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IV.
Infatti,
tornata a Napoli, Anna si rifugiò in una solitudine e in un silenzio grande,
non ricevendo nessuno, non facendo alcuna visita, vivendo molto nella sua stanza;
uscendo alla mattina per lunghe passeggiate a piedi, cercando di stancarsi,
evitando di parlare, vivendo in una specie di sonnolenza morale, in cui i suoi
dolori si facevano meno gravi. Sua sorella e suo marito, guardandola, ogni
tanto, in atto di compassione, considerandola malata, continuavano a godere di
quella libertà che avevano goduta a Sorrento: ella li lasciava, consumandosi
nei sospetti, e nel rimorso dei sospetti. Anna aveva tentato invano di
ricorrere alla religione, per calmare tutte le amarissime dubbiezze del suo
spirito: ma il suo misticismo si dileguava subito, nuvola fantastica, al
contatto di quella passione terrena che la vincolava con tutti i suoi legami.
Aveva cercato del suo confessore, per dirgli tutto: ma quando fu inginocchiata
innanzi alla grata di metallo, ella non osò accusare, a un estraneo, sua
sorella e suo marito. Parlò confusamente, senza poter dire quale chiodo le si
fosse conficcato nel cuore, soffocando le grida che le sgorgavano dall'anima: e
il buon confessore non potette che darle delle consolazioni vaghe, parlando
contro la gelosia che deturpa l'amore e avvilisce le anime innamorate: vaghe
consolazioni, di cui svanì subito la traccia. Ella si abbandonava a un
abbattimento morale così intenso, come se veramente tutta la fatalità del suo
destino le si aggravasse adesso sul capo e la spingesse al naufragio. Anna
usciva, camminando a guisa di sonnambula, per lunghe ore, fermandosi
distrattamente a guardare le vetrine dei magazzini, salutando gli amici e le
amiche che incontrava, rispondendo alle loro domande, se si fermava con loro,
assai correttamente, ma con l'anima assente. Rientrava in casa molto stanca e
passava varie ore della sua giornata, distesa sulla sedia di riposo, o buttata
addirittura sul letto, leggicchiando, pensando, sonnecchiando e mancando spesso
alla mensa familiare, con una scusa, con un pretesto qualunque.
– La signora
è rientrata da mezz'ora e dorme – diceva il cameriere di Cesare al padrone.
– Sta bene,
non la disturbate – diceva subito Dias, liberato da una preoccupazione.
– La signora
ha mal di capo, non viene a colazione – diceva la cameriera di Anna a Laura.
– Va bene:
state attenta, se chiedesse nulla – rispondeva Laura, imperturbabile, serena.
E Cesare e
Laura riprendevano lietamente la loro vita in comune, senza neppur pensare più
a lei che acutamente soffriva, in tutta l'essenza dell'anima sua, in tutte le
fibre del suo organismo. La gelosia imprime violenti spasimi fisici e
contrazioni nervose che danno lunghi fremiti e stringimenti di cuore, per cui
sembra che si muoia. Tutto questo, Anna soffriva. E sempre, in fondo a tutto il
suo lungo dubbio crudele, ella si trovava indegna per tale dubbio, ella si
biasimava per i suoi tormenti, ella si credeva, certamente si credeva, la più
ingiusta fra le donne. Sua sorella che era stata sempre la purità istessa, suo
marito che non aveva mai commessa una mala azione, erano creature superiori,
degne di adorazione ed ella le vilipendeva, ogni giorno, le gittava moralmente
nel fango. Quante volte avrebbe voluto buttarsi al collo di Laura e piangere su
quel seno tutte le lacrime del suo, pentimento: ma temeva tanto di offendere il
candore di sua sorella! Quante volte, nei rari minuti di espansione che adesso
le concedeva il marito, ella sentiva il suo cuore struggersi nella pena e
avrebbe voluto narrargliela in tutta la sua crudeltà, quella pena d'amore: ma
ormai, suo marito la intimidiva, con le sue arie di compatimento, ed ella
arrivava a domandarsi, se veramente quella gelosia non fosse una fissazione della
sua mente inferma. E una illusione, infine, era stata quella precipitosa
partenza da Sorrento, sperando di trovare a Napoli una pace, che Anna aveva
perduta per sempre; poichè ella capiva ormai, che la sua tortura era tutta
interiore, e che avrebbe dovuto strapparsi dall'anima quella passione, per
guarire. D'altronde, mentre ella si accasciava nelle sue tormentose
riflessioni, e fuggiva la presenza di suo marito e di sua sorella, non potendo
sopportare più di vederli insieme, seduti accanto, sfiorandosi col braccio,
stringendosi la mano, guardandosi, sorridendosi, mentre ella si allontanava
dalla casa, come da un luogo d'inferno, o si rinchiudeva nella sua camera,
chiedendo l'isolamento al suo dolore, ella si accorgeva bene dell'indifferenza
di Cesare e di Laura, per la sua assenza. Capiva, anzi, che le sue malinconie
erano un sollievo per loro, perchè evitavano loro l'aspetto di una pallida e
triste donna, che non parlava, che era sempre in uno stato di sogno e per cui
tutte le cose sembravano scolorate; capiva di esser loro di peso.
– Essi sono
lieti: e io li secco – pensava fra sè.
Due o tre
volte, però, Cesare, un po' preoccupato di questo inguaribile stato di
tristezza di sua moglie, aveva cercato di scuoterla; e ne erano seguite delle
scene, in cui Anna, spaventata dai sarcasmi, dalla fredda collera di suo
marito, non aveva voluto dire il suo segreto.
Un giorno,
irritato, Cesare Dias le aveva dichiarato che egli non le dava il diritto di
atteggiarsi a vittima, che ella non era una vittima, e che tutte queste fisime
sentimentali lo seccavano immensamente.
– Io ti secco
dunque? Ti secco? – aveva chiesto Anna, frenando a stento i singhiozzi.
– Sì,
moltissimo. E spero che finirai di seccarmi un giorno o l'altro, è vero?
– Dovrei
morire, sarebbe meglio – mormorava Anna, smarrita.
– Ma come,
non puoi vivere ed essere meno noiosa? È un compito, una missione, quella che
ti sei assunta, di seccare?
–
Meglio morire, meglio morire – singultava lei.
Egli se ne era
subito andato, maledicendo la propria sorte e il proprio errore, poichè aveva
sposato quella folle creatura; ed ella, che avrebbe voluto chiedergli perdono,
non lo trovò più. Ah che ella non poteva mai, mai, aver ragione con lui! E
dopo, nella giornata, anche sua sorella Laura la trattò con un certo disprezzo,
stringendosi nelle spalle, al vederne gli occhi rossi. Per reazione, Anna volle
uscire da quello stato di desolazione in cui si venìa profondando, volle
rivivere, cercare di essere, almeno nelle apparenze, come tutte le altre donne
del suo ceto, tranquilla e felice. Cominciava la bella stagione invernale
napoletana: ella andò dalla sua sarta, si fece fare otto o dieci vestiti,
decisa a diventare una persona frivola e vuota. Adesso, quando usciva alla
mattina, incontrava sempre Luigi Caracciolo, dovunque ella andasse, quasi ella
gli avesse comunicato il proprio itinerario: invece egli lo indovinava, con
quella felice intuizione degli innamorati che ritrovano sempre la persona che
amano. Ma non si fermavano, scambiavano un saluto: niente altro. Ella gli
sorrideva. Non era un cattivo amico e col suo amore non le aveva dato nessun
fastidio. Ma nel modo come egli la guardava, ansiosamente, nel saluto che egli
le faceva, ella leggeva, ancora una volta, l'appuntamento:
–
Ricordatevi: ogni giorno: sino alle quattro.
Anna
sorrideva, benevolmente, con una benevolenza tutta esteriore, e continuava la
sua strada, dimenticando subito l'incontro. E giammai, nella tortura della sua
passione e della sua gelosia, esaltandosi e languendo per un uomo come Cesare
Dias, ella aveva pensato, ella pensava, giammai, che le sarebbe stato assai
meglio sposar quel biondo e bel giovanotto, che le aveva voluto bene, e gliene
voleva, a suo modo, che gliene avrebbe voluto molto, anche nel matrimonio,
almeno per un certo tempo, e che infine era giovane, e tutte le corde
dell'entusiasmo d'amore vibravano ancora in lui. Giammai ella aveva pensato a
paragonare Cesare Dias, cuore arido e sdegnoso, temperamento raffinato e quasi
esaurito, uomo in cui nulla più vibrava che il piacere fantastico di un minuto,
anima senza entusiasmo e senza emozione, creatura disperante, poichè era come
il fuscello di legno secco e fragile che si spezza fra le mani e che non
ricorda neppure lontanamente il fiore di primavera: giammai, dunque, ella aveva
pensato a paragonarlo con Luigi Caracciolo, bello, sano, intelligente e in cui,
un'anima sentimentale, poteva anche cancellare tutta la influenza corrompitrice
della vita galante. Quando mai ella aveva fatto tal paragone? il suo cuore era
preso, la sua anima era presa, i suoi sensi erano presi del vecchio, dell'uomo
freddo e disprezzante, più disprezzante ancora perchè le ultime potenzialità
andavano a sparire in lui, ella era presa di lui, inguaribilmente, sino alla
morte. Ella chiedeva alle occupazioni dei vestiti, delle visite, dei teatri,
quello stordimento superficiale, quella ebbrezza degli occhi e delle orecchie
che svia l'anima, per successivi minuti, e talvolta la deprime fino
all'abbattimento. Cesare Dias incoraggiava questo annegamento di Anna nelle
cure frivole ed esterne della mondanità, lieto di avere una donna che si
occupasse di cappelli, di ricevimenti, di teatri, di mode, che si facesse far
la corte, ma non tanto, sino a certo punto, che avesse dei corteggiatori, ma un
amante mai, e che infine, soddisfatta nel suo amor proprio, trionfante nella
sua vanità, carezzata in tutti i suoi istinti femminili, ella conservasse il
suo amore per suo marito, ma che non lo seccasse: ecco! Vedendo che Anna si metteva,
almeno per un tentativo, per quella strada, egli era ridiventato galante con
lei, osservava minutamente tutti i suoi vestiti, le dava dei consigli, sapienti
consigli dell'uomo che conosce tutta la gamma dell'eleganza muliebre; e quando
la vedeva bella, attraente, le dava un bacio sulle labbra, o sopra una spalla
che usciva dal busto scollacciato, e la mandava con Dio, o col diavolo –
egli diceva fra sè. – E in fondo dell'anima di Anna vi era una collera contro
se stessa che si avviliva in tal modo, che diventava una bambola vestita ogni
giorno di nuovi cenci, che trascinava per le feste e per i teatri un cuore
trangosciato, curvando la bruna testa, sotto il diadema scintillante che Cesare
le aveva donato il giorno del suo matrimonio, agitando nelle delicate mani il
ventaglio di piume bianche e sentendosi struggere e soffocare. Ah, ella non
avrebbe mai travato un rimedio al suo dolore; quello così volgare di diventare
una donna alla moda, quel rimedio così facile a una donna bella, di
trasformarsi in una stella del firmamento muliebre, non la confortava, e le
faceva spesso orrore. Talvolta, assorta in malinconiche riflessioni, vedendo
tante altre donne ornate come lei, cariche di gemme sorridenti, con gli occhi
lucidi, ella si chiedeva, se non tutte quelle donne avessero una ferita
sanguinante per cui non vi era balsamo, per cui perdevano la forza e avrebbero
perduta la vita: se non tutte quelle creature risplendenti come idoli
ieratici, non avessero come lei un cuore straziato chissà quanto, chissà!
Coloro che incontravano Anna Dias, dovunque, dicevano che ormai ella era una
gran mondana; ma i più fini vedevano bene, ogni tanto, sulle sue labbra, la
morte del sorriso, quando ella non aveva più la forza di sorridere; i più fini
vedevano bene i suoi improvvisi pallori, e le nebbie torbide che, a un tratto,
coprivano gli occhi belli, i più fini vedevan bene che, in un momento, mentre
pareva che si divertisse tanto, ella chiedeva il suo mantello, e se ne partiva
senza volger la testa, sparendo, andandosi ad immergere nella solitudine della
sua stanza. E coloro che erano osservatori, dicean bene che la signora Dias era
una donna attraentissima, ma che un giorno o l'altro ella avrebbe fatto una
corbelleria.
– Quale
corbelleria?
– Mah!...
qualche cosa di molto stravagante...
Una sera,
verso la fine di gennaio, Anna doveva andare al San Carlo; era una serata di
prima rappresentazione. Durante il pranzo, ella aveva chiesto a Laura se
volesse accompagnarla.
– No, non
vengo – aveva risposto Laura, distrattamente.
– E perchè?
– Debbo
levarmi presto, domattina: ho da confessarmi.
– Ah! Sta
bene. E tu mi accompagni, Cesare? – disse Anna, rivolgendosi al marito con uno
sguardo interrogativo, scrutatore.
– ... Sì –
disse questi distratto.
– Viene la
zia Sibilia – soggiunse Anna.
– Allora, se
mi permetti, verrò al secondo atto – e sorrise a sua moglie così gentilmente,
che ella trasalì.
– Hai qualche
cosa da fare?
– Sì: ma
torneremo insieme – e pronunziò questa frase, con una intonazione di galanteria
perfetta.
Ella arrossì
e impallidì. Suo marito la trattava come un'amante a cui si è fatto, o si vuol
fare qualche torto, e verso la quale si aumenta di amabilità.
E che
importava? Purchè le volesse bene, in una forma o in un'altra, purchè fingesse
di volerle bene, tutto era guadagnato di fronte al disprezzo e alla
indifferenza; e quell'idea di ritornare insieme, dal teatro a casa, in carrozza
chiusa, la inebbriava come un convegno di amor proibito. Suo marito l'adeguava,
forse avvilendola, alle sue innamorate illegali; ma non gli aveva ella giurato,
sulla terrazza di Sorrento, che voleva essere la sua serva, la sua schiava?
Andò a vestirsi pel teatro. Mise per la prima volta un vestito di broccato
azzurro, con un lungo strascico, vestito audace per il colore che è adattato
alle donne bionde, ma la cui tinta era così indovinata, che la carnagione di
avorio di Anna ne aveva un risalto magnifico. Il busto del vestito era
screziato, qua e là, di piccole e grandi stelle di brillanti, lembo di cielo in
una notte stellata: e nei capelli bruni di Anna, rialzati sul capo, erano
fissate tre stelle di brillanti, tremolanti sullo stelo, meravigliose. Ella non
portava nessun braccialetto: aveva al collo un sol filo di perle. Quando ebbe
finito di vestirsi, mandò a chiamare suo marito. Non dunque lei era una
qualunque vilissima amante, che spera solo nel brutale trionfo della sua
bellezza, per affascinare un minuto il suo volubile signore? Egli venne. Era
ancora in abito da casa. E sua moglie gli piacque subito.
– Stai
benissimo – disse.
Le prese le
mani, le baciò: poi le baciò il bel braccio nudo, che usciva dai veli azzurri;
e infine, la baciò sulle labbra. Ella ebbe un lungo fremito e abbassò il capo.
– Ci vedremo
– egli disse, in forma di promessa, per consolarla – e torneremo insieme –
soggiunse confortandola come un'amante tradita a cui si riaccorda, per bontà
d'animo il favore di un convegno.
Ella accettò,
poichè doveva accettare tutto da lui. Uscì, senza aver salutato Laura, che si
era ritirata nelle sue stanze, e andò a prender la zia Sibilia, che abitava
adesso nella loro antica casa di via Gerolomini, dove ella aveva tanto amato e
tanto sofferto. La zia era pronta. Andarono al teatro. Ma per Toledo, trovarono
una quantità di carrozze che tornavano indietro; le due donne non ne intesero
la ragione che sotto il portico del San Carlo, dove un cartellino rosso era
attaccato sul cartellone bianco. Per una indisposizione improvvisa della prima
donna, non vi era più spettacolo quella sera al San Carlo: per l'ora tarda, era
stato impossibile apprestarne un altro. Così, piccoli coupé che
racchiudevano un marito e una moglie che probabilmente non avevano scambiata
una parola durante il tragitto, o grandi landaux di famiglia, dove due
genitori si trascinavano dietro tre o quattro figliuoli, o carrozzelle da nolo,
tutti gli equipaggi, dopo essere stati fermi un pochino, tornavano indietro,
lentamente. E nelle carrozze, tutto, era un malumore subitaneo, manifestato col
broncio taciturno delle ragazze, colla nervosità delle giovani spose, coi
sospiri delle madri; ed erano mille cose guastate, mille progetti andati a
male, un dispetto, un rancore, una collera di tutti coloro che avevano perduto
un trionfo della vanità, dell'amore, per quella serata perduta. Anche Anna ebbe
un vivacissimo moto di dispetto, piegandosi fuori del coupé, a leggere
il cartellino rosso origine di tante delusioni; e quando si vide innanzi allo
sportello, Luigi Caracciolo che aspettava lì, sicuro che ella sarebbe arrivata,
si tirò indietro, quasi non volesse salutarlo.
– Marchesa
mia, avete una nipote veramente feroce – diss'egli, scherzando, baciando la
mano guantata della vecchia, appoggiata allo sportello. E salutò Anna, con tale
sguardo che diceva, sempre, l'eterna idea:
–
Rammentatevi: vi aspetto: ogni giorno.
Ella crollò
il capo, nell'ombra. Era tristissima per la sua serata perduta, mentre sarebbe
stata sola in palco con Cesare, sola con lui, certamente, nel coupé, sola
con lui, a casa, e tutto questo svaniva, e il suo bel vestito azzurro era
perfettamente inutile! Malinconicamente, domandò a sua zia che cosa volesse
fare: e costei la pregò di riaccompagnarla a casa; era una serata perduta, non
voleva più andare in nessun posto.
– E tu che
fai? – aveva chiesto, a sua volta, la zia Sibilia.
– Niente, vado
a casa – aveva tristamente risposto Anna, stringendosi nel suo gran mantello di
velluto azzurro zaffiro, foderato di una pelliccia bianca morbidissima.
Pure, aveva
una certa speranza di trovare a casa Cesare, di passare almeno mezz'ora con lui
prima che uscisse. Egli mettea molto tempo a vestirsi: e non aveva costume di
affrettarsi, neppure quando gli urgeva un appuntamento. Forse, lo avrebbe
trovato ancora in camera sua, dietro ad annodarsi la cravatta bianca, dietro a
mettersi la gardenia all'occhiello, con molta attenzione. Bisognava far presto.
Difatti, il coupé filò rapidamente dal San Carlo, un'altra volta al
largo di Gerolomini: ella si licenziò in fretta da sua zia e disse al cocchiere
di tornare immediatamente a casa. Ma per quanto filasse la lieve piccola
carrozza, era passata quasi un'ora da che Anna era uscita di casa: e tornando
ella chiese subito al portiere se il signore era già uscito. No, non era
uscito. E vedendo che il portiere metteva la mano al cordone della campana, per
suonare un colpo, ella, istintivamente, gli disse di non suonare. Voleva fare
una sorpresa a suo marito. Difatti, ella si mise un dito sulle labbra,
sorridendo, quando apparve innanzi alla cameriera stupefatta, e attraversò la
casa senza far rumore, arrivando sino alla porta della stanza di Cesare, a
quella porta dove egli sempre entrava, non a quella che era in comunicazione
col corridoio della camera di Anna. Questa porta, innanzi alla quale ella si
fermò, era chiusa con la maniglia, non con la chiave: ella la schiuse,
pianissimamente, sempre con l'intenzione di fare una lieta sorpresa a suo
marito. Ma dopo aver aperto il battente, si trovò ancora in penombra, poichè,
Cesare, di dentro, aveva abbassato le due portiere di pesante velluto oliva.
Una forza interiore, improvvisa, impedì ad Anna di sollevare la portiera e di
farsi vedere: ed ella restò là dentro, perfettamente nascosta, all'oscuro, ma
vedendo benissimo, dalla linea di apertura delle portiere, tutta la stanza di
Cesare illuminata, udendo tutto quello che vi diceva e non respirando più, per
non farsi udire. Cesare era già vestito, in marsina, con l'inappuntabile
panciotto bianco, la catenina dell'orologio che andava dalla taschina del
panciotto alla tasca dei calzoni, con una bellissima gardenia di un bianco avorio
all'occhiello, coi bei mustacchi neri arricciati e la sua aria profondamente
soddisfatta. Egli era seduto in uno dei suoi grandi seggioloni di cuoio,
appoggiando la bella testa alla spalliera bruna, e il pallore del suo volto
consumato spiccava in un modo seducente. Egli non era solo.
