello
dell’altre volte, la sua mano cadde distrattamente in quelle di Giulietta, e
nulla chiese, nulla disse, si coricò, e parve addormentarsi subito. Giulietta
rimase pensierosa; temeva, ma soltanto, che ei fosse malato e non volesse dirlo
per non affliggerla; che altro avrebbe potuto temere? La mattina, appena vide
aprirsi gli occhi allo sposo, gli stese le braccia al collo e in atto timido e
soave domandò se stava bene. Ei la strinse forte al seno, e: “Con te, sto
sempre bene,” rispose. Queste parole, quell’amplesso tranquillarono Giulietta,
non pensò più all’angoscia di quella notte e fu di nuovo felice. Dopo pochi
giorni Lorenzo si assentò nuovamente, ritornò più mesto dell’altra volta; baciò
la moglie e i figli con effusione di affetto, ma pareva quasi cercasse in quei
baci un rifugio, un sostegno contro le tempeste del cuore! Giulietta se ne
avvide; – l’amore indovina tutto! – e per la prima volta non corrispose alle
sue carezze. Egli se ne indispettì, la lasciò, e andò a sedere all’altro angolo
della stanza. Ella rimase colle braccia pendenti, cogli occhi pregni di
lacrime. Tacevano ambedue. La Matilde, che da qualche giorno era alquanto
indisposta, gettò un grido nel sonno: il padre e la madre s’alzarono nel punto
medesimo, e nel punto medesimo si trovarono insieme accanto al letto della
bambina. Giulietta non potè reggere:
“Ti è cara,” esclamò,
“ed io non sarei più così! Lorenzo! no, non può essere!”
“Mia Giulietta!” e cadde
piangendo fra le sue braccia.
“Che hai? dimmelo! Mi
dicesti sempre tutto, tutto: oh parla!”
“Nulla, mi sei cara, sì;
più cara che tu stessa nol pensi. Oh! non creder mai di non essere così: amami
e saremo felici.”
Anche questa nube si
dileguò; ma il cielo non rimase interamente sereno. Giulietta non conosceva
ancora della vita che i fiori, e la gelosia le era quasi ignota, perchè Lorenzo
aveva amato lei prima, lei sola; assuefatta a volgere a suo talento la chiave
di ogni affetto nel cuore di lui, non concepiva adesso il come senza essere
sdegnato colla moglie, o inquieto per la salute dei figli, egli potesse non
esser lieto; ma non diffidava. La larva di un’altra donna desiderata da Lorenzo
non si era mai presentata a’ suoi vaghi pensieri. Intanto egli si assentava al
solito, nè più nè meno; tornava tenero, ma, se ella ben guardava, il suo viso
aveva perduto la vivacità della commozione viva, spontanea, che altre volte
provava nel rivederla; spesso alle sue domande rispondeva astratto, ella si
scostava dal suo fianco ed egli pareva non avvedersene; scioglieva la mano
dalla sua, e quella mano rimaneva immobile, aperta, inconsapevole di non essere
più stretta in un caro nodo. Ahi, dunque erano la mano e il cuore indifferenti
a quel nodo!...
Quest’idea che si
affacciò improvvisa, tremenda, all’anima di Giulietta, portò seco in
quell’anima il veleno della gelosia, del sospetto. Amare lagrime le sgorgarono
dagli occhi che avrebbero dovuto chiudersi al sonno eterno, se la morte venisse
quando finisce l’illusione che fa cara la vita! Lorenzo la sentì singhiozzare.
Egli sedeva meditabondo presso una finestra, senza essersi accorto che
Giulietta si era allontanata da lui; corse a lei, strinse fra le sue braccia
quelle forme, oggetto un tempo di tanti delirii! Essa declinò il viso dal suo,
lo nascose nel seno che fu per tanto tempo il suo unico asilo, e continuò a
piangere.
“Perchè quelle lagrime?”
le domandò con dolcezza.
“Per nulla!”
“Tu vuoi nascondermene
la sorgente!”
“Che vuoi? vi sono
momenti, in cui idee triste, terribili, mi assaliscono mio malgrado! Dianzi,
vedi follìa! dianzi mi pareva che tu non mi amassi più, che tu pensassi a
tutt’altra che a me.”