Laura, tutta
vestita di quella morbidissima lana bianca, che pareva appositamente tessuta
pel suo corpo molle e flessuoso, con un fascetto di rose bianche d'inverno,
passato nella larga cintura di amoerro che le girava due volte, senza
costringerlo, intorno al bel busto, coi biondi capelli avvolti artisticamente
intorno al pettine di tartaruga, e formanti quel nimbo d'oro alla fronte e alle
tempie, che era la gloria della sua beltà muliebre, Laura, era nella stanza di
Cesare. Ella non era seduta in una di quelle poltrone di velluto oliva, sparse
qua e là; nè su qualche sgabello di legno scolpito, di cui la camera era
provvista; nè sul seggiolone di cuoio, dirimpetto a Cesare; nè sull'altro
seggiolone di cuoio, accanto a Cesare; ell'era seduta, alla meglio, sul
bracciuolo del seggiolone, dove Cesare era sdraiato: seduta di fianco, alla
birichina, e un piedino appariva, calzato da una scarpetta nera tutta ricamata
di perline e da una calza di seta nera traforata, un piedino irrequieto, che
dondolava.
Un suo
braccio era allungato sulla spalliera del seggiolone di Cesare: ed ella, stando
più in alto, s'inchinava a parlare sul volto di Cesare, sorridendo, con un
sorriso profondo, folle, mai visto su quel purissimo e rosso arco delle labbra.
Cesare col viso levato la guardava, e ogni tanto le prendeva la mano
abbandonata lungo la persona, e la baciava, la baciava con una lentezza, con
una lentezza, mentre la bellissima creatura impallidiva di emozione. Quando
Cesare baciava la mano di Laura, ella taceva: e dopo, tacevano ambedue, non
melanconici o pensosi, ma come se assaporassero intimamente quel silenzio,
quella solitudine, quella libertà, quella amorosa compagnia, quel bacio che
veniva dopo tanti altri, e che precedeva tanti altri. Giusto, Anna era capitata
dietro alla tenda, in un momento in cui le labbra di Cesare si posavano
delicatamente, lungamente sulla mano di Laura; mentre quei due si guardavano
negli occhi, presi, vinti, nel gran mutismo delle ore sublimi. E Anna non sentiva,
in quel silenzio, che il battito tumultuoso del suo cuore: un battito che
saliva, tumultuoso, sino sotto la gola, tumultuoso, tumultuoso.
Ma la mano
bianca e fine di Laura era restata in quella di Cesare, mollemente abbandonata:
poi, quasi non bastasse il contatto delle palme, quasi a chiudersi in modo
stretto, indissolubile, le dita di Cesare, ad una ad una, si erano intrecciate
alle dita di Laura. La fanciulla, che non distoglieva gli occhi da quelli di
Cesare, in quel momento sorrise con un sorriso tutto languore, come se tutta la
sua anima fosse in quella mano, unita per sempre alla mano di Cesare: un
sorriso lungo, fatto del languore di un'anima vinta e domata, ma fatto anche di
trionfo, per la presa di possesso dell'altra anima. Non dicevano nulla: ma la
loro istoria era in quelle persone amorosamente ravvicinate, era in quelle dita
congiunte con la forza spirituale e nervosa che nulla potrà mai infrangere, era
in quello sguardo lungo, che niente poteva distrarre, in cui la espressione si
tramutava dall'uno all'altro polo dell'amore. Anna vedeva le persone
ravvicinate, in quell'irresistibile necessità che ha l'amore di annullare lo
spazio fra i due che si amano, vedeva le due mani vincolate, vedeva che,
guardandosi, essi passavano dalla passione alla tenerezza, dalla voluttà
spirituale all'affetto pietoso; lucidamente, in ogni suo particolare, ella
aveva la riproduzione visiva ed implacabile di quella silenziosa scena d'amore.
Ma era anche così forte il tumulto del suo sangue che batteva al cuore, alle
tempia e ai polsi, era tale la vibrazione dei suoi nervi, che ella disse, fra
sè:
– Adesso sto
sognando.
E
immobilizzata, simile a coloro che fanno un orribile sogno, e la cui volontà
non è abbastanza forte per destarsene, incapace di aprire la bocca per cacciare
un suono, di levare una mano per ischiudere le tende, incapace di muovere un
piede per avanzarsi, schiacciata e irrigidita sotto l'incubo, non le restava
che l'acutissimo senso della visione, per cui ogni linea di quel gruppo, ogni
sfumatura del volto di Cesare e di quello di Laura, le si ripercuotevano nel
cervello, in una precisione tagliente, esagerata. Nel cuor suo spasimante, non
discerneva che una preghiera muta, continua, infantile: non veder più quello
che vedeva, liberarsi da quella scena, liberarsi da quel sogno. E tutti i suoi
sforzi interiori di volontà, erano per poter chiudere i suoi occhi a quello
spettacolo, per poter abbassare le palpebre schiuse e immobilizzate, per
mettere un velo fitto fra sè e la sua visione. Preghiera inesaudita!
Invincibilmente presi, i suoi occhi spalancati, ipnotizzati, dovevano vedere.
Adesso, Laura
aveva preso dalla sua cintura di amoerro bianco, il fascetto di bianche rose
invernali che vi era passato dentro, sempre guardando Cesare e sempre
sorridendogli: due o tre volte, con uno scherzo d'amore, aveva battuto con le
rose sulla spalla di Cesare. Poi aveva portato le rose alla faccia chinandosi
sovra esse, volendo assorbire in una sola aspirazione tutto il loro sottile e
delicato profumo, baciandole lungamente, volendo dar loro, in quel bacio, tutta
la morbidezza e il profumo delle sue labbra di donna. E sorridendo, guardando
Cesare con un'intensità amorosa profonda, gli aveva offerto le rose da baciare,
ed egli aveva quasi ricercato con le labbra, il bacio lungo di Laura sulle
rose. Dopo di che, Laura aveva ribaciate le rose, con un movimento convulso,
arrovesciando la testa. Gli occhi di Cesare e di Laura avevano lampeggiato.
Mentre per la seconda volta Cesare aveva baciato le bianche rose, la testolina
bionda della fanciulla, affascinata, si era inchinata, inchinata, a baciare
quei fiori, mentre Cesare li baciava. E lentamente, sulle rose invernali,
bianche e fredde, ma dal profumo fine e inebriante, le labbra di Cesare e di
Laura si erano congiunte insieme, in un bacio. Vicine erano le persone,
congiunte e vincolate le due mani, vicine le teste, e le labbra unite,
finalmente, in un bacio: e gli occhi che avevano lampeggiato di passione, erano
adesso velati, morenti.
– Io, forse,
sono pazza – disse fra sè Anna, udendo i colpi folli che le dava il sangue al
cervello.
E nel dubbio
della follia, credendo, volendo credere a una allucinazione della sua vista,
inferma di pazze visioni, invocando la fine di quell'incubo mortale, ella
desiderò che almeno una parola uscisse dalle bocche di Cesare e Laura, perchè
fosse distratto il malefico incanto di quello spettacolo. Quelle due persone si
guardavano, si muovevano, agivano, ma come in una fantasmagoria: non un suono
usciva dalle loro labbra: forse erano degli spettri che si amavano e si
baciavano, per farla morire. Poichè ella era colpita dalla grande stupefazione,
poichè non poteva nè parlare, nè muoversi, per rompere il maleficio, poichè
ella sentiva dilaniarsi le fibre, ad una ad una, poichè intendeva che, fra un minuto,
non avrebbe resistito più a quello che vedeva, ella pregava, perchè parlassero,
perchè quei fantasmi le dessero una prova della loro esistenza.
– Signore,
Signore, una parola! – ella diceva a Dio, nel suo cuore, mentre gli occhi
stralunati non si toglievano da quel gruppo, mentre il senso dell'udito le si
faceva più acuto, quasi per afferrare l'impercettibile rumore, che doveva darle
l'ultima prova.
Ella udì,
infatti, un profondo sospiro. Era uscito dal petto di Laura, dopo il bacio: e
la fanciulla, bruscamente, era scivolata dal seggiolone, dove stava seduta,
aveva sciolto la sua mano da quella di Cesare e aveva fatto qualche passo,
allontanandosi, restando in piedi in mezzo alla stanza. Adesso era più vicina
ad Anna: Anna la vedeva a dieci passi di distanza, perfettamente. Il volto di
Laura era sconvolto. Una fiamma era salita ad abbruciarle le guance, i capelli
erano arruffati, mentre nessuna mano era venuta a disordinarli ed ella,
nervosamente, distrattamente, con un moto vago, inconscio della mano, li
sollevava dietro le orecchie. Le labbra erano schiuse, stirate da un convulso
sorriso che scovriva i denti candidissimi: e lo sguardo vagava, fiero e
melanconico nello stesso tempo: l'altra mano stringeva il mazzolino delle rose
bianche. Cesare vedendo allontanarsi Laura, non aveva fatto nessun gesto per
trattenerla, non l'aveva seguita, non si era levato neppure. Ma veramente,
anche lui, inchiodato nel suo seggiolone, era turbatissimo, nel suo pallore
crescente, nello sguardo diventato un po' duro, nel nervoso modo con cui
arricciava il suo mustacchio: due o tre volte, quasi volesse soffocare la sua
collera, si morsicò le labbra. Egli fissava Laura, di lontano, richiamandola a
sè imperiosamente. Ella fece ancora qualche passo, esitando, vacillando, incerta,
affascinata. Nella sua allucinazione, Anna avrebbe voluto, se avesse potuto
parlare, muoversi, dare a Laura la forza di togliersi da quel fascino della
passione, liberarla, e liberar sè da quella magìa.
– Dio, Dio,
dàlle la forza, dammi la forza... – pregò ancora Anna, nel suo sogno, nella sua
follìa.
Ma Laura non
ebbe la forza di andar via. Una contrazione dolorosa le stirò le braccia, quasi
ella facesse uno sforzo per vincere un inesorabile impulso: subito dopo, le
linee del bellissimo e chiaro volto si distesero e si ammollirono: la passione
trasformò nuovamente, con la sua fiamma, quel candore, quella purità. Ella
tornò verso Cesare, guardandolo, sorridendogli: giunta proprio innanzi a lui
ella gli scivolò ai piedi, levando la testa, tendendogli le mani, adorandolo.
Ed allora Cesare, i cui occhi si erano velati di lacrime, vedendola ritornare,
baciò quelle labbra, in una furia di baci. E Anna, che non aveva mai visto gli
aridi e freddi occhi di quell'uomo bagnati dalle lacrime, sotto la tortura di una
novella emozione, in quel vorticoso turbine che era diventato il suo cervello,
disse fra sè:
– Cesare non
sa piangere; questi sono spettri: e io sono pazza.
Ma mentre un
orribile calore le saliva dal cuore alla testa, e la faceva vacillare come nel
massimo grado di temperatura febbrile, mentre ella diceva ancora che quella era
follia, a un tratto, un freddo brivido le percorse il corpo, ne calmò il sangue
e ne ricompose la mente. Ella aveva udito. Quegli spettri avevano parlato:
parlavano. Erano un uomo e una donna, non due vane ombre. Erano suo marito
Cesare e sua sorella Laura. Parlavano. Laura si era sciolta da quei baci
furiosi di Cesare, si era rialzata e stava ritta innanzi a lui, mentre Cesare,
sempre seduto, le teneva le due mani: si guardavano, si sorridevano:
– Mi vuoi
bene? – aveva chiesto Cesare.
– Ti voglio
bene – aveva risposto Laura.
– Quanto me
ne vuoi?
– Tanto,
tanto.
– Ma quanto?
– Tutto.
– E per
quanto tempo me ne vorrai, Laura?
– Per sempre.
Adesso Anna
tremava di freddo: tutte le sue facoltà, da quelle voci, da quelle parole,
erano rientrate nel loro assetto: la realtà la faceva tremare: ella non si
credeva più pazza, non pensava più che quella fosse una visione. Batteva i
denti, nel suo abito scollacciato, nude le spalle, nude le braccia; batteva i
denti malgrado il gran mantello di velluto azzurro zaffiro, foderato di una
molle e calda pelliccia. Non aveva che un freddo atroce, quasi ogni sorgente di
calore, di vitalità si fosse allontanata per sempre dal suo organismo: non
osava fare un gesto, per rialzarsi sulle spalle la pelliccia cadente: e un
terrore la prendeva di essere scoperta là come se ella fosse in peccato. E il
tempo le parve così interminabile, lungo, che era forse un secolo, da che ella
spiava suo marito e sua sorella, che si baciavano. E nel suo tremore, in cui i
denti le battevano, nel suo terrore della catastrofe in cui si aggirava,
vacillando, agonizzando, da pochi minuti, ella ebbe il primo, il più alto, il
più forte senso che colpisca gl'infinitamente sventurati: l'insopportabilità
della sventura. Non poteva sopportare quel fatto, non poteva sopportarlo. Ma di
nuovo, mentre ella si portava il grande ventaglio di piume azzurre alla bocca,
per soffocare le sue grida di ribellione, le sue maledizioni a Dio, all'amore,
al tradimento, ai traditori, ella udì parlare, di nuovo. Era Laura questa volta
che, allontanandosi da Cesare, un poco, graziosamente, amorosamente, sempre
guardandolo, sempre sorridendogli, gli domandava:
– Mi vuoi
bene?
– Sì: ti
voglio bene.
– Quanto me ne
vuoi?
– Quanto è in
me, Laura.
– Da quanto
tempo?
– Da...
sempre.
– E per
quanto tempo?
– Per sempre.
Insopportabile,
insopportabile. Una collera impetuosa, adesso, prendeva Anna, di entrare come una
furia, in quella stanza, strappando la tenda, gridando, urlando per la
insopportabilità di quel fatto. Ma Cesare, pian piano, aveva detto a Laura, con
una voce velata di emozione:
– Vattene
via.
– Perchè,
amore?
– Vattene,
vattene; è tardi; debbo andare.
– Ah cattivo
amore, cattivo.
– Non dirmi
questo, non guardarmi così, vattene, Laura.
E
amorosamente, con la forza dell'uomo che conosce la misura della propria forza,
egli si era rialzato, e avendo passato un braccio attorno alla cintura di
Laura, la conduceva verso la porta, per farla andar via. Ella si faceva portare
un poco, riluttante, appoggiando la testa alla sua spalla, guardandolo di sotto
in su, così teneramente, che la espressione fiera e dura, che era forse quella
della passione repressa, riapparve sulla faccia di Cesare. Sulla porta essi si
baciarono di nuovo, sulle labbra, e malgrado la distanza, Anna udì chiaramente
le loro voci:
– Addio,
amore – disse Laura.
– Addio,
amore – disse Cesare.
La fanciulla,
abbassando il capo, uscì. Anna vide ritornare Cesare verso la scrivania: egli
era così disfatto che pareva morente. Pure, con la consueta presenza di
spirito, egli prese una sigaretta e l'accese: si guardò intorno, stralunato,
quasi non sapesse più dove si trovasse.
Allora Anna,
rattenendo il respiro, senza lasciare il suo strascico che aveva tenuto
rialzato tutto il tempo, indietreggiò, passò da quel vano di porta nel salotto
attiguo, attraversò la stanza da fumare, si trovò nel salone, e di là, sempre
senza aver trovato nessuno, si precipitò in camera sua, richiudendone la porta
alle sue spalle. Aveva fatto tutto questo con rapidità, senza un minuto
d'incertezza, con l'istinto animalesco della povera bestia già ferita, che
sente ancora il cacciatore dietro a sè, e che vuol morire in pace, nella sua
tana. In camera sua avrebbe voluto gridare, tanto le stringeva il petto la
soffocazione, tanto la insopportabile scena del tradimento la schiacciava e la
esaltava. Ella aveva lasciato cadere ai suoi piedi il gran mantello azzurro,
dalla forma regale, e si strappava dal collo il filo delle perle, buttava tutto
intorno a sè, morendo di sdegno e di dolore, con un impeto cieco di
distruzione. La cameriera venne a bussare alla porta, chiedendole se volesse
essere aiutata. La rimandò, senz'aprire. Ma mentre ella strappava il cordoncino
azzurro che stringeva il busto di broccato azzurro, ella udì bussare, di nuovo.
– Anna, Anna
– disse la voce di Cesare, tranquilla.
– Che vuoi? –
ella rispose, subito, appoggiandosi a una sedia, per non cadere: la voce era
sorda.
– Non vi era
spettacolo? O ti sei sentita male? – chiese lui senz'avvertire nulla.
– Non vi era
spettacolo – ella soggiunse, chiudendo gli occhi, quasi svenendo.
– Quando sei
tornata, adesso? – e invero, una lievissima esitanza si notava nella domanda.
– ... adesso
– mentì ella, arrossendo anche di questa menzogna, ella che era innocente.
– E Vostra
Altezza non è visibile? Io ossequierei volentieri l’Altezza vostra – disse lui
con quella voce seduttrice, a cui ella non aveva mai resistito.
Ma tale un ribrezzo
l'assalse, che ella strappò coi denti un nastro annodato del vestito, per non
gridargli il suo tradimento, per non rinfacciargli l'atroce domanda che adesso
le faceva.
– No –
rispose con voce soffocata.
– Addio,
amore – gli disse graziosamente, attraverso la porta, per salutare.
– Ah infame,
infame! – gridò ella, furente, slanciandosi verso la porta.
Ma egli si
era già allontanato e non udì.
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Era tardi
quando Anna si levò dal letto di dolore, nel cui bianco origliere ella aveva
soffocato, mordendolo, i gridi della sua collera e i singhiozzi della sua
disperazione. Tremava di freddo, malgrado la gran coperta di piume che si era
tirata addosso, in una delle convulsioni, in cui la sua carne e il suo spirito
si ribellavano furiosamente nell'insopportabile fatto, visto e udito: era quel
tremore che l'aveva vinta, dietro la tenda, quando il sogno fatale le era apparso,
diventato una realtà fatale: un tremore che aveva, ormai, nelle ossa e nei
nervi, e che nessuna fiammata di caminetto, nessuna pelliccia calda e
profumata, e neanche il meridiano sole di agosto sarebbe mai giunto a vincere:
un tremore sottile e interiore che ogni tanto, crescendo, le faceva battere i
denti. Scendendo dal letto, si guardò intorno: nella sua stanza regnava un gran
disordine; il disordine delle ore tragiche in cui tutte le cose assumono, quasi
per influsso di simpatia, l'aspetto dell'irrefrenabile sentimento che anima le
persone. Il lieve ventaglio di piume azzurre, buttato sopra una poltrona, si
era schiuso, pendeva sino a terra, col gran fiocco di nastro azzurro che
trascinava sul tappeto; il mantello regale, quello che parea destinato a
coprire le belle e orgogliose spalle di una donna felice, formava un mucchio di
velluto e di pelliccia per terra; il corsetto del vestito di broccato azzurro,
strappato, coi veli laceri, giaceva sul letto aperto con quella linea disperata
di vestiti smessi, che pare rimpiangano la persona assente: per terra i lunghi
guanti, vuoti, quasi fossero stati tolti alle braccia di una morta: e sul
tavolino, sulle mensole, lanciate alla rinfusa, le stelle di brillanti che
avevano adornato la testa e il petto di Anna Dias in quella serata: lanciato
via il filo di perle, che si era strappato violentemente dal collo:
sull'origliere un mucchietto bianco, il fazzoletto di batista e merletti, tutto
molle di lacrime. Ella crollò il capo, vedendo quella gran miseria di cose che,
malgrado la loro beltà e la loro ricchezza, non erano valse a salvarla dalla
sventura: e apparve a sè, seminuda, coi capelli disfatti sul collo, tremante di
freddo, curva, camminante fra gli avanzi naufragati della sua bellezza e del
suo amore. E allora, assai lentamente, con gli occhi ormai senza lucentezza,
perduti in una nebbia che ne aveva spento ogni vivacità, ella indossò una veste
di velluto nero, di foggia antica, con grandi maniche, un abito in cui ella
sparve tutta: poi, come un automa, senza che una sola espressione apparisse sul
volto terreo, ella ripose in ordine i gioielli, i guanti, il vestito, con una
cura minuziosa, quasi fosse una donnina elegante e assestata, che tenesse
immensamente agli adornamenti suoi mondani. Solo ogni tanto, un lungo brivido
la percorreva; le mani quasi lasciavan cadere quello che portavano, non
arrivavano a chiudere un astuccio di gioielli: ella si fermava, smemorata, in
mezzo alla stanza, ombra nera in cui nulla più brillava, nè sorriso, nè
sguardo; e dopo un minuto di assorbimento, di vuotaggine di pensiero, ella
riprendeva il suo piccolo lavoro. Chiuse i suoi cassetti e il suo armadio: il
rumor secco delle chiavi la scosse. E quando ebbe preso sull'origliere il suo
piccolo fazzoletto, su cui aveva pianto tanto, ancora due lacrime lunghe,
silenziose, le discesero dagli occhi rossi per le guance, cadendo sul velluto
nero della veste. Di nuovo, si fermò, quasi raccogliesse le sue idee confuse:
poi suonò il campanello. La cameriera giunse, mezzo addormentata.