Nel dire queste parole
alzò a caso gli occhi, e s’incontrarono in quelli di Lorenzo che li chinò a
terra con moto rapido, involontario, come fa l’uomo ch’è stato fra le tenebre
all’apparir della luce! Quel moto non isfuggì a Giulietta: pur troppo lo
intese! Egli parlò l’antico linguaggio dell’amore, ripetè i solenni giuramenti
di amarla sempre, di viver per lei sola; nessun fatto stava contro di lui:
innocente, tenero come prima, egli aveva tutte le ragioni di accusar sua moglie
di follìa, di stoltezza, se avesse proferito una parola di accusa. Che sono
dinanzi al tribunale del buon senso una mano immobile, uno sguardo evitato? La
povera Giulietta sentì che la ragione militava per lui, rinchiuse nel profondo
dell’animo i suoi dolori, sorrise, e disse di esser tranquilla.
Due mesi scorsero in
questo stato di apparente tranquillità. Un giorno essa volle andare ad una
fiera solita tenersi in un paesetto lontano poche miglia dalla sua casa, vi
andò col marito. Il concorso era molto, ma tutta gente di campagna. Non vide
che una sola donna in abito signorile, la quale le volgeva le spalle; ma senza
vederne il viso, Giulietta pensò che fosse una bella donna, e lo disse a
Lorenzo.
“Può essère,” egli
rispose; e prese con la moglie una strada diversa da quella dove si trovavano
allora. Si fermarono in una bottega per comprare qualche trastullo per i
bambini; e mentre vi si trattenevano, entrò una contadina, che, visto appena
Lorenzo, lo salutò in aria di conoscenza, e:
“Signore,” gli disse,
“anche madama è qui; che non l’avete veduta?”
“Chi è madama?” domandò
Giulietta.
“La bella forestiera,”
riprese la contadina, “oh! il signore costì la conosce.”
Giulietta guardò
Lorenzo, ch’era di fuoco; null’altro disse, finì quietamente le sue compre,
riprese il braccio del marito, e si allontanò muta dalla bottega.
“Era nostro pensiero,”
gli disse appena potè parlare, “di trattenerci qui tutta la mattina; ma io mi
pento di aver voluto rimaner tante ore lontana da’ miei bambini; resta tu, io
torno a casa, se lo permetti.”
“Sia come ti piace,”
egli rispose: le diede braccio a salire in calesse, le strinse forte la mano, e
rimase.
Giulietta aveva il
respiro affannoso, gli occhi coperti da un velo. Oh come anelava di arrivare,
di rinchiudersi nella sua stanza! Appena vi fu, cadde sopra una sedia, vinta
dall’interna tempesta. – Una forestiera! bella! giovine! ed egli la conosce! e
a me non ne parla mai! e l’ho veduto arrossire! ah Lorenzo! – Egli tornò; ma
pareva evitasse di rimaner solo colla consorte; trovava sempre un pretesto o
per chiamare i servi, o per parlare ai bambini. Giulietta pallida, abbattuta,
taceva. La sera venne; e il letto coniugale accolse i due sposi: ma un silenzio
profondo regnava nella stanza, che non era il silenzio del sonno! Affine un
sospiro scoppiò dal cuore di Giulietta; ed egli però non osò dimandarle: “Che
hai?” Tacque, e un secondo sospiro più angoscioso del primo venne a
trafiggerlo.
“In nome del Cielo,”
disse allora, “perchè questi dolori? di che ti affliggi?”
“Senti, Lorenzo, io ti
chiedo schiettezza, e null’altro: è la sola cosa che io posso pretendere,
credo.”
“Ebbene?”
“Quella donna, quella
straniera, come, perchè la conosci?”
“L’ho incontrata a caso,
era con un mio conoscente.”
“Una volta sola tu le
parlasti?”
“No, l’ho incontrata.”
“Ed io non ne so nulla!”
“Che dunque devo contar
le parole che dico per riferirtele? Strana pretesa! vedo tanta gente!”
“È vero, perdona, una
moglie non ha tanti diritti, ma io sognava posseder tuttavia quelli
dell’amore!... perdona!...” e tacque.
Lorenzo era buono, sentì
tutta la propria ingiustizia, sentì una voce interna gridargli: “Tu l’oltraggi,
e invece di cadere a’ suoi piedi, anche la maltratti.” – Prese la mano della
moglie, l’inondò di baci e di lagrime! Giulietta commossa non potè pronunziar
più rampogne; e così rimasero al solito.