– Che ora è?
– chiese Anna, non pensando di avere a due passi, sul tavolino da notte,
l'orologetto che le aveva donato Cesare.
– È l'una –
rispose la cameriera, dopo avervi gittato uno sguardo.
– Così tardi!
– mormorò la padrona, monotonamente. – Andate pure a letto.
– E Vostra
Eccellenza? – osò di chiedere la donna, vedendo il viso terreo e udendo la voce
infranta di chi ha lungamente singhiozzato.
– Non mi
serve nulla – mormorò l'altra, abbassando gli occhi, vergognandosi di aver
mostrato il suo dolore.
Ma quella
adesso rifaceva il letto disordinato: la mano sentì l'origliere bagnato di
lagrime: e scuotendo il capo, con una espressione di rassegnazione, osò di
dire, con la familiarità affettuosa delle domestiche napoletane.
– Chi è
buona, sempre soffre.
Ah, in quel
minuto, quella pietà di una serva le franse il cuore, sentendo tutta la
infinita miseria della propria esistenza, tutto l'orribile abbandono, tutta
l'acutezza del tradimento. E forse quella serva sapeva tutto, poichè la cieca
non era stata che lei; e quella miseria, quel tradimento, quell'abbandono eran
commentati da tutti i servi: ed ella era l'oggetto della loro pietà. Chi è
buona, sempre soffre; la parola della dolorosa fatalità, considerata
umilmente, nell'abbattimento di qualunque speranza, dinanzi al fatto compiuto.
– Buona notte
e buon riposo a Vostra Eccellenza – disse la povera cameriera, guardando quelle
palpebre arrossite, che probabilmente non si sarebbero chiuse al sonno, in
quella notte.
– Grazie:
buona notte – disse Anna, a testa bassa.
Sola, di
nuovo. Non aveva avuto il coraggio di chiedere se suo marito fosse rientrato:
ma certo egli era ancor fuori, col suo tenace vizio mondano che gli aveva preso
i nervi e il cuore. Ma quando una mezz'ora fu trascorsa, di scatto, ella si
levò dalla poltroncina, dove aveva aspettato che il tempo passasse. Nella sua
camera era acceso il grande lume, dal paralume roseo; ma la cameriera aveva
preparata e accesa anche una lampadina da notte, di bronzo pompeiano, una
piccola lampada pagana che serviva, certo, nell'antichità, a rischiarare i
dolci sonni amorosi delle donne di Pompei. Anna prese questa lampadetta, dalla
luce tremolante, e con un passo lievissimo, uscì dalla sua stanza: tutto
nell'appartamento era ombra e silenzio. Passando davanti al grande specchio del
salone, ebbe un minuto di spavento, vedendo apparirvi una figura nera, dal
volto pallidissimo, che tenea nella mano una lampada sepolcrale, mal
rischiarante i suoi passi; ebbe paura di se stessa e forse di quello che andava
a fare. Ma tutto era inutile ormai, paura e pentimento; ella obbediva a un
fatto irreparabile, a una volontà inflessibile. Attraversando l'appartamento,
si diresse verso la stanza di Laura: e rapidissimamente, le passò in mente
quella notte, quando era salita attraverso le tenebre, sulla terrazza, per
proporre a Giustino Morelli di fuggire insieme. Giustino Morelli? Chi era
costui? Un'ombra fugace, un morto, certo: una di quelle cose finite, una di
quelle persone finite per sempre, attorno a lei. Fuggire? Quando aveva voluto fuggire?
A che serve fuggire? Forse che si sfugge al proprio destino? Quel che deve
accadere, accadrà. Ella si arrestò un istante, innanzi alla porta della stanza
di sua sorella, tal quale come in quella prima notte, poichè ella temeva di
violare la santa innocenza di Laura, coll'aspetto folle della propria passione:
adesso... adesso tutto era irrimediabile, tutto. Schiuse la porta senza fare
nessun rumore, e guidata dalla lampadina di bronzo, giunse presso il letto
bianco e verginale di Laura. Come dormiva placidamente, la bellissima Minerva!
Le palpebre chiuse avevano la tenuità di un petalo di fiore: tutto il bianco
volto, purissimo, era soffuso di un roseo mite: dalle labbra schiuse usciva il
calmo respiro, simile a quello di un fanciullo, e appena appena anelava il
petto sotto il biancore delle coltri. Una gran serenità si diffondeva in quella
leggiadra figura dormiente. Anna, levata la lampada, guardava il sonno quieto
di sua sorella.
Guardava quel
sonno giovanile, che nessuna delle segrete preoccupazioni quotidiane veniva a
turbare, che nessun sogno di tentazione, di sgomento, agitava. E quasi
involontariamente piegandosi a guardare quel puro volto dalla carnagione
alabastrina che il bel sangue tranquillo e lieto della gioventù coloriva
delicatamente, ella riparava con la mano la fiammella della lampadina, perchè
non ferisse gli occhi di Laura. Ma ad un tratto, sulle labbra di quella
dormiente apparve un sorriso acuto, ineffabile, che le diede ancora una volta,
una espressione d'intensa felicità: e Anna rivide tutta la orribile scena, in
un minuto secondo di visione; una collera dolorosa le tumultuò, nuovamente,
nell'anima quasi atonizzata.
– Laura –
disse, soffiando la sua voce soffocata e il suo alito caldo, in volto alla
dormiente, – Laura.
La bionda sorella
ebbe solo un lieve moto delle labbra, ma non si svegliò.
– Laura,
Laura – proruppe la voce affannosa di Anna.
Allora, la
bionda sorella si destò. Si vide innanzi una figura tutta nera, in cui solo il
pallore livido del volto spiccava: una figura che pareva alta, alta, avvolta di
tenebre, con quella faccia di fantasma che usciva da tutta quell'ombra. La
fiammella, nella lampadina, vacillava: e i grandi occhi neri di Anna avevano la
fissità vaga e quasi senza sguardo dei morti. E in Laura, levatasi sull'origliere,
puntando le mani chiuse sul letto, vi fu un'indicibile contrazione di paura.
Non disse nulla: restò stupefatta, immobile. Poi, con uno sforzo supremo di
coraggio interiore, la sua fisonomia si ricompose, ed ella guardò sua sorella,
senza baldanza ma senza sgomento.
– Sono io,
Laura – disse Anna, posando la lampadina sopra una mensola.
– Ti vedo
bene – rispose, con voce chiara e ferma la bionda sorella.
Un silenzio
profondo. Ritta, in piedi presso il letto, ammantata nella sua bruna veste,
terrea come una agonizzante, Anna non distoglieva gli occhi da Laura: e costei,
seduta sul letto, senz'abbassare le palpebre, sopportava quello sguardo, e le
sue bianche mani si distendevano sui merletti del candido letto, senz'aver un
fremito.
– Levati e
vieni – disse duramente Anna.
– Perchè?
– Levati e
vieni, Laura – replicò Anna, con maggior durezza.
– Dove, Anna?
– Levati e
vieni, Laura – disse, implacabilmente, Anna.
Laura ebbe un
battito di palpebre: poi, superbamente, soggiunse:
– Io non
voglio obbedirti.
– Oh tu
verrai! – esclamò, con un sogghigno imperioso, Anna.
– T'inganni,
non verrò.
– Tu verrai,
Laura.
– No, Anna.
– Tu dunque,
hai molta paura? – ed ebbe tale uno sprezzo, dicendo queste parole, che esse
colpirono Laura come uno schiaffo.
– Eccomi:
vengo dove vuoi – disse orgogliosamente la bionda sorella, scivolando dal
letto, infilando le pianelle, e cominciando a vestirsi subito.
Anna, in
piedi, aspettava. Assai pacatamente, Laura si finiva di vestire: ma quando
giunse al vestito di lana bianca, quando si avvolse ai fianchi la cintura di
amoerro bianco, Anna ebbe un accesso di collera, così impetuoso, così pazzo,
che si prese la testa fra le mani per non vedere. Quattro ore prima, non più di
quattro ore prima, in quella veste, Laura era stata baciata da Cesare, sotto i
suoi occhi, e più dolce cintura avevan fatto a quel corpo snello le braccia di
suo marito – sotto i suoi occhi! Ora, la sorella le riappariva, in quella
veste, vivente immagine del tradimento; era lei il fatto, atroce e
insopportabile: e quasi che quella divina creatura, nella sua anima infernale,
avesse inteso quel tormento novello che ella infliggeva alla donna che aveva
tradito, quasi che una bizzarra intuizione le procurasse il piacere di una
ingiusta e crudele vendetta, Anna la vide piegarsi e cercare qualche cosa,
sotto il guanciale.
– Che fai? –
gridò Anna, comprendendo.
– Cerco
qualche cosa.
E infatti
cavò di sotto il guanciale un fascetto di rose bianche invernali, già col fiore
abbandonato sullo stelo, quasi appassite: le rose galeotte, che avevano unite,
nel peccato di un bacio, le labbra di Laura e di Cesare.
– Gitta quei
fiori! – gridò Anna.
– E perchè?
– Gitta quei
fiori, Laura, Laura!
– No – disse
quella, fieramente.
– Per la Vergine dei Dolori, te ne
scongiuro, Laura, gitta quei fiori!
– Tu mi hai
minacciata: non hai più diritto di pregarmi – rispose pacatamente Laura,
passando il fascetto delle rose nella cintura, allo stesso posto dove le aveva
quattr'ore prima.
– Oh Dio! –
fece Anna, comprimendosi le tempia disperatamente, cercando di riconquistare la
propria volontà.
Vi fu, di
nuovo, un gran silenzio. Le due figure, una tutta nera, spettrale nel volto,
una tutta bianca e serena nella faccia, si trovavano di fronte. Laura aveva
intrecciate le mani, quieta, in un'attitudine di riposo: ed Anna fissava quelle
mani, che erano state intrecciate così amorosamente, soltanto quattr'ore prima,
a quelle di suo marito – sotto i suoi occhi! Ma capiva così bene, che si
fissava sui capelli biondi come l'oro di sua sorella, che Cesare aveva baciati,
sulle labbra rosse e fresche di sua sorella, che Cesare tante volte aveva
baciate, su quegli occhi chiari e sereni di sua sorella, dove le labbra di suo
marito si erano posate, capiva che avrebbe smarrito, nel furore sempre
rinascente della gelosia, ogni volontà e ogni forza. Anna si irrigidì contro
quest'allucinazione gelosa, che le ripresentava, nella figura di Laura, il
fatto insopportabile: e decisamente, disse:
– Andiamo –
senz'altro.
Prese la
lampadina pompeiana e si avviò, avanti: ma le spalle erano curve e la testa si
piegava sul petto, attraversando quell'appartamento oscuro e silenzioso. Dietro
a lei, senz'aver chiesto altre spiegazioni, veniva Laura, snella e leggiadra
figura candida, il cui passo aveva un seducente ritmo leggerissimo. Quelle due
ombre passarono per tutta la casa, senza scambiare una parola: Anna schiuse la
porta della propria camera, e ferma sulla soglia, accennò a sua sorella di
entrare. Laura passò, senz'esitare: ma quando udì lo stridore della chiave, due
giri, con cui Anna si chiudeva dentro, con lei, ebbe soltanto un battito di
palpebre: e la grande emozione non trovò altro segno, nella fiera creatura.
Poteva essere il preannunzio della morte, quel giro di chiave: ma ella non
tremò. E poi, la stanza di Anna, in ordine perfetto, col suo gran lume che la
illuminava in tutti gli angoli, con la sua aria di stanza di donna felice, le
diede di nuovo un equilibrio morale.
– Siedi –
disse Anna, tornando a lei senza guardarla.
Temeva, Anna,
vedendo quei capelli, quelle labbra, quelle mani di nuovo, l'allucinazione
furiosa della gelosia: reprimeva a stento un moto istintivo di collera, vale a
dire di strappare dalla cintura di sua sorella, quelle rose già morte, dopo
essere state complici del peccato! Erano sedute, adesso: Laura sulla
poltroncina accanto al letto, le braccia abbandonate lungo i bracciuoli,
tranquillissima: Anna sulla sponda del suo letto, poco distante.
– Io aspetto
– disse Laura.
– Tu non sai
niente, dunque? – chiese, sogghignando, Anna.
– No, non so
nulla.
– Non
immagini neppure?
– Non ho
immaginazione.
– E il tuo
cuore, nulla ti dice? Laura, Laura, niente ti dice la tua coscienza?
– Niente –
disse l'altra, quietamente, sollevandosi i riccioli biondi dietro l'orecchio.
Oh quel gesto,
che Anna aveva veduto nella stanza di Cesare e che la faceva inorridire, di
nuovo!
– Laura, tu
sei l'amante di mio marito! – proclamò Anna, levando le braccia al cielo.
– Tu sei
pazza, Anna.
– L'amante di
mio marito, Laura.
– Va al
manicomio, va, sorella: che sei pazza.
– Oh
bugiarda, bugiarda creatura, sleale e vigliacca donna che non ha neppure il
coraggio del suo amore! – gridò Anna, levandosi in piedi, fiammeggiando dagli
occhi.
Pallida,
mordendosi le labbra per reprimere la propria collera, anche Laura si era
levata: rispose sdegnosamente:
– Bada, Anna,
bada, la rettorica, in questo momento, è un grave pericolo. Di' quel che devi
dire, chiaramente, limpidamente, senza insultare per esaltazione, per
istravaganza. Non insultare, così, per la eccitazione della tua fantasia
malata, capisci?
– Oh Vergine
santa! – esclamò Anna, levando le braccia al cielo.
– Ma lo vedi,
che sei pazza? Lo vedi che non puoi dire nulla, per giustificare le tue
ingiurie?
– Oh Madonna,
Madonna, datemi voi la forza – pregò Anna, disperata, torcendosi le mani.
– Lo vedi? –
ribattè Laura, in atto di sfida. – Tu mi hai chiamata qui, per vilipendere una
innocente!
– Laura –
disse piano, con voce soffocata e tremante, la povera Anna, – Laura, non mi è
stato riferito che tu eri l'amante di mio marito, no; non l'ho neppure letto in
una denunzia anonima, no; non è stata la delazione di un servo, no. In tutti
questi casi, davanti a un peccato atroce, mostruoso, si ha il diritto di non
credere nè a una denunzia senza nome, nè a una delazione interessata. Si
preferisce non togliere la stima, l'onore, a una persona cara...
– Ebbene,
Anna?
– ... Ma io
ho visto, io – disse Anna, in preda a una emozione così vivace, che pareva la
stessa del primissimo momento, in cui aveva visto il tradimento.
– Che hai
visto? – chiese impetuosamente Laura.
– Orribile,
orribile! – esclamò Anna, ripresa dalla sua allucinazione.
– Che hai
visto? – replicò Laura, scuotendo il braccio di Anna.
– Oh che cosa
atroce, che cosa atroce! – disse Anna, nascondendo la faccia fra le mani.
Ma Laura,
arsa adesso anche lei di collera e di dolore, le tolse le mani dal volto e le
disse, sommessamente, ma con una durezza di persona decisa a tutto:
– Ora, in
questo momento stesso, devi dirmi che hai visto. Capisci?
E l'altra, a
quell'impeto, a quel tono minaccioso, rientrò in sè, divenne livida: e con una
freddezza strana in lei, le disse:
– Tu vuoi
sapere che cosa ho visto, Laura? E me lo chiedi, con la rabbia della innocenza
offesa, della virtù calpestata? Sei in collera, Laura? In collera tu? Che
diritto hai di essere in collera e di parlarmi così? Non hai paura? Neppure un
minuto di paura, di sospetto, niente? Mi minacci, dici che sono pazza? Tu vuoi
sapere che cosa ho visto, e sei così altera, perchè ti credi sicura, perchè mi
credi una donna esaltata. Ma per essere sicuri, bisogna chiudere le porte, nei
convegni di amore: per essere sicuri, parlandosi di amore, baciandosi, bisogna
chiudere le porte, chiudere, Laura, chiudere, per essere sicuri...
– Io non ti
capisco – mormorò Laura, fiocamente, pallidissima.
– ... questa
sera, alle nove, quando... tu eri nella stanza di Cesare... io sono rientrata
improvvisamente... non mi aspettavate... eravate soli, sicuri... e ho visto, da
una porta...
– ... e che?
– disse l'altra, a capo basso.
– Quanto si
può vedere e udire. Ricordati.
Laura cadde
sulla poltroncina e abbandonò le mani lungo il corpo. La istessa sua
umiliazione desolava Anna, più acutamente. Ella fece un giro per la stanza, concitatamente,
poi ritornò verso Laura. Quella aveva già rialzata la testa, e pensava: solo,
il pallore sul volto persisteva.
– Perchè hai
fatto questo? – domandò Anna, brevemente.
Laura non
rispose: non alzò neanche gli occhi verso sua sorella.
– Non osi
rispondere? Ma vedi, che sei vile? Ma vedi, che sei la perfidia istessa? Ma che
donna sei tu, dunque? Perchè hai fatto questo?
Quella, che
trasaliva a ogni ingiuria, rispose solo:
– Perchè amo
Cesare.
– Oh Signore,
Signore! – gridò Anna, scoppiando in singulti disperati.
– Non lo
sapevi? I tuoi occhi non hanno forse visto, le tue orecchie non hanno udito?
Forse che una donna come me, va nella stanza di un uomo senz'amarlo? Forse che
si lascia baciare, lo bacia, senz'amarlo? E che chiedi ancora? Io amo Cesare.
– Taci, taci,
taci – replicò Anna, nella immensa confusione della sua ragione.
– E Cesare mi
ama – concluse Laura.
– Taci, taci,
tu sei mia sorella, tu sei una fanciulla, non proclamare così questa infamia!
Taci, non dire, che tu e Cesare siete infami!
– Tanto,
l'hai visto: io amo Cesare ed egli mi ama – disse implacabilmente la fierissima
fanciulla.
– Infamia,
infamia!
– Sarà
infamia: ma è così.
Anna aveva
rasciugate le sue lagrime: e quella voce di sua sorella, fiera del suo peccato,
quelle parole orgogliose del peccato, le facevan perdere i lumi.
– Ma non hai
inteso quel che facevi? Non senti che è una infamia? Non capisci quante cose,
quante persone hai offese? Non sono io, tua sorella, che tu tradisci?
– Io amavo
Cesare, da prima: tu mi hai tradita – rispose tranquillamente Laura.
– Scuse
dell'infamia! Io amavo e amo Cesare; tu mi tradisci, amandolo.
– Tu lo ami
male e lo secchi: io so amarlo bene.
– Egli è uomo
ammogliato...
– Si è
ammogliato per forza, Anna.
– Infine, è
mio marito.
– Oh molto
poco!
– Laura! –
esclamò Anna, ferita al vivo, essa che era tutta una ferita.
– Io sono una
ragazza istruita – disse tranquillamente Laura – e mi rendo conto della
posizione.
– Ma la tua
coscienza? Ma la religione che offendi? Ma il pudore femminile, macchiato da
così atroce peccato?
– Io non sono
l'amante di tuo marito, lo sai tu stessa...
– Ma lo ami!