La giovane sposa aveva
delle amiche d’infanzia, le quali qualche volta, benchè di rado, venivano a
visitarla; e una di queste venne un giorno pregandola in aria misteriosa di
chiudersi seco nella sua stanza. Era una giovine maritata da pochi mesi ad uno
scapestrato che non amava, ma che aveva sposato per esser padrona di sè, e
godere il bel mondo. Quando Giulietta fu sola con lei, essa cominciò un
discorso a salti, inconcludente, nel quale finalmente voleva provare che
bisogna riguardare il marito come un amico, e cercare altrove la tenerezza,
perchè già è impossibile vivere insieme, e amarsi di amore; perchè la donna,
che si ostina ad essere innamorata del marito, non ha che sprezzo da lui e
beffe dalla gente. Giulietta ascoltava e un brivido le prendeva.
“Perchè mi fai questo
sermone?” domandò dolcemente.
“Perchè” rispose l’amica
“mi dispiace di vederti fare una trista figura.”
“Come?”
“Eccoti qui appassionata
per il tuo Lorenzo, non ostante che....”
“Spiegati!”
“Parlerei se tu fossi
ragionevole.”
“Oh! io sono.”
“Ebbene, tutti sanno che
egli corteggia la bella Elisa di Montalto, e tu, che certo lo sai, non prendi
una risoluzione, e rimani qui a far la marmotta!”
Giulietta sorrise, e
poi: “Son ciarle, cara Enrichetta,” rispose; “il mondo non vede per tutto se
non intrighi e galanterie; Lorenzo ha altro per il capo che corteggiare le
dame.”
“Sei pur buona! mi fai
compassione; io lo so di certo, e ti consiglio di risolverti a qualche cosa.”
“L’ho già fatto.”
“Davvero?”
“Sì: penso a mio marito,
ai miei figli, non curo la maldicenza e vivo felice.”
Le due amiche si
separarono. Giulietta nulla disse al marito in tutto il corso del giorno; ma la
sera, quando si trovò sola con lui, prese un’aria grave e solenne, e
ponendosegli dinanzi:
“Lorenzo,” gli disse,
“tu mi hai amata, io sono la madre dei tuoi figli, e questo nome sacro mi
darebbe solo il diritto di vederti rispettare l’onor mio in faccia al mondo.
Lorenzo, tu hai nome di amante di Elisa di Montalto! – non voglio saper se tu
sei! – chiedo, o che tu faccia tacer questa voce o ch’io divisa da te per
sempre provi a chi volge su me lo sguardo col sogghigno della derisione, che
Giulietta può morire vittima dell’infedeltà di uno sposo troppo caro; ma che
non può dividerne con un’altra il possesso o, quand’anche non avesse che il tuo
arcano sospiro, quando Dio solo sapesse che abbracciandomi pensi a lei, io non
vorrei quegli amplessi; pensa se posso star teco, mentre è pubblica la fama del
tuo nuovo amore. Questi cari sono miei; e’ mi daranno, spero, la forza di
sopportare la vita: dammeli; cessando di esser marito, dimentica di esser
padre: abbandonati in braccio alla tua passione.”
Egli la guardava
attonito; quelle tremende parole gli piombavano in fondo al cuore; colei che le
proferiva era in quel momento in tutta la pompa delle sue attrattive, perchè le
attrattive di Giulietta consistevano nel fuoco e nella delicatezza del sentire,
più che nei lineamenti del viso; anzi nelle circostanze solenni la circondava
quell’insuperabile incanto, che appunto allora si fa muto nella bellezza delle
donne volgari.
“Giulietta!” esclamò,
“Giulietta, vuoi dunque abbandonarmi! vuoi lasciarmi solo, deserto! oh, perchè?
Tu non conosci il mondo, tu non sai com’è facile al codardo sospetto! Io non
t’ho oltraggiata! io sono sempre degno di te; riaprimi le tue braccia!”
“Proferisci il nome di
Elisa, dimmi che non l’ami, dimmelo, e crederò a te solo.”
“Sì! non l’amo.”
E in quel momento egli
non mentiva, egli riprovava tutta l’energia dei suoi primi affetti.
“Giurami che non la
rivedrai, che vivrai per me, per i figli.”
Ed egli giurò, e un
lampo di gioia celeste scese a calmar le angosce di quei due cuori; ritrovarono
l’amore candido dei primi anni, e i suoi trasporti e le sue dolci lagrime e la
felicità!