Ma fremi alla sua stretta di mano, ma lo baci! Ma gli dici di amarlo!
– Ebbene,
questo appunto significa non esser l'amante di tuo marito.
– Il peccato
è uguale.
– No, non è
uguale, Anna.
– È un
peccato mortale, solo ad amare l'uomo altrui.
– Ma non ne
sono l'amante; sii esatta.
– Varietà di
vocabolo: non varietà di colpa.
– Anche le
parole hanno la loro importanza: sono il segno del fato.
– È una
infamia – proclamò Anna.
– Anna, non
ingiuriare.
– Ingiuriare?
E forse che questo tuo bel volto così sereno, così puro, è capace di arrossire
più, sotto l'insulto? Forse che questa fronte castissima può turbarsi più, per
un'ingiuria? Tu hai calpestato l'innocenza ed il pudore, tu, figlia di mia
madre: tu hai straziato il cuore di tua sorella, tu figlia della stessa madre,
e io t'ingiurio, ecco!
– Tu non hai
il diritto d'ingiuriare – soggiunse Laura, abbassando le palpebre sopra il
perverso lampo dei bellissimi occhi.
– Non ho il
diritto dinanzi al tradimento? Non ho il diritto dinanzi al disonore?
– Se ti
rammenti bene, non ne hai il diritto – replicò Laura, con un sogghigno.
– Che mi
debbo rammentare? – chiese impetuosamente Anna.
– Un sol
fatto. Tu, fanciulla, come me, hai abbandonato la casa paterna, sei fuggita con
un uomo che amavi, una persona qualunque, una creatura povera e oscura. Tu hai,
allora, ingannato me, Cesare e tutti quanti: tu hai, con quella fuga,
disonorato le tombe di tuo padre e di tua madre, tu hai disonorato il tuo nome,
che è anche il mio...
– Oh Dio, oh
Dio, oh Dio... – andava mormorando Anna, a ogni nuova accusa.
– Tu hai
passato una giornata intera, fuori di Napoli, in un albergo di Pompei, sola,
per una giornata intera, con l'uomo che tu amavi, sola, in una stanza chiusa...
– Io non sono
stata l'amante di Giustino Morelli! – gridò involontariamente Anna, il cui
sguardo prendeva il colore della follia.
– Già: e
neppure io di Cesare Dias – ribattè ridendo malvagiamente Laura.
– Io non sono
stata l'amante di Giustino Morelli! – ripetette l'altra, sentendo la follia
sconvolgerle le ultime facoltà spirituali.
– Io non ero
dietro la porta, come te, per sapere la verità – concluse, perversamente
ridendo, Laura.
– Oh crudele
e perversa, crudele e perversa! – disse l'altra, con tristezza e con sdegno,
principiando a girare per la stanza, di nuovo, simile a una leonessa chiusa in
gabbia.
– E se ti
vuoi rammentare bene, per la giustizia, Anna, in quel giorno, Cesare Dias corse
a salvarti; caritatevolmente, senza dirigerti una sola parola di rimprovero,
semiviva, egli ti ricondusse alla casa che avevi abbandonata, caritatevolmente,
senza ingiuriarti, senza rimproverarti, io ti ho tese le mie braccia di
sorella: e caritatevolmente, nella tua lunga infermità, ti abbiamo assistito: e
non ti rimproverammo giammai! E lo vedi, lo vedi, tu non sei altro che una
creatura ingiusta e sconoscente.
– Ma tu mi
hai ferita nel mio amore, Laura! Ma io adoro Cesare, ma io sono orribilmente
gelosa di lui, ma io non resisto all'idea di questo amor tuo, io non posso
ricordare quei tuoi baci, senza sentire la pazzia salirmi al cervello! Oh
Laura, Laura, tu che eri così pura e così bella, tu che eri degna di un uomo
giovane bello e ricco, come hai potuto gittare la tua gioventù, il tuo onore,
per Cesare?
– E tu non lo
hai amato così, forse? E tu non sei giovane e non lo hai amato forse, e non
volevi morire forse, per lui, se Cesare non ti sposava? Io ti ho imitata, ecco.
Come tu lo ami, io lo amo, Anna. Siamo sorelle e una istessa passione ci brucia
il sangue.
– Non dire
questo, non dirlo. Il mio amore durerà quanto la mia vita, Laura.
– Ed il mio
anche.
– Non dire,
non dire.
– Fino alla
morte, Anna.
– Non dire!
– Il mio sangue
è simile al tuo, i miei nervi sono simili ai tuoi nervi, il mio amore è ardente
come il tuo, la mia anima è inebbriata di passione come la tua, noi siamo
figlie di Francesco Acquaviva e di Caterina Acquaviva: ebbene, Cesare ha
affascinato te, e Cesare ha affascinato me.
– Oh Madonna
mia, Madonna mia, io debbo uccidermi, dunque? Debbo dunque morire?
– Che! – fece
Laura, con moto di sprezzo.
– Io mi
ucciderò, Laura.
– Chi lo
dice, non lo fa.
– Puoi
ingannarti, creatura sprezzante e perversa!
– Chi lo dice,
non lo fa – replicò ridendo amaramente Laura.
– Ma tu
capisci, che io non posso sopportare questa idea del tradimento? Capisci che
debbo amare Cesare io sola, che Cesare è mio, e che non lo voglio cedere a
nessuna? Capisci che io non ho scampo, non ho conforto, non ho consolazione che
in quest'amore? Non vedi che non ho altro?
– Luigi
Caracciolo ti ama, però... – disse sorridendo Laura.
– Ma che mi
dici?
– Tu potresti
amarlo... – soggiunse, sempre sorridendo.
– Tu mi
proponi una infamia – disse gravemente Anna.
– Ma Cesare
ama me e non te, ma io amo Cesare, ma Caracciolo ti ama: ebbene, perchè non
amarlo?
– Perchè è
una infamia, e perchè sono sette ore che tu mi fai ribrezzo, Laura – disse
gravemente Anna.
– Tu
ricominci a insultare, Anna. La notte è alta, io me ne vado.
– Non
andartene ancora, Laura, pensa che terribile notte è questa per me. Senti,
Laura, e chiama in aiuto tutta la tua bontà. Ti ho insultata, è vero, ma tu non
puoi sapere che cosa è la gelosia, non puoi immaginare quale insopportabile tortura
sia la gelosia! Chiama in aiuto la tua bontà, Laura. Pensa che lo stesso seno
ci ha generato, che le stesse mani materne ci hanno accarezzato, pensa che
abbiamo camminato insieme, nella vita, Laura, Laura, sorella mia! Vedi, tu mi
hai tradita, tu mi hai offesa, io ho sofferto in queste sette ore quanto
umanamente si può soffrire, tu non sai che cosa è la gelosia! Non fare atto
d'impazienza, ascoltami, siamo nell'ora nostra più terribile, non sorridere, io
non esagero, ascoltami bene. Laura, quanto hai fatto io lo dimentico, io ti
perdono, senti, ti perdono come Cristo perdonava ai suoi flagellatori, senza
però spetrarne il cuore: ma il tuo cuore è essenzialmente buono, tu sentirai
tutta la tenerezza, tutta la umiltà che vi è nel mio perdono.
E quasi che
ella stessa dovesse chiedere pietà per una sua colpa, le sue ginocchia si
piegarono, innanzi alla colpevole sorella; ella ne prese le mani, carezzandole,
baciandole, bagnandole delle sue lacrime. Quella ebbe un minuto di pallore
intenso, vedendosi inginocchiata, davanti e plorante, quella donna che aveva
offesa così crudelmente; e chiuse gli occhi come se svenisse. Ma tanta era la
forza di quell'animo, che seppe vincere subito la commozione. Lasciò sua
sorella inginocchiata, abbandonò a quelle lacrime e a quelle carezze le sue
mani, senza parlare, per un poco. Poi, piano piano, venendo alla risoluzione
suprema della loro esistenza, ella domandò:
– Che cosa
chiedi, in cambio di questo perdono? – ed ebbe l'aria di accordare una grazia.
– Laura,
Laura, tu devi essere buona e grande, poichè io ti ho perdonato...
– E che
domandi per questo perdono?
– Tu non devi
amare più Cesare. Devi coraggiosamente strapparti dall'anima questo impuro
amore che la deturpa: devi non amarlo più. E allora, non solo il mio perdono
sarà completo, assoluto, ma tu troverai in me la più amorosa, la più tenera fra
le sorelle; io non farò che esaudire il mio voto ardente, da anni, di poterti
dimostrare quanto ti voglio bene; io sarò accanto a te il cuore più devoto e
più efficace, nel desiderio di vederti felice. Ma devi essere buona e forte,
Laura, devi ricordarti che mi sei sorella, devi dimenticare Cesare.
– Anna, non
posso.
– Ascolta,
ascolta, non deciderti ancora, non dire la parola ultima, la parola tremenda.
Pensaci, Laura, è il tuo avvenire, la tua vita che giuochi, a questo amore:
tetro avvenire, se persisti, fatale idea di morte, se persisti! E invece, se
dimentichi, se un sorriso d'amore innocente, casto, buono, viene a illuminare
la tua esistenza, vedrai che pace, vedrai che serenità. Si troverà, certo, si
troverà un'anima di uomo che sia alla tua altezza, che intenda, che ti renda
felice, che tu possa amare pienamente, nella santità del dovere compiuto. Tu
sarai una moglie felice, l'uomo che ti sposerà sarà un marito felice, tu sarai
madre, avrai dei figlinoli... tu li avrai, tu! Ma non devi amare più Cesare.
– Anna, non
posso.
– Laura, non
deciderti ancora, per carità, odimi, bisogna trovare una via, uno scampo: tu
andrai a fare un viaggio, sì, un lungo viaggio, all'estero, ciò ti distrarrà,
pregherò la zia Sibilla di accompagnarti, essa non ha nulla da fare, è vedova,
verrà; tu viaggerai, non puoi credere che assopimento di dolori è il viaggio:
tu vedrai dei paesi nuovi, dei paesi belli, dove il tuo spirito assorgerà dalle
miserie quotidiane ad elevate sfere. Laura, Laura, vedi come ti prego, vedi
come ti imploro, abbiamo lo stesso sangue nelle vene, siamo creature della
stessa madre, tu non devi amare più Cesare.
– Anna, non
posso.
Anna si slanciò
contro la sorella, ma quando fu faccia a faccia con lei, ebbe un moto d'orrore
e si arretrò: andò fin verso il vano del balcone e vi si fermò, quasi guardasse
nella via, nella grande ombra della notte. Quando ritornò presso sua sorella,
il suo volto era chiuso, freddo, austero. Venne a Laura; e a costei parve
leggere una minaccia nel nero sguardo.
– Questa è la
tua decisiva parola?
– Questa.
– Non credi
di poterti pentire, di cambiare?
– No, non lo
credo.
– Sai tu
quello che fai?
– Lo so.
– Ed affronti
questo estremo pericolo?
– Dov'è il
pericolo? – chiese Laura, levandosi.
– Non temere,
non temere – riprese Anna, portandosi il fazzoletto alla bocca e mordendolo. –
Ti chiedo, se non ti sembra un estremo pericolo, che due donne, come me, Anna
Dias, come te, Laura Acquaviva, debbano vivere insieme con lui, nella stessa
casa, e amarlo, con la stessa passione?
– È
certamente, un estremo pericolo – disse con lentezza Laura, in piedi, guardando
sua sorella negli occhi.
– Lasciami
mio marito, Laura, – gridò Anna, impetuosamente.
– Riprendilo,
se ne hai la forza. Ma tu non l'hai mai avuto, mai.
– Tu sei
un'infame, vattene – disse Anna, stringendo i pugni fino a ficcarsi le unghie
nella carne.
– Tu m'hai
chiamata. Sono venuta per mostrarti che non ho paura, per nulla.
– Vattene,
infame, infame, infame!
– Ah
uccidimi, ma non dire più questa parola – gridò Laura, arrivata alla
disperazione.
– Meriteresti
che io ti uccidessi, è vero? Lo meriteresti, per tutte le anime dei nostri
morti che ci ascoltano, per la
Madonna, che, con loro, inorridisce nel cielo, lo
meriteresti!
– Ma Cesare
mi piangerebbe assai – disse Laura, di nuovo padrona di sè.
– È vero –
soggiunse Anna glacialmente. – Vattene, dunque, vattene una volta!
– Addio Anna.
– Addio
Laura.
Senz'affrettarsi,
ma senz'avere neppure l'aria di persona stanca, voltò le spalle alla sorella e
se ne andò, diritta e snella nella sua veste bianca, quasi non facendo rumore,
col suo bel passo ritmico. La mano sicura fece girare la chiave nella
serratura: ma sulla soglia ella si fermò e guardò sua sorella, quasi
involontariamente. Anna stava ferma in mezzo alla stanza, le braccia prosciolte
lungo la persona, il capo chino, senza colore sulle guance, senza espressione
nello sguardo, violacee e un po' schiuse, in espressione di stanchezza, le
labbra. La esitazione di Laura fu fugacissima. Ella uscì, dando le spalle a
quel dolore e richiuse la porta riprendendo nell'ombra il cammino della sua
stanza. Anna, nella sua immobilità non ebbe l'aria neppure di aver udito quella
chiusura di porta. Era sola, ormai. Fra sè, diceva una preghiera, mentalmente,
a parole confuse e smozzicate; ringraziava la Madonna che l'aveva
salvata da una sventura, in quella notte. Poichè, nell'accasciamento immenso
che adesso la prostrava, le restava, della terribile scena avuta con sua
sorella, solo un ricordo pauroso. Quando aveva pregato sua sorella, chiedendole
la grazia di non amare più Cesare, offrendole in cambio tutti i beni dello
spirito e del corpo, tre volte Laura, ostinatamente, ciecamente, le aveva
risposto: non posso. Ebbene, alla terza volta, quelle parole, quella
voce che le pronunciava, quelle labbra da cui uscivano, quella gola bianca che
si gonfiava di orgoglio, profferendole, tutto ciò le aveva ridestato tale un
morboso furore di gelosia, che aveva visto una gran nuvola rossa innanzi agli
occhi, parendole che tutto quel sangue sgorgasse da una gran ferita, aperta da
lei nel collo bianco di sua sorella, un fiume rosso, un fiume di sangue che
lasciasse la bianca creatura esangue, esanime, impedendole di poter dire mai
più, mai più che ella amava Cesare e che non voleva finire di amarlo. Ah un
minuto, un minuto l'omicidio aveva soffiato il suo alito in quella povera anima
conturbata ed ella aveva voluto uccidere la figliuola di sua madre! Adesso, con
gli occhi spenti, pure sentendosi perduta, morente, in fondo a un abisso, ella
faceva una profonda preghiera di ringraziamento al Signore, poichè Egli aveva
diradata quella nebbia rossa, poichè le aveva permesso di soffrire senza
vendicarsi. Pian piano, cadde sulle ginocchia, e congiunte le mani, ridisse
tutte le antiche, ingenue preghiere della sua infanzia, le sante preghiere
dell'innocenza: pregando il Signore anche una volta, che nel resto del suo
disperato viaggio, attraverso i desolati paesi senza speranza, attraverso tutte
le insoffribili spine che le laceravano il volto e le mani, ella potesse essere
sempre quella miserabile creatura che era stata, capace di sopportare tutto il
male, incapace di farne. E in quel desiderio di soffrire senza vendicarsi, ella
ebbe come un approfondimento di anima, tanto che le parve di entrare nella
regione degli estremi distacchi.
Quando ella
tentò di rialzarsi da quella disperata preghiera, in cui tutta la sua infinita
bontà e la sua infinita debolezza muliebre si erano confuse, nell'abdicazione
della vendetta, ella non ebbe la forza di sollevarsi dall'umile giacitura, in
cui aveva ringraziato Iddio di non aver ucciso sua sorella. Uno sfinimento
succedeva alla violenza per cui ad Anna era parso, parlando con Laura, di
vivere dieci volte di collera, di gelosia, di amore, di disperazione, in una
vita sola; e nella mancanza di ogni forza, ormai, e di ogni volontà, ella
mormorava, quasi senza più intenderle, le sacre parole delle orazioni. A
stento, vincendo con un grave sforzo la vertigine che la faceva vacillare, ella
potette trascinarsi sino al suo letto, e giacervi distesa, con l'abbandono di
un corpo morto. Non trasaliva, non sussultava, tutte le sensazioni che avevano
fatto vibrare altamente il suo sangue e i suoi nervi, erano ormai spente: nella
profonda atonia di ogni fisica volontà, solo il pensiero vigilava, inguaribile
tortura. Ed ella, giacendo semiviva sul suo letto, chiusi gli occhi, pensava,
veramente, che sua sorella Laura l'aveva atterrata. Adesso riudiva nelle sue
orecchie tutto quel lungo e concitato dialogo, passante dalle lagrime all'ira,
dalla gelosia alla pietà fraterna; rivedeva quella scena, rivedeva il volto
bianco, bello e pure austero di sua sorella, e il sorriso cinico che ne
deturpava le purissime labbra, e la impassibilità di quella figura innanzi a
ogni emozione, di compassione, di paura, di vergogna: e sentiva che sua sorella
l'aveva atterrata. Anna era andata a lei, forte del suo diritto calpestato,
forte del suo amore offeso, forte per la malvagità del tradimento subito, e
avrebbe dovuto vedersi piegare innanzi, rossa di umiliazione, quella fronte
superba; avrebbe dovuto veder tremare quelle mani, chiedendo perdono a lei,
avrebbe dovuto udire dalla bocca della traditrice, la parola del pentimento e
del ravvedimento. E per uno strano mistero, per un mistero dolorosissimo, la
peccatrice non aveva avuto la punizione del suo peccato, essa aveva avuto
l'audacia di difendere il proprio peccato, essa aveva avuto il feroce coraggio
di non cedere, ferma nella sua infamia, invocando col suo altero contegno, una
lotta fraterna, una catastrofe. Anna intendeva che ogni sua frase, buona o
irosa, non aveva trovato nessuna eco di generosità o di affetto nel cuore di
sua sorella: Anna capiva che, dal principio alla fine, ella aveva sbagliato
tutto, anche questa volta, e non aveva saputo nè bene punire, nè bene
perdonare.
– Io non l'ho
uccisa: ed ella mi ha vinto – pensava ogni tanto, in preda a un disperato
pensiero.
Disperato
pensiero, poichè infine, la ragione del giusto e dell'onesto è unica, poichè
ella, Anna, era nella verità, nella giustizia e nell'onestà, amando suo marito
sino alla follia e volendo essere amata da Cesare; poichè Laura era fuori di
ogni legge umana e morale, amando un uomo non libero, amando il marito di sua
sorella, quasi un fratello: poichè, infine, lei, Anna, aveva ragione, innanzi a
Dio e innanzi alla coscienza degli uomini, innanzi a Cesare e innanzi a Laura,
ella aveva ragione, Anna, e se avesse punita l'infame, tutti i tribunali, umani
e divini, le avrebbero dovuto dare ragione. Il suo amore per Cesare era così
grande e sincero, e il peccato di Laura feriva così ogni legame di affetto e di
decoro, che Anna vedeva giganteggiare in sè il concetto del proprio diritto.
L'avesse uccisa quando ella rifiutava di dimenticare l'amore di Cesare, nessuno
avrebbe potuto, umanamente, darle torto.
– Eppure io
non l'ho uccisa ed ella mi ha vinto – pensava disperatamente.
Cercava la
bizzarra, ignota causa di questa immensa disfatta, la cercava, in preda alla
disperazione delle anime buone e giuste che vedono trionfare la malvagità e la
ingiustizia, e non trovava nulla, no, nulla, poichè non si capovolgono le sante
leggi della coscienza, non vi sono transazioni col peccato, poichè Anna
soltanto aveva ragione, secondo il cuore e secondo la legge. Nella prostrazione
delle sue forze, dentro di sè, rinasceva l'idea atroce della insopportabilità
di quel dolore, assai più forte di prima, quando ancora non aveva parlato con
Laura. Prima, ella aveva una idea, così tumultuaria del fatto ed era anche
tanta la sua stupefazione, che non aveva potuto giudicare l'entità dell'offesa,
non aveva potuto analizzare tutta la infamia del tradimento. Ma ora... in un
abbattimento del suo fisico, senza singhiozzi, senza lacrime, senza scoppii
d'ira, ella vedeva perchè il tradimento era insopportabile, ella
soffriva con una perfetta coscienza di quello che era la sua ferita, ella
sapeva la larghezza e l'inguaribilità della piaga.