È tempo adesso di
penetrare nell’animo di Lorenzo, e conoscere la sorgente della tempesta che lo
sconvolgeva. La natura gli aveva dato passioni vivissime, spirito irrequieto, e
desiderii che si spingevano oltre i limiti del suo stato. Amò di vivissimo
amore Giulietta, ma questo amore non ebbe contrasti, e non bastò a consumare
tutta l’energia dei suoi affetti. La sua sposa nascondeva un carattere fermo e
un cuore bollente sotto il velo della dolcezza; questa dolcezza era
inalterabile: nè capricci, nè misteri, nè sdegni la conturbavano mai, perchè
l’ingenua donna non sapeva che l’uomo non sente più il prezzo di un bene che
possiede senza contrasti, senza timori di perderlo....
Così avvenne. Lorenzo
cominciò a sentire un gran vôto in sè, un bisogno imperioso di forti commozioni:
pure costante ai voti dell’amor suo, non cercava svaghi fra le braccia del
vizio, ma fra quelle di Giulietta ritrovava spesso la calma, e probabilmente
senza una fatale circostanza il tempo avrebbe sopito quei vani desiderii, e la
sua fede sarebbe rimasta incontaminata.... Troppa virtù, troppa quiete
abitavano in quelle mura, e la fortuna ne fu gelosa. Elisa di Montalto scelse
per sua dimora un villaggio, a poche miglia dalla città dov’erano stabiliti i
due sposi. Questa donna, dotata di straordinaria bellezza, ne aveva accresciuto
il pregio con tutte le attrattive che somministra un’educazione accurata e
gentile. Sposata a un uomo che forse non era degno di lei, l’offese dopo pochi
mesi di matrimonio con folli amori; egli non sopportò muto l’oltraggio, chiese
una separazione, l’ottenne. E la bella Elisa, perduta all’onore nel fior degli
anni, pensò di nascondersi al mondo e di riparare così in parte ai suoi errori;
e però si viveva sola, con pochissima servitù in un villaggio, sconsolata per
il passato, incerta per l’avvenire, infelicissima. Lorenzo, passando davanti
alla porta della sua casa, la vide seduta in atto di profondo abbattimento,
pallida, coll’arpa negletta a pochi passi dalla sua sedia, e si fermò. Elisa al
suono dei passi levò gli occhi: mai forse coppia meglio assortita per vaghezza
di forme non si era incontrata e contemplata a vicenda. Lorenzo salutò
rispettosamente, e seguitò la strada.
Il giorno dopo quasi
involontariamente diresse i suoi passi verso quello stesso villaggio, e passò
davanti la medesima casa; Elisa sedeva come la sera innanzi presso la porta,
nella sala terrena, ma questa volta le sue braccia non pendevano inerti, perchè
sonava l’arpa e cantava. Com’era soave e malinconico il suono della sua voce!
Lorenzo udiva una melodia incantatrice che lo rapiva in estasi: avrebbe voluto
esprimere la sua ammirazione alla bellissima cantatrice, ma era timido, poco
assuefatto ai modi sciolti della società. Quando Elisa finì di cantare, ei
proseguì sospirando il cammino, e arrivò a casa pensieroso e turbato; e le
affettuose parole di Giulietta, il turbamento che provava, tutto gli fece
nascere in mente l’idea che avrebbe malfatto, continuando a passare per quella
strada. Per molte sere non vi passò; finalmente disse a sè stesso: “È un mettere
troppa importanza in una cosa da nulla; un uomo dev’esser sicuro di sè stesso;
guai, se per esser fedele a sua moglie ha bisogno di non vedere altre donne in
faccia!”
Ritornò al villaggio
abitato da Elisa: passò davanti alla sua casa, la porta era spalancata, ma la
sala deserta. Sentì allora tutto l’amaro di una speranza delusa; la strada lo
portava verso la chiesa del villaggio, vasto, tenebroso edifizio, che quella
sera veniva illuminato da molte faci per un mortorio, e passando vi gettò
dentro uno sguardo, che certo andava in traccia di qualche cosa. A pochi passi
dalla porta stava inginocchiata la vaga incognita, nell’atteggiamento della
solenne preghiera in abito di lutto. V’era molta gente in chiesa. “Posso
entrarvi ancor io per curiosità,” pensò, o finse di pensare, e vi entrò. La
calca forse gl’impedì d’inoltrarsi, e si fermò dietro Elisa; sentì che
sospirava profondamente, e sospirò anch’egli senza volerlo.
“Perchè questa
funzione?” domandò a voce bassa ad un contadino che aveva accanto.