Prima di parlare
con Laura, ella era nell'ebetismo di un colpo sul cervello, e, in fondo a
tutto, viveva anche una speranza: ma ora... ora il tradimento era veramente,
realmente atroce, insopportabile, poichè sarebbe durato, questa notte, domani,
sempre, senza rimedio, senza pietà per la tradita. Ah certo nel cuore di Laura
la passione aveva portato uno sconquasso, tanto da farle perdere ogni senso
fraterno, ogni gentilezza muliebre, ogni delicato pudore di fanciulla, tanto
che si era vista innanzi, implorante, la donna tradita, e il suo cuore non si
era infranto di tenerezza: certo in quell'anima di donna che non aveva mai nè
pianto, nè dubitato, nè sofferto, nè amato, la furiosa passione doveva
rumoreggiare, nel fragore della tempesta: certo in quel cuore chiuso, in quel
cuore freddo e scettico, la passione aveva fatto germogliare tutti i sentimenti
di orgoglio, di ambizione femminile, di vanità, tutta una volontà di vivere e
di trionfare contro la felicità e contro l'amore di tutti, lottando per la
propria passione.
– Vinta,
vinta, vinta – pensava Anna, avendo lo strazio incommensurabile degli esseri
perduti, a cui non isfugge più nessuna delle amarezze della loro perdita.
Una feroce
ingiustizia, dunque, si consumava, così, ed ella non aveva trovato, in se
stessa, la forza morale per reagire: per la terza volta, nella sua vita, quando
si era trattato di salvare la propria esistenza da una tragedia spirituale,
ella aveva ceduto, fragile canna che il vento della bufera abbatteva. Nella
fatale giornata di Pompei, adorando Giustino Morelli, e mentre egli l'amava con
tutte le sue forze, ella non aveva trovato tanta volontà da non farsi
abbandonare da lui, sola, perduta, semiviva, in una stanza d'albergo, avendo
tutte le apparenze della colpa: ed ella aveva ragione in quel giorno, perchè
amava, ed era innocente, ed era bella! Nella sera fatale di Sorrento, quando
Cesare Dias, glacialmente le aveva offerto il mefistofelico patto, per cui ella
rinunciava all'amore, alla dignità femminile, a ogni manifestazione di affetto,
a ogni diritto di donna e di moglie, in quella sera ella non aveva avuto tanta
volontà di vincere quel fascino, ella non aveva osato di respingere quel patto
di perversità e di corruzione, ella aveva detto di sì, ciecamente,
bestialmente, giuocando il suo avvenire e la vita: ed anche allora, essa era la
creatura più appassionata, più entusiasta, essa amava con un abbandono supremo,
ed aveva dalla sua la immensa ragione della passione – e a Sorrento come a
Pompei, ella era stata vinta, vinta da chi aveva torto, da Giustino Morelli che
non sapeva amare, da Cesare Dias che non voleva amare.
E in quella
notte terribile, per la terza volta, avendo dalla sua parte il più alto grido
della coscienza offesa, avendo per sè tutte le più pure forze dell'anima
violate, essendo una moglie innamorata e una sorella devota, tradita da suo
marito e da sua sorella, potendo vendicarsi senza timore di esser punita,
essendo nella ragione, infine, per la terza volta, ella non aveva indotta Laura
a pentirsi del peccato, a fuggire il peccato. A Napoli, come a Pompei, come a
Sorrento, ella era stata vinta da Giustino Morelli che non sapeva amare, da
Cesare Dias che non voleva amare, da Laura Acquaviva che non doveva amare.
Sempre, ella aveva avuto ragione, contro loro: ma, in verità, l'avevano vinta
sempre.
– Ma perchè,
ma perchè? – si chiedeva ella, nella desolazione di tanta sconfitta.
Non sapeva.
Tutto ciò era così contrario alla legge dell'amore e della vita, era così
contrario a ogni idea di rettitudine e di morale, era tale un crollo d'ogni
santo principio di equità, che ella non sapeva. Ella vedeva soltanto il fatto,
lucido, crudele, inesorabile, attraverso gli anni, le persone, le passioni: la
disfatta, sempre la disfatta per lei, che amava, che si dava, che chiedeva solo
l'amore. E sulla loggia di Sorrento, quando Cesare le aveva detto la parola
della felicità, non era stato quello suo un miserabile e vigliacco trionfo, una
vittoria pagata a prezzo delle più sublimi rinunzie? E a che serviva cercare le
cause dell'irreparabile fatto? Era così schiacciante nella sua monotonia questo
fatto terribile, era così veramente implacabile nella sua fissità, che ella
preferiva credere a una fatalità.
Era destino.
Una forza arcana combatteva contro lei, contro ogni suo sforzo di passione.
Nulla le sarebbe riescito, giammai, amando, anche in altri paesi, in altri
ambienti, con altre persone; ella portava in sè, avvinghiata alla propria vita,
quella fatalità; ella l'avrebbe trascinata dovunque, al glaciale polo, negli
ardenti tropici, fra la gente dal cuore frivolo, fra la gente dal cuore
profondo. Era destino che ella dovesse esser vinta. A che indagare? E il suo
abbattimento diventò simile a un torpore, come coloro che sulle altissime nevi,
circondati dai pericoli delle bufere, delle valanghe, dei precipizi, si
addormentano nel letale sonno che dà il ghiacciaio. Sarebbe inutile resistere
alla fatalità delle vette incommensurabili dove, se non vi uccide la tormenta,
vi ucciderà la caduta nell'abisso, o vi adagerete nel letargo mortale, mentre
l'altra neve candidissima viene ad adagiarsi su voi, e vi ricopre, e vi
soffoca. Anna aveva, adesso, il senso dell'ineluttabile. E nel suo segreto,
annullata ogni volontà, straziata sotto il peso dell'arcana forza, ella pregò,
perchè l'ultima parola le fosse detta; pregò con tanto ardore, invocò la
liberazione con tanta intima passione, che ne rimase estenuata.
E solo dopo
un'ora, macchinalmente, quasi obbedisse a una voce ch'ella sola udiva, si levò
dal letto.
– Cerchiamo
l'ultima parola – pensava.
Ogni tanto,
nelle sue mosse di statua che camminava, si fermava indecisa, quasi non
rammentasse più quel che doveva fare: poi si riaveva, d'un tratto, come se le
rotelline interiori di quel meccanismo ricominciassero a girare. Così, andò
prima a vedere che ora fosse: erano le quattro del mattino, la notte d'inverno
era altissima e fredda. Si fermò rammentandosi una notte d'inverno in cui era
andata, fra l'ombra e il freddo, sulla loggia di piazza Gerolomini a parlare
d'amore con Giustino Morelli. Quanti anni! Quattro anni, quaranta anni,
quattrocento anni, da allora, ma sempre perduto, l'amor suo e il suo dolore,
sempre. Automaticamente, andò presso la scrivanietta, si sedette, e appoggiata
la faccia alle mani, ebbe un lungo minuto di stordimento, non sapendo più che
cosa fosse venuta a fare, lì vicino. Poi prese un fogliettino di carta e vi
scrisse qualche parola, sopra: poi rileggendolo, le dispiacque, essa lacerò il
foglietto e lo buttò via. Finalmente, dopo avere scritti e lacerati altri due o
tre foglietti, ella versò dell'arena d'oro su queste linee:
«Cesare,
debbo dirti qualche cosa, subito: appena avrai lette queste parole, in
qualunque ora della notte, della mattina, vieni in camera mia – Anna».
Chiuse la
letterina in una busta e vi scrisse su l'indirizzo a suo marito. Uscì dalla sua
stanza nel corridoio e andò a quella di suo marito. Era chiusa a chiave, la
porta. Non si vedeva lume, attraverso le fessure: non si udiva rumore, là
dentro.
Si appoggiò
un minuto alla porta, sentendosi svenire. E pensò di nuovo: mentre cercava
riunire le scarse sue forze fisiche, e un'altra notte simile, in cui piena di
giovanile passione, con l'ardente impazienza dell'amore, ella era venuta nella
stanza dell'amor suo, qui, in questa stanza ad aspettarlo, col palpito della
felicità imminente: ed ella aveva consumate le ore lunghe, fremendo e
desolandosi in quell'infinita attesa, per vedere rientrare al mattino, sfinito,
esausto, quel simulacro d'uomo, che è un uomo al ritorno di una veglia di
giuoco o di amore. Anche quella notte, cominciata con le più balde speranze di
vittoria, era finita, per lei, con una disfatta.
– Ho sempre
perduto – pensava ancora con una desolazione che non aveva più confine, ma che
non poteva strapparle più nè una lacrima, nè un sospiro.
Adesso, egli
chiudeva addirittura quella porta contro lei, trattandola come una estranea,
quando, dieci ore prima, aveva lasciato tutte le porte aperte, per dire a sua
sorella che le voleva bene e per baciarla sulle labbra. Un fatto così
inesorabile, quella disfatta nelle piccole e nelle grandi cose, negli
struggimenti quotidiani, come nella catastrofe! Ma poichè ella doveva
inchinarsi a una forza ignota, poichè ella doveva sapere da altri, non da se
stessa, il motto decisivo del proprio destino, ella cavò dalla cintura il
bigliettino che aveva scritto a Cesare e piegandosi, lo passò sotto la fessura
della porta, spingendolo molto, perchè egli potesse vedere quel biancore, sul
tappeto.
–
Cesare deve dirmi l'ultima parola – pensò.
Ancora un
istante, spaurita da uno sgomento oscuro, all'idea che tutto, tutto era nelle
mani di Cesare, restò presso quella porta serrata, immagine di un cuore chiuso
per sempre: se ne staccò a forza, consumando le sue ultime, miserabili forze, a
ritornare nelle sue stanze. Ivi, ancora, rientrando, ebbe un altro ricordo, ma
questa volta vicinissimo, il ricordo della scena che aveva avuta, con sua
sorella, fra il pianto e le grida, fra le preghiere e le minacce: e in ultimo
non aveva ella tre volte scongiurata sua sorella, a non amar più suo marito? E
tre volte ella aveva risposto, ineluttabilmente, che non poteva, non poteva,
non poteva: lì dentro, due ore prima, non era un sogno, era un fatto, nella sua
implacabilità, nella sua ineluttabilità.
– L'ultima
parola – pensava Anna.
Si distese
sul letto, senz'aver potuto svestirsi del suo lungo abito, che la copriva come
una coltre funeraria. Cominciava per lei una veglia lunga, nel gelo, nella
solitudine, nella gran ruina di quel che aveva amato, mentre ancora alta, in
lei, ardeva la vampa immortale della sua passione. Ed ebbe come un desiderio
più profondo di desolazione, un desiderio più acuto di dissolvimento, anche
nell'ombra. Spense il lume: e le tenebre circondarono, col loro annientamento,
quel corpo di dolori, quell'anima agonizzante.
V.
Quante volte
aveva fissati gli ardenti occhi al balcone di cui aveva lasciato socchiuse le
imposte, aveva visto una fascia di luce scialba allungarsi nella stanza, una
luce bigia e triste che non si effondeva e che pareva quella di una lunghissima
e gelida alba, dove il sole non veniva a metter gaiezza. Era morto, dunque, il
sole? Anna si levò dal letto, d'un tratto solo, meravigliata di trovare le sue
forze fisiche ringagliardite da quelle ore, in cui ella aveva giaciuto,
vegliando nell'ombra: andò ad aprire il balcone, ansiosa del sole. Ma la
mattinata era bigia, nel cielo e nel mare: le nuvole lente si abbassavano sulla
collina di Posillipo, tingendosi del color del piombo e un grave vento
sciroccale soffiava. Parea che su tutto il paesaggio napoletano, il vento
fastidioso avesse cosparso della cenere. Nella piazza della Vittoria erano rari
i viandanti e laggiù, nei viali della Villa, si vedeva appena qualche solitario
passeggiatore. Tutto il mare sembrava una vastità di cenere morta. La palma del
giardino, in mezzo alla piazza, muoveva i suoi lunghi rami languenti, dalle
foglie morte nel freddo invernale. Anna si trasse indietro, subito. Le
bruciavano gli occhi, dalla insonnia: e intanto un peso di piombo le si
aggravava sulle palpebre: era il solo segnale della stanchezza, in lei. Passò
nel suo spogliatoio e immerse la faccia nell'acqua fredda, tenendovela,
sentendo il grande ristoro di quel fresco, sulla pelle, nel cervello. E
lentamente, senza quasi guardare, con una incertezza di movimenti da
sonnambula, ella pettinò i suoi lunghi capelli neri che non aveva mai affidati
alla mano di una cameriera, e li raccolse in una grossa treccia, sulla nuca,
passandovi dentro un grosso spillone d'oro, per reggerli meglio: e così, man
mano, si spogliò di quella veste di velluto nero, che ella aveva trascinato sul
suo povero corpo tormentato, per tutta una notte di dolori, e si vestì di un
abito di lana nera, tutto ricco di perline nere scintillanti, un abito per
uscire a piedi, di mattina. Voleva uscire, forse? Ella non ne sapeva nulla, non
pensando, non volendo niente. Si era vestita, così, per quel bisogno istintivo
femminile di occuparsi, in certe ore, della propria persona. Non sapeva se
sarebbe uscita o se sarebbe restata in casa. E quando andò a chiudere il
goletto del suo vestito nero, col suo ricco e grosso spillo, un trifoglio
formato da tre perle nere, un dono fattole pel suo matrimonio, da sua sorella
Laura, ne trovò una mancante, di perle. Il beneaugurante trifoglio era
deturpato: e il suo fascino era spezzato.
– Che
importano i trifogli e i fascini... – ella disse, fra sè.
E se fino a
quel momento ella non aveva pensato, bastò quella perla perduta e la sua triste
riflessione per ricondurla alla sua desolazione notturna. Fiaccata, come da un
colpo di martello sul capo, dovette sedersi. In quel momento suonavano le
undici al suo orologetto e si bussava discretamente alla porta. Ella non trovò
voce da rispondere, guardando con gli occhi stralunati quella porta, dove si
bussò per la seconda volta.
– Avanti –
ella disse, fiocamente.
Cesare entrò,
riposato nel volto, sereno, pronto anche lui per uscire, anzi portando il
cappello e la mazzettina di ebano in mano.
– Buon
giorno: esci? – le domandò, con la sua voce tranquilla.
– No... non
so – ella rispose, con un gesto vago. Di nuovo, come nella sera innanzi, tutti
i nervi di lei tremavano, guardando il nobile e consumato volto del traditore,
un volto così quieto e quasi ridente!
– Volevi
dirmi qualche cosa? – egli chiese, con un lievissimo corrugamento della fronte.
– ... sì.
– Son rientrato
tardi... e non ho voluto disturbarti – egli disse, prendendo una sigaretta e
chiedendole con gli occhi il permesso di accenderla.
– Non mi
avresti disturbata – ella soggiunse, con una certa fermezza.
– Non sarà
cosa di grande importanza, credo, – ribattè lui, ma senza dare nessuna
espressione alla sua voce.
– È cosa di
grande importanza, Cesare.
– Al solito –
egli disse, con un'ombra di sorriso.
– Ti giuro
sulla memoria di mia madre – gridò ella – che niente è più importante!
– Perdio! –
esclamò lui, ironicamente – atto terzo, scena quarta.
– Scena
ultima – diss'ella, sordamente, strappando qualche perlina del suo vestito e
frantumandola fra le dita.
– Meno male,
che siamo alla catastrofe: il dramma era lungo, cara – egli disse, battendo la
sua mazzettina di ebano sulla gamba.
– Abbreviamo,
Cesare. Ti debbo chiedere una grazia. Vuoi farmela?
– Chiedete, o
bella dama: e malgrado che ieri sera mi abbiate chiusa la vostra porta, eccomi
pronto.
– Che dici?
Voglio una grazia, Cesare.
– E chiedila,
dunque, che debbo uscire.
– Voglio fare
un viaggio di un anno, con te.
– Una seconda
luna di miele? Non si è mai visto.
– Un viaggio
di un anno, intendi? Mi porterai come un compagno, come un amico, come un
servo, per un anno, lontano di qui, lontano assai.
– Portando
con noi la sorella, la istitutrice, il cane, il gatto e tutto il serraglio
delle belve?
– Noi due,
soli – ella disse, recisamente.
– Ah! – disse
lui, senz'altro. Ma pensava.
– Che decidi?
– Ci penserò.
– No: devi
decidere subito.
– Quanta
fretta! Ci minaccia qualche epidemia?
– Decidi,
adesso.
– Decido di
no – egli disse, senz'altro.
– E perchè? –
chiese ella, di nuovo orribilmente pallida.
– Perchè, no.
– Dimmi la
ragione.
– Non ho
voglia di viaggiare.
– Ti è sempre
piaciuto.
– Adesso non più.
Sono stanco, sono vecchio, resto a casa mia.
– Io te ne
prego, andiamo via, lontani assai.
– Ma perchè
vuoi andare via?
– Ascolta,
non domandarmelo; e dimmi di sì.
– Perchè vuoi
andar via, Anna?
– Così:
voglio andare: fammi questa grazia.
– La signora
fugge qualche pericolo della sua virtù? Qualche amore infelice?
– È in
pericolo qualche cosa di più che la mia virtù: e io fuggo un amore infelice,
Cesare – disse ella, gravemente, chiudendo gli occhi.
– Cielo! E io
vorrei mettermi in queste tragiche complicazioni? No, Anna, no: io non mi
muovo.
– Per
qualunque preghiera io ti facessi, tu diresti sempre di no, è vero?
– Direi
sempre di no.
– Neanche se
io te lo chiedessi sul punto di morire?
– Per
fortuna, stai benone in salute – e la sogguardò, sorridendo un poco.
– Tutti
possiamo morire, da un minuto all'altro – ella disse, semplicemente. – Andiamo
via insieme, Cesare.
– Ti ho detto
di no: ed è no, Anna. Non cercare di piegarmi, sai che è inutile.
– Allora
fammi un'altra grazia. Questa, me la farai!
– Sentiamo.
– Andiamo a
stare soli, ai Gerolomini.
– In quella
brutta casa?
– Restiamo
qui, soli, allora.
– Soli, come?
– Noi soli,
noi due.
– Senza
Laura?
– Senza
Laura.
– Ah! – egli
fece, soltanto.
Ella lo guardava,
ansiosamente, e nei bruni occhi egli avrebbe dovuto leggere la dolorosa verità.
Ma egli non aveva la carità delle anime amorose, che risparmiano queste
amarissime confessioni: e forse gli piaceva, per misteriose ragioni, che Anna
le dicesse tutte.
– Sii leale –
riprese Cesare, con una nuova gravità nella voce. – Tu vuoi separarti da tua
sorella?
– Sì.
– E perchè?
Dimmi la ragione.
– Non posso
dirla. Voglio separarmi da Laura.
– Quando?
– Subito,
oggi stesso.
– Nientemeno!
Avete litigato? Farò io da paciere.
– Non credo –
ella disse, con un bizzarro sorriso.
– Se mi dici
la ragione della lite, io vi metto d'accordo.
– Ma perchè
tante domande e tante offerte? Io voglio separarmi da mia sorella, ecco tutto.
– E io, no –
ribattè lui, guardando glacialmente sua moglie negli occhi.
– Tu non vuoi
separarti da Laura? – ella gridò, sentendosi mancare sotto i piedi la terra.
– Non voglio,
affatto.
– E allora me
ne andrò io! – gridò ella, col cervello scombussolato dalle allucinazioni della
follia.
– Fa quel che
ti piace – egli rispose tranquillamente.
– Oh Madonna
mia! – ella disse, sottovoce, vacillando, mancandole ogni forza.
– Adesso
avremo lo svenimento – soggiunse Cesare, dominandola con lo sguardo imperioso,
col sorriso sarcastico. – E così finirà questa scena di stolta gelosia.
– E che
gelosia? Chi ti ha parlato di gelosia? – ella chiese, fieramente.
– Ti avverto
che non fai altro, da mezz'ora; ti avverto, che tu mi sembri avere smarrito
quel poco di senno che ti restava; e ti avverto, in ultimo, che io non mi
renderò ridicolo, per tua causa.