“È la signora che vedete
lì inginocchiata quella che fa le spese, è per l’anima di sua madre,” rispose
forte colui.
Elisa voltò il capo, e
riconobbe Lorenzo, e i loro sguardi s’incontrarono un’altra volta come
sull’uscio della casa di lei, e Lorenzo rimase lì immobile, finchè durò la
funzione. Quando tutta la gente usciva di chiesa, Elisa era sola, rompeva a
fatica la calca rustica che la circondava; ond’egli con moto rapido e spontaneo
le offerse il braccio, che fu subito accettato in silenzio. Poi quando furono all’aria
aperta, s’avvidero ch’era già notte e nessuno dei servi di Elisa era lì per
accompagnarla; perciò la urbanità comandava che Lorenzo non la lasciasse sola
in una strada, a quell’ora, e si offrì di darle braccio fino a casa. Elisa
accettò con semplicità, ringraziandolo dolcemente. Egli lodò il suo canto; ella
parve poco inclinata alla vanità della lode, e parlò invece di sua madre morta
già da tre anni, del dolore che provava ancora per quella perdita irreparabile.
Lorenzo taceva commosso; si separarono amici; e quella sera il giovane, immerso
nelle memorie dell’accaduto, nemmeno sentì stringersi la mano dall’affettuosa
Giulietta.
Dopo qualche giorno
credè suo dovere il fare una visita alla bella forestiera. Fu ricevuto con
dignità, con modi semplici e soavi, e passò due ore presso l’incantatrice, che
gli faceva provare un tumulto di sensazioni che egli non avea mai conosciute.
Quella bellezza velata dalle nubi del dolore e della sventura; quelle parole,
in cui traspariva un’umiltà, frutto della persuasione di avere errato, ma
qualche volta superata da qualche tratto che rivelava un nobile orgoglio
istintivo; quel canto fatto celeste più ancora dall’espressione del sentimento,
che dall’innata soavità della voce e dalla perfezione dell’arte; tutto in Elisa
era grazia, tutto era un incanto. Lorenzo vi tornò molte volte: divenne il suo
confidente, senti chiamarsi l’unico amico di una misera. Come abbandonare colei
che così lo chiamava? Ma pensava che Giulietta si era avveduta che il suo
affetto per lei era diminuito, la voce del rimorso avvertiva lui che il marito
fedele di Giulietta non poteva essere l’amico di Elisa; sentiva la necessità di
rinunziare a una relazione pericolosa; sapeva già che nel villaggio si
mormorava, perchè nei piccoli luoghi nulla passa senza nota, senza commento.
Prese una strada di mezzo: diminuì le sue visite, e così credè di aver
soddisfatto ad ogni dovere. Sciagurato! che non pensò come il mondo non tien
conto dei piccoli sacrifizi, e per rintegrare una fama ha bisogno di esser testimone
di magnanimi sforzi, di virtù decisive. Non mica che egli avesse mai detto ad
Elisa di amarla, nè che Elisa avesse mai proferito una parola di amore; pur
nonostante e’ sapevano di amarsi, e tutti i vicini lo sapevano, e il silenzio
del labbro era l’ultimo ritegno rimasto alla passione per non irrompere
tempestosa.
Lorenzo, che per la
prima volta vide Giulietta atteggiata a nobile sdegno e n’ascoltò le solenni
rampogne (dopo ch’ebbe saputa l’infedeltà di lui), sentì che Elisa non avrebbe
potuto compensarlo di perder tanto per lei; sentì la forza prepotente della
virtù che lo chiamava al pentimento: la tenerezza che prima avea fatto
oscillare le corde del suo cuore, le ripercosse, e resero un suono profondo.
Per una sera, per una notte, Elisa fu dimenticata, e Giulietta ritrovò l’amante
perduto. Il giorno dopo l’immagine della donna pericolosa tornò ad assalire
Lorenzo; egli, fermo nella risoluzione di non più vagheggiarla, cercò
distrazione nell’occuparsi dei figli e delle proprie faccende da qualche tempo
neglette. Per una settimana intiera che non vide Elisa, gli pareva di aver
percorso un secolo, d’aver compìto un eroico sacrifizio. Immaginava che
Giulietta dovesse essergli molto grata ch’ei soffrisse tanto per la sua pace;
s’irritava vedendo che a lei pareva non vi fosse nella condotta del marito
nulla di nuovo, nè di straordinario. Il malumore e la stizza lo dominavano;
stava burbero, muto, con gli sguardi cupi e dolenti. Giulietta vide che egli
non era punto tornato quello di prima; sentì il perduto impero, sentì
l’angoscia di un amore non più corrisposto, non più inteso, e per la prima
volta si dolse di aver già troppo vissuto. La sua mestizia non isfuggì a
Lorenzo.