– Tu vuoi
restare con Laura? – ella domandò, con l'anima fissata su quella idea.
– Non io,
soltanto: anche tu. Di fronte al mondo e anche di fronte a noi, non possiamo
abbandonare questa fanciulla, che è affidata alla nostra protezione: sarebbe
uno scandalo e io non ti permetterò di farlo. Si soffrono mille morti, ma non
si fa uno scandalo. Hai capito?
Ella lo
guardò, trasecolata, sentendo che le fuggiva l'estrema speranza.
– E poi –
egli soggiunse – io non conosco la ragione, per cui tu non vuoi vivere più con
tua sorella. Essa è buona, è saggia, è seria, e non ti dà nessuna noia, tu non
hai diritto di farle rimprovero. Deve essere un tuo capriccio, il desiderio di
essere infelice che tu hai, sempre. A ogni modo, dunque, anche questo stupido
capriccio sarà soddisfatto, fra poco. Laura si mariterà presto...
– Tu speri
che Laura si mariti? – chiese ella, indagando.
– Lo spero,
vivamente.
– E ne
saresti contento?
–
Contentissimo – egli concluse, con un sorriso.
Ah nei bei giorni
della sua semplicità muliebre, quando il suo cuore non aveva avuto le atroci
rivelazioni del tradimento, ella non avrebbe inteso il valore di quella parola
e di quel sorriso; la sua anima, adesso, conosceva tutto l'umano fango. Ella
intese, immediatamente: ed ebbe un moto di ribrezzo. Egli sorrideva ancora,
alla propria idea, a una immagine, forse: e si arricciava il bel mustacchio
bruno. Anna perdette la testa.
– Tu sei,
dunque, più infame di Laura – ella disse, col viso sconvolto dalla collera e tremando
di commozione, poichè inveiva contro suo marito, per la prima volta.
Egli sorrise.
– È il
vocabolario di Otello – disse, con calma. – Ma tu lo sai, è dimostrato che
Otello era epilettico.
– E uccise
Desdemona – disse sordamente Anna.
– Ti pare che
io abbia la figura di Desdemona?
– Non tu, non
tu – ella soggiunse, trucemente.
– E chi
dunque? – domandò Cesare.
– Laura –
ella finì, tetramente.
– La tua
pazzia diventa pericolosa, Anna.
– Imminente,
invincibile pericolo, Cesare.
– Per
fortuna, che tu non fai tutte le cose che dici – egli conchiuse, sorridendo.
Ella strinse
una mano contro l'altra in un moto disperato.
– Questa
notte, Laura ha dovuto la sua vita a un miracolo.
– Ma che è
accaduto, qui? – egli esclamò, agitato infine, levandosi in piedi. – E dove è
Laura?
– Oh non
temere, non temere per lei. Non le ho fatto nulla. È viva. Sta bene: sta certo,
benissimo. Nessuna ruga turba la sua bellezza, nessuna preoccupazione turba il
suo spirito. Non temere. È una persona sacra: sacra per l'amor tuo. Senti,
Cesare, ella è stata qui, questa notte, chiusa con me, eravamo sole, e io aveva
su lei diritto di morte, datomi da Dio, datomi dagli uomini, e non l'ho uccisa!
Cesare era un
po' pallido, niente altro: era come il domatore di fronte alla leonessa inferocita,
di cui gli è sfuggita l'obbedienza: e che ha intraveduta la strage.
– E se è
lecito, parlando secondo la vostra fastidiosa rettorica, chi vi dava questo
diritto di morte? – egli chiese, lentamente, guardando il pomo della sua
mazzettina di ebano, e sottolineando il disdegnoso voi.
– Laura, mi
tradisce, amandoti.
– Nientemeno,
che Laura mi ama! Sono lieto di apprenderlo. Voi, lo sapete? Questo è un fatto
importante, per il mio amor proprio. Ne siete certa?
– Non ti
burlare di me, Cesare, tu non sai quello che fai, non sorridere così, non
spingermi agli estremi!
– Siete in
due, ad amarmi; poichè credo che voi mi amiate ancora, non è vero? Deve essere
un male di famiglia; e probabilmente, se mi adorate in due, io non ne ho colpa.
– Cesare,
Cesare!
– E pensare
che non ho fatto nulla per sedurvi, confessatelo.
– Tu mi
tradisci, Cesare, amando Laura.
– Ne siete
certa?
– Certa,
Cesare.
– Badiamo
che le cose certe sono poche, a questo mondo. Io m'interrogo, da qualche
minuto, per vedere se avessi nell'anima una delittuosa passione per Laura.
Forse sono pazzo di lei, senza saperlo: voi che siete una donna amorosa, lo
sapete. Abbiate la cortesia di spiegarmi, o passionale signora Dias, come io vi
tradisca, amando vostra sorella. Descrivetemi tutta la nerezza del mio
tradimento. Ditemi in che consiste la mia... infamia, non avete voi detto
infamia? Sono poco esperto, nel dizionario della passione.
– Oh Dio, oh
Dio – diceva Anna, col viso nascosto fra le mani, avendo orrore di quello che
udiva e della faccia di Cesare, fredda faccia implacabile nel sarcasmo, nel
disprezzo.
– Ah non
passeremo mica la nostra mattinata a invocare il Signore, la Madonna e i santi, spero.
Tutti costoro non si curano della tua follia, Anna, e fanno bene. Non dovrei
curarmene neppure io, e farei benissimo. Ma la tua rettorica diventa assai
nociva agli altri, e questo non è permesso. Vi prego, signora Dias, fate la
cortesia a vostro marito di precisare le vostre accuse; dimostrategli tutta
l'atrocità della sua condotta. Ecco, io piego le braccia, seduto su questa
sedia, che è il mio banco dei rei. Aspetto, soggiungendovi che avete consumata
molta della mia pazienza.
– Ma Laura
nulla t'ha detto?
– Nulla, mia
cara signora.
– E dove è?
– È andata a
messa, m'hanno detto.
– Così,
quietamente?
– Credete che
tutte le donne danzino convulsamente sulla corda del sentimento, signora Dias?
No: per fortuna degli uomini. La nostra cara e savia Minerva è andata a messa,
perchè oggi era domenica.
– Con
quell'orribile peccato sulla coscienza! Ma ella crede di poter mentire anche al
Signore? Ma dunque ella è anche una sacrilega?
– Vogliamo
recitare un dramma mistico, adesso? Cara signora, veggo che non avete nulla da
dirmi e vi saluto.
Fece per
uscire. Ella gli sbarrò il passo, decisa a dir tutto, decisa a udir tutto,
abbandonandosi anima e corpo alla bufera.
– Non te
n'andrai, Cesare. Non mi sfuggirai. Devi udire dalle mie labbra che tremano di
orrore, pronunziandole, le parole della vostra infamia. Le ripeto a te, oggi,
come le ho dette a Laura, questa notte: e vorrei che vi abbruciassero il cuore,
come hanno abbruciato il mio. Ah tu ridi, tu hai il coraggio di ridere; tu
scherzi, quasi ti trovassi a una frivola conversazione: tu osi burlarti della
mia collera! Tu vorresti esser lontano, io ti annoio, la mia voce ti dà
fastidio, e quel che ti dico, potrebbe forse far salire alle tue guance di uomo
corrotto l'ultimo rossore della vergogna, ma tu non te ne andrai, tu sei qui
inchiodato, tu devi darmi conto del tuo tradimento. Ah non sogghignare, non
sogghignare, questo non ti serve più a nulla, nessun sogghigno può farmi
deviare dalla mia strada: io non ti lascerò partire! Rammentati, Cesare, quello
che hai fatto ieri sera, rammentati e abbine la vergogna delle grandi infamie,
rammentati quanto è stato crudele, e colpevole, e atroce quello che è accaduto
ieri sera, fra te e mia sorella! Sotto i miei occhi, Cesare, e per lunghi
minuti, perchè nessun dubbio mi rimanesse, chissà mi fossi impazzita! Io ho
visto tutto, le mie orecchie hanno udito le tremende parole, e il rumore dei
baci, lungamente, perchè io non potessi dubitarne neppure un minuto secondo. Oh
che orribile cosa, per chi ama, il minuto che vi dà la prova del tradimento,
che capacità di dolore vi si apre nell'anima, che ignoravate! Oh che mi hai fatto
tu, Cesare, mentre ti adoravo, che mi ha fatto Laura, mia sorella!
E buttata
sulla sedia, ella si stringeva le tempia fra le mani, senza poter piangere,
senza poter singhiozzare, parlando con tale una voce che avrebbe commosso il
più duro cuore.
– Avete la
consuetudine di ascoltare alle porte? Non è di una perfetta educazione –
osservò Cesare, glacialmente.
Ella lo
guardò, perduta.
– Ma tu vuoi
farmi morire, dunque, Cesare? Ma come hai potuto dimenticare che ti amo, che ti
ho dato la mia gioventù, la mia bellezza, tutto il mio cuore, tutta la mia
anima, che ti adoro, in tutti i momenti, che tu solo hai il segreto della mia
esistenza? Hai dimenticato questo, tu hai dimenticato che Anna vive solo per
te, amor mio, lo hai dimenticato?
– Questi
sentimenti vi onorano, ma sono alquanto esagerati. Comprate un galateo e
leggete, che non si ascolta alle porte.
– Era mio
diritto di ascoltare, intendi? Difendo il mio bene, il mio amore, la mia
felicità: e il terribile spettacolo che ho visto ha distrutto, per sempre, ogni
mio bene.
– Hai visto
un così terribile spettacolo? – chiese egli sorridendo.
– Campassi
mille anni, nessuno me lo leverebbe dalla mente! Oh io morirò, morirò, per non
ricordarlo più!
– Tu soffri
di dilatazione cerebrale, mia cara. Non si trattava che di una qualunque,
naturale scenetta di innocente galanteria; una frivolezza, Anna.
– Laura ti ha
detto che ti voleva bene, io l'ho udito.
–
Naturalmente: le ragazze credono sempre di voler bene – disse lui, sorridendo.
– Ella ti ha baciato,
Cesare: io l'ho visto.
– E si sa: le
ragazze baciano facilmente, ciò non fa danno.
– Ella è
stata fra le tue braccia, Cesare, per tanto tempo che mi parve un secolo!
– Non è mica
un cattivo posto, voi lo sapete, signora Dias – rispose lui, sorridendo.
– Oh che
infamia, che infamia, Cesare, tu le hai detto di volerle bene e io l'ho udito!
– Si vuol
bene sempre, un poco, alla donna che si ha accanto. Non potevo mica dirle che
la odiavo, sarebbe stata una scortesia. Conosco il galateo, io, Anna. Almeno ve
ne è uno, in famiglia, che sa i precetti dell'educazione.
– Cesare, tu
l'hai baciata!
– Sfido a
fare diversamente. Tu non sei uomo, tu non capisci queste cose.
– Sulle
labbra, Cesare.
– È la mia
consuetudine: nè l'ho inventata io, questa consuetudine. È assai antica.
Probabilmente risale ad Adamo ed Eva.
– Ma è una
fanciulla, una fanciulla innocente, Cesare!
– Le ragazze
sono meno innocenti di prima, Anna. Ti assicuro che il mondo è assai cambiato.
– È mia
sorella, Cesare!
– Questo è un
fatto assolutamente senza importanza. La parentela non fa ostacolo: anzi!
Ella lo
fissò, con una espressione d'intenso disgusto.
– Tu, dunque,
Cesare – ella riprese – non hai neanche la grandezza della tua infamia. Almeno
lei, l'altra infame, Laura, ha impallidito, si è turbata, ha avuto dei fremiti
di passione e di terrore, nelle sue fibre. Tu, no. Tu sei qui, da un'ora,
imperturbabile, e sulla tua faccia di bronzo non soffia alito di emozione, la
tua voce non si muta: tu non hai nè paura, nè amore, nè vergogna: tu non ti
meravigli neppure. Quella, almeno, ha rabbrividito, ha gridato, è di casa
Acquaviva, quella! Dinanzi alla mia collera, dinanzi alla mia disperazione,
l'altra infame, la grande infame, non ha avuto, è vero, un minuto di pietà, un
minuto di tenerezza, ma la passione, almeno, rifulgeva nel suo duro animo, ma
ella aveva un sentimento, una forza, una volontà. Tu no. Potrei io qui piangere
tutte le mie lacrime, potresti vedermi contorcere nella più insopportabile
tortura, non avresti pietà di me: ma la tua durezza non viene dalla passione,
no, no, tu non hai in cuore che la glaciale indifferenza, tu sei la pietra
istessa sepolcrale. Almeno quella, la fanciulla, ha il coraggio, ha l'audacia,
ha la sfrontatezza della sua infamia, e dichiara che ti ama, che ti adora, che
non vuole lasciare d'amarti, che ti adorerà sempre; è mia sorella, ha al cuore
lo stesso cancro di cui, lei ed io, moriremo. Tu, no. Che amore! Che passione!
Neppure per sogno. Una scenetta di galanteria innocente, niente altro; mezz'ora
di divertimento amoroso, senza conseguenza. Ma che è, dunque, dire di voler
bene? Queste bugie si dicono a tutte le donne. Ma che è un bacio? Un fugace
contatto delle labbra, che si scorda subito. Tante volte si mente, dicendo di
voler bene! Tanti baci falsi si danno, durante un giorno e durante una notte!
Sciocchezze, frivolezze, robette da nulla; è una mala educazione spiarle, è una
esagerazione dire che sono una cosa infame, è una follia esserne gelosi. E il
peccato che hai commesso, così, discende dalla sfera di passione, dove doveva
trovare la scusa delle invincibili catastrofi spirituali, e tu lo riduci a una
quotidiana volgarità, a una laidezza mediocre, e mia sorella diventa una
volgare civetta, tu diventi un volgare insidiatore di virtù malferme, e io
divento una gelosa volgare, sbraitante la sua morbosa gelosia; tutto va nel
fango; l'amore colpevole di mia sorella, il tuo capriccio, e la mia
disperazione, tutto nel fango, fra le più nauseanti laidezze umane; dove non è
luce d'anima, dove non è grido di dolore, dove si perdono, senza dignità e
senza grandezza, i cuori e i sensi, dove l'uomo finisce e la bestia trionfa.
Sai che sei, tu, Cesare?
– Non lo so.
Ma se voi me lo favorite, vi sarò obbligato.
– Tu sei
veramente un uomo senza cuore e senza coscienza, un'anima senza grandezza e
senz'entusiasmo, una fibra esausta dai piaceri senza dignità e da capricci
morbosi: tu sei una rovina, nel cuore, nella mente, nei sensi, tu appartieni
alla grande classe degli uomini putrefatti, tu mi fai ribrezzo e pietà, intendi?
Io non lo sapevo, mio Dio, mio Dio, d'aver dato la mia mano a un cadavere di un
uomo tutto profumato di eliotropio, di aver unita la mia vita a una mummia di
gentiluomo, i cui sensi disfatti non potevano, no, esser lusingati dalla
vicinanza di una moglie giovane, bella e innamorata, ma dovevan insidiare la
persona che non s'insidia, che non si dovrà mai avere, mia sorella, la creatura
purissima, l'adorata figura di castità della mia casa! Ma hai tu amato un
giorno, mai, Cesare, Cesare, hai mai sentito la immensità della passione, mai
mai? Ma se tutto ha sempre taciuto, in te stesso, che essere maledetto sei tu
dunque, che ti sei fatto del tuo egoismo un idolo senza grandiosità! Ma che
creatura senza viscere, senza palpiti, senza impeti, sei tu, corrotto, pervertito,
depravato, sino a tradire tua moglie che ti adora, per sua sorella che non ami?
Ah tu sei vigliacco, un vigliacco, ecco quello che sei, vigliacco!
E gridava, si
torceva le mani, si batteva le tempia; disperata, girando per la stanza come la
pazza che si aggira nel suo casotto, ma non le usciva dagli occhi una lacrima,
ma non le spezzava un singhiozzo il petto. Egli non si era mosso dal suo posto;
inchiodato da quella voce, da quelle parole: ma niente si leggeva sulla sua
faccia impenetrabile, dove le appassionate ingiurie di sua moglie non
arrivavano a far salire un po' di sangue: non una contrazione di sopracciglia,
niente, niente. Quando Cesare vide che ella si era buttata sopra la lunga sedia
di riposo, sfinita di forze, ma con gli occhi sempre accesi di una collera
appassionata, ma con le labbra tremanti di commozione, egli le disse:
– Adesso che
mi avete favorito così amabilmente la mia definizione, permettete che io vi
faccia la vostra.
E il tono era
così gelido, la parola era così lenta, che Anna intese bene che egli le
preparava un tremendo insulto. E istintivamente, obbedendo alla sua cieca ira
d'amore, ripetette ancora:
– Tu sei un
vigliacco, ecco quello che sei, un vigliacco!
– Mia cara,
voi siete una seccatrice, ecco quello che siete.
– Che dici? –
chiese ella, non intendendo.
– Siete una
seccatrice, mia cara.
E veramente,
l'insulto era così atroce, per lei, che per la prima volta, in quella scena, le
si velarono gli occhi di lacrime, e un lamento le uscì dalle labbra violette,
simile a quelle di un bimbo morente. Ma non pianse ancora, sebbene avesse
inteso qualche cosa infrangersi per sempre, nel suo cuore.
– Non altro
che una seccatrice. Non adopero parole grosse, io: dico la verità, voi siete
una seccatrice.
Un altro lamento,
sommesso, uscì dal petto di Anna, un lamento d'insopportabile dolore fisico,
come se le dure sillabe della parola seccatrice le segassero, stridendo,
i vivi muscoli.
– Voi vi
lusingate di essere una donna a grandi passioni – egli riprese, dopo aver
guardato il suo orologio, con un lieve atto di meraviglia sull'ora trascorsa. –
No? Tanto peggio, vuol dire che agite d'istinto, che siete convinta di essere
una donna fatale, una donna dalle tragiche catastrofi, e che per soddisfare
questa convinzione, voi complicate, imbrogliate, impasticciate la vostra
esistenza, seccando a morte tutti quelli che vi circondano. Purchè possiate
fare della rettorica, piangere, singhiozzare, disperarvi, scrivere delle
lettere sconclusionate, avere la faccia verde e le labbra bige, secchereste il
Padre Eterno nel cielo!
Egli finse di
non vedere i supplichevoli occhi che, subito, caduta l'ira, gli chiedevano
pietà, e proseguì:
– Ricordatevi
tutte le incoerenze che avete commesse, da quattro o cinque anni a questa
parte, e le relative seccature avute da noi. Eravate una bella giovane, ricca,
con un bel nome: potevate sposare, magari volendogli bene, un gentiluomo della
vostra condizione, della vostra età: questa era la regola, è vero, sarebbe
stata nell'ordine, sareste stata felice, per quanto è possibile. Ma che,
felice, Anna Acquaviva, una eroina drammatica? Sarebbe stato un non senso: ed
ecco che v'immaginate di amare uno straccione, che non potete sposare.
Ella fece un
gesto, quasi a difendere Giustino Morelli.
– Lo amavate
veramente? Grazie del complimento: siete gentilissima, stamane. Passione,
contrasto della famiglia, dramma, fuga in Egitto, fortunatamente senza il
bambino... scusate la sconvenienza, ma mi è sfuggita. Morelli è onesto, Morelli
scappa via, poveretto, e la nostra eroina qua si procura la felicità di una
malattia mortale, e noi che eravamo stati seccati, Laura, tutti i parenti, io,
dalla fuga, siamo seccati dalla malattia. La lezione era stata dura, e
qualunque donna si sarebbe per sempre guarita, insieme con la purpurea, della
tentazione di fare il dramma – ma non Anna Acquaviva! Non importa che avesse
arrischiato la sua riputazione, il suo onore, non importa che si fosse fatto
giuoco del nome della sua famiglia; anzi, questo non faceva che eccitarle la
fantasia. Ed ecco che comincia il secondo romanzo, o il secondo dramma, o la
seconda tragedia, come vi esprimete voi, passionalmente, ed entra in campo, per
esser seccato a morte, il signor Cesare Dias.
– Oh Vergine
santa, aiutatemi – mormorava ella, a capo chino, stringendosi le tempia fra le
mani.