“Ne ha ben d’onde,”
pensò, “la presuntuosa! mentre per lei trascuro quell’angelo, e sto qui ad
annoiarmi.... Che pretende di più? già son pazzo io a far tanti sacrifizi per
chi nemmeno sa intenderli, per chi mi crede obbligato alla dura catena!” –
Prese il cappello, e si avviò per uscire.
“Esci?” domandò
Giulietta.
“Sì,” rispose egli aspramente.
Giulietta non potè
ritenere un sospiro.
“Che novità è questa?”
soggiunse anche con più asprezza di prima, “devo render conto anche di ogni
passo che faccio? È troppo!”
“Oh, Lorenzo! Lorenzo!
sei l’arbitro dei tuoi passi, di te medesimo. Ahimè! che deve importarmi il
dove si volgono i passi, quando il cuore non è più meco?”
Egli si raddolcì, si
accostò alla moglie, e: “Via, non ci tormentiamo così!” le disse, baciandola in
fronte; “io sono, io voglio esser tuo; sta tranquilla.” – E la lasciò anche più
disgraziata, perchè sentì in quelle parole l’accento della compassione: e la
compassione è così umiliante compenso all’amore!
Lorenzo uscì senza
scopo, commosso dallo stato della moglie, e sempre deciso di non darle più
dispiaceri. “È bene” pensò “di troncare per sempre una relazione, che diveniva
funesta alla mia domestica pace; bisogna che Elisa sappia ch’io tralascio di
frequentarla; e sarebbe villania di romperla così alla muta, senza nulla
avvisare: vi anderò un’altra volta, e sarà l’ultima. Le dirò che si mormora nel
villaggio, che io sacrifico alla sua quiete il piacere di trovarmi con lei,
tacerò il resto: è viltà per un uomo il mostrar tanta deferenza ai capricci
della moglie.” E così pensando picchiò alla porta di Elisa.
Elisa era ammalata; non
ostante volle riceverlo. La trovò immersa in un abbattimento mortale; non si
dolse della trascuranza, ma egli lesse nei suoi sguardi che ne era stata
profondamente afflitta. Povera Elisa! L’immagine di Giulietta disparve. Dopo
un’ora di colloquio interrotto da lunghi intervalli di silenzio, Lorenzo
rammentò il perchè era venuto; pensò a Giulietta con ira, ma vi pensò;
bisognava adempire un dovere, o almeno tentare di adempirlo, forse per così
scemarsi i rimorsi, per poter dire a sè medesimo: “Ho voluto farlo, e non ho
potuto, l’errore non fu dunque nella mia volontà.”
“Elisa,” disse, “non vi
vedrò più. Già lo prevedevo.... La vostra riputazione....”
“Ohimè! a torto o a
ragione che sia, io l’ho perduta,” rispose; “dite piuttosto il volere di vostra
moglie!”
“No! v’ingannate.”
“Siete voi che volete
ingannarmi; ma è giusto: immolatemi pure a un affetto sacro e legittimo: so che
la vostra Giulietta n’è degna; ricevete i miei congedi, e siate felice!”
Tacque: ei restava
immobile, guardandola con occhi smarriti.
“Ebbene? perchè non
partite?”
“Elisa, Elisa! non
posso.”
“Lorenzo, il dovere ve
lo comanda!”
“Vuoi tu ch’io gli
obbedisca?” gridò con voce soffocata, “lo vuoi?”
“Devo volerlo.”
“Addio dunque;” e
s’incamminò rapidamente verso l’uscio.
Un gemito l’arrestò, –
si rivolse. Elisa era caduta a terra priva di sensi. Corse a lei, la rialzò, la
sostenne fra le sue braccia; dimenticò Giulietta, l’universo! Elisa rinvenne,
aprì gli occhi, li richiuse abbandonando il capo sul seno dell’amante.
Sentirono essi l’impossibilità di dividersi, di dimenticarsi, il bisogno
prepotente di vedersi, e cederono.... colpevoli forse più per la fragilità
dell’umana natura, che per inclinazione al delitto! Fu risoluto che un velo
impenetrabile nasconderebbe la loro intelligenza, e che non si vedrebbero se
non di rado, nascostamente.