– Amore
drammatico, dicevamo, per Cesare Dias che è vecchio, che non ha mai fatto
passioni, che non ne vuol fare, che si annoia di questi fastidi spirituali: e
Anna Acquaviva si dà alla passione non corrisposta, uno dei più strazianti
fatti dell'anima – è una frase che ho letto in una vostra lettera. Strazio,
tortura, spasimo, disperazione, desolazione, amarezza, tutte queste parole,
sono adoperate da quella donna fatalizzata che è Anna Acquaviva, per dipingere
a se stessa e agli altri la sua vita, in modo da non aver seccature, di nessun
genere. Cesare Dias che è una persona comune, mediocre, niente altro che
mediocre, felice di questa mediocrità, ecco, senza volerlo, diventa un eroe,
senza volerlo! Egli è l'uomo del mistero, l'uomo che non vuole amare o che ama
altrove, l'uomo superiore, l'uomo vicino alle stelle e intanto, è trovata la
scusa per seccarlo...
– Ah Cesare,
Cesare, Cesare – ella diceva implorando compassione.
– Sciocco,
dovete aggiungere al nome di Cesare: e sarà questo l'aggettivo che più merito.
Solo uno sciocco – sono stato per mezz'ora – poteva cedere alle vostre
immaginazioni sentimentali e io fui quello sciocco. Ma vi lasciavate morire,
per completare la tragedia dell'amore non corrisposto...
– Ah perchè
non mi avete lasciato morire, allora! – ella disse, levando le braccia al
cielo, in un impeto di desolazione.
– Credo che
sarebbe stato bene per tutti quanti. Quale conforto, per voi, eroina cara,
morire consumata dalla passione! Gaspara Stampa, Properzia de' Rossi e altre
illustri gentildonne dell'antichità, di cui mi avete spesso favorito i nomi,
nelle vostre lettere, che avrebbero trovata un'emula. Sono sicuro che sareste
morta benedicendomi.
Reclinato il
capo, ella mise un profondo sospiro, come se morisse veramente.
– Invece di
lasciarvi morire, io ho fatto la solenne corbelleria di sposarvi: e vi giuro
che me ne sono pentito in tutti i minuti in questi due anni, dal minuto
seguente a quello in cui avevo fatto quella sciocca proposta. Eh... sono momenti
d'inesplicabile debolezza, li ha ogni uomo, e si pagano caramente. Bisogna
anche dire che perfino nel matrimonio, che non è poi una burletta sentimentale,
voi avete portato tali pretensioni di passione, di amore, di adorazione mutua,
che avete finito per seccarmi molto di più di quello che credevo...
– Ma che è
dunque il matrimonio per te? – ella gridò, cercando di rialzarsi dopo quei
colpi di frusta, che le avevano insanguinata l'anima, mortalmente.
– Un
contratto seccantissimo, quando si sposa una donna come voi...
– Avresti
preferito mia sorella? – ella chiese, esasperata.
Ma si pentì
subito di questa volgarità, a cui l'aveva spinta l'atroce dolore di morte che
la teneva. Egli la punì, subito.
– Sì, avrei
preferito vostra sorella. Non è seccante, affatto, anzi è una creatura molto
divertente per me.
– Ti amava da
prima, confessa lei; peccato che non te l'abbia detto: – esclamò ella, sentendo
bene come si avviliva parlando così.
– Un peccato:
l'avrei sposata, ve lo assicuro.
– Ah, va bene
– ella disse, con gli occhi perduti in un profondo pensiero.
Ma levando
gli occhi sopra suo marito, verso quella cara persona che adorava, in
quell'ora, sovra ogni cosa, il coraggio di Anna cadde, ella gli andò vicino,
gli prese le mani, gli disse:
– Ah Cesare,
Cesare, tu hai ragione, ma io ti amavo, ma io ti amavo, e tu mi hai
tradita con mia sorella!
– Signora
Dias, voi avete un'assai labile memoria – egli rispose, glacialmente,
sciogliendo le sue mani, da quelle convulse di sua moglie.
– Che dici? –
diss'ella, diventando livida, poichè sentiva venire l'ultimo, crudele colpo di
scudiscio.
– Dico che
dimenticate presto. Stiamo faccia a faccia, non potete mentire. Vi ho mai detto
che vi amavo?
– No, mai – ella
confessò, con gli occhi socchiusi, agonizzando a questa confessione.
– Vi ho
promesso di amarvi?
– No, mai.
– Ebbene,
secondo la legge dell'amore, io non vi ho tradita, cara Anna. Il mio cuore di
uomo innamorato non vi è mai appartenuto, dunque non vi è stato tolto. Io nulla
ho promesso: io nulla dovevo mantenere.
– È vero, tu
hai ragione, Cesare – ella disse, assaporando lentamente questa nuova, sapiente
amarezza che egli le distillava.
– Voi forse
mi parlerete della legge coniugale. Sissignora, il sindaco, unendoci, ha detto
che dobbiamo serbarci una reciproca fedeltà; secondo il sindaco, io vi avrei
tradito. Ma neanche questo è vero. Fate uno sforzo di memoria, Anna, e
ricordate i patti che io vi misi, quella sera a Sorrento, prima che commettessi
la grande corbelleria. Dissi che volevo essere assolutamente libero, come da
scapolo: voi accettaste il patto; è vero, o non è vero?
– È vero,
accettai il patto.
– Dissi che
voi non avreste mai avuto nessuna ingerenza nei miei affari di cuore; e voi
accettaste, ricordatevelo, Anna, voi accettaste, mentre mi amavate; è vero, o
non è vero?
– È vero –
ella disse, sentendo di cadere lentamente in un abisso.
– Dissi che
avessi anche amato altrove, voi non avreste avuto diritto di farmi rimprovero;
Anna, voi accettaste questo patto, dite la verità, lo accettaste.
– Sì, lo
accettai – ella disse, precipitata nell'estremo abisso morale.
– Vedete
bene, Anna, che nè secondo la legge dell'amore, nè secondo quella del
matrimonio, io vi ho tradita. E se avete coscienza, per parlare come voi
parlate, se avete lealtà, dovete convenire qui, con me, subito, che io non vi
ho tradita. Voi accettaste tutto il patto: io sono un uomo libero del mio cuore
e delle mie azioni, io non vi ho tradita. Convenitene.
– Cesare,
Cesare, sii umano, sii cristiano, non obbligarmi a dire questo!
– Le tragedie
sono una cosa e la verità è un'altra cosa, Anna. Mi preme di assodare che non
vi ho tradita, affatto, mia cara. Tutto quel che è potuto accadere iersera... o
in altra sera del passato, quel che potrà accadere... in altre sere
dell'avvenire... voi sola lo avete permesso. Convenitene, Anna.
– Non posso
dir questo, capisci? – ella gridò – Oh come hai ragione, sempre, tu, nella tua
vita: da che ti ho conosciuto fin oggi, come hai saputo metterti dalla parte
della ragione! Tu hai ragione nel tuo egoismo, nella tua perfidia, nella tua
perversità, nella tua paurosa corruzione, come hai avuto ragione, offrendomi
quel patto vergognoso che io non ho avuto onta di accettare e che tu mi
rinfacci tanto giustamente, tanto a proposito oggi! Ma io credeva che amare,
che adorare un uomo come ti ho amato, come ti ho adorato, credevo che fosse un
secreto mirabile per vincere: e ho perduto, perchè tu sei più forte, perchè
l'indifferenza è più forte dell'amore, perchè l'egoismo è più forte della
passione, perchè non vi ha generoso abbandono che vinca il calcolo raffinato
dell'uomo corrotto. Io ho torto, io sola, ne convengo, mentre io ti amo sino a
morire, mentre credevo che questo bastasse, mentre avevo nell'anima una divina
speranza di vincere, perchè amavo. Io ho torto, confesso, sì, confesso, io non
so nè amare, nè odiare, nè vincere: io sono null'altro che una seccatrice, che
un essere superfluo, noioso, è vero, è vero, ripetilo ancora!
– Se mi ci
forzate, lo farò – disse lui, spietatamente, offeso di nuovo da quel novello
impulso di collera.
– Hai
ragione, hai ragione sempre: io ho sbagliato tutto, io stessa mi sono buttata
in questa disperazione obbedendo alla folle inclinazione del mio cuore: io sono
fuggita di casa, io non ti dovevo amare e ti ho amato, io ti ho amato e ti ho
seccato, e vedi, io stessa, con la mia stessa volontà, in una notte fatale, ti
ho permesso il tradimento. Senti, tu sei l'uomo più freddamente vizioso che io
conosca, tu sei senza la nobiltà di un pensiero senza la bontà di un
sentimento, tu mi fai ribrezzo; tu hai commesso, sotto il tetto dove tua moglie
alberga, un peccato orribile, che farebbe fremere di disgusto gli uomini più
rotti alla vita – e io non posso punirti, perchè ho consentito a ciò, perchè io
ho umiliato la dignità del mio amore innanzi a te, perchè io sono, veramente,
una creatura vigliacca e infame. Vedi, come ti do ragione. Tu hai peccato, ma
verso me sei innocente; io sono infame e vigliacca, perchè dovevo morire e non
accettare il patto del tradimento. Perdonami se ti ho chiamato infame, chiederò
perdono, anche a Laura: nessuna creatura umana si è macchiata di una infamia
simile alla mia, perdonami!
Egli, forse,
sentì in quelle parole la confusione della follia, vide il lampo della follia
in quegli occhi: ma non s'intenerì! Era una donna che gli aveva fatto
commettere una corbelleria, che lo aveva seccato, che assai più lo voleva
seccare, adesso, e in avvenire. Egli non s'intenerì. In fondo, era soddisfatto
di aver debellato la sua avversaria, in quella lotta, dove ella aveva tutti i
punti per vincere. Non s'intenerì. E pensò che era tempo di andar via.
– Addio, Anna
– disse, levandosi.
– Non te ne
andare, non te ne andare! – esclamò ella, slanciandosi verso lui follemente.
– Credi che
questo duetto sia piacevole? – chiese Cesare, infilandosi i guanti. – Del
resto, ci siamo detto tutto. M'immagino che tu non abbia altre ingiurie da
favorirmi!
– Tu mi odii,
è vero? – ella gli domandò, interrogandolo con gli occhi folli.
– Io non ti
odio affatto – egli concluse, con tale glacialità che ella rabbrividì, nella
sua follia.
– Non
andartene, non andartene – ella mormorò, macchinalmente. – Io debbo dirti una
cosa assai grave...
– Addio, Anna
– egli ripetette, avviandosi alla porta.
– Cesare, se
te ne vai, io commetto qualche infamia! – ella gridò convulsamente, con le mani
nei capelli.
– Tu ne sei
incapace; per essere infame, bisogna aver talento: e tu sei una sciocca – egli
disse, sogghignando ironicamente, schiaffeggiandola con quell'aggettivo.
– Cesare, se
te ne vai io muoio! – La voce si strangolava, le labbra s'irrigidivano.
– Va là, che
non muori! Per morire ci vuole troppo coraggio – egli finì, aprendo la porta e
uscendo.
Ella corse sino
alla soglia. Cesare si era già allontanato, ella udì chiudere la porta di casa.
Così, ella stette in piedi, tre o quattro minuti sulla soglia, senza pensare
più, senza sentire più nulla. Non faceva un passo, temendo istintivamente di
crollare al suolo. Restò così, quasi facesse allontanare, a poco a poco,
l'impressione di un dolore tutto fisico, nel capo che le si abbandonava sul
petto. Poi, macchinalmente, sedato il male fisico, ella rientrò nella sua
stanza e si appressò allo specchio, dove con una lenta cura, rialzò i suoi
capelli sulla nuca, in un grosso nodo, mentre prima, nella sua convulsione, si
erano disciolti: ricercò e trovò per terra lo spillone d'oro, e lo passò nel
nodo dei capelli. Aveva ripreso quella rigida esattezza dei movimenti che aveva,
nella mattina, prima del colloquio con Cesare. Quasi fosse una bella ed
elegante signora decisa a farsi ammirare, nella passeggiata che va a fare, ella
mise un leggiadro cappellino di velluto nero, tutto ricamato di giaietto nero,
con una veletta nera, che le scendeva sino alle labbra, quasi lieve ombra: e
infilò una giacchetta di lontra, tutta esoticamente profumata. Non dimenticò
nulla, con una precisione di dama squisita: il fazzoletto era ficcato nel
manicotto di lontra, il portabiglietti di vecchio avorio giapponese scolpito,
era stretto in una mano: ella cercò ancora, se qualcosa le mancasse per compire
la sua passeggiata. Così, automaticamente, girò ancora due volte per la stanza,
aprendo o richiudendo quietamente i cassetti, guardando fra le sue carte e i
suoi libri, fissando le pareti, quasi volesse ricordarsi. Poi, si risolvette ad
uscire dalla sua stanza, e dopo avere dato un'altra occhiata intorno intorno,
ne richiuse la porta pian piano.
Passò davanti
alla stanza di suo marito e vi entrò; giusto, in quel momento, il cameriere di
Dias finiva di metterla in ordine: appena vide la padrona, salutò ed uscì. Ella
restò sola, in quella vasta camera, tutta brunastra, tutta austera, tutta
tetra, in quella luce bigia dello sciroccale giorno d'inverno: e, per un minuto
secondo, ebbe sulla faccia un'espressione di terrore infantile: ma fu una
contrazione fugacissima. Fatta di nuovo sicura, tranquilla, ella andò alla
scrivania di suo marito e come se volesse scrivere qualche cosa, si sedette nel
gran seggiolone. Ma dopo aver pensato un poco, non scrisse nulla: tirò un
cassetto che era sempre aperto, ne prese qualche cosa che nascose in tasca
subito. Dopo, si levò, la bella manina guantata di capretto nero raggiunse
l'altra manina, nel profumato manicotto, ed ella se ne andò, col suo solito
passo, senza voltarsi indietro più. La cameriera, i servi, la salutarono al suo
passaggio ed ella rispose, chinando il capo. Discese le scale piano, senza
voltarsi indietro, più. Quando fu in piazza della Vittoria le batterono le
palpebre, in quella fastidiosa luce triste, piovuta dalle nuvole, dietro le
quali si nascondeva il sole: non passava quasi nessuno: solo ogni cinque
minuti, laggiù, sbucava il tram, dal rumore sordo. Ella attraversò la
piazza ed entrò nella Villa, camminando col suo passo solito, col piccolo
strascico della nera veste di lana che si trasportava, frusciando, qualche
foglia secca. Ogni tanto, nel gran viale di sinistra ella incontrava qualche
raro passeggiante, in quella giornata così melanconica: attraversò gli alberi,
ella guardava il cielo, spesso con un'espressione d'inquietudine, come se
temesse la pioggia, qua e là le nuvole si addensavano, si facevano più oscure:
e dovunque era una tinta di cenere sulle colline e sulle case, sulle vie e sul mare,
quasi che per molti giorni, sul paesaggio tutto verde, tutto vivido di colori,
tutto fiorito, fosse piovuta la cenere che copre, che affoga, che distrugge il
verde e i fiori, e la beltà delle cose. Presso la fontana delle anitre, dei
bimbi garrivano, ed ella si fermò un istante a guardarli. Gli occhi le si
velarono di lacrime, udendo quelle liete voci, ma le lacrime non sgorgarono ed
ella tirò innanzi, tutta raccolta nella sua nera vesta, nella sua giacchetta di
pelliccia, con gli occhi bassi dietro la veletta nera, con le mani strette nel
manicottino. Anna camminava, camminava, senza stancarsi e attraversò due volte la Villa, in su e giù, come una
creatura che ha bisogno di quel moto per regolarizzare i suoi pensieri, per
fiaccare le sue forze.
Poi, alla
terza volta, quando fu arrivata a quella parte della Villa che si chiama il
boschetto, dove i grandi viali laterali si spezzano in otto o dieci sentieri,
ella guardò il piccolissimo orologio, che era graziosamente incastrato
nell'angolo del suo portabiglietti. Prese un sentieretto e andò a sedersi sopra
un banco di legno rustico, che è in mezzo a una rotonda, tutta chiusa da grandi
alberi. Non vi era un'anima, non si udiva nè una voce, nè un passo di uomo: non
un gorgheggio di uccelletti sui grandi alberi. La rotonda era come segregata
dal mondo e la luce vi cadeva anche più fioca, attraverso gli alberi. Il
terreno era umido, giallastro, coperto di foglie morte, alcune rossastre,
alcune brune. Anna scacciava da sè, con la punta del piede, certi piccolissimi
sassolini: e ancora guardò il cielo, diventato tutto plumbeo. Un silenzio
profondo era intorno. I bimbi che erano alla fontana, forse erano andati via,
paurosi della pioggia, annoiati forse da quella solitudine: un silenzio eterno.
Ella fissò gli occhi sulle sfere dell'orologetto, minutissime, sottili come le
zampette di un ragno e camminanti in giro, a distruggere il tempo; vi tenne gli
occhi fissi alacremente, con le labbra un po' schiuse, quasi dicesse tra sè
misteriosi numeri: e non poteva udire il tic-tac dell'orologio, era un rumore
impercettibile. Ella stessa, forse, contava i minuti secondi, nella sua mente,
tenendo sollevato il portabiglietti presso gli occhi, quasi leggesse lì dentro
una storia lunga e sconosciuta: l'altra mano giaceva in grembo, nel manicotto.
A un tratto, ella abbassò il portabiglietti e mise la mano in tasca, cercandovi
quello che vi aveva nascosto.
Ma la piccola
mano guantata non prese nulla dalla tasca: ne uscì vuota, per ficcarsi quasi
freddolosamente nel manicotto. Anna si levò di scatto risolutamente, e venne
fuori del boschetto, mettendosi pel gran viale di mezzo. Erano le due precise.
L'aria si era fatta più bigia, più triste, come se già imbrunisse: una nuvola
nerastra, molto bassa si appesantiva sulla collina di San Martino. Anna se ne
andava dalla Villa, senza voltarsi indietro. Ora non vi s'incontrava più
nessuno: il soffio umido dello scirocco aveva qualche cosa di desolante. Ma
ella continuava la sua via, con un passo deciso: quando fu verso piazza
Vittoria, invece di attraversarla direttamente, ella piegò a dritta e prese il
marciapiede di via Caracciolo, verso il mare che pareva immobile, sotto una
crosta di cenere. Guardò, di lontano, le finestre e i balconi della sua casa.
Quelli della stanza di Cesare erano chiusi, come ella li aveva lasciati: il
balcone della sua stanza era spalancato; un vuoto nero, di lontano, questo le
parve: un buco profondo e pauroso. Un lieve brivido le corse per la pelle ed
ella fissò gli occhi sul mare, mentre si allontanava verso il Chiatamone: ma il
mare, anche, aveva qualche cosa di funerario, nel riflesso del funebre colore
del cielo. La guardia doganale che passeggiava sul marciapiede, presso quel
triste monumento dei morti a Mentana, di cui si erge sul mare solo il bianco
pedestallo marmoreo, guardò questa solitaria viandante, che sfiorava il muro,
con lo sguardo vagante sul lugubre mare. E con una precisione di movimenti
automatica, arrivata alla seconda traversa Partenope, Anna si volse, e lasciato
il marciapiede, risalì dalla nuova grande via del Chiatamone, alla piccola
vecchia via, diventata con le nuove costruzioni, stretta, affogata,
malinconica. I bei palazzi nuovi della via Chiatamone hanno le loro porte alle
spalle sulla vecchia strada: e così aveva anche la sua porta stretta e lunga,
di bronzo scolpito, la palazzina Rey, fatta di due soli piani senz'altri
inquilini che il bel Luigi Caracciolo. A questa porta bizzarra, come tutta
l'architettura della palazzina, si accedeva da due scalini: e su questi
scalini, prima di bussare, Anna si fermò un minuto. Una contrazione le
attraversò il pallido volto, che sino allora era restato senza nessuna
espressione: uno strazio indescrivibile ne scompose tutte le linee, e quella
faccia umana parve già disfatta nella angosciosa smorfia della agonia. Ma
risolutamente, la piccola mano guantata sollevò l'anello di bronzo che serviva
da martello, e un colpo risuonò nel vuoto della scala: ella aveva appoggiata la
fronte al freddo metallo della porta, non reggendosi più. Subito, uno dei
battenti si schiuse, ella ascese gli scalini di marmo rosa della breve scala,
udendo risuonare dietro a sè la porta che si richiudeva. Luigi Caracciolo era
in alto sulle scale: e malgrado la sua forza d'anima, la sua sorpresa fu così
profonda, che fu un uomo smorto, dalle mani tremanti che accolse quella smorta
donna, dalle tremanti mani. Non dissero nulla. Egli aveva preso delicatamente
la piccola mano guantata e se l'era passata sotto il braccio; ella si
appoggiava poco, e aveva gli occhi bassi.
Così
attraversarono due anticamere adornate bizzarramente di arazzi medioevali, di
armi antiche e moderne, e di certi grandi vasi porcellana di Delft donde
sorgevano delle palme verdi, che salivano sino al soffitto, e un salottino da
fumare, assai stranamente mobiliato in quei leggeri e leggiadri legni rustici
scolpiti, svizzeri, fragile arte di artefici della montagna. Le stanze
attraversate erano in penombra, poichè sui cristalli delle finestre, oltre le
doppie, profonde portiere, scendevano delle tendinette di raso giallo: ma il
gran salotto dove Luigi Caracciolo si era fermato, con Anna, aveva le imposte
sbarrate, come se fosse notte e vi ardevano due grandi lampade arabe, dai
cristalli verdi nei delicati intagli di ferro.
Questo
salotto era tutto coperto, sulle mura e sul soffitto, da quei tappeti di
Kharaman di un rosso introvabile in Europa, tanto è cupo e intenso, e le cui
fasce hanno una così esotica riunione di tinte orientali. Questi tappeti,
lunghi e stretti, rialzati da grossi cordoni, formavano cupola, formavano tenda,
e sul loro fondo uniforme, tutte le squisite bellezze dell'arte antica
italiana, nei suoi mobili, nelle sue statue, nei suoi quadri, tutte le
singolarità dell'arte orientale, tutte le squisite stranezze dell'arte, nei
paesi del Sol Levante, bronzi, porcellane ed avorii, tutta la nobile bellezza
delle cose belle e nobili, rifulgeva misteriosamente.
E quella
notte improvvisa, in pieno giorno, e quel sottile profumo che veniva dai
bellissimi fiori, sparsi per tutto il gran salotto, grandi rose fuori stagione,
di una ricchezza stravagante di petali, e fasci di candide, inebbrianti
cardenie, e fini steli di mughetti raccolti nella conca verde di una foglia, e
quel silenzio di Caracciolo che la fissava, estatico, fecero vacillare Anna,
che dovette sedersi in una gran poltrona; ella restò così, a occhi bassi, così
pallida dietro la veletta, come Caracciolo non l'aveva vista giammai. Egli
rimase in piedi, ancora tutto pieno di meraviglia: e gli occhi suoi carezzavano
quello smorto volto, teneramente, appassionatamente. La medesima emozione che
era in tutta la persona di Anna, nei suoi occhi vaganti che sembravano sfuggire
quelli di Luigi Caracciolo, nelle labbra schiuse, stirate in un convulso
sorriso, nella testa un po' abbassata, lo stesso tremore di quella persona che
egli indovinava, lo turbavano, come giammai in presenza di nessun'altra donna e
per l'emozione di nessun'altra donna.
E non le
aveva ancora detto nulla, egli stesso vinto dalla commozione, temendo di
disturbare, con una parola troppo volgare, o frivola, o vanitosa, la profonda
intimità passionale di quell'incontro. Andò a un tavolino e da un esile vaso di
Murano, madreperlaceo, iridato, prese un fascio di nivee rose dal cuore roseo,
fini rose dal profumo quasi inafferrabile, e le diede ad Anna, mettendogliele
sulle ginocchia. Ella levò gli occhi e lo guardò: poi sollevò il fascio di rose
al viso e vi nascose la faccia. Caracciolo lesse tale spasimo in quello
sguardo, tale spasimo in quel gesto, che non seppe dire altro, a bassa voce:
– Cara Anna,
caro amor mio...
Udendosi
chiamare per nome, così, un po' di sangue salì a colorarle le guance smorte:
poi, ad un tratto, odorando un'altra volta le rose bianche, ricercandone
avidamente il profumo introvabile, la visione di quelle altre rose
bianche le riapparve, e la fatalità di quel tradimento di cui ella moriva,
quella fatalità che si ripresentava, nella medesima forma di beltà e di
profumo, come un'infamia allora, come un'infamia adesso, le impresse uno
spavento tale, tale un novello strazio di agonia, che egli ne fu sconvolto. Le
si sedette accanto, sopra uno sgabello arabo, le prese la piccola mano guantata
che si abbandonò fra le sue, inerte, le carezzò teneramente quella piccola
mano, e con la sua voce più dolce, velata da una infinita tenerezza, le domandò:
– Che avete?
Ditemelo, Anna cara...
– Non mi
parlate così – ella disse, con uno sforzo, quasi avesse riunito, per parlare,
tutto il suo coraggio.
– Vi offendo,
Anna? Non credo di offendervi, non posso offendervi, io, che ho per voi la
tenerezza più profonda, una devozione invincibile...
E le aveva
preso anche l'altra piccola mano guantata, tenendola fra le sue, parlandole
assai da vicino, ma con una intonazione così umilmente affettuosa, così
dolcemente carezzevole, che ella non poteva ancora scorgervi nè l'impeto
dell'amore, nè il tumulto della passione, che egli reprimeva nel cuore. E la
parola d'amore ancora non era comparsa in quelle morbidissime frasi che egli le
veniva mormorando, sottovoce, continuamente, simili a un'onda di tenerezza che
avvolge, che avvolge e addormenta, con il suo dolcissimo fluttuare.
– È oscuro,
qui – ella disse, a un tratto, con un movimento di pena.
– La giornata
è così triste, fuori – egli mormorò. – E vi ho aspettata tante ore, Anna,
invano...
– Sono
venuta, vedete – ella rispose. E per quanti sforzi facesse, in quella sua
agonia, non le riescì di sorridere.
– Grazie di
esservi rammentata del vostro fedel servo – e delicatamente le baciò la piccola
mano guantata, due o tre volte: brevi baci lievi lievi, che aveano la tenuità
di un soffio; ma era inerte, sempre, la piccola mano.
– Perchè non
aprite un poco? – ella chiese, parendole già di essere entrata in una tomba.
A lui doleva
staccarsi da lei, lasciare quella manina senza vita che si dava alle sue, come
abbandonata. Ma si levò, sebbene a malincuore, e schiuse le imposte dei due
balconi; una tristissima luce del color della cenere entrò nella stanza. Anche
Anna si era levata ed era venuta a mettersi dietro i cristalli, guardando quel
mare morto, quel cielo morto, quella morta via del Chiatamone.
– Anna, Anna,
venite via, potrebbero vedervi...
– Non importa
– ella disse.
– Non posso
permettere che vi compromettiate, Anna, vi voglio troppo bene...
– Sono venuta
per compromettermi – ella disse, profondamente. E per la prima volta i suoi
smorti occhi, su cui parea fosse passato un fiume di lacrime e li avesse
appannati, fiammeggiarono di passione.
– Mi amate
dunque un pochino? – egli le chiese, cercando di attirarla lontano dal balcone.
Ella non
rispose: si sedette nel seggiolone, di nuovo, con le mani incrociate in grembo,
in posa, in attenzione.
– Ditemi se
mi amate un poco, Anna – e domandandoglielo, era seduto così basso innanzi a
lei, che quasi parea genuflesso.
– Non vi amo –
ella proclamò, con voce limpida, guardando il cielo della stanza, con una
disperazione che parea passione.
– Cara Anna,
cara Anna... – egli mormorò, con la carezzevole voce e non potendo distogliere
lo sguardo inebbriato da quel volto pallido e da quegli occhi profondi – come
posso credervi... se siete qui... ditemelo, sono tre anni che aspetto questa
parola; cara Anna, dolce Anna, voi sapete che vi adoro, da tanto tempo… Anna,
Anna...
– Tutto quel
che deve accadere, accade – ella disse, monotonamente.
–
Anna, ti scongiuro, dimmi se mi vuoi bene...
Udendosi dare
del tu, ella ebbe un fremito di orrore; ma si vinse, ancora.
– Mi vuoi
bene?
– Non so...
non so nulla... – ella rispose, smarrita.
– Cara,
cara... – mormorò ancora lui, tremando di speranza, in un immenso trasporto
dell'amore.
E
sollevandosi dolcemente sino a lei, la baciò con timidezza, sfiorandole appena
la guancia. Ah, che un grido di dolore sgorgò dal petto ad Anna Acquaviva, ed
ella si levò, in preda allo sdegno, all'orrore, al terrore, tentando uscire.
– No, per
carità, perdonami, non andartene ora, Anna. Anna, perdonami, se ti ho offesa,
io ti amo tanto, se te ne vai ora, mi fai morire...
– Non si
muore per così poco – ella disse, abbassando le palpebre, non dando segno di
aver perdonato.
– L'amore fa
morire – disse Caracciolo con la sua dolce voce lusingatrice, con un sorriso
malinconico e voluttuoso.
– Già: ma ci
vuole coraggio, per morire.
– Non
parliamo di queste lugubri cose, più, amor mio, esse ti contristano; la tua
bella faccia adorata, ecco, è sconvolta: dimmi che mi perdoni; è vero, che mi
perdoni?...
– Vi perdono
– ella rispose, così.
– Io non ti
credo – egli soggiunse, con infinita tristezza. – Tu non mi perdoni: e ne ami
un altro...
– No, no,
nessun altro.
– E Cesare?
Ma appena le
tre sillabe del fatale nome furono pronunciateate, egli si accorse dell'errore.
Gli occhi di lei fiammeggiarono, nuovamente, di corruccio, di passione: ella
tremò tutta, in una convulsione di tutti i nervi, ed egli capì bene che adorava
quella donna, se aveva potuto commettere il fallo di nominare il marito, nel
primo colloquio d'amore.
– Sentite –
ella proruppe, affannando – se avete cuore, se avete pietà, se volete che io
ancora resti qui con voi, non lo nominate più... non lo nominate...
– Hai ragione
– egli rispose. E con la mala tortura dell'amore, egli soggiunse: – Eppure tu
lo hai amato... tu lo ami sempre...
– No –
diss'ella, sordamente – non amo più nessuno.
– E perchè
non m'hai voluto, quando t'ho chiesta?
– Così.
– Perchè hai
sposato quel vecchio?
– Così.
– Ed ora
perchè gli vuoi bene? – egli disse, tendendole un tranello spirituale – perchè
gli vuoi bene?
– Non so –
ella disse, cadendo nel tranello.
– Vedi bene,
che lo ami veramente! – egli gridò desolato.
– Oh Dio, oh Dio!
– fece ella, non reggendo a quello strazio di agonia.
– Oh sono uno
sciocco, perdonami, perdonami, ma che vuoi, ho perduto la testa, ti amo, e sono
disperato, ho bisogno di sapere, tu lo amerai sempre, è vero?...
– Fino alla
morte – diss'ella, con un accento strano, fissandolo negli occhi, stranamente.
– Ripeti.
– Fino alla
morte – ella ripetette, con la sua bizzarra intonazione.
Tacquero. Un
silenzio grave. Luigi Caracciolo le passò un braccio intorno alla cintura e
l'attirò a sè, con un moto assai lento. Ella, fissando il vuoto, con gli occhi
stralunati, non si accorgeva, adesso, di essere nelle braccia di lui, non
sentiva i baci lievissimi che egli le metteva sui capelli, sul bianco collo
profumato, sul roseo orecchio che la veletta nera non copriva. Anna era così
assorta in una desolata contemplazione, così già distaccata da tutte le cose
umane, che quei crescenti baci che giungevano dai capelli, dal collo alla
faccia, agli occhi, alle labbra, non la facean più fremere. Ma sentì, ad un
tratto, la possente stretta di quelle amorose braccia che la stringevano al
petto, con la suprema passione giovanile delle fibre esaltate: ma udì, a un
tratto, la voce di Luigi Caracciolo non più tenera, non più carezzevole, ma
fervida della tumultuosa passione umana, dirle le confuse parole che l'uomo
balbetta nel delirio di tutte le sue facoltà, della vibrazione di tutti i suoi
nervi. Minutamente, guardandolo coi fiammeggianti occhi quasi per vincerlo,
ella cercò di sciogliersi da quella stretta; ma troppo egli l'amava, troppo era
giovane e innamorato, per lasciarsi sfuggire dalle braccia il suo caro tesoro.
Eran soli, in quell'ambiente creato per l'amore, senza ostacoli, senza paura,
ed egli era un uomo, infine, e non voleva lasciare fuggire quell'ora, non
voleva. Egli la tenea fra le braccia, stretta al suo petto, dicendole
confusamente che l'adorava, che era la sua cara signora, la sua cara donna
adorata, adorata, baciandola negli occhi, sulle labbra, mentre ella tentava di
svincolarsi, in preda all'ultima, orribile disperazione.
– Lasciatemi
– ella disse, fremendo, cercando sciogliere il vincolo delle amorose braccia.
– Anna, Anna,
ti voglio tanto bene, da tanto tempo... – ripeteva la calda, ardente voce dì
Luigi.
– Lasciatemi,
lasciatemi – ella pregò, sgomenta, presa da un terrore pazzo.
– Tu sei la
mia adorata, l'adorata sovra tutte le cose...
– Lasciatemi,
voi mi fate orrore – ella gridò, avendo veramente tale orrore nella voce e
nella faccia, che egli la lasciò, subito, diventato di gelo.
No, non era
civetteria di donna che vuole ritardare la sua caduta: non era soltanto la
ribellione del pudore muliebre: era qualche cosa di più profondo, di più forte
che aveva ispirato quello straziante grido di orrore. Se ne intendeva di
resistenza femminile, Luigi Caracciolo: sapeva le false, le provvisorie, le
preconcette, tutte le resistenze passeggere, fugaci, ma sapeva le vere, quali
erano, come erano, le vere, le invincibili. Così era la resistenza di Anna:
vera, invincibile. Ella era restata in piedi, presso il tavolino, rimettendo la
sua veletta caduta; Luigi la guardava, sentendo quale abisso era fra loro,
sebbene ella fosse venuta colà. E per quanto il suo cuore di giovane felice ma
innamorato poteva soffrire, egli soffriva. Era pallido, adesso: si sentiva
ridicolo, grottesco, innanzi a quella donna che lo aveva visto delirare di
passione e che non aveva voluto saperne di lui.
– Perchè
siete venuta, allora? – egli le chiese, dolorosamente.
– Per
commettere una infamia – ella rispose a voce bassa.
– Anna, Anna,
tu mi uccidi!
Ella lo
fissò, stralunata. Non capiva quello che egli dicesse. Appoggiata al tavolino,
ella sembrava vedesse qualche imminente, terribile visione. Ed egli comprese
bene che quella visita, che quella bizzarria di parole, di atti, di sguardi
racchiudevano ben altro segreto che la soddisfazione di un capriccio, che il
trionfo di una vanità.
– Ma che
avete, Anna? Vi è qualche cosa che non mi volete dire e che vi tortura? Povera
amica mia, voi siete venuta qui, con un'angoscia in cuore volendovi sfogare,
volendo piangere, ed io sono stato così villano, così brutale...
– Voi siete
buono – e gli stese la mano. – Mi ricorderò di voi...
– No, non ve
ne andate, ditemi prima che avete, eravate venuta per questo... ditemi, cara
Anna...
– È troppo
lungo, è troppo lungo – disse ella, come in sogno, passandosi sulla fronte la
mano – e poi debbo partire, sapete? Partire...
– Restate,
parlatemi, piangete, vi farà bene, Anna.
– Non posso.
– E perchè?
– I miei
minuti sono contati – ella disse, con gli sguardi smarriti. – Saprete un altro
giorno... domani... ora debbo partire.
– Anna, come
posso lasciarvi andare così? Siete venuta per conforto e vi ho trattata come un
perverso... perdonatemi...
– Voi non
avete colpa, nessuna – ella disse pianamente.
– Ma chi vi mette
in quest'angoscia, Anna? Chi vi tortura, povera anima amorosa? Di chi è la
colpa? Chi ha il massimo torto, nella vostra disperazione, poichè voi siete
disperata? Cesare, è vero?
– No –
diss'ella semplicemente. – Io ho torto, io soltanto.
– È Cesare, non
lo negate.
– No – ella
ripetette, semplicemente.
– Cesare è un
infame, lo so – egli esclamò, poichè veramente egli sapeva tutto.
– Io sono
infame – ella disse, guardando il cielo della stanza.
– Non lo
crederò, non lo crederà nessuno, Anna.
– È necessario
che io sia infame – ella disse, a bassa voce. – Perchè tutti sieno felici, è
necessario... e debbo partire.
– Tornerete?
Domani? Anna, voi siete così triste, così sconvolta, io non vi lascio andare...
– Nessuno
potrebbe trattenermi, nessuno...
– Veramente?
Anna, dimenticate che vi ho parlato d'amore.
– L'ho
scordato. Addio, dunque...
– Non ve ne
partite così, siete troppo agitata...
– No, sono
calma. Sentite, volete farmi un favore? Voi mi avete detto dei versi, una sera,
a Sorrento, dei versi francesi?
– Sì, di
Baudelaire, harmonie du soir – gli rispose, sorpreso di questa domanda,
inattesa, impensata.
– L'avete
quel volume?
– Sì.
– Prendetelo:
copiatemi quella poesia. Dopo... vi dirò: Addio!
Meravigliato,
egli passò nel suo studietto e prese Les fleurs du mal dalla sua piccola
biblioteca. Tornò e si sedette a una scrivanietta di legno rosa, fatta proprio
per scrivervi su dei bigliettini amorosi. Guardò Anna, quasi per chiederle se
volesse ancora quella. Ma quale immenso dolore, dunque, spirava da quegli
occhi, da quelle labbra? Tale intenso, intenso dolore che egli sgomento,
chiese:
– Debbo
scrivere?
Ella accennò
di sì col capo. Mentre egli scriveva il primo verso, Anna gli volse le spalle.
Aveva messo la mano nella tasca e ne aveva tratto il piccolo gioiello
luccicante di avorio e di acciaio. A bassa voce, egli ripetette il verso che
scriveva:
Valse mélancolique et langoureux vertige:
scattò il grilletto e rimbombò il
colpo, la nuvoletta di fumo salì al cielo della stanza. Anna si era colpita al
cuore: roteò, cadendo al suolo: il cappellino si staccò dalla testa, ed ella
restò con la faccia coperta dalla veletta. La piccola mano guantata era
raggricchiata sul piccolo revolver, che ella aveva preso nella scrivania di suo
marito, prima di uscire. Morta, subito. E nella stupefazione terribile di quel
minuto, Luigi Caracciolo non faceva niente, esterrefatto, avendo ai suoi piedi,
giacente sul tappeto, quella morta, chiusa nella sua negra veste e con la
faccia velata di nero, credendo a un incubo, a una pazzia.
Qualche
goccia di sangue, adesso, sgorgava dalla breve ferita, sul vestito nero, con
una macchia rossa che si dilatava, lentissimamente. Egli, macchinalmente,
s'inginocchiò accanto ad Anna, quasi non osando di sollevarne il bel corpo, non
chiamando soccorso, inebetito: ne rialzò la testa riversa, vincendo il ribrezzo
di fissare il cadavere di una persona amata. Egli vide qualche cosa di
orribile, in quel volto di donna morta. Poichè non vi era, in quel giovane
viso, quella serenità augusta della morte, che han quelli che compirono il loro
fato, senza ribellioni, che dettero il corpo alla terra e lo spirito a Dio,
quietamente, consumato il loro corso. La bocca di Anna era contratta
dolorosamente, come se ancora dovessero uscire voci, parole da quelle labbra
violette: gli occhi erano appena socchiusi, quasi che ancora volessero vedere
lo spettacolo dell'universo; in tutta quella figura vi era ancora il dolore
immenso, che ella portava seco nella tomba: vi era il dolore di coloro che
vissero troppo poco, mentre adoravano la vita; il dolore di coloro che non
furono amati, mentre il loro segreto era l'amore: il dolore di coloro che erano
la Passione
e che furono uccisi dall'Indifferenza.
Così morì
Anna Acquaviva, innocente.
FINE.
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