Lorenzo tornò a casa
quasi contento di sè medesimo; il misero sognava di aver messo d’accordo la sua
rea inclinazione con il dovere! Abbracciò la moglie con un dolce sorriso: eran
tanti giorni che Giulietta non l’avea visto sorridere! Però ne fu ebbra di
contento, e presi per mano i due bambini, li condusse al padre, li mise fra le
sue braccia, fra quelle braccia, che poc’anzi si erano schiuse a ben altro
amplesso! Ei si abbandonò ai moti della natura, li colmò di carezze. Giulietta
respirava, credè di aver riacquistato l’amor di Lorenzo, o piuttosto volle
persuadersi che mai non l’aveva perduto, perchè l’animo suo delicato sentiva
che l’amore non si riacquista. Un mese passò così, ma Lorenzo a grado a grado
era tornato alla mestizia, all’asprezza. Giulietta non avea più sentito parlare
della bella forestiera; la sua immagine tornò a perseguitarla. Tornò a
dubitare; non aveva confidenti, e quando anche ne avesse avuti, come proferire
la funesta parola: “Egli non mi ama più?” Si volse ad esaminare tutti i passi e
tutte le parole di Lorenzo; da queste traspariva chiaro un interno strazio, un
pensiero fisso, immutabile per qualunque vicenda esterna; dai passi nulla di
certo potea rilevare, poichè egli rade volte si allontanava, e allora usciva
solo, di sera, e tornava presto. Formò un ardito disegno. Una sera, era il
cominciar dell’inverno, il tempo tempestoso, l’aria rigida, il cielo coperto di
dense nuvole; e Lorenzo sedeva leggendo vicino al fuoco, quando ad un tratto
posò il libro, come se gli tornasse l’idea di una cosa dimenticata, s’alzò, e:
“Torno presto, non posso fare a meno di uscire, e mi pesa;” voltosi alla moglie
disse come trascuratamente, e lasciò la stanza.
Giulietta sentì aprirsi
e richiudersi l’uscio di strada; avea già indossato il mantello del marito;
scese rapidamente le scale; uscì senza far rumore; il suono dei passi di
Lorenzo fu guida ai suoi e lo seguì. Egli entrò in una strada abitata da povera
gente, si fermò a un uscio, e picchiò; gli fu aperto; e l’uscio si richiuse.
Allora Giulietta rimase coll’inferno nel cuore. Che fare? come por fine alla
tremenda incertezza? La pioggia cadeva a torrenti, il freddo la irrigidiva. Se
anch’essa avesse picchiato a quell’uscio? Ma poi, e s’egli era lì per un motivo
innocente, se rendeva sè stessa e lui favola del paese, e senza alcun frutto?
Ma se Elisa di Montalto fosse là, se entrando potesse trovarli insieme, e
sfogarsi, e caricarli di giuste, di tremende rampogne, e amareggiare le gioie
di un tristo ritrovo?... Ondeggiando in questa procella di affetti, si era
accostata all’uscio. Allora pensò che per lei bastava il sapere se Elisa si
trovasse in quella casa: se vi era, bastava. Si spinse il cappello da uomo fin
sugli occhi, si ravvolse tutta nel mantello, e picchiò. Ahi, come le tremava la
mano! Una vecchia aprì, e:
“Chi volete?” domandò.
“È qui la signora?”
“Di chi cercate?”
“Di quella che viene per
quel giovane.”
“Ah intendo!”
“Sono insieme?”
“Sì.”
Giulietta si appoggiò
all’uscio.
“Ebbene, ditele che il
suo lacchè l’aspetta qui fuori.”
“Entrate.”
“No, non importa,
chiudete pure.”
L’uscio fu un’altra
volta chiuso, e la sfortunata rimase sola, colla certezza terribile che avea
sospirato di possedere, e che ora vorrebbe ad ogni costo non avere acquistata.
Che non darebbe per essere, come un momento prima, nell’incertezza, per avere
il diritto di pensare: “Forse è innocente?” Voleva allontanarsi, ma non poteva,
una forza prepotente la incatenava lì, accanto a quella casa funesta. L’uscio
per la seconda volta si aprì; la voce della vecchia si fece sentire.
“Venite, ragazzo, la
signora è qui, vuol parlarvi.”
Giulietta non rispose,
ma si riavvicinò; vide, al chiarore di una lucerna in mano della vecchia, suo
marito e accanto a lui la femmina, a cui l’occhio della gelosia cresceva in
quel momento bellezza, perchè l’occhio della gelosia ingigantisce tutto come
l’amore. Elisa si avanzò fin sulla soglia dell’uscio.
“Chi siete? che volete
da me?” domandò.
“Che voglio,
sciagurata?” esclamò Giulietta! e stese la mano e afferrò quella della rivale;
“voglio il cuore di Lorenzo!” e fuggì via con rapidissimi passi.
Quella stretta di mano,
quelle parole furono un colpo di folgore per Elisa; ammutì; vacillò: Lorenzo la
sostenne quasi svenuta, ma essa lo respinse con un moto d’orrore.
“Tu mi scacci,” gridò
disperato; “ne hai ragione.... Addio!” e varcò la soglia, e prese la via della
propria abitazione.
Il suo sangue bolliva, e
un’ira cieca contro sua moglie lo dominava; picchiò forte, e un servo gli aprì;
in un baleno salì le scale, e si trovò in un salotto, dove mezz’ora prima aveva
lasciata Giulietta. Ella sedeva nel medesimo posto, in aspetto apparentemente
tranquillo.
“Sei stata sempre qui?”
domandò bruscamente.
“Sì.”
“Mentisci!”
“Dimmi tu dunque dove
sono stata.”
“Te lo dirò: ad
assumerti dei diritti che non hai, a turbare la quiete di chi rispettava la
tua. Oh! hai tu pensato che verrei a cadere alle tue ginocchia, a supplicarti
del tuo perdono? Sciagurata! disingànnati: son uomo, e finora non usai che
pochissimi dei privilegi che la natura e la società mi hanno concessi. Tu
ardisci cimentarmi, ed io userò di tutti; starai sola e non curata; comanda fra
queste pareti; null’altro tu puoi pretendere. Hai inteso? io son padrone di me
medesimo.”
“Lorenzo! Lorenzo! così
mi parli! oh! taci piuttosto: ch’io t’immagini almeno afflitto del mio dolore!
oh sì! tu puoi far quel che vuoi. Non mi ami più! ami un’altra! che m’importa
del resto?”
“Amo chi voglio.”
“Lascia questo modo
crudele! non inasprire la piaga, è abbastanza profonda!”
“Mi hai reso ridicolo.”
“Tu mi hai resa
infelice.... ed io ti perdono.”
“Oh, invero generosa!”
egli esclamò coll’accento dell’amaro disprezzo, “sciagurata! imparerai a
cangiar modi.”
“No, Lorenzo, no!”
rispose con nobile fermezza la sposa oltraggiata: “io non posso cangiarli! io
disprezzerei me stessa, se lo potessi, perchè la moglie che non si cura
dell’amor del marito nutre desiderio di altri amori, e il cuore che molto amò,
che fu molto amato, non può avvezzarsi al deserto mai; io ti amo! io senza te
null’altro curo! Oh! perchè, perchè mi hai tu tradita? eravamo tanto felici....
Ed ora?...”
Il pianto l’interruppe,
e cominciò a singhiozzare.
“Finiscila,” gridò
Lorenzo, “tormentatrice, creatura insopportabile! lasciami respirare:” e la
lasciò sola.
Uscì di casa: il vento,
la pioggia, i lampi, i tuoni, facevano un orrendo frastuono, e camminava in
mezzo alla guerra degli elementi senza quasi avvedersene. Il suo cuore era
gonfio di dolore, di rabbia; un forsennato egoismo ammutiva in lui l’indole
gentile, la coniugal tenerezza. Ei non vedeva più in Giulietta che un ostacolo
ad essere felice: la vedeva sorgere, noioso fantasma, fra lui e la forma
spirante voluttà che l’animo suo vagheggiava. Il disgraziato, molle dall’acqua
cadente, intirizzito dal freddo, col capo sconvolto e le membra agitate da
pulsazioni febbrili, picchiò alla casa di Elisa circa alla mezzanotte. Una
vecchia serva conosciutolo alla voce gli aprì.
“È in letto la signora?”
domandò Lorenzo.
“No,” rispose la donna;
“credo che scriva.”
“Annunziatemi: ho da
parlarle.”
Dopo pochi momenti la
vecchia tornò a dirgli che madama ricusava vederlo, e lo pregava di ritirarsi.
“No! ass |